
P. Giovanni Piovano IMC (1902-1984), da Cambiano (Torino), fu accolto nell'Istituto nel 1919 dal Fondatore stesso. Compiuti gli studi regolari, venne ordinato sacerdote nel 1925. Svolse diversi servizi nelle case dell'Istituto in Italia: insegnante, superiore, rettore della Chiesa pubblica a Torino. Fu consigliere Generale durante la Visita Apostolica con mons. Luca Pasetto (1929-1933) e durante il primo periodo del superiorato di p. Gaudenzio Barlassina (1933-1939). Infine, segretario generale per ben 30 anni, dal 1939 fino al 1969.
Missionario intelligente e dal cuore grande come il mondo, coltivò personalmente e con grande profitto lo studio di scienze umane e sacre. In particolare fu esperto di botanica e di diritto canonico. Fu vivace cultore di storia locale con particolare riguardo alla “onomastica”, o scienza dei nomi. Fu collaboratore apprezzato di molte riviste scientifiche e ricevette onorificenze da parte di Società e Associazioni italiane e internazionali.
Amò l'Allamano e contribuì in modo notevole e disinteressato alla conoscenza della sua poliedrica personalità con ricerche prolungate e pazienti in diversi archivi. Qui pubblichiamo la Commemorazione che tenne a Torino, nel 40° anniversario della morte del Fondatore, il 16 febbraio 1966.
« Quelli che saranno stati saggi, rifulgeranno come lo splendore del firmamento, e quelli che insegnano a molti la giustizia saranno come stelle nell'eternità senza fine ». (Dan. X, 3)
Da parecchi anni desideravo affrontare la soluzione riguardante le relazioni tra il nostro Fondatore Servo di Dio Giuseppe Allamano e San Giovanni Bosco. Volevo conoscere cioè che cosa pensasse il discepolo del suo Maestro, Confessore e Direttore Spirituale: se il suo comportamento verso di lui fosse sempre stato costante e rettilineo, anche quando l'arcivescovo di Torino, Mons. Lorenzo Gastaldi, aveva preso posizione contro di lui; e come lo venerasse dopo morte.
Finalmente la Provvidenza mi mise in grado di scoprire un documento che testimonia la grande carità con cui erano legati i due cittadini Castelnovesi. Vi si constata l'identità degli ideali e dei principii caratteristici della loro spiritualità. Inoltre, fatto importantissimo per la storia del nostro istituto, dimostra che San Giovanni Bosco, prima di morire, conobbe dall'Allamano il progetto della fondazione dei Missionari della Consolata, per i quali promise il suo interessamento.
Il primo biografo (1) del Canonico Allamano riassunse con una cinquantina di righe le relazioni tra il Santo ed il Servo di Dio; d'ora innanzi, nella storia dell' Istituto Missioni Consolata, queste relazioni costituiranno un capitolo di singolare valore.
Il documento, da cui ho attinto il materiale che andrò esponendo, è l'originale del Processo Apostolico sulla vita, virtù e miracoli del Venerabile D. Giovanni Bosco, svoltosi a Torino negli anni 1916 e 1917: processo in cui il Canonico Allamano fu chiamato e depose come teste d'ufficio.
In questo processo, il Canonico Alla-mano non espresse i suoi pensieri ed i suoi giùdizi su Don Bosco in modo vago, generico, superficiale; li espose a norma di legge, senza retorica, dando i motivi delle sue asserzioni, confermandole col giuramento. Possiamo perciò essere sicuri di queste deposizioni, siano pur scarne e senza fronzoli, comunicate a chi gliele chiedeva in nome della Chiesa. Egli era compreso della grande responsabilità che s'era assunto davanti a Dio ed agli uomini, e davanti alla storia.
La deposizione del Servo di Dio --- che a sua volta attende il Processo Apostolico — dovettero essere di sommo interesse per la Causa di S. Giovanni Bosco: un figlio prediletto non poteva parlare meglio di suo Padre.
Premetto alcune osservazioni sui processi di beatificazione e canonizzazione dei Servi di Dio.
Prima della beatificazione di un Servo di Dio, si svolgono due processi: uno detto ordinario o informativo che viene istruito presso l'Ordinario del luogo ove morì il Servo di Dio; l'altro detto apostolico, perché viene istruito nella Curia diocesana per delega della Santa Sede, dopo che il processo informativo fu esaminato e discusso presso la S. C. dei Riti. La procedura è regolata dal Codice del Diritto Canonico (2), e da Norme destinate ai Postulatori delle Cause (3).
Davanti al tribunale appositamente eletto dall'Ordinario per il processo informativo, dal Papa per quello apostolico, i testi sono chiamati a deporre, rispondendo ad un numero di articoli, preparati dal Postulatore della Causa. Questi articoli devono dare una visione completa della vita, virtù e miracoli del Servo di Dio. Tratteranno della nascita, della famiglia, della fanciullezza, degli studi, dei compagni, della formazione religiosa e civile; in modo particolare delle virtù che deve aver esercitato in grado eroico. Devono trattare della fede, della speranza, della carità verso Dio e verso gli uomini, e ciò andando ai particolari; delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, temperanza, fortezza; della sua umiltà; se religioso, dei voti di povertà, castità e obbedienza. Inoltre degli uffici esercitati, della fondazione di istituti, ecc.; dei doni particolari ricevuti da Dio, della fama di santità in vita, della morte, della fama di santità dopo morte; dei miracoli operati dopo morte.
