
Ricordi di P. Michele Bruno IMC ai Novizi della Certosa di Pesio 16 febbraio 1963
P. Michele Bruno IMC (1891-1965), proveniente da Mondovì Breo, fu accolto dal Fondatore nel 1911. Dovette interrompere gli studi per essere stato chiamato sotto le armi durante la prima guerra mondiale. Ordinato sacerdote nel 1920, nello stesso anno partì per le missioni del Gimma (Etiopia), dove curò con particolare impegno l'orfanotrofio, il ricovero degli anziani e il convento delle Ancelle della Consolata.
Nel 1942 fu internato in Sud Africa a causa della seconda guerra mondiale, dove rimase solo un anno. Nel 1943 rimpatriò definitivamente. Il resto della sua vita lo trascorse in Italia, impegnato in differenti attività in diverse case dell'Istituto. Missionario coerente e generoso, era dotato di un carattere felice, non alieno da battute argute e lepide, che rendevano gradita la sua compagnia.
Qui pubblichiamo la commemorazione, che chiamò semplicemente “Ricordi”, tenuta alla comunità dei novizi in Certosa di Pesio, il 16 febbraio 1963.
Qualcuno di voi mi ha domandato : Lei ha conosciuto il nostro Fondatore : ci dica : era proprio sempre serio come lo rappresenta il suo ritratto (opera di un pittore dilettante) esposto qui in Noviziato? Dovrei rispondere con un distinguo : secondo il tempo e le circostanze. Sempre però ho conosciuto un padre.
Tale lo sentii fin dal primo incontro, e tanto più quel giorno del 1926 quando Mons. Barlassina, arrivando alla mia missione di Comto con un gruppo di Suore, mi chiamò in disparte e con un nodo alla gola e gli occhi pieni di pianto, mi comunicava che il nostro amato Padre era partito per andare a ricevere il premio della sua impareggiabile carità. Era mancato il Padre che ci amava tanto, da dircelo con delle espressioni sovranamente patetiche, come quelle scritte nella « Vita Spirituale » : « Uno che vi abbia amato più di me credo che non lo troverete mai » e in altro argomento, queste altre parole che son quasi la necessaria conseguenza delle prime : « Confidenza con i superiori: aprite loro il cuore con umiltà e semplicità; che i sentimenti del vostro cuore scorrano come acqua davanti al superiore ».
Non vi pare che tutto ciò rappresenti uno smagliante programma di sana educazione, un invito alla bontà, un irresistibile incoraggiamento al bene? Appunto su questo cercherò di dirvi qualche cosa, con alcuni episodi personali.
COME CONOBBI IL SERVO DI DIO GIUSEPPE ALLAMANO
Molti dei miei compagni del Seminario di Mondovì avevano sentito la vocazione missionaria, e saggiamente guidati da quella mente illuminata di vero spirito evangelico che fu Mons. Andrea Airaldi allora direttore delle Scuole apostoliche presso il santuario di Mondovì, erano entrati in questo o quell'istituto missionario italiano od estero. Un buon numero di quelli più vicini a me di corso erano entrati nell'Istituto della Consolata di recente fondazione. Il nostro Direttore, che poi seppi da lui stesso essere figlio spirituale del nostro Fondatore, faceva leggere in refettorio vari periodici missionari. Non ricordo bene se leggessimo anche « La Consolata » che serviva anche di propaganda per l'Istituto, e cominciava a pubblicare relazioni dall'Africa.
Ebbi invece interessanti ragguagli sull'Istituto e sulla sua vita da qualcuno di quei compagni che, in occasione di visite in famiglia, venivano a trovarci, e mi edificavano col devoto contegno in chiesa. Ci raccontavano del paterno trattamento dei superiori, della intima fraternità tra confratelli e massima cordialità dei maggiori verso i nuovi entrati, e cose del genere che ci riempivano di entusiasmo. Erano poi venuti in visita al Piccolo Seminario alcuni Padri reduci dalle missioni, vestiti di bianco, con barbe maiuscole : capirete che fermento !
