1951 PICH Vittorio Merlo

 

P. Vittorio Merlo Pich (1899 – 1982) , proveniente da Nole Canavese, fu accolto direttamente dal Fondatore nel 1909. Prestò il servizio militare durante la prima guerra mondiale. Ordinato sacerdote nel 1921, venne destinato alle missioni del Kenya, dove prestò il suo generoso servizio fino al 1949, quando fu eletto Consigliere Generale.

A parte l'interruzione, durante la seconda guerra mondiale, quando fu internato in Sud Africa con tutti i missionari, P. Merlo Pich in Kenya fu costantemente impegnato nell'insegnamento e nell'organizzazione delle scuola cattoliche, con il titolo di “Education secretary” e con responsabilità diocesana e governativa.

Dopo il servizio di dieci anni nella direzione generale, non poté tornare in Africa per ragioni di salute, ma si impegnò in Italia nello studio, nell'insegnamento della lingua inglese e swahili, organizzando una scuola apposita per la gente.

Fu scrittore fprofondo di cose missionarie e grande conoscitore e divulgatore del pensiero e dello spirito del Fondatore, soprattutto attraverso la rivista che iniziò con lui nel 1960 dal titolo “Il Servo di Dio Giuseppe Allamano - Tesoriere della Consolata”.

La commemorazione che pubblichiamo risale al 1956, nel 30° anniversario della santa morte dell'Allamano.

 

Quest' anno la commemorazione del Servo di Dio il Can. Giuseppe Allamano segna un'importante pietra miliare, ed assume un particolare significato, non solo per il numero degli anni già trascorsi dalla Sua Santa Morte, ma anche perché possiamo prender atto di un passo decisivo compiuto verso la sua elevazione all'onore degli Altari, la avvenuta conclusione favorevole del processo degli scritti del Servo di Dio da parte della S. Congregazione dei Riti (8 novembre 1955).

I Suoi scritti, come tutta la Sua vita, « hanno rivelato, un'anima tutta ripiena di Dio e ravvivata costantemente dal più puro ed autentico spirito evangelico, adorna di tutte le virtù sacerdotali ed apostoliche, prima fra tutte una ricerca continua ed esclusiva della Volontà di Dio e della Sua gloria in ogni azione e attività », un' anima candida, anelante all' unione perfetta col Suo Dio, ardente di zelo per la salute eterna del prossimo in particolare degli infedeli, la cui conversione fu fin dalla giovinezza l'aspirazione costante della Sua vita » (Giudizio dei Teologi Censori).

Vidi per la prima volta il Canonico Giuseppe Allamano nell'estate del 1909. Ragazzo undicenne, accompagnato dalla mamma e dal parroco, mi presentavo a lui per chiedere l'accettazione nel piccolo seminario dell' Istituto. Quando con passo leggero mi venne incontro nella sacrestia del Santuario della Consolata, la Sua persona mi fece una impressione profonda nella mente e nel cuore.

Il capo leggermente piegato, il viso diafano, l'occhio limpido e penetrante, il sorriso dolce, lo sguardo buono, là parola paterna, tutta la Sua figura mi apparve come quella di un uomo di Dio, la soave figura che avevo immaginato dovesse essere quella di un santo sulla terra; e non ebbi un momento di esitazione ad affidarmi alle Sue mani perché facesse di me un missionario.

Mi vide spuntare un lacrimone quando obiettò che ero forse ancor troppo giovane. Ma la conclusione fu favorevole, dopo avermi fatto promettere che gli avrei dato le quattro dita di spazio della mia fronte, cioè la mia volontà.

L'impressione di quel giorno anzichè svanire, si affermò sempre meglio nella mia mente negli incontri seguenti, nei contatti più frequenti, più familiari ed intimi degli anni vissuti alla Sua ombra.

Nè tardai a scoprire che la stessa impressione avevano riportato i compagni coi quali mi venni a trovare nel Seminario. Quando lo rivedevamo nei corridoi e sotto i portici della Casa Madre, e rispondeva con un sorriso al nostro saluto riverente; quando durante la ricreazione lo circondavamo ad udire il racconto di un aneddoto dei Padri del deserto o di santi più recenti, quando bevevamo le sue esortazioni nelle paterne e sapienti conferenze domenicali; quando lo vedevamo assorto in preghiera, quando avevamo la consolazione di parlargli confidenzialmente a quattr' occhi per chiedergli un consiglio o ricevere un incoraggiamento; ...non era soltanto una persona cara che vedevamo dinanzi a noi; non soltanto un superiore venerato: era l'Homo Dei, era il sacerdote santo che pareva toccasse appena la terra colla punta dei piedi, quasi a pena trattenuto in mezzo a noi da quel fragile involucro di carne.