Il 31 gennaio 1890, a due anni dalla morte di S. Giovanni Bosco, Don Michele Rua presentava una istanza all'arcivescovo di Torino card. Gaetano Ali-monda, perché ne fosse iniziato il processo di beatificazione e canonizzazione (4). Nel maggio dello stesso anno l'Ordinario accettava l'istanza, ed il 23 luglio il tribunale iniziava ufficialmente le sue sessioni. Il postulatore, Don Bonetti, presentò 807 articoli. La sessione di chiusura ebbe luogo il 1° aprile 1897. Furono interrogati 32 testi e 13 contesti: ne risultarono 22 volumi con 5178 pagine formato protocollo.
Il canonico Giuseppe Allamano non fu chiamato a deporre nel processo ordinario, ma nel processo apostolico, come testimonio ex officio: con lui furono chiamati ex officio S. E. Mons. Giovanni Vincenzo Tasso (5) della Congregazione della Missione e vescovo di Aosta, ed il canonico Francesco Maffei, della Metropolitana di Torino (6).
Il canonico Giuseppe Allamano fu chiamato nel pomeriggio del giorno 5 dicembre 1916a deporre davanti al tribunale ecclesiastico, che era composto dei seguenti: canonico Michele Sorasio, giudice delegato (7); Giovanni Martinetto, Giuseppe Gedda e Agostino Barbero, giudici aggiunti; canonico Carlo Milano, sottopromotore della Fede; canonico Carlo Ferrero, notaio; signor Roberto Ferri, cursore.
Emesso il giuramento di rito, ebbe inizio la sua deposizione. Non si riportano le interrogazioni.
2) Al secondo articolo il canonico Allamano così dichiara:
« Io mi chiamo GIUSEPPE ALLAMANO delli furono Giuseppe e Maria Anna Cafasso, nato a Castelnuovo d'Asti il 21 gennaio 1851, residente a Torino, Dottore Collegiato in Sacra Teologia e Ambe Leggi, Canonico Arciprete della Metropolitana, Rettore del Santuario Basilica della Consolata e del Convitto Ecclesiastico ».
Faccio subito notare che egli non fa cenno all'Istituto Missioni Consolata, e che nessun giudice gli fa osservazioni in merito.
3) « Fin da giovinetto ho sempre frequentato i Santi Sacramenti; al Collegio quasi settimanalmente; in Seminario ed in seguito settimanalmente mi accosto alla Confessione, e celebro quotidianamente ».
6) « Vengo perché chiamato d'ufficio. Nessun motivo umano mi induce a deporre. Dirò puramente quanto la coscienza mi indicherà, come la pura verità, secondo quanto ho visto o udito da testimoni particolari o dalla pubblica voce ».
Nelle mie deposizioni non sono stato edotto da qualcuno intorno a ciò che dovrò dire ».
7)« Conobbi personalmente il Venerabile fin da ragazzo, quando lo vidi a Castelnuovo d'Asti, e forse nella bor gata dei Becchi, venendo il medesimo ogni anno per la festa del Santo Rosario. Certamente gli parlai in Castelnuovo d'Asti in tale occasione per l'accettazione mia nell'Oratorio. Infatti nel 1862, in autunno, vi entrai e vi stetti fino all'agosto del 1866, percorrendo le scuole ginnasiali.
Dia voce comune nel paese già sapevo chi era il Venerabile, e specialmente da mia madre e da tutti sentivo parlarne come di un santo sacerdote, tutto dedicato al bene della gioventù. Dopo la mia uscita dall'Oratorio continuò la mia relazione col Venerabile, il quale mi tenne sempre come un suo alunno, sia durante i quattordici anni di mia permanenza nel Seminario di Torino, in qualità di chierico per sette anni, tre anni da assistente e quattro anni da direttore spirituale. Dal 1880 fino al presente, come Rettore del Convitto Ecclesiastico e del Santuario della Consolata, continuai sino alla morte del Venerabile ad essergli affezionato e con frequenti rapporti con lui e con la Pia Società Salesiana.
Ho letto molte memorie stampate che trattano della vita del Venerabile, ma nelle mie deposizioni mi atterrò unicamente a quanto mi consta per scienza de visu et auditu ».
8) « Che io abbia avuto ed abbia speciale affetto e devozione per il Venerabile, per il bene che mi ha fatto nella mia prima educazione, e per essere stato in quel tempo mio confessore regolare, è verità. Desidero perciò' la di Lui beatificazione, e che la Chiesa lo innalzi presto agli onori degli altari ».
9) « So, come cosa notoria, che il Venerabile nacque in Castelnuovo d'Asti, alla borgata Becchi nel 1815... Conobbi un fratello del Venerabile, panni per nome Giuseppe. La famiglia godeva fama di onestà e di pietà. Ho visto la casetta in cui nacque il Venerabile, indizio della povertà della stessa Ho sempre sentito dire che il Venerabile venne allevato con speciale sollecitudine dalla madre Margherita, essendone morto il padre che il Venerabile era ancora in tenera età ».
11) « Mentre io mi trovavo studente all' Oratorio Salesiano, eravi pure un certo Moglia, mio coetaneo e condiscepolo, il quale mi narrava che nella sua famiglia era tuttora viva la memoria del tempo trascorso dal giovanetto Bosco in qualità di garzoncello di campagna, e se ne gloriavano, dicendo molto bene della di Lui virtù, divozione e pietà.