Per giunta, durante le vacanze di quell'anno di terza ginnasio, una signora mi parlò con tanta venerazione del canonico Allamano, e mi diede a leggere un numero del bollettino del « La Consolata » che riportava la relazione della prima spedizione dell'Istituto per le missioni.
Descriveva il viaggio dei primi quattro missionari, il loro arrivo a Nairobi e incontro col re dei Kikuyu, Karoli.
Non ci mancava altro per spingermi a bruciare le tappe. In breve il Rettore è pregato di presentare al superiore dell'Istituto la domanda di ammissione. Il canonico Allamano risponde con l'invito di presentarmi a Torino il primo di Agosto. Era il mio primo viaggio in treno, primo viaggio a Torino. Avevo 19 anni ma non avevo esperienza. Dalla stazione in tram alla allora barriera di Francia, alla via di circonvallazione, ora corso Ferrucci. Di là fui reindirizzato al santuario della Consolata, e di là il can. Cappella mi fece proseguire per il duomo dove il canonico Allamano si trovava per la recita delle ore canoniche. In sacrestia mi fu detto che lo avrei riconosciuto facilmente per una spalla un po' inclinata. Proprio come me lo era immaginato, sapendolo nipote di S. Cafasso di cui Mons. Airaldi ci aveva data un'immagine.
Mentre osservo i venerandi canonici a passare, uno di essi mi avvicina e con amabile cortesia mi chiede : « Sei tu il chierico di Mondovì? Vieni, vieni, siedi, bravo ! Come stai? Hai fatto buon viaggio? I tuoi genitori stanno bene? » e tante cose simili che mi riempivano di contentezza e mi ispiravano confidenza. Degli studi fatti e di altri particolari a mio riguardo era già informato ; perciò nessun cenno. Mi domandò invece « Hai mai avuto mal di capo? ». Alla mia risposta negativa soggiunse : « Io, vedi, ne soffro molto ».
Una confidenza vale una vita vissuta. Che cosa poteva ancora frapporsi tra il mio spirito e il cuore di colui che mi parlava e si apriva con me, fino a farmi partecipe delle sue pene? Nel suo sguardo potevo leggere quel tormento. In seguito avrei poi saputo come era crudelmente vero ciò che mi confidava: soffriva di grave emicrania, causatagli da una grave emorragia avuta in seminario con conseguente anemia.
Concluse dicendo che fin d'allora mi accettava nell'Istituto, ma mi consigliava a continuare gli studi a Mondovì, terminando la. V ginnasiale prima di entrare. Accennando io alla imminente mia chiamata per il servizio militare, mi rassicurò che si sarebbero fatte le pratiche per la dilazione, a motivo di missione.
Vedendo che usavo gli occhiali, mi diede un biglietto di presentazione ad un oculista di sua fiducia per una visita, e si offrì d'accompagnarmi per un tratto di strada. Mentre io mi industriavo per cedergli la destra, mi sentii infilare dolcemente la mano sotto il braccio sinistro, e poi mi fece camminare sul marciapiede, mentre egli stava dalla parte del traffico. Potete immaginare la mia confusione: un giovane chierico a braccetto con un venerando canonico conosciutissimo in tutta la città!
COME IN UNA VERA FAMIGLIA
Il metodo del Padre si comunicava ai figli. Per questo ogni nuovo aspirante che metteva piede nell'Istituto riceveva l'impressione di entrare in una vera famiglia. Superiori e confratelli andavano a gara per rendere piacevole l'accoglienza al postulante, dandogli il più cortese benvenuto. Questi si sentiva subito a suo agio, ed era profondamente impressionato vedendo un superiore, un confratello sacerdote venirgli sorridente incontro, aiutarlo con il bagaglio, servirlo a tavola, preparargli il letto, informarsi cortesemente degli eventuali bisogni, fornirgli tutte le informazioni occorrenti.
I superiori della casa davano presto al nuovo venuto la sensazione di essere un loro cooperatore, affidandogli un piccolo incarico, una prima responsabilità con gli opportuni consigli perché la notasse disimpegnare con cognizione di causa.
