
P. Mario Borello (893 – 1981), nato a S. Ambrogio di Susa (Italia), entrò diciasettenne nell'Istituto, accettato dal Fondatore. Interruppe lo studio per il servizio militare durante la prima guerra mondiale. Tornato nell'Istituto, riprese la preparazione e fu ordinato sacerdote il 20 marzo 1920. Venne inviato in Etiopia l'anno seguente, dove svolse la sua missione fino al 1939, quando fu eletto consigliere generale e prefetto degli studi. Fu missionario dal dinamismo esuberante, dalla parola facile e cattivante. Ricevette diverse onorificenze, compresa la medaglia d'oro al merito per la missione di pace svolta in Etiopia durante la seconda guerra mondiale.
Dal 1949 al 1965 prestò il suo servizio in Inghilterra, e poi rimpatriò definitivamente.
La commemorazione che qui viene pubblicata fu tenuta a Torino, in casa madre, il 16 febbraio 1940.
Cara e devota la statua del Fabisch in cui il celebre scultore, con tutta la passione dell'arte sua volle fissare quanto la santina di Massabielle seppe dire della Dolce Signora che le appariva alla grotta del Gave... Cara e devota, ma Bernardetta SoubirOus non la volle mai più degnare di uno sguardo tanto fu spoetizzata dalla prima visione.
Non mi illudo sulle difficoltà del compito affidatomi, di commemorare il nostro Padre Fondatore; ma mi infonde coraggio l'affetto filiale che gli porto.
Sarebbe pericoloso ed insincero lo studio di un uomo, specie di un santo, se questo studio si limitasse ad una minuta disanima dei diversi quadri della sia vita ed alle forme svariate della sua attività, senza uscirne dallo sminuzzato, dall'adattato e dal formalizzato e senza sorgere alla visione della sintesi, alla comprensione dell'armonia unificatrice delle sue qualità morali ed alla comprensione di quell'ideale che tutto lo mosse: in una parola, al suo spirito.
E' qui che ci deve condurre l'analisi: gradini di una scala che ci portano bensì a comprendere, ma che nulla dicono in sè; gradini immobili e freddi che non sanno dare calore a chi è in via di ascesa, anzi, talora sono ostici a chi è nella fatica della salita.
La gioia, nella dilatazione del cuore e nell'esaltazione dello spirito, l'avremmo, in questo studio, solo quando, percorsa la scala a stento talvolta arriviamo ad incontrarci nello spirito del santo; in quella luce di cielo che tutto lo illumina e lo vivifica, in quella visione ultraterrena che ci permetterà di ritornare sui nostri passi e ricalcare i gradini della scala con ben altra luce negli occhi e ben altre idee, con concetti più giusti, con un ragionamento più realistico che ci impediranno di mescolare il nostro umano a quanto è invece divino; che ci obbligheranno a restaurare tanti quadri, scrostandone le sovrapposizioni fatte prima dalle nostre mani inesperte; che in una parola ci obbligheranno a vedere nel terso di quell' anima privilegiata non più il riflesso di un povero nostro spirito ma di un grande cielo: quello di Dio.
Così studiato, il santo ci apparirà meno straniato da noi e più comprensibile, vorrei dire più =ano, anche nelle azioni 'che, a prima vista ci sembrarono strane; le sue virtù ci appariranno imitabili, e, capite, le sue parole; mentre il suo esempio sarà meglio aCcettato e più seguito avendo su noi, non la forza di un'imposizione o di una violenza (perchè lo spirito non è capace di violentare) ma di attrazione, di una dolce attrazione, che ci disgusterà di quanto dovremmo rigettare, che ci esalterà davanti a quello che dobbiamo raggiungere: lavorati ed azionati da una visione, da una forza che ci trascina ad una vera imitazione pur rispettandoci nella nostra personalità.
Se al contrario nello studio dei santi non si sale a quella sintesi; pur ammirandoli non riusciremo ad imitarli, oppure quello che crediamo imitazione non sarà che un semplice adattamento: incapace di una vera trasformazione interiore capace invece di sciupare e dissipare quel molto di buono che la Provvidenza ha seminato in ciascuno di noi.