Il Venerabile dimostrava a questo mio condiscepolo una speciale benevolenza, certamente come ad espressione di riconoscenza per il bene ricevuto dai suoi maggiori. La suddetta famiglia Mo-glia risiedeva a Moncucco, e nella borgata che dal loro nome si appella.
Questo giovinetto, uscito poi dall'Oratorio, divenne buon padre di famiglia, e so che poco tempo fa era ancora in vita ».
Segue una serie di interrogazioni, alle quali il teste non risponde, non constandogli quanto in esse viene richiesto o asserito, oppure perché le sue conoscenze in merito le ebbe dalla lettura di memorie; altre poi sono state da me omesse, non avendo attinenza con la nostra dimostrazione.
21) « So, non ricordo più da chi, che Don Cafasso aiutò Don Bosco per la fabbricazione della prima chiesa dedicata a San Francesco di Sales, e come mi riferì il Bargetto, sacrista di San Francesco d'Assisi, Don Cafasso lo incaricò a portare a Don Bosco una somma a questo scopo ricevuta dalla contessa Casassa Riccardi.
Ho visto, nel tempo in cui mi trovavo come alunno nell'Oratorio, Don Bosco ordinare una grande lotteria a favore del suo Oratorio. Ho pure visto, durante gli anni della mia permanenza all'Oratorio, a porre le fondamenta del Santuario di Maria Ausiliatrice. Poco prima di quei tempi, Don Bosco fondò l'Oratorio San Luigi, nei pressi di Porta Nuova, e prese la direzione di quello dell'Angelo Custode, che già esisteva in Vanchiglia. Fu pure in quel tempo che Don Bosco fondò il Collegio di Mira-bello Monferrato, destinandovi Don Rua a Direttore...
Già fin dai miei tempi esisteva un Regolamento pei giovani, e ci veniva letto almeno una volta all'anno solennemente, e poi lo si vedeva appeso pubblicamente, ci veniva ricordato all'occorrenza, esigendone una esatta osservanza.
Mi consta che Don Bosco, uscito dal Convitto, ritornava sovente e si fermava a lungo nella biblioteca, dove attendeva a comporre libri e giornali per la stampa...
Sue opere sono la collezione delle Letture Cattoliche, tra le quali uscirono le « Vite dei Papi » dei primi secoli, che ci narrava in Chiesa nelle brevi prediche che teneva al mattino nei giorni festivi con grande nostro gusto. In quel tempo passavano nelle nostre mani il Giovane provveduto, la Storia Sacra, la Storia d'Italia ed altri libri che al presente non ricordo; poi intrapprese la pubblicazione del Bollettino e la Collezione dei classici latini ed italiani purgati, ecc.
L'effetto di queste pubblicazioni fu grande per la pietà, per la moralità e per la scienza ».
22) « Durante la mia permanenza all'Oratorio, ho sentito dire che il Venerabile negli anni antecedenti fece una malattia gravissima, da cui guarì. Ho sentito pure dire che ne furono causa i dispiaceri, le persecuzioni e le fatiche sostenute per il suo Oratorio.
So pure, anche dai registri del Santuario di S. Ignazio, che quasi ogni anno, durante la vita di Don Cafasso, andava a S. Ignazio per volontà del medesimo, sia per il bene spirituale dell'anima e sia per ristorare le forze fisiche ».
Quale paterna bontà di S. Giuseppe Cafasso verso il suo prediletto figlio spirituale! Ed ora vediamo in breve l'inizio delle opere di San Giovanni Bosco.
23) « Il Venerabile aprì un ospizio per giovani, specialmente abbandonati, e provenienti da regioni circostanti, che non avevano casa in Torino.
Da principio si limitò ad alloggiarli di notte tempo, e poi anche a dare loro il vitto, mentre di giorno andavano ai laboratori. Il Venerabile era coadiuvato da sua madre Margherita in, tutte le faccende domestiche. In seguito ner po ter meglio assistere i suoi giovani, fondò i laboratori di varie arti e mestieri ed infine la tipografia, che fu aperta poco prima che io entrassi nell' Oratorio.
Di questi giovani ne scelse alcuni di ingegno e di buone speranze, come Francesia, Rua, Durando, Cerutti, Cagliero che mandava alle case dei professori Bonzanino, Picco, ecc. Più tardi introdusse tutte le scuole ginnasiali interne, e quando entrai io nell'Oratorio, cioè nel 1862, tutte queste classi erano già ben ordinate.
Naturalmente il Venerabile in questa opera ebbe a sostenere disinganni e sconoscenze, come mi consta, poichè è notorio; tuttavia queste non bastarono a scoraggiarlo e farlo desistere, anzi diede maggior incremento, e già ai miei tempi eravamo circa 600 studenti, oltre un buon numero di artigiani ».
24) « Fin da quando entrai nell'Oratorio, compresi esistervi già un certo numero di sacerdoti, chierici e laici che facevano una specie di comunità, can speciali adunanze, che io ritenevo come principio di una nascente Congregazione, e che già aveva composto le Regole per mandare alla S. Sede, di cui vidi una copia fatta da mio fratello maggiore, pure alunno dell'Oratorio, e tale copia fu mandata a Roma. Penso che il Venerabile Don Bosco abbia ideata la Congregazione per la maggiore stabilità e perpetuità dell' opera degli Oratori.