Egli non poteva far a meno di collegare questo trattamento dei confratelli con l'impressione ricevuta nel primo incontro con il Fondatore, e scorgerne l'origine.
Una prova che questo spirito dei confratelli derivava dal Padre Fondatore la ebbi un mese dopo la mia entrata, al ritorno dalle prime vacanze estive trascorse con la comunità presso il santuario di S. Ignazio di Lanzo Torinese. In Casa madre si dovevano preparare i posti per i postulanti che sarebbero entrati nei prossimi giorni.
Al mio arrivo in Casa Madre si era appena una ventina, superiori compresi. Ma in quell'anno, 1911, entrò un bel gruppetto di giovani dai quali si formarono le solide colonne dell'Istituto, alcuni dei quali sono già passati al premio, altri conoscete dall'elenco delle ricorrenze giubilaci. Mentre fervevano i lavori per la sistemazione della casa, il Fondatore venne a trovarci, e radunatici sotto lo spazioso porticato, ci tenne una lunga conferenza, piena di utili ammaestramenti ed esortazioni sul modo di accogliere le nuove reclute. Voleva che il nuovo venuto, giovane o anziano che fosse, avesse subito la gradevole sensazione di trovarsi in famiglia, nella quale regna l'amore e la concordia più schietta.
« La nostra casa ― diceva ― è la casa dell'Amore (Deus caritas est); dovete dimostrare che vi state per amore e non per forza ». Tale lo spirito del Padre, lo spirito dell'Istituto. I figli dell'Allamano dovevano volersi bene e dimostrarlo con la pratica. Egli ci dirà : « Bisogna aiutarci a vicenda, usarci ogni tanto qualche gentilezza, usare certe industrie che la carità sa trovare. Non dobbiamo essere come tante statue piantate in modo che una non tocca l'altra ». E soggiungeva : « Quando si vede un compagno che non sta bene, subito offrirgli i propri servizi, domandargli se ne ha già parlato con i superiori ecc. ». Poche parole ma incisive che si imprimevano nell'animo dei figli li rendeva premurosi di metterle in pratica.
Per conseguenza dalla nostra comunità dovevano stare ben lontane le discordie, i malumori, i sentimenti di invidia e di gelosia. Di malintesi ne potevano sorgere, sono forse inevitabili ; ma la buona volontà e la bontà di cuore di ciascuno dovevano eliminarli al più presto e ristabilire la cordialità e la serenità.
Riferendosi alle critiche che si sentono talora nel mondo riguardo alla vita delle comunità religiose, diceva :
« Qui tutto dev'essere amore, da smentire il detto del mondo: che i religiosi si incontrano senza conoscersi, vivono senza amarsi e muoiono senza piangersi. Tutte le cose contrarie alla carità, anche piccole, devono evitarsi: parole pungenti, mormorazioni, lamentele contro i superiori, mancanze di civiltà e di rispetto vicendevole ». E concludeva : « La mancanza di carità rende penosa la vita al corpo e allo spirito, ed espone a tentazioni che non si trovano neppure nel mondo ». Parlava la parola dell'esperienza ed aveva ragione.
CORDIALI INCONTRI
L'impressione di affetto e di affabilità che ebbi nel mio primo incontro con il Servo di Dio Giuseppe Allamano, non solo non fu mai smentita, anzi crebbe. fu confermata durante tutto il tempo che ebbi la fortuna di passare con lui, prima della mia partenza per l'Africa, sia per esperienza personale che quella di altri: tale era la sua indole, il suo cuore, che si manifestava nei suoi contatti con i suoi figli, sia individualmente che in comunità.
Egli amava trovarsi in mezzo a noi il più frequente possibile, compatibilmente alle sue molteplici cure, per formarci alle virtù religiose ed apostoliche, e per darci modo di avvicinarlo con libertà e confidenza.