Ciò posto, veniamo al nostro amato Padre Fondatore e domandiamoci: il suo spirito, quel suo spirito che ha saputo fare cose sì mirabili, e che noi, suoi figli, dobbiamo tener vivo ed operante in quelle stesse opere da lui iniziate; quel suo spirito che deve essere fisionomia della nostra casa, cemento coesivo delle nostre anime, tema armonioso della nostra spiritualità; quello spirito, dico, che noi costantemente dobbiamo studiare ed invocare su noi... quello spirito in che consisteva?
Ditecelo voi, invocano i giovani, voi anziani, che l'avete conosciuto, voi fortunati che l'avete goduto, voi testimoni cui è imposto di parlare in onore del Padre ed in istruzione ed edificazione di noi volenterosi suoi figli.
Per rispondere a questa giusta vostra richiesta, cari giovani, ogni anno salgono su questa cattedra i « testes » fortunati, ed oggi io, son sicuro di me ma di voi che nel dolce ricordo personale o nella filiale devozione e sincera riconoscenza saprete far fiorire la mia povera dicitura svegliando in voi colori e visioni, suoni ed armonie nuove e saprete trarre come api « argumentosae », dolce miele da poveri fiori di campo e tessere in filiale amore, serti di gloria al Padre col formulare promesse nuove in questo giorno anniversario che, a suo onore, deve essere per noi giorno di rinnovamento e di ripresa.
Questo ne è infatti lo scopo, più che suffragarne l'anima che: « non est hic, resurrexit »; questo il fine: perpetuare tra noi più sensibilmente che sia possibile la presenza, l'assistenza; la direzione di un padre che non è morto; esaminarci se siamo degni di ospitare in noi quello spirito beato che continuamente deve aleggiare nella nostra casa; e prepararci a meritare il più bel dono che la Chiesa sa dare a figli non degeneri: collocarne il Padre nella gloria del Bernini: « Gloria enim hominis ex honore patris sui » (Eccl. 3, 11).
MEMENTO PETRAE EX QUA EXCISUS ES
Bella e maestosa la Santa Chiesa di Cristo che sa custodire fra rovine e cipressi il primato dell'antica Roma dei Cesari mobilitandone colonne ed archi nelle devote e grandiose sue basiliche!
Ma più bella, più maestosa e più cara quando dalle pietraie sa suscitare figli d'Abramo e dall' umile popolo contadino del piccolo e sperduto borgo di Castelnuovo sa far sorgere un fascio di Santi: quegli uomini quadrati, sani di spirito e ferventi di cuore, che seppero onorare il borgo natio, l'Italia nostra e la Chiesa tutta. Non farò che ricordarveli questi grandi che voi ben conoscete ed amate: il nostro santo Cafasso, la perla del clero; Don Bosco, « un magnate dell'industria pesante della Chiesa » si direbbe oggi; il Cardinale Cagliero: l'apostolo della Patagonia; l'omonimo nostro confratello di santa memoria: l'apostolo dell' Iringa; il nostro Padre Fondatore, apostolo degli apostoli. Ma non posso dimenticare qui, perchè forse in cielo non ultime, due anime elette castelnovesi: la maestra Benedetta Savio e Anna Maria Cafasso la cara mamma del nostro Padre Fondatore.
La prima, la maestra, dedica tutta una vita alla sua missione di educatrice di menti e di matrice di caratteri, missione cui rimane fedele per oltre cinquant'anni, e così fermamente da non lasciarsene distrarre nemmeno dal miraggio di prima madre generale delle Suore Salesiane alla cui carica Don Bosco la voleva, preferendo essa continuare a restar piccola fra i piccoli ed aspettar la gloria da Dio che non viene meno.
La seconda, una Cafasso, una sorella di un Santo, di un altro grande carattere, Anna Cafasso, la mamma del nostro Fondatore, che, rimasta vedova con una tenera famiglia di cinque figliuoli, il cui maggiore non ha che dodici anni e con l'ultimo in seno, prende da sola la direzione della casa e degli affari e la grave responsabilità dell'educazione dei figli. Nè si perde d'animo davanti alle difficoltà.
Sorretta dalle sue grandi virtù, la donna forte (lasciate ora che io vi presenti in narrazione combinata il libro sapienziale e la preziosa biografia scritta dal nostro P. Sales) la donna forte, dico: « Accinxit lumbos suos et roboravit brachium suum » e sorveglia il buon andamento della casa.