E' mia persuasione che in ciò sia stato diretto dal suo confessore e consigliere Don Cafasso. Don Francesco Vaschetti, prevosto e vicario foranea di Volpiano, che fu uno dei primi allievi dell'Oratorio, ed ora defunto, mi scriveva che una sera Don Bosco, parlando secondo il solito ai giovani, li invitò a pregare per la decisione di un affare importante, e soggiunse che dopo sarebbe andato dal suo confessare e consigliere Don Cafasso per prendere la decisione. Dopo alcuni giorni, parlandoci dinuovo, ci disse che la cosa era stata decisa, e ci raccontò che dal governo gli era stata fatta la proposta di erigere l'Oratorio in « ente morale », con promessa di grazie e di aiuti. Nella incertezza ci aveva fatto pregare, e poi era andato da Don Cafasso, al quale avendo esposta la casa, ebbe per risposta: « Don Bosco, non vi basta la Provvidenza di Dio? Perchè cercare aiuti umani? ». Tanto bastò che io me ne ritornai a casa risoluto di non accettare la proposta fattami ».
25) « Come superiore il Venerabile Don Bosco era da tutti amato per la sua bontà, e da tutti riceveva segni di riverenza e di affetto.
Il suo sistema era di attirarsi i cuori, e non conobbi alcuno che si lamentasse di lui. Quanto agli studi, si compivano in tutta regola ai miei tempi, e posso dire che si studiava molto; così pure delle pratiche di pietà, alle quali si dava molta importanza.
Noi giovani eravamo ansiosi ogni sera di ascoltare i suoi fervorini che ci faceva sotto i portici prima delle orazioni, i quali ci infervoravano a vivere bene. Esortava vivamente alla frequenza della confessione e Comunione lasciando però libertà. Per conto mio mi confessai dal Venerabile per tutti e quattro gli anni della mia permanenza nell'Oratorio, e sebbene Superiore, gli ebbi sempre piena confidenza; così posso dire di molti miei compagni, i quali accorrevano pure da lui, sebbene provvedesse che vi fossero altri confessori nella casa.
Il Venerabile non lasciava occasione di parlare in pubblico ed in privato per il bene dei suoi soggetti, e noi ricevevamo le sue parole con rispetto, e ne facevamo profitto. Ricordo in particolare i suoi cosidetti « sogni », nei quali ogni anno indicava lo stato della nostra coscienza, che manifestava poi a ciascuno privatamente, prendendo occasione per dare a ciascuno avvisi e consigli opportuni.
29) « Conosco l'istituzione dei Cooperatori Salesiani dei quali faccio parte pure io ».
30) « Durante la mia dimora all'Oratorio di Torino, udii molte volte parlare delle persecuzioni dei protestanti contro Don Bosco, perché aveva convertito qualcuno di loro al cattolicesimo.
Aggiungo che vi furono attentati contro la di lui vita, e si raccontava che era stato difeso una volta da un grosso cane, detto il « grigio ».
34) « Ho qualche reminiscenza del desiderio del Venerabile di andare alle Missioni Estere, ma non conosco particolari.
Ho visto il Cardinale Guglielmo Massaia, quando era Vicario Apostolico dei Galla, venire all'Oratorio, ricevutovi con grande onore, accompagnato dal Canonico Ortalda, direttore dell'Opera della Propagazione della Fede ».
A questo punto il Canonico Allamano, parlando delle spedizioni dei Missionari, forte della sua esperienza in materia, giustificava Don Bosco con queste parole: « Si sa che queste spedizioni di Missionari sono costosissime, perciò il Venerabile ricorse alla carità pubblica, che non gli venne mai meno ».
35) « La sua vita fu tutta intesa alla gloria di Dio, alla santificazione delle anime, specie giovanili, per cui non si risparmiava nè giorno nè notte ».
36) « Sono persuaso che il Venerabile abbia esercitato tutte le virtù teologali, cardinali e morali, e che vi abbia perseverato sino alla morte, dimostrandosi vero modello in ognuna di esse ».
37) « Dichiaro che, sia nel parlare, come nel suo operare ed in tutta la sua persona, il Venerabile fu unicamente intento a santificare se stesso e di promuovere lo spirito di fede e di pietà nei giovani, ed in quante persone lo avvicinavano. Chi trattava con Lui, vedeva un uomo pieno di fede, e sempre diretto da motivi soprannaturali, di cui poteva dirsi: iustus ex fide vivit ».
39) «Amava le solennità delle funzioni, per cui, fin da principio, stabilì nell'Oratorio il piccolo clero, e scuole di canto e Esigeva grande rispetto e pulizia nella Casa di Dio ».
40) « Il Venerabile celebrava la Santa Messa con devozione esterna ed interna con edificazione degli astanti; lo ammirai abitualmente inginocchiato a far lunga preparazione e ringraziamento ».
41) « Ricordo che il Venerabile mi rimproverò una volta per aver fatto un viaggio da Torino a Castelnuovo d'Asti in giorno festivo ».
42) « II Venerabile aveva una perfetta sottomissione alla S. Sede; ne venerava ed osservava non solo i comandi, ma anche i consigli, come manifestava dal suo parlare a noi giovani, mentre io ero all'Oratorio ».
43) « Il Venerabile parlava volentieri in pubblico ed in privato della devozione alla Madonna, alla quale esortava di ricorrere nelle necessità.
Ricordo d'avermi esortato a raccomandarmi a S. Giuseppe per ottenere profitto negli studi e sanità fisica ».