Infatti delle cose della terra non parlava, non si interessava che indirettamente in relazione alla gloria di Dìo, alla nostra santificazione, alla salvezza delle anime. L'occhio destro socchiuso pareva riservasse per non guardare che alle cose del Cielo, secondo il detto dell'Imitazione di Cristo, mentre bastava il sinistro sempre modesto per vedere le cose della terra. Intanto sempre a rappresentare Gesù Cristo in tutta la sua persona, dalla punta dei capelli alla punta dei piedi, non c'era momento in cui non apparisse in unione con Dio. E da quando con voce tremante dalla commozione consegnò ad ognuno di noi il Crocifisso perché andassimo a predicare Gesù Crocifisso alle Genti, e ci congedò tracciandoci sul capo una larga benedizione, è ancora ,la figura di un uomo tutto di Dio che ci portammo nel cuore; fu la sua memoria vivente che ci accompagnò nella vita missionaria per ricordarci i Suoi insegnamenti, per confortarci nelle difficoltà, per esortarci a seguire i suoi esempi. Non è a stupire perciò se noi che l'abbiamo conosciuto siamo impazienti di vederlo sull'Altare...

 

I SACERDOTE

'Erat Sacerdos Dei Altissimi. Ecco la definizione comprensiva, l'origine e la fine di tutta la vita del Can. Giuseppe Allamano. Chiamandolo sacerdote, si sintetizza tutta la sua persona, le sue virtù, il suo spirito, le sue attività, il suo ideale. Una breve scelta di citazioni dalla sua biografia e dai suoi insegnamenti:

La sua giovinezza fu tutta tesa in una accurata, minuta e soda preparazione scientifica e spirituale per la Sacra Ordinazione, « oggetto di tanti sospiri, dieta di tanti anni di studio » (SALES, Biografia, pag. 51).

Quanto alto concetto avesse del sacerdozio lo dimostrano le calde esortazioni ai chierici del seminario e delle missioni a « considerarne la dignità, onde prepararsi con tutto l'animo ad essere un giorno meno indegni, per poterla conservare in loro stessi e per onorarla negli altri » (Dottrina Spirituale, vol. II, pag. 69).

Le sue considerazioni_ non si servivano di parole nuove ed altosonanti; ma avevano una efficacia singolare che traeva la sua forza dalla S. Scrittura e dai Ss. Padri. «Dignità regale che regna sulle anime, quindi molto superiore a quella dei re della terra... Dignità angelica... Il sacerdote è anche più di un angelo, perché ha ricevuto più alti poteri in terra e in cielo... Dignità divina: post Deum terrenus deus... » (Dottr. Spir. II, 68, 69). Prova commovente di quanto tenesse in venerazione la dignità sacerdotale fu per me la felicità che traspariva dal volto e la profonda umiltà con cui il venerando vegliardo si chinò a baciarmi le mani, dopo che ricevetti il sacro Presbiterato, per rendere onore alla dignità che avevo testè ricevuta.

La Santa Messa

In nessun momento il sacerdote è così grande come quando sale l'Altare per il sacrificio a Dio, per la S. Messa. All'altare, il Can. Allamano era come trasfigurato: pareva che davvero si sollevasse tra gli uomini e Dio. E ben dimostrava quanto fervore, quanta divozione, quanto ardore di amore mettesse nella celebrazione del divino mistero, quando sfogava il suo cuore a parlare della S. Messa:

  • --- Oh, la felicità di dire la Messa! E' una gioia! Ah, se comprendessimo che cosa vuoi dire una Messa di più!

La Messa è il tempo più bello della nostra vita. Una Messa basterebbe a rendere felice chiunque giunge a celebrarla...

Non vi è azione più santa di questa. Il martirio stesso è un nulla in confronto della Messa! (Dottr. Sper., II, 76 seg.).

Sentendo gli accenti infuocati coi quali ci parlava della Messa si comprendeva quanto a ragione poteva rallegrarsi, nel suo cinquantesimo di ordinazione, di non averne mai omessa la celebrazione eccettuate le poche volte che vi fu costretto dalla malattia. Si comprende quanto soffrisse a non poter celebrare durante la sua ultima malattia: « Sono tre giorni che non celebro... I dottori non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la Messa... (SALES, Beogr. p. 503). Non ho mai fatto sacrifizi così grossi: non celebrare la Messa e far la Comunione non digiuno » (Ibi. 504).

Si comprende infine quanto lo consolasse il pensiero di averla sempre celebrata bene: « Dopo 50 anni di Messa, sono contento. Ho nessun rimorso di averla detta male, e ciò dico non per superbia. Le cerimonie le, ho sempre fatte bene, e ciò mi consola. Ho tante mise rie;, ma la Messa ho sempre procurato . di dirla bene » (Dott. Sper., II, 75).

« Dopo la Messa l'orazione più eccel- 1 lente è il Divino Ufficio », il miglior alimento della pietà, che l'Allamano gustava, che raccomandava di recitare degne attente ac devote, senza omettere: nessuna sillaba per il diavolo...

Egli consigliava di collocare la Mes-, sa al centro della nostra giornata, dividendo questa in periodi determinati 1 tra il preparamento ed il ringrazia- t mento al S. Sacrificio. « Una volta as- suefatti — -assicurava evidentemente j sulla sua esperienza personale — fare- mo tutto con facilità e per tutta la vita » (Dottr. Spir., II, p. 227).

La SS. Eucaristia era al centro della sua vita. Al Santuario di S. Ignazio gli piaceva la disposizione delle camere e dei corridoi attorno alla chiesa ed al tabernacolo. Doveva essere l'immagine della nostra vita che deve svolgersi attorno all'Eucaristia! Le nostre anime devono volare attorno all'Eucaristia co- me farfalle attorno alla fiamma, finchè ne restino bruciate!