« De fructu manuum suarum piantavit vineam » — e dirige i lavori di campagna « Consideravit agrum et emit eum » — e tanta è la sua abilità che la cascina, nonchè perdere in efficienza, viene maggiormente estesa... « Quia Bona est negotiatio illiús »...
Come se questo non bastasse, trova ancora tempo per filare sì che, per stare alla biografia che riporta l'espressione della nipote Ghilardi, « aveva tanta tela da coprire un ballo »... « Non extinguetur in notte lucerna eius et operata est consilio manuum suarum lanam et linum ».
Come vedete una bella fioritura primaverile a Castelnuovo, di quella primavera eterna che non conosce inverno, fioritura di santi di cui si potrebbero gustare in mille quadretti deliziosi le virtù rare ed eroiche ed in cento tele sublimi le opere vaste, gigantesche che seppero fare per la gloria di Dio.
Vi consiglio invece, fratelli, di non lasciarvi svagare da questi particolari di portarvi più in alto, più lontano, per abbracciarli tutti in una sola visione.
Vedremo allora che un'unica forza; un unico segreto ha saputo compiere tante meraviglie e sfociare in tanta varietà e dovizia di opere di bene: nella scuoletta di Castelnuovo e nell'ateneo teologico di Torino; nel convitto ecclesiastico della Consolata e nelle opere di Maria Ausiliatrice; in Corso Ferruccinelle bassure di Valdocco; in America, in Africa ed in patria; segreto e forza che pur essendo un'unica linfa, seppe dare, col calore di Dio, tanta varietà di fiori.
Questa linfa, questo umore vitale di santità non fu altro che una ferrea volontà di ben spendere la vita che è dono prezioso del Signore, ed un grande cuore: grande, dico, per Dio e per gli uomini.
Volontà: quattro dita di fronte, come ci diceva il Padre; volontà piemontese, cocciuta, montanara, volontà decisa, acciaiata, per uscire dal fluttuare della vita vaga e banale, per affermarsi su un principio certo se pur duro, per stroncare legami e richiami, in una parola per tutto spendere per quel « porro unum » evangelico.
Cuore, poi, un grande cuore! E' lui che sostiene ed incoraggia, che lenisde medica, che trova la strada per agire in durata e profondità. Povero piccolo muscolo che, non solo nella vita fisiologica, ma ancor più nella spirituale, sa tener acuta la mente e fattivo il braccio in opere veramente grandi di carità e di bene.
Questa, o fratelli, parmi la caratteristica dei santi Castelnovesi, e la regola unica che li aiutò a svolgere la loro missione, questo il segreto della loro ascesi. E questa è pur sempre la linfa primaverile di tutte le fioriture della Chiesa.
Un San Paolo, un S. Agostino, un S. Ambrogio, non ebbero in sè altra forza che li aiutò a scalare le più alte vette del cielo.
S. Ignazio di Lojola, S. Francesco Borgia, S. Francesco Zaverio e tutti i primi della grande Compagnia di Gesù non ebbero altre armi per combattere le loro gloriose battaglie.« Ego autem cantabo fortitudinem tuam » (Ps. 58, 17).
Nato in terra sì ferace di volitivi, scolaro di tanti maestri e maestro di tanti scolari, il Venerato nostro Padre per raggiungere le sue realizzazioni e per ottenere le sue vittorie non scelse altra strada che questa volontà, questa energia di carattere.
« Voglio e fermamente voglio » dice il fiero Astigiano, svegliato dal torpore di una vuota gioventù dalle gesta eroiche dei grandi di Grecia e di Roma, e l'Alfieri diventa il primo autore tragico della nostra letteratura.
« Voglio occuparmi del mio unico affare » scrive in « capite libri » della sua vita il chierichetto Allamano, alfiere di Cristo, che, nell'intraprendere la carriera ecclesiastica, si sente il cuore dilatato a grandi imprese e stabilisce, con una volontà che non verrà mai meno, di vivere per Dio e per le anime, una vita piena, generosa, sovrabbondante.
Questa decisione meditata e voluta fin dal primo entrare nella vita, lo accompagnerà sempre e sarà una caratteristica spiccata del suo spirito. Ad essa il grande sacerdote dovrà la riuscita dei suoi studi, la saggezza della direzione di seminari e di monasteri, l'apoteost del santuario della sua Madonna e più la fondazione delle due sue famiglie religiose.