44.) « Il Venerabile colla sua serenità costante dimostrò la sua piena speranza in Dio, mentre versava sovente in fastidi e strettezze materiali.
Mi parve distaccato dalle cose della terra, sebbene nulla lasciasse di intentato per sostenere le sue Opere ».
45) « Il Venerabile pare che in tutta la sua vita non avesse altro scopo che giungere al sacerdozio, non ostante le difficoltà che si frapponevano al suo Perciò lasciò uffici lucrosi e più comodi per dedicarsi alla salvezza della gioventù abbandonata. Fu costante in mezzo alle tribolazioni del suo ministero ».
46) « A me sembrò sempre tranquillo di coscienza, da quanto potei dedurre dall'esterno, durante il tempo che lo conobbi e lo frequentai ».
47) « E' noto che il Venerabile ebbe ostacoli da ogni parte, tuttavia egli stette fermo nella volontà di Dio che lo voleva in quella vocazione.
A me pare che in mezzo alle tribolazioni confidasse unicamente in Dio e nei consigli del suo direttore, Don Cafasso ».
48) « So per mio conto che il Venerabile mi animava sempre alla virtù ed allo studio; così vidi che faceva con gli altri ».
49) « Conobbi il Venerabile come pieno d'amore di Dio, desideroso d'infonderlo negli altri. Il Venerabile era di un'ospitalità eccezionale »,
50) « La tranquillità che appariva sul suo volto, dimostrava la piena conformità alle disposizioni della Divina Provvidenza ».
51) « Io stimai sempre il Venerabile Don Bosco come uomo di orazione ».
52) « Nel confessarci, il Venerabile si vedeva tutto occupato a bene amministrare questo Sacramento al maggior bene dei suoi penitenti. Il suo contegno in tutte le funzioni era esemplare, e provocava divozione agli astanti ».
53) « Il Venerabile dimostrò carità verso tutti, perché trattava bene ogni sorta di persone, anche noiose e miserabili, ascoltandole con pazienza, e sollevandole con buone parole, e se poteva, anche con aiuti materiali.
Certamente questo amore proveniva dall'amore che portava a Nostro Signore, che lo rendeva forte e costante in questo continuo ufficio di consolare gli afflitti.
La folla dei giovani sempre attorno a lui nelle ricreazioni, non solo non lo stancava, ma pareva lo facesse ognor più allegro e contento, soddisfacendo anche alle domande puerili di ognuno con calma e importanza.
Il Venerabile per incominciare, continuare ed ingrandire le opere alle qua li pose mano, dovette certamente aver( un cuore forte contro tutti gli ostacoli che l'inferno ed il mondo gli opponevano.
L'abbandono di vari dei suoi primi allievi, da lui in modo particolare beneficati, fu pure una delle gravi prove che dovette sostenere ».
55) « So che la salute delle anime stava in cima a tutti i suoi pensieri, come ho potuto constatare durante la mia permanenza nell'Oratorio ».
56) « Vidi con frequenza gente recarsi da lui per consiglio e conforto e che ne ritornavano soddisfatti ».
60) « Il Venerabile nel Sacramento della Penitenza era breve, preciso nel dare i consigli richiesti e persuadeva i penitenti ».
61) « Come Superiore dell' Istituto Salesiano, osservai sempre il Venerabile eguale nel dirigere i giovani, senza lasciarsi trasportare a troppa severità o a troppa Il suo modo di dirigere era dolce, ma fermo nell'esigere la disciplina e nel volere solo il bene dei suoi dipendenti. Nel parlare era misurato, e si vedeva che pensava prima ciò che era conveniente dire.
Aggiungo che Don Bosco, come mi riferì, si gloriava di essere stato l'ultimo a confessarsi da Don Cafasso, mentre questi, gravemente infermo, era prossimo a morire ».
63) « Durante la mia dimora all'Oratorio, alcuni vicini si lamentavano perché i giovani facevano loro qualche sfregio, e vidi Don Bosco a calmare costoro, mentre rimproverava noi delle nostre ragazzate.
Conservava amicizia coi compagni di seminario e di convitto, che riceveva volentieri nell'Oratorio, e li invitava a pranzo, e questa amicizia dimostrava in ogni occasione ».
64) « Fui a pranzo qualche volta col Venerabile e lo osservai parco nel cibo e Particolarmente ammirai la sua moderazione nel cibarsi.
Sono persuaso che passasse gran parte della notte per disbrigare gli affari della casa e a scrivere libri.
Ammirai nel Venerabile la pazienza nell'accettare, anzi desiderare che i giovani lo assediassero, sia in camera e ancora più nelle ricreazioni, lasciando tutti contenti di qualche sua parola.
Le udienze del Venerabile al pubblico erano continue, ed egli non dava mai segno di noia o di stanchezza, tutti ricevendo con affabilità e buona grazia ».
65) « So che in vita sopportò varie gravi malattie, e che ebbe negli ultimi anni male agli occhi ed alle gambe, e lo vidi, negli ultimi mesi, sempre tranquillo, rassegnato, contento del suo stato ».
66) « L'occhio del Venerabile indicava vera castità. Il suo trattare coi giovani era delicatissimo.
Ci era proibita la lettura di qualunque romanzo, e furono cacciati dall'Oratorio alcuni miei compagni che furono trovati in possesso di romanzi cattivi.