 

La Liturgia

L'altare è al centro del culto cattolico, e deve essere il centro della vita sacerdotale. All'Altare il sacerdote deve essere perfetto. Dalla S. Liturgia l'Allagano traeva, attraverso tutto l'anno, nutrimento alla sua pietà, ed argomento per formare gli altri allo spirito della Chiesa.

Alle funzioni liturgiche voleva si desse la maggiore solennità anche usando i più ricchi paramentali ed i vasi sacri più preziosi; ma dava la stessa importanza alle cerimonie sacre più minute, al segno della Croce, all'inchino. « Davanti a Dio non c'è nulla di piccolo... fanno onore a Dio ed edificano il prossimo » (Dottr. Sper., II, 90).

« Vi confesso un mio debole, di cui però mi glorio in Domino, ed è per le sacre cerimonie... Ringrazio il Signore che mi ha dato questo spirito; che le godo le cerimonie! (SALES, Biogr. 423). Ho sempre avuto un affetto particolare, un grande amore alle sacre cerimonie. Per lo studio e la cura con cui in Seminario e in Convitto procurai di insegnare le sacre cerimonie, mi aspetto misericordia al cospetto di Dio che mi concederà il posto riservato in Paradiso a quelli che avranno procurato di onorare in terra N. S. Gesù Cristo » (Dottr. Spir., II, pag. 93). « Voglio che l'esattezza nelle sacre cerimonie sia una caratteristica dei Missionari della Consolata... Intendo di lasciarvi come eredità di farle sempre molto bene. Ve le raccomando proprio in modo particolare » (Dottr. Spir., II, 92).

 

La Casa di Dio

Dallo stesso suo amore sacerdotale per l'onore di Dio emanava lo zelo che lo consumava per il decoro della Casa di Dio. La Casa di Dio deve essere splendida: questo è un dovere del Sacerdote... (Dott. Spir., II, 96). Bene si fa a spendere somme ingenti perché Dio abbia un trono meno indegno di Lui. Bene si fa a impiegare gli ori e i marmi più preziosi » (SALES, Biografia, 373).

Di questo suo zelo per la Casa di Dio lasciò un grandioso monumento nei restauri del Sant. della Consolata. « Fra le moltissime benemerenze che l'Allamano si era acquistate verso la Chiesa di Dio e nell'umano e civile consorzio, Papa Pio XI metteva questa in evidenza: A te, ed all'ardente tua pietà verso la Beata Vergine i Torinesi danno il merito di aver non solo ampliato e quasi dalle fondamenta restaurato cotesto Santuario, ma ancora di esserti adoprato con ogni cura ad ornarlo con opere d'arte e di preziosissimi marmi » (SALES, Biogr., 488).

«Per i restauri della Consolata, diceva, ho sperperato tutto (Dottr. Spir., II, 92). Si spese un bel milione (un milione 50 anni fa! )... Ma per Nostro Signore, per la Madonna non è mai troppo, non si spreca mai! » (Dottr.. Spir., II, 96).

«Ciò non si può fare dappertutto. In missione N. S. si accontenta di essere povero coi poveri, ma si deve supplire con un cuore puro e ardente, con l'ordine e la pulizia » (Dottr. Spir., II, 97).

 

La SS. Consolata

«Per Nostro Signore e per la Madonna! Il sacerdote deve avere il cuore pieno della divozione a Maria », diceva l'Allamano. « Ella deve essere tutto per un sacerdote che non ha altro oggetto che lo appaghi all'infuori di Maria ». « E' una devozione che va al cuore! » (SALES, Biogr., 452).

«Se la vita dell'Allamano, scrisse il suo biografo, potesse ridursi ad un palpito, e a questo si dovesse dare un nome, esso sarebbe: Consolata! » (SALES, Biogr., 455). « I pensieri, gli affetti, i successi delle sue fatiche e le amarezze della sua vita: tutto riferiva alla Consolata. La sua anima respirava questa devozione » (Can. Borla in SALES, Biogr., 457). Le parole con cui ne parlava erano le più tenere. Il suo cuore di figlio si consolava solo al pensiero che i suoi missionari porteranno le lodi della Consolata in tutto il mondo.

 

Direzione spirituale

Oltre che all'altare e colla preghiera, il Can. Allamano rivelò l'ardore del suo zelo sacerdotale dal confessionale e nella direzione delle anime. Del confessionale egli fece un vasto campo di intenno apostolato, dedicandovi quotidianamente lunghe ore del mattino e spesso anche del pomeriggio. Pareva fosse quella la sua occupazione più gradita. (SALES, Beogr. 312).

Dotato di scienza e di virtù, il suo ministero delle anime era molto efficace, e i suoi penitenti erano unanimi nel testimoniare il bene che operava.

«Il suo metodo era quello del maggior guadagno per le anime. Qualunque pena di coscienza, dopo una sua parola, scompariva... Le sue parole andavano al cuore... rianimavano e conducevano al bene... erano di guida e conforto... » (SALES, Beogr., 313- 314).

E quanto bene non compì dirigendo gli esercizi spirituali, sia per ecclesiastici che per laici, al Santuario di Sant' Ignazio!

Le sue predilezioni erano per le anime più bisognose, per cui convertire faceva uso delle più calde esortazioni e della intercessione dello zio San Cafasso.