Come sapete, egli risiedeva presso il santuario della Consolata di cui era rettore. Però ci faceva frequenti visite, abitualmente due volte la settimana ; ed :allora tutti potevano andare a parargli in camera od avvicinarlo nei passaggi, ed esporgli i propri problemi. Ognuno poi poteva sempre recarsi da lui nel suo ufficio alla Consolata, dove si aveva sempre accesso libero con precedenza su altre persone che fossero in attesa di parlargli. Ci accoglieva amabilmente, ci introduceva, ci faceva sedere comodamente vicino a lui, ci stringeva affettuosamente la mano fra quelle sue diafane, trasmettendoci quasi un dolce effluvio di spiritualità e un invito alla confidenza. Ascoltava paternamente i nostri desideri, le nostre confidenze, le nostre pene. Non solo; ma per incoraggiarci e quasi sollecitare la nostra confidenza, ci manifestava le pene che lo facevano soffrire : « Dimmi un po' : perché il tale non viene più a parlarmi, anzi mi sfugge? Eppure non ricordo di avergli fatto nessun torto ». Tutt'altro ! Siccome l'interessato portava il pretesto di dover venire in aiuto ai suoi genitori, il buon Padre si era detto disposto a fare qualunque sacrificio, pur di salvare la sua vocazione in pericolo.
Un giorno il Padre Fondatore incontra nell'ora della passeggiata un chierico con il testo di Teologia dogmatica in mano, nei corridoi della casa estiva, e gli domanda : « Come va? Perché non sei andato a passeggio con gli altri? Non ti senti bene? ». Il chierico spiega che, dovendo prepararsi a dare degli esami straordinari per ricuperare il tempo perduto durante il servizio militare in guerra, aveva chiesto di fermarsi a casa. Il Padre lo invita nella sua cameretta, lo fa accomodare accanto a sè, e stringendogli affabilmente le mani, gli domanda : « Hai forse qualcosa che ti preoccupa? ».
Il figlio lo rassicura, agitato dalla commozione. Ed egli lo intrattiene in amabile conversazione.
LA CARITÀ FRATERNA IN COMUNITÀ
Ciò formerà oggetto di profonde riflessioni, di accorate esortazioni nelle sue prossime conferenze sulla carità fraterna e sullo spirito di corpo : « Che cosa è una comunità senza la carità fraterna? Un Purgatorio, anzi un inferno anticipato. Sarebbe meglio essere in una prigione dove si soffrirà materialmente ma non spiritualmente, od almeno non offesi da coloro che ci son cari e con i quali si deve passare tutta la vita... Tante volte noi crediamo di avere la carità e non ne abbiamo che la finzione. Vogliamo andare in Africa tutti fuoco per salvare le anime, e non siamo capaci di sopportare un'inezia ».
Il Padre Fondatore partecipava volentieri alle nostre accademie nelle solennità dell'Istituto, e non è a dire quanto noi godessimo nel vederlo partecipare tutto comprensivo e condiscendente alla nostra allegria.
Ogni domenica e nelle feste principali dell'anno liturgico, possibilmente ci teneva la conferenza ascetica. La materia trattata in questi sublimi colloqui è stata accuratamente raccolta, e noi magistralmente ordinata dal nostro P. Sales. Era sempre un graditissimo regalo ; era un'ora attesa da tutti, in cui ci era dato di contemplare a nostro agio le amabili sembianze e ascoltare le ispirate parole del venerato Padre. Tutti si pendeva dal suo labbro e si ascoltava le espressioni del suo cuore amoroso, pieno di santa premura per la formazione di noi suoi figli fortunati.
Non era raro il caso in cui intavolava un dialogo per animare la nostra conversazione e darci modo di esprimere le nostre opinioni su argomenti che interessavano la nostra formazione o su fatti correnti. Ascoltava, approvava o correggeva secondo i casi, sempre con deferenza e amabilità.
Durante la Quaresima i chierici in sacris recitavano o leggevano un commento in inglese sulla epistola del giorno. Il Padre non sapeva l'inglese ; tuttavia ascoltava con attenta compiacenza anche quando l'oratore non era tanto felice; e non mancava mai di incoraggiare.