Ricordo di essere stato severamente rimproverato dal Venerabile perché durante le vacanze avevo letto il romanzo Beatrice Cenci del Guerrazzi, e questo rimprovero mi fece molta impressione e mi fu salutare per l'avvenire ».
67) « Io vidi sempre il Venerabile vestito pulitamente, ma con panno La camera di lui era ornata modestamente ».
69) « Riferiva tutto il bene da lui operato a Dio ed alla SS. Vergine Ausiliatrice. Raccomandava a noi studenti di non invanirci dei progressi nello studio, ma tutto attribuire a Dio ».
70) « A mio giudizio il Venerabile esercitò tutte le virtù teologali, cardinali e morali in grado eroico fino alla morte.
Osservai come caratteristica sua particolare l'amore per la salvezza delle anime, conforme al motto che teneva scritto nella sua camera, e che ha preso come motto dello stemma salesiano ».
71) « Era voce comune tra noi giovani dell'Oratorio, che Don Bosco fosse in intima unione con Dio, e che conosceva i segreti dei nostri cuori; perciò ascoltavamo con riverenza e timore la storia dei suoi "sogni", che di quando in quando ci raccontava, ed eravamo spinti a praticare ciò che significavano per ognuno di noi.
A me, come suo penitente, pareva che mi leggesse nel cuore, e mi indovinasse molte cose, e questa era l'opinione generale dei giovani. Quando il Venerabile parlava a noi dei cosidetti "sogni", lo faceva per il nostro bene, e non appariva che lo facesse per vanagloria ».
Siamo giunti quasi al termine delle deposizioni del Canonico Allamano al processo apostolico per la beatificazione e canonizzazione di S. Giovanni Bosco. Sono poche le interrogazioni che restano per il testimonio: riguardano gli ultimi tempi della vita terrena, la morte e la sepoltura, la fama di santità.
Le deposizioni che risultano sono tutte interessanti, ma in modo particolare la prima cui accennerò.
76) « Alcuni mesi prima della morte visitai il Venerabile nella sua camera, e lo trovai seduto su un Mi pareva declinasse nelle forze, e lo trovai tranquillo e allegro.
Avendogli io manifestato una mia pena, ne prese viva parte e mi consolò, quasi rimproverandomi di non avergliene parlato prima; mi assicurò che si sarebbe interessato di quanto gli avevo riferito. Dopo di allora non lo vidi più ».
Meditai a lungo su queste parole. S. Giovanni Bosco morì il 31 gennaio 1888. La visita cui si riferisce il Canonico Allamano ebbe luogo « alcuni mesi prima della morte », cioè dobbiamo ammettere che sia avvenuta nel 1887. Queste date dovranno servirci di guida per poter penetrare entro il segreto che custodiscono.
Oggetto di questa visita fu la manifestazione di una pena del Can. Alla-mano, tanto che dice « una mia pena ». Quale poteva essere questa pena manifestata dal Can. Allamano al Santo, che stava declinando nelle forze, cui prese « viva parte e lo consolò? ».
Doveva certamente trattarsi di un problema di somma importanza, se il Santo « quasi lo rimproverò di non avergliene parlato prima », e poi consolandolo lo « assicurò che si sarebbe interessato di quanto gli aveva riferito ». Non si trattava perciò di una "pena" di ordinaria amministrazione, per cui non era certamente necessario disturbare Don Bosco in fin di vita: pena che l'Allamano poteva sciogliere da sé o con uno dei tanti consiglieri del clero, che allora non mancavano.
La cosa è troppo importante, e ora, dopo tanti anni, anche senza alcuna dichiarazione delle due persone interessate, dobbiamo darne la spiegazione più esatta possibile.
Al tribunale ecclesiastico interessava la prova della grande confidenza che avevano le persone in S. Giovanni Bosco, mentre era in vita; il Can. Allamano — e ricordiamo che egli è teste d'ufficio contrapposto ai testi addotti dal postulatore — in questo punto non trova altra cosa migliore che presentare la sua testimonianza personale. Il tribunale non chiede altro, e non abbisogna d'altro; perciò la "prova" del Can. Alla-mano non riguardava più il tribunale. Il Can. Allamano era libero di esprimerla, o di non esprimerla: tanto nell'un modo che nell'altro la prova era valida, ed il Can. Allamano "quod voluit, expressit, quod noluit, tacuit". La "pena" riguardava lui, non il tribunale.
Dai giornali del tempo non appare che il clero torinese avesse problemi particolari, e non ci sono utili in questa ricerca.
Cerchiamo invece, sulle scorte delle varie biografie che illustrano personaggi contemporanei di conoscere quali cose avrebbero potuto costituire una pena per il Can. Allamano in quel periodo (8).
In primo luogo sappiamo che il Canonico Allamano fu nominato Rettore del Santuario della Consolata nel 1880. La questione della riapertura del Convitto ecclesiastico di Torino era già risolta nel 1882, quando Mons. Gastaldi ne autorizzava la riapertura e l'insegnamento. Non era certamente la famosa questione rosminiana, che aveva diviso il clero torinese; ma essa era stata praticamente liquidata con la morte dell'Arciv. Gastaldi, nel 1883, e con la nomina del nuovo arcivescovo, nella persona del Cardinale Gaetano Alimonda.