Tutto da lui è voluto con tenacia e proseguito con ardore. Sente che i doni di Dio sono cosa ben preziosa, teme il Gran Re che domanda conto dei talenti dati a trafficare, non vuole occupare inutilmente la terra santa della vigna del Signore, paventa Cristo che passa, si sente astratto ad occuparsi delle cose che sono di suo Padre, sa che più sarà domandato a chi più avrà ricevuto, capisce che sono i violenti a rapire il beato regno dei cieli... e geme, e medita, e lavora e si sacrifica e si spende e rispende per non lasciar andare persa una sola delle grazie di Dio, una sola particella del giorno propizio; e, con una volontà ed energia ammirabile e costante, raccoglie a fasci, trofei ed allori attorno al suo clipeo di forte.
Abbiamo visto quale carattere avesse la sua mamma e ricordiamo che i figli "matrizzano".
Nel collegio di Valdocco si è lusin-: gati della bella votazione riportata negli esami finali dal giovane Allamano e gli si propone il passaggio diretto dalla prima alla terza ginnasiale.
Un salto di gioia dovrebbe essere la risposta di un ragazzo la sua è ben diversa: è un rifiuto. Maturo, posato, ma più: volitivo, preferisce non accettare « per meglio fondarsi nei primi elementi dello studio », « perchè — secondo lui — aveva fatto male la prima » E sì che aveva conseguito il primo premio!...
Ama tanto il suo don Bosco che per quattro anni non vuole altri per direttore della sua coscienza. E don Bosco pure l'ama quel giovane sì promettente e lo vorrebbe nelle file dei suoi. L'Allamano lo intuisce, ha però una vocazione sua da seguire. Il passo, perchè doloroso, è fatto furtivo: lascia l'oratorio per aspirare al Seminario.
In famiglia trova difficoltà a seguire la sua vocazione. « Il Signore mi chiama oggi » dice a chi gli vuol far tramandare la sua entrata in seminario, e subito abbandona tutto per Dio.
« Fare e non aspettare » scrive nel suo regolamento di vita: parole che sono un po' il suo motto in tutte le varie e complesse attività, che scolpiscono la sua indomita volontà, e cantano al vento il suo insaziabile ardore del bene.
Non gli mancheranno le difficoltà, le prove, lo sconforto! Unico suo rimedio è il vino forte della sua volontà che non lo lascia accasciare in vane recriminazioni, o svagare in vaporosi desideri, o fluttuare in varie direzioni, ma che gli intima nel profondo dello spirito un solo comando: « Via ogni noia! Niente ti turbi! ».
Si dilata intanto il campo del suo bene e mille occupazioni lo assediano da ogni parte. La rettoria del Santuario, il canonicato al Duomo, il suo confessionale sempre assiepato di penitenti, il parlatorio: cattedra di prudenza e di consiglio, consultata da un'intera Torino; la direzione generale di due istituti che fioriscono ed ingigantiscono in sul nascere, la direzione spirituale delle sue due famiglie religiose cui deve infondere il suo spirito e modellarne la fisionomia, la direzione di molte anime privilegiate, il convitto ecclesiastico, gli affari importanti della diocesi, la corrispondenza.
Qual cumulo di lavoro da far tremare i polsi a fibre ben più forti della sua: sempre malaticcial... Eppure: « Age quod agis », ed il santo nostro fondatore è sempre in piedi, sempre vivo in tutto e presente ed ilare ed accogliente, come se sempre stesse trattando l'unico affare della giornata od intrattenendosi con un gradito ospite aspettato a sollievo di un'esistenza vuota ed annoiata, Quanti tra noi testimoni di questa sua forza di volontà e santa energia!
Ma che non fosse mai stanco? Mai annoiato? Mai sfiduciato? Che non sentisse mai il bisogno di un po' di riposo? di dolce solitudine, di un piccolo sollievo? Che noi (fermiamoci pure a questo grande lavoro che gli davamo noi), che noi, dico, non gli fossimo mai pesanti con i nostri fastidioli, con le minuscole nostre necessità, con i nostri problemi di poco valore... da accoglierci sempre con il sorriso sulle labbra, da ascoltarci sempre con la massima tranquillità e da occuparsi con vero interesse e sì volentieri di noi? No! No!