Dopo la conferenza, che secondo la stagione si teneva nel salone, sotto il porticato o in un angolo del cortile, uno di noi andava ad accompagnarlo fino alla fermata del tram in Corso Francia. Quello era il turno più ambito, perché in quel breve tragitto, troppo breve, il Padre era completamente a disposizione del fortunato compagno, che aveva modo di parlargli con tutta libertà e confidenza.
So di un novizio, alle prese con le immancabili preoccupazioni, ansietà e problemi della vocazione, che approfittò di quella occasione per vuotare il sacco. E la parola di assicurazione venne pronta: « Sì, sì, ho capito : non temere, la Consolata ci penserà. Il campo è lungo e largo, c'è posto per tutti ; si troverà anche per te il posto adatto dove ti troverai tranquillo, libero dalle preoccupazioni che ora ti affliggono ».
Dopo il noviziato, attraverso tutto il curricolo degli studi, con l'aggiunta di quattro anni di guerra, fino all'Ordinazione sacerdotale, quel novizio attese il compimento della promessa. Ebbene,. due mesi dopo l'Ordinazione, il Padre lo incontra per lo scalone di Casa madre e gli chiede : « Ebbene, come stai? Sei allegro? Vieni un momento con me ». Nell'ufficio dell'economo gli dice : « Abbiamo pensato di mandarti subito in missione : in quella tal missione, con il tal superiore : Sei contento? ». Come non esserlo nel constatare che il Padre non lo aveva deluso, non ostante i tanti anni e le tante vicende passate?
Con tante prove di bontà che ci dava, non era possibile negargli qualsiasi confidenza, anche la più riservata e gelosa, e non avere il cuore in pace, nella certezza di essere pienamente compresi.
NELLE VACANZE ESTIVE
Ho già accennato alle vacanze che passavamo al santuario di S. Ignazio, sopra Lanzo. Questa villeggiatura in luogo così salubre ed ameno era un favore che egli ci procurava, come rettore della Consolata e superiore di quella casa per esercizi. Naturalmente egli non poteva trascorrere con noi lassù tutto il tempo delle vacanze ; ma quando veniva a trovarci era una cara festa per tutti. Spesso ci accompagnava nelle passeggiate più brevi, alla visita di un pilone, di una cappelletta, o ad una fontana fresca al rezzo dei castagni. Qualche volta si spingeva fino ai primi balzi delle montagne. Durante le fermate, ciascuno attendeva alle occupazioni di suo gradimento : esercizio di lingue estere, del Kikuyu o Kiswahili, letture amene e dei paesi di missione. I giovani dilettanti d'arte si sbizzarrivano a ritrarre soggetti di natura viva o morta, qualche semplice scena di pastorizia, i dirupi o le cime nevose. Il buon Padre esaminava i capolavori, ne faceva gli elogi e le osservazioni del caso e incoraggiava gli artisti, parlando dell'utilità della loro arte in paese di missione.
Durante queste passeggiate, spesso ci sedevamo all'ombra nei boschetti attorno al Padre che ci intratteneva con saggi ragionamenti e riflessioni tratte dalla natura dei luoghi, dalla maestosità delle Alpi ; oppure prendeva lo spunto da fatti ed episodi avvenuti, da quanto poteva tornare utile ed istruttivo per la nostra futura vita di apostolato.
NELLA VILLA DI RIVOLI
Durante l'anno scolastico ogni mercoledì, tempo permettendo, aveva luogo la passeggiata fino a Rivoli dove si faceva sosta nella villa ereditata da Monsignor Demichelis. Là si passava una buona parte della giornata, facendovi anche le pratiche di pietà nella devota Cappelletta. Quando il Servo di Dio vi si trovava a prendere un po' di riposo, per noi era gran festa. Allora si rinunciava volentieri a fare escursioni nei dintorni della valle di Susa, per poter godere della sua gradita compagnia.
Radunati attorno a lui all'ombra del gran cedro tuttora esistente, sotto lo sguardo amabile della Vergine Consolata che pareva benedire a quella famiglia stretta attorno al Padre, ascoltavamo attenti le sue parole. Ci raccontava la storia dei primi tempi della fondazione, ci parlava con ammirazione degli insigni benefattori che raccomandava alla nostra riconoscenza e alle nostre preghiere. Le ore passavano veloci, e con rincrescimento ci decidevamo a lasciarlo per far ritorno a Torino.