Dedicò le cure più paterne agli scrupolosi; e volentieri correva al letto degli infermi a qualsiasi ora del giorno edella notte. Correva la fama che richiesto al capezzale dei peccatori più induriti, sempre riusciva a riconciliarli con Dio (Ibi, 320).

Ma le cure più delicate di confessore erano per i sacerdoti che venivano a Lui anche da altre diocesi, non solo per chiedergli una rinnovazione spirituale, ma più per godere della sua guida nella via della perfezione sacerdotale. «Ai- convittori parlava raramente, scrisse un augusto presule, ma al Convitto i sacerdoti tornavano per consultare il Superiore, venivano a prendere le direttive che davano luce alle situazioni più intricate e che soprattutto sostenevano nei primi passi del ministero » (Mons. Pinardi in SALES, Biogr., 324).

Parve che da Dio avesse avuto, come già S. G. Cafasso, una speciale missione per essere direttore di spirito e saggio consigliere (SALES, Biogr., 323). Nei monasteri della città, dove ebbe l'incarico di Superiore, e altri incarichi di direzione e consiglio, fece profondamente apprezzare la sua virtù, la illuminata prudenza, lo spirito di Dio.

Nel Seminario, nel Convitto Ecclesiastico, fra i giovani missionari e Suore missionarie fu il sapiente e paterno direttore di spirito.

La sua rara prudenza, 14 sua squisita affabilità, la sua perspicàcia, la profonda conoscenza del cuore umano unita ad una eccezionale conoscenza pratica degli affari e delle cose del mondo: tutte queste doti fecero dell'Allamano un consigliere ricercato da ogni classe di persone (SALES, Biogr., 328-329). « A lui ricorreva tutto il clero diocesano, dai parroci più anziani al più giovane dei sacerdoti. Venivano i laici dal più umile dei popolani fino ai Principi di Casa Reale... (Cappella e Baravalle, SALES, Biogr., 326). A lui ricorrevano per consiglio gli stessi Arcivescovi di Torino; come Mons. Riccardi e gli Eminentissimi Cardinali Richelmy e Gamba » (SALES, Biogr., 324).

 

Senza rumore

Fu dà quella umile cameretta al primo piano del Convitto che si diffondeva la sua luce: « L'Uomo segregato nel silenzio diffondeva potentemente la sua azione sull'Archidiocesi» (Ibi, 324).

Era una gelosa caratteristica del suo spirito di « non far rumore ». E' stata tanto più meravigliosa, perciò, la grandezza e la vastità dell'azione benefica svolta nelle anime da questo sacerdote umile e grande. Pure nel silenzio la sua grande anima sacerdotale per mezzo secolo si dedicò a formare i giovani le-riti agli ardui ministeri del sacerdozio, accompagnandoli e sostenendoli ateaverso alle difficoltà della vita, e comunicando loro quelle sante energie che ave fervevano nel suo cuore » (Card. Laurenti in SALES, Biogr., 492).

Anche questo ammirava il Papa 'io XI nella sua lettera: « In te, cui bare abbia lasciato erede del suo spiito l'illustre zio Giuseppe Cafasso, non ppena cominciasti l'esercizio del saro ministero ebbero i chierici del Seminario di Torino un sapiente maestro di pietà. Dal tempo poi in cui, rettore della Basilica della Consolata, assumesti la direzione dell'attiguo Convitto Ecclesiastico, è ammirabile quanto tu abbia lavorato, e quanto affaticato ti sia per arricchire di dottrina e di virtù i sacerdoti che quivi sono educati. Cosicché a centinaia e centinaia si contarlo i sacerdoti, tra i quali molti vescovi e arcivescovi, che godono di essere stati da te formati ad una vita degna di uomini ecclesiastici » (SALES, Biogr., p. 488).

 

II FONDATORE

« Tutto questo che abbiamo con lode menzionato, — continuava la lettera del Papa Pio XI nel 1923 — non bastava ancora al grande amore di cui tu ardi per le anime; ed ecco che nell' anno 1901 fondavi 1' Istituto dei Missionari, e nel 1910 quello delle Suore missionarie, entrambi denominati « della Consolata per le missioni estere » (SALES, Biogr., 488).

Le parole del Sommo Pontefice mettevano bene in risalto il movente della fondazione dei due istituti, l'esuberanza dello zelo sacerdotale dell'Allamano, un più largo sfogo per il grande amore di cui egli ardeva per le anime!

Nell'Allamano il Fondatore é una parte, un corollario, il complemento del sacerdote, complemento nello spazio, perché troppo angusti erano i confini dell'Archidiocesi e del Piemonte; complemento nel tempo, perché la fiamma del suo zelo per la gloria di Dio e per la glorificazione della Madonna era troppo ardente per spegnersi colla sua morte.

Anche il Card. Van Rossum, Prefetto di Propaganda Fide, scriveva allora al Servo di Dio:

« L' Istituto Missionario della Consolata rimarrà monumento perpetuo dello zelo sacerdotale, delle forze, energie e mezzi generosamente dati da lei alle sante missioni della Chiesa. (Per esso si verificherà la parola: « Defunctus adhuc loquitur, perché continuerà esso nel santo spirito del suo fondatore ad essere un drappello eletto di missionari e salvatori di anime »). (SALES, Biogr., pag. 490).