Ma: « agere contra » si imponeva il santo e sempre e con tutti era lui col suo fare controllato, dignitoso, paterno, che gli faceva dimenticare i suoi grandi problemi davanti ai nostri di poco rilievo. « Agere centra »! e l'imperio che gli parte da una volontà eroica non ammette ripieghi, non rimpianti, non sospiri; ovunque e sempre quel medesimo "voglio", scritto nel suo primo regolamento di chierico e che gli è presente e lo accompagna per tutta la vita.
Ricordiamolo e meditiamolo questo voglio! Noi avremmo detto dei "prometto" dei "procurerò" e dei "cercherò", lui solo e sempre dei "voglio"!
Per lui, dalla prima infanzia alla tomba, il dover suo era di volere, di fermamente volere, sicuro 'che una sincera volontà non manca della benedizione di Dio e che alla nostra cooperazione Dio sa dare incremento e corona.
Ma sentiamo che cosa dice il Padre di sè.
« Il Can Camisassa, — ci diceva —l'amatissimo nostro Vicerettore agì tutta la vita con questo principio: volontà tenace. Non badava a nessuno, nè a chiacchiere nè ad altro, ma tirava diritto. E credete voi che delle difficoltà non se ne siano incontrate? Furono innumerevoli e di ogni genere. Che se ad ogni ostacolo che si frapponeva ci fossimo (oh, caro plurale rivelatore!) ci fossimo arrestati od anche solo disarmati, il Santuario sarebbe ancora al punto in cui l'abbiamo trovato e l'Istituto sarebbe ancora là da venire. E invece, conosciuta la Volontà di Dio si va avanti, fidando ciecamente nel divino aiuto... ».
Avete sentito, carissimi, quello che il Padre « non in ostensione spiritus et virtutis » (I Cor. 2, 4) ma « ex abundantia cordis » (Matt. 12, 34) confessa di sè e della volontà che tutto lo dominava?
Lo ricordino gli anziani questo programma di vita che pure assegnava loro in tutte le sue esortazioni e consigli; e voi, giovani, voi, speranza della nostra famiglia, imparate dalla nostra bocca questa verità storica: il Fondatore, il nostro Padre, ebbe da Dio tanti doni, ma il primo, il più importante, il più caratteristico fu un'energia indomabile di un carattere fermo, volitivo e sicuro di vittoria.
Un "voglio" prudente e posato, ma chiaro e tenacemente voluto e ripetuto a sè ed ai suoi formò il nocciolo della fondazione e della riuscita di questo caro nostro Istituto. Se per lui non vi fu altro programma, non ci deve essere altro per noi. Non cose straordinarie, non vie speciali, non ricerca di novità e di nuovi gusti, ma la strada vecchia e battuta della buona volontà che resta pur sempre la strada maestra nel mondo dello spirituale; la strada dritta e sicura; quella che Gesù additò a sè ed ai suoi: « In capite libri scriptum est de me ut faciam... ».
FORTIS UT MORS DILLCTIO
Parmi, cari giovani, di vedervi ammirati sì, ma scoraggiati davanti a questi richiami obiettivi e rudi del nostro Padre Fondatore.
E' duro infatti il linguaggio dei santi a noi lenti, tiepidi, più iniziati che atleti nella via dello spirito. Noi abbiamo bisogno ancora che il pane dei forti ci sia servito spezzettato, sbocconcellato e che il maestro ci parli ancora in parole, come al popolo ebraico spaventato davanti alla montagna che dava
« Fulgura et voces »... Viene ancora spontanea sulle labbra quella preghiera profondamente umana- ci parli soltanto Mosè, il gran cuore di chi ci fu padre più che condottiero, il figlio della nostra terra, il compagno del nostro esilio, del nostro pellegrinaggio. Da lui capiremo meglio e con meno terrore.
Ci parli un Mosè che abbia per noi viscere di carità anche quando noi non si sa che impastare argilla nelle mattonaie di Egitto; un Mosè che ci apra il passo fra i marosi di mari in tempesta; un Mosè che tenga le sue mani alzate al cielo in preghiera per ottenere vittoria ai nostri giornalieri combattimenti; Mosè infine che ci resti compagno e non ci abbandoni se non quando la terra promessa ci sarà in vista ed assicurata.