Il Padre Fondatore conosceva le necessità dei giovani ; non ignorava, da buon educatore, l'utilità, anzi la necessità dello svago sano e tempestivo, valido apporto ad una sana educazione fisica, morale e spirituale. Perciò, oltre al moto e giochi quotidiani, favoriva le escursioni alpine, con eventuale pernottamento nelle baite montane o in qualche villaggio in prossimità delle quote più elevate, e desiderava che tutti vi partecipassero. Essi potevano così temprarsi per le fatiche più aspre che li attendevano nelle missioni africane.
Quante volte, sapendo che i suoi figli avevano in programma per il domani una di queste gite più lunghe, si alzava di notte per scrutare il tempo, e per intercedere, dalla Stella del mattino, il sereno per i suoi pellegrini ! Possibilmente veniva a trovarci in refettorio mentre sorbivamo una tazza di caffè prima della partenza, per augurarci buona fortuna e buon divertimento. Sempre poi ci attendeva di ritorno sullo spiazzo davanti al santuario, per sentire e constatare il buon esito della passeggiata, interessandosi delle condizioni di ciascuno.
CON I MISSIONARI MILITARI
La guerra 1915-18 gli diede modo di dimostrare la bontà del suo cuore paterno in tanti modi verso di noi in servizio militare. Pieno di premura, ogni tanto ci faceva giungere un sussidio da Casa madre per le nostre spese minute. Si sa che allora il soldo militare era ridicolo. Egli non voleva che i suoi figli avessero da vergognarsi davanti ai loro commilitoni, o da soffrire disagi non necessari.
Orbene, avendo già ricevuto aiuti sufficienti dai parenti, qualcuno pensò di rimandare a Casa madre l'importo che gli era stato spedito. Saputolo il Padre, appena ne ebbe occasione lo rimproverò, dicendo che poteva piuttosto farne parte a qualche confratello che ne avesse più bisogno, perché le necessità non sono uguali per tutte le costituzioni e in tutte le circostanze.
Al sentire quanto paternamente ci parlava, pareva di sentire 1' Apostolo 'che disse ai neofiti: « Filiali miei quos iterum parturio, donec formetur Christus in vobis » (Gal. 4 ,19) e quelle altre parole: « Vos estis gloria nostra et gaudium » (Phil. 4, 1).
CONFIDENZA NEI SUPERIORI
L'amabilità, l'affetto paterno che ci dimostrava il Padre Fondatore attirava irresistibilmente la nostra confidenza verso di lui e l'apertura di cuore. Questa apertura di cuore verso i superiori egli raccomandava vivamente nei suoi suggerimenti spirituali :
« Ai superiori aprite il cuore con umiltà e semplicità: i sentimenti del vostro cuore scorrano davanti ai superiori come acqua... Il demonio desiste perfino dal tentare coloro che hanno l'abitudine di aprirsi con il superiore. Nessuno si è mai pentito di essere stato aperto e schietto con il superiore... Siate sinceri per essere certi della vostra vocazione e non sbagliare in cosa di tanta importanza, e perdere tempo ».
A favorire e facilitare quest'apertura, egli ci chiedeva, in occasione del suo onomastico, la lettera confidenziale. Dopo la conferenza settimanale, raccoglieva dalle mani dei singoli le busticine che ciascuno deponeva in un'ampia busta che egli teneva aperta in mano, e che egli poneva poi sull'altare durante la celebrazione della sua Messa il mattino seguente. Poi con calma le leggevi una ad una, per restituircele personalmente in una prossima visita, con annotazioni, suggerimenti e la sua benedizione.
Certe volte rispondeva alle letterine con una semplice frase di incoraggiamento ; frase che talvolta scriveva in calce ad un' immaginetta della Consolata, facile a conservare, rileggere e meditare. Brevi parole che però dicevano molto. Per esempio: « Ho capito. Sta tranquillo. Ti benedico ». L'affetto che egli nutriva per noi voleva che regnasse anche tra di noi.