Ed il Prefetto della Congregazione dei Religiosi; il Card. Laurenti: « La cara Madre dal suo trono spinge più lungi il suo pietoso sguardo, e fu certo Essa ad ispirarle di lanciare i missionari della Consolata alla Redenzione del mondo » (Ibi, pag. 492).

Il Can. Allamano asseriva che ogni sacerdote è per ciò stesso missionario. Nella vocazione sacerdotale é implicita la vocazione per le missioni, né si richiede una chiamata specifica. Egli stesso sentì presto il problema missionario. Ma la risoluzione presa nel 1866, quando era appena chierico, di dedicarsi alle missioni entrando nel Collegio apostolico di Brignole Sale non poté realizzarla.

L'idea di una istituzione missionaria dovette nascere nella sua mente fin dai primi suoi anni di sacerdozio quando, direttore spirituale in Seminario, zelava fra i chierici lo spirito apostolico e l'interessamento per le opere missionarie. Nel 1885, da tre anni Rettore del Convitto Ecclesiastico già aveva esteso un primo progetto di scuola apostolica in cui preparare giovani sacerdoti aspiranti alle missioni e metterli a disposizione della S. C. de Propag. Fide.

Da uffa parte il suo zelo si accendeva alle scoperte che allora si andavano facendo di sempre nuovi paesi del continente africano, fin' allora ignoti al mondo e ignari della redenzione, ma già insidiati dall'Islam e dal protestantesimo, di popoli primitivi immersi nel paganesimo e devastati dalla tratta degli schiavi.

Dall'altra parte, nella sua posizione di educatore del giovane clero, incontrava sovente seminaristi, e giovani sacerdoti ardenti di zelo e di santo entusiasmo, bramosi di partire e dedicarsi alle missioni fra gli infedeli, e che tuttavia dovevano rinunciare alla impresa per mancanza di una istituzione missionaria adatta. Tutti deploravano che in una diocesi con clero numeroso come quella di Torino ed in una città feconda di tante istituzioni di carità, mancasse una istituzione regionale di sacerdoti dedicati unicamente alle Missioni alle quali potessero attendere tutti riuniti in una determinata località, in dipendenza di superiori proprii, ed avere così quel vicendevole incoraggiamento ed aiuto che mancano a persone disperse in diversi luoghi e sotto superiori estranei » (Lettera 5 apr. 1891, SALES, Biogr., 143).

Da queste sue stesse parole si potrebbe dedurre che la necessità era sentita dalle anime buone, dai sacerdoti zelanti, dalla opinione pubblica. E la posizione che occupava, le sue doti, le sue responsabilità, la sua larga influenza lo indicavano come la persona destinata da Dio ad eseguire il progetto. Non mancarono le persone autorevoli a far pressione presso di lui. Ed il germe della istituzione fermentava e cresceva nel suo cuore, rafforzato dalle difficoltà.

Il progetto primitivo si perfezionava, in modo che l'istituzione progettata non era più per una succursale di altre, ma un Istituto a sè, sia pure regionale, con superiori proprii e proprie missioni. Del nuovo progetto egli interessò confidenzialmente il Card. Prefetto della S. Congregazione di Prop. Fide nel 1891, e già allora era pronto il Regolamento che dava forma all'Istituto della Consolata per le missioni estere che veniva approvato nel 1901 e servì di base per le costituzioni definitive. (P. Merlo Pich, « Commem. XXVI anniv. », pag. 2).

Furono decenni di preghiera, di tormento, di ricerca della volontà di Dio. Allo stesso tempo furono anni di studio, sia per dare all'istituzione la forma organica più adatta, sia per elaborare i sistemi di apostolato che i suoi missionari avrebbero seguito. Si riferiscono già a questi anni le parole che egli scriveva poi presentando le Costituzioni: « Questo vi posso assicurare: che ogni singola regola, e non dubito di dire ogni parola, fu oggetto di serio studio, di lunghe considerazioni e specialmente di molte preghiere » (Ibidem). Ed in questo lavoro gli fu oltremodo prezioso l'aiuto del venerato suo cooperatore, Can. Giacomo Camisassa. Fu attentamente studiata la storia delle Missioni antiche e moderne, studiate le relazioni scritte dai. Missionari, viaggi di esploratori, costituzioni e regolamenti di tutti gli ordini e congregazioni missionarie, le direttive antiche e recenti della S. Sede riguardanti le Missioni, furono interrogati e consultati missionari reduci dalle missioni.

Nulla fu tralasciato che potesse essere utile ad elaborare nel suo insieme e in tutti i suoi particolari un piano di azione che anche umanamente parlando desse i migliori risultati per l'estensione del regno di Dio e della Chiesa (Ibidem, pag. 3).

Ma dopo tanti anni di preparazione, col tramonto del secolo parve tramontare anche il progetto elaborato con tante cure; é la grave malattia che porta il Can. Allamano in fin di vita.

« Andiamo in Paradiso! » risponde al saluto dell' Em.mo amico Card. Richelmy.
« Ma e la fondazione dell'Istituto? ».
« Ci penserà un altro! ».
« No, no, non morrai... e 1' Istituto devi fondarlo tu! » (SALES, Biogr., 154).