Il Card. Alimonda aveva rimosso dalla carica di rettore del Seminario di Torino il Can. Soldati (9), stimatissimo dal clero, ma l' aveva sostituito con Mons. G. B. Bertagna, che aveva richiamato in diocesi, da Asti, nominandolo suo Vescovo Ausiliare, e riaffidandogli l'insegnamento della Teologia Morale nel Convitto Ecclesiastico, da cui era stato allontanato da Mons. Gastaldi. Il Can. Allamano voleva bene, e molto, al Can. Soldati, ma voleva pure bene a Mons. Bertagna, suo compatriota e suo venerato maestro di teologia, e pensiamo che nessuno più di lui godesse nel rivedere sulla cattedra il dottissimo Mons. Bertagna, degno continuatore dell'opera del Teol. Guala e di S. Giuseppe Cafasso, benemeriti maestri del clero torinese.
Meno ancora dovevano costituire la "pena" del Can. Allamano il ristauro del Santuario della Consolata e le relative spese. Il Santuario era stato ultimato nel 1885, e nessuno presentò reclami di non essere stato saldato dei lavori fatti.
La storia (10) però ci avverte che nel 1885-1886 (11) il Can. Allamano aveva progettato il disegno di aprire un Istituto Missionario in cui raccogliere sacerdoti e laici della regione piemontese, prepararli in apposita sede, e poi metterli a disposizione della S. Congregazione de Propaganda Fide. A questo scopo, per essere più libero dalle occupazioni di rettore del Convitto Ecclesiastico, aveva chiesto ed ottenuto dai Superiori ecclesiastici il Can. Luigi Boccardo quale direttore dei Convittori, ed inoltre stava trattando per acquistare la sede per la nuova istituzione progettata, e che era nientemeno che il palazzo posto di fronte al Santuario della Consolata.
Le cose stavano a questo punto, quando sottoposto il progetto ai Vescovi del Piemonte — e certamente deve averlo fatto o ufficialmente o privatamente quando si trovavano radunati al Santuario della Consolata nel settembre del 1887 — trovò l'opposizione in alcuni di essi, che lamentavano la scarsezza del clero, per cui il Can. Allamano dovette desistere dal suo progetto (12).
Trovandosi in tale situazione, si capiscono le sue angustie, cioè la sua "pena", e la decisione di parlarne con Don Bosco.
Posto questo, si capisce che il Santo cercò di consolare, come sapeva far Lui, il suo antico allievo, parlandogli delle prove e delle pene che ebbe per la sua Famiglia religiosa, « quasi rimproverandolo di non avergliene parlato prima ». Ma San Giovanni Bosco non si arrestò qui: « assicurò che si sarebbe interessato di quanto gli aveva riferito ».
Rammentiamo che Don Bosco era al termine della sua vita; il Can. Allamano, da quanto abbiamo sentito dalla sua bocca, sapeva che trattava con una persona tutta di Dio, con un Santo, e che sarebbero state le preghiere ed in seguito la sua intercessione a trovare la soluzione della sua "pena".
Dopo quella visita, ì due Castelnovesi non si videro più su questa terra. Il Canonico Allamano lasciò D. Bosco "consolato" e pieno di fiducia nella promessa del suo interessamento.
Non era ancora l'ora fissata dalla SS. Consolata per la sua opera, ma anche quest'ora sarebbe scoccata nel giorno fissato dalla Provvidenza Divina. San Giovanni Bosco aveva mantenuto la parola. Sentiremo altre parole del Can. Allamano sulla sua fiducia e riconoscenza a Don Bosco.
Questo che accennai è il mio pensiero, che non intendo imporre, ma solo manifestare: Don Bosco conobbe dal Can. Allamano la fondazione dei Missionari della Consolata e per essi promise il suo interessamento (13).
Continuiamo a meditare le ultime deposizioni registrate al processo.
77) Morto Don Bosco « andai a visitare la Salma, e vidi una folla enorme di persone sfilare davanti divotamente. Escludo che questo concorso sia stato fomentato da industria umana ».
80) « Mi recai una sola volta al sepolcro del Venerabile per mia particolare devozione e pregai sulla tomba ».
Non sappiamo quando il nostro Padre si sia recato a pregare sulla tomba di S. Giovanni Bosco, ma dalle poche parole dette al tribunale, ed in modo particolare « per mia particolare devozione », possiamo arguire che egli vi pellegrinò per ringraziare il suo grande Benefattore della sua promessa intercessione. L'Istituto Missioni Consolata era una realtà.
E a conferma di quanto ho esposto, mi permetto di aggiungere che il Servo di Dio Giuseppe Allamano, rispondendo al tribunale ecclesiastico in base all'articolo 328, cioè l'ultimo proposto dal postulatone, disse:
« Aggiungo che io stesso, come so di altri, ho ricorso alla sua intercessione per ottenere favori e grazie da Dio ».
Parole scultoree da non dimenticare. Quali cose stavano più a cuore del Canonico Allamano, se non il suo Istituto e le sue Missioni?
Siamo al termine della deposizione, a questo punto il tribunale gli pose il quesito sulla "fama di santità in vita e dopo morte", ed infine chiese formalmente quale era il suo giudizio personale sul Venerabile. 'Ecco la risposta del Can. Allamano:
81) « Mentre il Venerabile era in vita vigeva fama di santità intorno a Dopo morte questa fama non si spense nè diminuì, anzi si estese in Italia ed all'estero (14).
Questa fama di santità da me condivisa è fondata su argomenti solidi: sulle virtù praticate dal Venerabile durante la sua vita ».