Questa, parmi, o fratelli, la preghiera vostra in cerca di un Padre che vi diriga e vi incoraggi alla santità sì ed all'eroismo ma con un cuore di padre e con il solo accento persuasivo del cuore. E non avete torto.
Il regno di Cristo in terra ed in noi è regno d'amore e solo chi ama, e, veramente ama, è di Cristo e del suo spirito e del suo regno.
Agostino fu aquila dai più eccelsi voli, ma si raffigura col cuore in mano; un Tommaso d'Aquino fu Angelo dallo sguardo di Cherubino, ma si rappresenta col sole sul petto e non in fronte (Card. Pacelli: Paneg. di S. Roberto Bellarmino)
Perciò se manca il cuore, tutte le più belle doti perdono il loro splendore e la loro vitalità, e la stessa volontà umana, la creatrice di tante meraviglie, non è che un'ambizione che in tutto vuol riuscire pur di poter eccellere e primeggiare: non è che una specie di malattia della spina dorsale dello spirito divenuta dura e con movimenti obbligati ed impacciati; non è che un'autocrazia per partito preso e per indole che gode intervenire in tutte le cose per drizzarle a suo modo e misurarle col suo metro; non è che un capriccio, una cocciutaggine guastamestieri, spaesata nel giro delle cose e dimenticata del calendario e delle fasi lunari in cui viviamo; in una parola, non è che una mercenaria, un soldato di ventura sempre pronto ad intervenire pur di imporsi e pur di menar le mani.
Quanto diversa invece la volontà fattiva dei santi, la volontà del nostro venerato Fondatore, volontà santificata da una grande carità che in essa agisce, tutta la trasforma mobilitandone le forze e nobilitandone le mete. Volontà forte ma soave, capace delle realizzazioni più inaspettate eppur sì logiche, di azioni e condotta così disparate eppur unite!
Fu infatti questo connubio di volontà e carità che fece del nostro Padre un soldato rigido con se stesso di un rigore più che militare, ed insieme un buon pastore che sa dare la sua anima per le sue pecorelle, che sa farsi da loro capire e seguire, che per una di loro abbandona l'intero gregge e dimentica se stesso per correre in cerca di una smarrita; un capitano che poteva pretendere che le anime generose lo seguissero essendo lui sempre il primo; ma pur un buon maestro: non di scienza che gonfia ma di carità che edifica; maestro sempre presente quando si piange e sempre consolatore; un profeta astretto a dir parole incisive, a dettar leggi inesorabili e, se necessario, a profferir minacce severe; senza cessare però mai di essere insieme un padre amoroso e preveniente, piene le viscese di amore: un amore paziente e benigno; un amore che espelle ogni timore e che copre una moltitudine di difetti; un amore che non si lascia estinguere dalla molt'acqua dell'incorrispondenza, che è sollievo e che è esempio e che irresistibilmente trae al bene: « traham eos in vinculis charitatis » (Os. 11, 4).
Avete ragione, perciò, fratelli, di ripeterci con insistenza questo appello accorato: « Domine, ostende nobis Patrem », tutto il Padre, « et sufficit nobis »!
Qui, carissimi, devo confessarmi vinto dall'argomento... parlarvi del cuore del Padre! Pochi giorni fa, mia mamma, narrandomi un incontro che ebbe con lui e ricordando le sue parole di santo, ebbe gli occhi pieni di lacrime di commozione. Se così, io dovrei avere un nodo alla gola, io un po' suo beniamino, io che dal primo mio presentarmi per essere accettato nella sua famiglia, all'ultimo abbraccio, la mattina della partenza per le Missioni, per dodici anni, ebbi tanta parte del suo cuore! Parlino per me queste mura benedette, qualche angolo di questa casa o di questi cortili! Quali misteri di carità, quali finezze di amore, quali vampe di cuore non ci svelerebbero di quel Padre che dappertutto era padre, dappertutto assillato perciò, dalle cure di padre che sa amare e consolare, prevenire ed intervenire, correggere e sorreggere con quella parola calda e convincente che scende da Dio e non si ristagna in petto ma esce senza umanizzarsi, senza scolorirsi sulle labbra di un padre che è un santo e che perciò sente Dio e sa comunicarlo, vede Dio e lo sa interpretare, tocca il divino e sa a noi portarlo.