La guarigione venne a confermare le parole dell'Em.mo Arcivescovo. Poteva rimanere alcun dubbio sulla volontà di Dio in favore dell'opera?

Non vi fu più indugio. Il seguente settembre i 17 Vescovi del Piemonte, raccolti presso il Santuario, danno il voto unanime di approvazione e di alto encomio. Nel gennaio 1901 il Card. Richelmy firma il decreto di erezione canonica. Nel giugno si inaugura la Cappella della prima Casa Madre. Maggio 1902 partenza dei primi quattro missionari della Consolata per le terre d'Africa.

Il sogno era divenuto realtà: i Missionari della Consolata avevano piantato la croce sul margine della foresta dell'Aberdare fra i Kikuyu, ai suoi piedi avevano celebrato la prima Messa e cantato la prima lode della Consolata. Con quale tenera commozione dovette l'Allamano inginocchiarsi davanti alla dolce effigie del Santuario per dirle la sua gratitudine! Il suo gran cuore di sacerdote e di divoto di Maria era pago. E la volontà di Dio era stata portata a compimento.

Fu dinuovo per eseguire la volontà di. Dio che l'Allamano fondò l'Istituto delle Suore Missionarie.

«-Bisogna 'che voi stesso diate principio ad un Istituto di Suore Missionarie — gli diceva il Papa San' Pio X nel 1909 --. Avrete maggior numero di personale a vostra disposizione, e intanto l'uniformità di spirito potrà contribuire ad ottenere risultati anche maggiori » (SALES, Biogr. 204).

E così la festa di S. Francesco di Sales del 1910 vedeva nascere l'Istituto delle Suore Missionarie della Consolata.

Non seguiremo gli sviluppi ulteriori dei due Istituti verso la loro sistemazione definitiva; né il moltiplicarsi dei campi di apostolato; per accennare invece brevemente ad alcune caratteristiche volute dal Venerato Fondatore nel metodo di apostolato seguito dai suoi missionari.

Nella mente del Can. Allamano, alla base di tutto l'apostolato, stava la santificazione dei missionari (SALES, Biogr. p. 248). Quindi la sua prima preoccupazione e occupazione fu la formazione degli aspiranti missionari in patria, nella santità e nelle virtù apostoliche, mentre si educava la loro mente nella dottrina, nelle scienze ecclesiastiche e profane e nelle arti utili per le Missioni.

Una grande scuola alla santità missionaria furono le sue conferenze domenicali, che abbiamo la fortuna di avere, concentrate, nei due volumi della sua « Dottrina Spirituale ». Santità: quindi scrupolosa fedeltà alle pratiche di pietà. Niente eresia dell'azione! (SALES, Biogr., p. 250).

  • quindi spirito pratico dì obbedienza, virtù fondamentale per un qualsiasi proficuo e duraturo apostolato (Ibidem, 259);
  • quindi Unione dei cuori e carità vicendevole che rende possibile il lavoro organico (Ibidem, 261-262);
  • quindi Spirito apostolico, fatto di zelo ardente e prudente, di sacrificio e fortezza, di perseveranza nella vocazione (Ibidem, 263-265);
  • quindi Carità ed affetto per i « poveri figli africani » (Ibidem, 267).

 

Le disposizioni che egli nutriva verso gli africani derivavano soprattutto dal tenero amore che egli aveva per le loto anime redente dal Sangue di N. S. Gesù Cristo : che ridondava in amore per le povere persone, compassione per le loro miserie, ma grande rispetto per i loro costumi tradizionali e le tante tracce della legge naturale e divina che conservano. Quindi raccomandò fin dalle sue prime lettere ai missionari sul campo che si studiasse accuratamente la loro lingua ed i loro costumi, e si scrivessero e discutessero nelle Conferenze missionarie, per usare di quanto hanno di buono e correggere quanto vi è di difettoso (Regolamento 1901, IV, 14) - (Commem. XXVI, p. 3).

E nel trattare cogli africani sempre amore, sempre mansuetudine, mai il rigore e la punizione.

Alla caratteristica Organizzazione delle Missioni fin dall' inizio veniva dato particolare riconoscimento dalla Santa Sede in occasione dell'erezione del Kenya a missione indipendente nel 1905: « All' organizzazione e unità di azione nel lavoro sia spirituale che materiale venivano attribuiti, dopo che alla grazia di Dio, i risultati già ottenuti (Lettera 25 settembre 1905, SALES,, Biogr., 188-189): « I Missionari non devono lavorare singoli isolatamente facendo ognuno le proprie esperienze, i propri errori, soffrendo delle proprie manchevolezze, a detrimento del lavoro apostolico. Al contrario tutti i missionari, Sacerdoti, Coadiutori e Suore, lo stesso personale ausiliario indigeno, devono svolgere la loro attività in un organismo in cui ogni membro disimpegna le mansioni assegnategli dall'obbedienza secondo le particolari doti e qualità. Una organizzazione in cui ricevono il debito impulso tutte le forme di attività che conducono alla definitiva fondazione della Chiesa, in cui, mentre gli uni percorrono i villaggi per portarvi la parola di Dio, altri lavorano nella foresta e nei laboratori a preparare la costruzione delle abitazioni, delle chiese, delle scuole, altri preparano i catechisti e i maestri, altri formano le speranze del Clero indigeno, altri curano i. malati nei dispensari, altri formane nella scuola i futuri "leaders" del paese, altri istruiscono gli artigiani, altri attendono alla compilazione e stampa dei testi e dei libri di preghiere o di propaganda, mentre ancora altri attendono ai lavori agricoli per venire incontro alle necessità materiali.