Con la benedizione di Dio e la protezione della SS. Consolata, la comunità andava aumentando di anno in anno. Giovanetti ginnasiali affluivano al Piccolo Seminario S. Paolo. Seminaristi dai vari seminari del Piemonte ed ottimi elementi del clero, giovanotti già avviati al lavoro venivano attratti dall'ideale missionario, fiduciosi di essere di valido aiuto all'evangelizzazione dell'Africa. Orbene il proverbio dice : Tante teste, tante idee. Così anche nella comunità esisteva diversità di pareri, di opinioni, di progetti e... causava diversità di umori. Un giorno però in un gruppo, la diversità di opinione su di un certo progetto accese gli animi... si parlò di precedenza... la discussione oltrepassò i limiti : come conseguenza qualcuno uscì dall'Istituto. « Ipsi non erant de numero virorum illorum per quos sales facta est in Israel » (1 Mac. 5, 62).
Sono prove inevitabili nelle opere di Dio ; ma questo fu un colpo doloroso al cuore del Padre amoroso, che lo fece penare per molto tempo. In una delle prossime conferenze dirà con ferma e risoluta schiettezza : « Via le dispute, anche teologiche, troppo accese! Nessuno creda di essere il solo in possesso della verità, il che è superbia che potrebbe indurlo a combattere anche nel torto...
Siate tutti fratelli, che dovrete vivere insieme per tutta la vita. Per la carità fraterna, non si deve pretendere che gli altri non abbiano difetti: emendiamo i nostri e sopportiamo quelli degli altri...
L' altra cosa che dobbiamo considerare è il perdono delle ingiurie. Non parlo di cose gravi, ma di una parola un po' offensiva, di un tratto non riguardoso... Si può dissentire dai compagni, ma non offendersi, non serbare il broncio per certe miserie. Dice taluno che gli occorre del tempo per mettersi a posto : perdi tante grazie che Dio ti concederebbe, se fossi più generoso ! ».
E aggiungeva, sempre più persuasivo: « Guai al missionario che, tenace nel proprio giudizio, non sa rinunziare alle proprie viste, per accettare cordialmente quelle dei compagni. Una falsa stima di se stessi fa credere a taluni di vedere meglio e di avere più zelo dei confratelli ».
Ecco come ci educava il Padre Fondatore, come ci preparava alla vita apostolica, approfittando di tutte le occasioni per instillarci il vero zelo apostolico, nutrito della carità, sempre generosa, mai finta.
Non posso terminare, senza riferire, con commossa riconoscenza, un tratto della bontà paterna del Servo di Dio Giuseppe Allamano verso di me usatomi recentemente, con la sua intercessione. Infatti se oggi sono in grado di leggervi questi ricordi, lo debbo ad un segnalatissimo regalo del Padre Fondatore.
Come qualcuno di voi saprà, durante la cura dei miei occhi, mi trovai in gravissimo pericolo di perdere del tutto la vista, per un glaucoma prodotto da emorragia in seguito ad un intervento sugli occhi. Dei medici mi dichiararono impossibile la guarigione.
Mi rivolsi con la preghiera a lui che mi conosceva assai bene, ed il pericolo fu scongiurato. Gli stessi medici, per non chiamarlo miracolo, lo dichiararono : una grandissima fortuna.
Dopo quanto abbiamo imparato dalla sua voce e dai suoi esempi, possiamo applicare al nostro Padre l'elogio che fa lo Spirito Santo dei santi Fondatori : « Hi viri misericordiae sunt, quorum pietates non defuerunt » (Eccli. 44, 10). Nomen eorum manet in aeternum » (Eccli. 46, 15). Ma dobbiamo cercare di meritare di essere qualificati con tutta verità: « Haereditas sancta nepotes eorum » (Eccli. 44, 12).
Il Signore ci conceda di poter presto rivolgere al nostro Padre il tributo di riconoscente affetto, unendoci nella preghiera e nella lode alla Chiesa che canta: « Mirabilis Deus in sanctis suis » (Ps. 67, 36).