Mossi da tanto esempio e tocchi dalla sua parola così piena di unzione, com'era gonfio allora il cuor nostro e come esaltato il nostro spirito e come decisa la nostra volontà. Allora l'anima nostra giovane, ardente, buona sì ma intricata ancora di tante ramaglie e spine, generosa ma ancora incatenata da tanti amori... allora l'anima nostra si appianava, si apriva e sentiva: sentiva che non doveva essere più come prima, che come prima non doveva più pensare, che doveva avere una volontà nuova e che un amor nuovo, un nuovo ideale doveva tutto impossessarla... sfumava, si annebbiava, si scoloriva e se ne fuggiva lontano da questo piccolo mondo pieno di piccolezze e di miraggi, per lasciare incurvare sul nostro spirito un cielo sereno, una volta stellata, piena di poesia e di incanti.
Donde tanta magia di trasformazione se non dalla forza creatrice di un padre che, con una vita nuova in Cristo, dà una nuova generazione « quos iterum parturio donec formetur Christus in vobis » (Galat. 4, 19): di un padre vero perciò, perchè dà la vera vita, di un padre che di padre ha viscere di sconfinata carità!
Ma perchè tanto ragionare quando possiamo conoscere gli intimi sensi del nostro amato Padre dalle stesse sue parole che qui nulla hanno da svelare? Sentitele e tenetele scolpite in cuore come parole testamentarie: « Per quanto i vostri parenti vi possano portare un affetto apparentemente più grande di quello ch'io nutro per voi, in realtà non lo è, assolutamente no!! ».
« Il Signore avrebbe potuto scegliere un altro per fondare l'Istituto: uno più capace, con più salute, con più doti, ma uno che vi amasse più di me non credo!! ».
Padre! Padre buono, ritorna o meglio resta fra noi! Resta qui in questa tua casa, a capo di questa tua famiglia ed in mezzo a questi tuoi figli e tue figlie!
Padre, restaci Padre! mantienci quell'intimo soprannaturale contatto che ci trasformi nel tuo spirito e ci faccia veri tuoi figli! Padre, restaci Padre!
« Si ergo pater ego sum, ubi est honor mens? » (Mal. 1, 6).
Queste parole di Malachia ci chiamano a quel dovere che abbiamo come figli e come eredi di un tanto padre. E ragionando ecco quello che ci potrebbe dire il Profeta: « Si offeratis caecum ad immolandum... aut claudum et languidum nonne malum est? » Se uscirete da questo giorno anniversario, da questo giorno di ricordi e di promesse, ciechi o zoppicanti o languidi e senza volontà, non è forse un gran male?
Se siete soldati di una schiera che ebbe un tanto capitano, e figli di una famiglia che ebbe un tanto padre, non vi decidete di modellarvi su lui, gli piacerete forse?
« Offer illud duci tuo, si placuerit ei, aut si susceperit faciem tuam!... ». Comportati un po' così con un capo di un'organizzazione qualunque di questo mondo e vedrai se pur ti degna di uno sguardo! « O cambia nome, o comportati meglio! » dice Alessandro ad un soldato codardo che ne porta il nome.
« Si pater ego sum, ubi est honor meus? » Ci dice il padre, e continua: « Exemplum dedi vobis, ut quaemadmodum ego feci ita et vos faciatis »...
Mi volete maestro? « Inclinate aurem vestram »! E rammentate che « Cognoscunt me meae »: se mi volete pastore!
Non c'è scusa, non vi è via di mezzo, se no si dirà di noi « Populus iste ore suo et labiis suis glorificat me, cor autem eius longe est a me » (Is. 29, 13).
Ammessi dal Padre in questa sua santa milizia, ricordiamo specialmente oggi la preziosità del dono della nostra vocazione: « Si scires donum Dei! » e sotto il suo glorioso stendardo alziamoci ad operare le opere di chi ci ha mandato.
Con volontà ferma e cuor grande sia nostro cibo l'azione, « Meus cibus est ut faciam », e nostra strada 1' ardua ascesa del Padre « eamus et nos et moriamur cum eo ».
Ne godrà il Padre sempre presente e ci assisterà con la sua benedizione, arra di riuscita e di perpetuità: « Benedictio patris firmat domos filiorum » (Eccl. 3, 11).