Il Ven.mo Fondatore, nella lettera del 6 gennaio 1905 invitava i missionari a leggere nella lettera di S. Paolo il sua concetto del lavoro che dovevano svolgere in missione, nel « grazioso paragone delle varie membra del corpo umano e relative attribuzioni ». E aggiungeva: « Questo riflesso di essere tutti membra dì un corpo solo, e che ogni membro anche il meno nobile, concorre a formare la mirabile armonia del corpo umano, deve essere di particolare incoraggiamento ai fratelli quando sono applicati a lavori materiali. Essi ricordino sempre che anche questi loro lavori sono vere opere di apostolato in pro dei poveri infedeli, e che se fatte con fede é con impegno saranno premiate da Dio allo stessa modo delle opere spirituali.

Nella nostra organizzazione, missionaria è caratteristica la parte che vi assumono le Suore missionarie, le quali non solo vi tengono la direzione di opere centrali quali ospedali e scuole femminili, ma prendono parte diretta al funzionamento delle stazioni di missione alla formazione dei catecumeni, del le famiglie e delle comunità cristiane.

E che questo spirito di cooperazione animasse veramente i missionari del Kenya, dove per primo si constatavano i risultati del metodo, lo confermano anche estranei, e gli stessi missionari protestanti contemporanei.

Il Dr. Philp, di Tumutumu nel distretto di Nyeri, nel libro « A New Day in Kenya », scrive: « Esaminando il lavoro delle missioni cattolico-romane, si è colpiti dalla adattabilità della Chiesa Romana alle condizioni esistenti , e dalla unità di controllo. Nei metodi cattolici di lavoro missionario vi sono molti fattori che contribuiscono all' efficienza: l'opera missionaria della Chiesa Romana ha una unità e una forza che le molte divergenti denominazioni protestanti potranno mai sperare di avere ». E qui accenna anche al controllo unico della S. C. (le Prop. Fide. Parlando poi di attività agricole constata che furono un fallimento nelle mani delle missioni protestanti ed un successo per i missionari cattolici, grazie al lavoro anche diretto dei missionari europei: « Sia che viva in una cella monastica, sia che cucisca dei sacchi per il caffé, il missionario cattolico romano deve fare senza chiedere spiegazioni ciò che la Chiesa comanda ». Constatiamo che lo scrittore protestante aveva scoperto il segreto del successo. E continua: « Si deve pagare un tributo non solo ai sacerdoti colti, posti a capo delle missioni vicine alle stazioni governative e ai centri di civilizzazione, ma anche a quelle anime, forse meno istruite ma gentili (bontà sua!), che hanno occupato delle stazioni isolate nella riserva indigena.

Vivendo in piccole case di legno, più cubicoli che case, prive del lusso dei giornali e dei libri, eccetto i libri di devozione, e vivendo per lo più di cibi indigeni, essi hanno mostrato una magnifica devozione alla loro Madre Chiesa ».

Cogliamo l'occasione per rendere anche noi un tributo illimitato di ammirazione ai nostri primi missionari del Kenya: sacerdoti, coadiutori e suore.

Per essi, il sacrificio di sè per amore delle anime non era una parola vuota di senso, l'obbedienza era totale e la povertà eroica. E se gli estranei li ammirarono noi dobbiamo anche imitarli.

Altra caratteristica: l'Elevazione economica e sociale posta al servizio della propagazione della Fede.

Ecco le parole del Decretum Laudis del 1909 colle quali viene messo in risalto questo aspetto del metodo missionario: « Caratteristica di queste Missioni si è che i Missionari non si limitano a introdurre la religione, amministrare i sacramenti, raccogliere bambini abbandonati nelle selve ed averne cura nell'orfanotrofio, ma con . lo splendore della fede, portano a quei popoli la luce della civiltà, ammaestrandoli nell'agricoltura, allevamento del bestiame, esercizio delle arti più usuali, trasportati per questo Ball' Europa macchine ed utensili' di ultima invenzione » (SALES, Biogr.).

« Il vostro lavoro, scriveva il Fondatore nel 1910, deve essere illuminato riguardo al metodo da seguire... Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani; mostrare loro i benefici della civiltà per attirarli all'amore della fede : ameranno una religione che oltre la promessa dell'altra vita, li rende più felici su questa terra... Ecco il metodo vero per la conversione di tutto il bel Vicariato del Kenya » (Lettera 12 ottobre 1910, pag. 75-76).

E' il Vangelo sociale al servizio del Vangelo del Dogma. Non era una assoluta novità che il nostro Fondatore portava nell'attività missionaria. Egli stesso citava ai suoi missionari l'esempio del celebre P. Ricci... Ma le critiche e le discussioni di questo metodo erano tuttora vivaci nel mondo missionario, né i critici mancarono di prendere di mira i nostri missionari. « In passato,scriveva allora il Servo di Dio, alcuni si permisero di criticare il nostro metodo di evangelizzazione, quasi ci occupassimo troppo del materiale con pregiudizio del bene spirituale, si diceva che bisogna predicare e battezzare e non occuparci di altro » (Ibidem).

A molti degli stessi missionari a cui non sfuggivano i vantaggi di queste opere sussidiarie, mancava il coraggio di intraprenderle, perché importavano pesi rilevanti e preparazione specializzata per i missionari. Lo sviluppo delle opere scolastiche era ancora oggetto di controversia attraverso alle Missioni di Africa fino alla missione speciale del Card.

Hinsley nelle Colonie inglesi nel 1928. Ancora una decina d'anni prima il Vicario Apost. di Zanzibar scriveva sul giornale della Colonia che i missionari erano venuti a evangelizzare, non a fare scuola. Le missioni protestanti che nel Kenya, forti del sussidio governativo, si dedicarono presto all' insegnamento scolastico, ritenevano invece l'addestramento tecnico estraneo ai loro scopi.

...Can l'insegnamento, con l'esempio e con la persuasione, negli orti e campi sperimentali annessi a tutte le missioni e scuole, si misero i neri in grado di ricavare dai loro campi prodotti migliori e abbondanti per il mercato e l'esportazione. Si fece fiorire il commercio, organizzando cooperative, aumentando così le disponibilità di denaro. Dalle scuole sempre più numerose ed efficienti escono a centinaia ogni anno gli allievi abilitati a seguire un tirocinio specializzato ed esercitare delle professioni che faranno di loro dei benestanti, pur ridondando a beneficio del loro paese: capisquadra, impiegati, maestri, istruttori d'igiene, di agricoltura, di veterinaria, infermieri, poliziotti, impiegati alle poste, ai lavori pubblici, alle ferrovie, ecc...

Dalle scuole d'arte escono gli artigiani, capaci di costruire casette e attrezzi per elevare lo standard di vita del loro paese e di guadagnarsi dei buoni profitti, sia lavorando per conto proprio che al soldo dei coloni e del Governo: falegnami, muratori, fabbri, sarti, fornaciai, autisti, tipografi. Nelle scuole femminili si formano le infermiere, le maestre, le buone massaie, capaci di amministrare saggiamente la casa e allevare la famiglia sana e buona. Tutte queste attività non sono certo fine a se stesse, ma hanno dimostrato chiaramente quale mezzo efficace esse siano per l'evangelizzazione e il consolidamento delle conversioni.

Pure all' avanguardia erano le idee del Can. Allamano sulla preparazione e utilizzazione di quelle che potrebbero chiamarsi le truppe indigene, ossia del personale laico. « Tra i- mezzi più idonei stimava importantissima, necessaria l'opera dei catechisti alla cui formazione tutti dovevano cooperare: preparazione nella apposita scuola, conferenze giornaliere, suscitare il loro entusiasmo, indirizzarli e utilizzarli » (Lett. 23 dicembre 1907, in SALES, Biogr. 255). Era curioso nei primissimi anni constatare quanto lavoro facevano i catechisti che erano ancora giovanotti pagani. Era l'inizio dell'Azione Cattolica.

Si può dire che l'Allamano prevenisse i tempi e le direttive della S. Sede nel progetto del Seminario indigeno. Chi avrebbe pensato ad aprire un seminario quando appena si era incominciato le prime famiglie cristiane? E chi avrebbe pensato di poter accogliere seminaristi pur ancora da battezzare? E in tali circostanze, coll'incoraggiamento del Can. Allamano, Nyeri aprì il primo seminario che diede il frutto dei due primi sacerdoti nel 1927. E quanto progresso è stato fatto su questa linea nelle nostre diocesi missionarie di Africa.

Contemporaneamente al Clero Indigeno, si sono sviluppate e prosperano le istituzioni per religiosi laici e per Suore indigene, che rendono un prezioso contributo nell'insegnamento, nell'assistenza sanitaria e nel lavoro missionario in generale.

Infine, il Fondatore ha lasciato nell'Istituto una direttiva che garantisce per i missionari un aggiornamento di metodi che non sarà mai lasciato indietro anche in futuro.

L'art. 53 delle nostre Costituzioni prescrive: «I missionari sono soggetti al Romani Pontefice… professano piena sottomissione e devozione alla S. Congregazione di Propaganda Fide, perciò si fanno sempre uno stretto dovere non solo di osservarne le prescrizione, ma di uniformarsi allo spirito all'indirizzo in qualsiasi modo manifestati».

Seguendo questa direttiva, i nostri metodi di apostolato saranno sempre aggiornati, sicuri ed ortodossi, e saranno benedetti da Dio.

 

Termino.

Il Card Van Rossum, allora Prefetto di Propaganda Fide, volle predire al Servo di Dio, Can Giuseppe Allamano, nel suo Giubileo che il nostro Istituto « continuerà nel santo spirito del suo Fondatore ad essere un drappello di missionari e missionarie e salvatore d'anime» ( SALES, Biogr. Pag, 490).

Continuare nel santo spirito del Fondatore èil nostro dovere, perché l'Istituto possa sempre essere una gloria ed onore; ed è l'augurio, l'esortazione che dobbiamo ripeterci ogni anno in questa ricorrenza.

A voi giovani: ricevete la fiaccola; mantenete la pura e ardente!