Con questo giudizio circostanziato e preciso il Servo di Dio Giuseppe Allamano terminò le sue deposizioni davanti al tribunale di Torino.
Don Bosco in vita ebbe, come tutti i grandi uomini, dei denigratori, degli oppositori che nulla ottennero se non di fargli esercitare le virtù in grado eroico; ma ebbe anche dei grandi estimatori, che mai dubitarono della sua santità. E questo è per loro di grande onore. Il Can. Giuseppe Allamano fu uno di questi.
Egli perciò potè terminare la sua deposizione in questi termini « Ita pro veritate deposui; approbo, confermo et ratifico. Ego Canonicus Josephus Allamano » (14 dicembre 1916). Siamo nel quarantesimo del beato transito del Servo di Dio Giuseppe Alla-mano e non mi sembra fortuito questo incontro del nostro Padre col suo gran de Maestro S. GIOVANNI Bosco; mi sembra che il Santo, come consolò il Padre, voglia pure consolare tutti noi, e voglia assicurarci che Egli continua l'opera iniziata, promettendoci il suo interessamento perché il suo discepolo possa essere elevato presto agli onori dell'altare.
Il Canonico GIUSEPPE ALLAMANO ebbe una posizione di primo piano nella storia della Chiesa di Torino e fuori Torino. La sua vita terrena, massime negli ultimi anni, fu un susseguirsi di prove e di pene, che egli volentieri sopportò per la salvezza degli uomini e per il trionfo della S. Chiesa. Ora spetta alla Chiesa dire la sua parola su Lui, e noi siamo fiduciosi che questa parola sarà detta per nostro conforto e per nostra consolazione.
In questa attesa la parola confortatrice di S. GIOVANNI Bosco è ora rivolta a ciascuno di noi, meditiamola.
NOTE
- Sales L. : Il Servo di Dio Canonico Giuseppe Allamano, 3 ed., Torino, Missioni Consolata (1944).
- Codex luris Canonici, IV. Pars 2: De causis beatificationis servorum Dei et canonizationis beatorum (can. 1999-2141).
- Per la procedura canonica: Codex pro postulatoribus, 4, Roma, 1929.
- Ceria E.: Annali della Società Salesiana, vol. I, cap. LXVIII, p. 736 (1941); Vol. II, cap. XVIII; Vol. III, Parte II, cap. XXXII (1945).
- Mons. Giovanni Vincenzo Tasso, fu vescovo di Aosta dal 1908 al 1919.
- Mons. Francesco Maffei, Canonico della Metropolitana di Torino, morì nel 1926.
- Il Can. Michele Sorasio, della Metropolitana di Torino, morì in Caramagna nel 1923.
- Franchetti D.: Memorie intorno a Mons. Bertagna, Torino, Marietti - Vaudagnotti A.: Vita del Cardinale Agostino Richelmy, Marietti, Torino - Franchetti : Il Santo prevosto di Rivalta Torinese Don Clemente Marchisio, Torino, Berruti, 1933.
- Demaria E.: Il Can. Giuseppe Maria Soldati. Commemorazione. Torino, Anfossi, 1916.
- Sales L., 1 c., p. 141.
- La prima minuta del Regolamento della "Pia Società della Consolata per le Missioni Estere", si trova scritta sopra un foglio che porta la data "dicembre 1885".
- In un libretto di note del Can. G. Alla-mano, relativo all'anno 1887, nel mese di settembre, senza precisare il giorno, si trova scritto a matita: « 300 Messe a Don Bosco ».
- A conferma della mia asserzione, penso sia utile tenere presente quanto segue, per capire il pensiero del Can. Allamano in tutta la sua portata. Ecco quanto egli un giorno diceva, parlando della fondazione del suo Istituto: « Prima d'incominciare l'Istituto sono andato a pregare sulla tomba del Cottolengo; naturalmente che ho dovuto pregare, e poi consigliarmi, e ciò ho fatto non solo coi galantuomini, ma anche coi Santi. Gli ho detto: « Ho da fare questo Istituto, o no? Veramente avrei più caro non farlo; la mia pigrizia vorrebbe quello. Anche voi avreste fatto tanto volentieri il canonico, eppure avete fatto questa Piccola Casa, perché il Signore vi aveva chiamato per questo. Dunque io devo farlo o non farlo? Quello che mi abbia detto non lo dico a voi » (Dalle Conferenze alle Suore Missionarie, 30 aprile 1920).
- Davanti alla mente del Can. Allamano passava in quell'istante tutta l'Opera di San Giovanni Bosco, dai suoi inizi sino a quel momento, i suoi innumeri figli e figlie e le tante persone beneficate, e quasi vedeva scendere dal cielo le benedizioni divine su tutti Egli era ammirato per quanto aveva operato ' Don Bosco e per quanto operavano i suoi figli. Possiamo conoscere il suo pensiero su questo argomento: « Mi sono domandato molte volte quale sia il motivo per cui il Signore abbia benedetto, e benedica i Salesiani in modo così straordinario; e penso che uno dei motivi, se non il principale, è che essi hanno rispettato Don Bosco. L'hanno rispettato da vivo e l'hanno rispettato da morto. Io ne sono testimonio, e ricordo come ai miei tempi nell'Oratorio si eseguivano le volontà e i desideri di Don Bosco. Per questo il Signore li ha benedetti e li benedice » (Fide. Sua Ecc. Mons. G. Nepote, I.M.C., Vescovo di Elo. Udite dal Can. Allamano alla fine del 1924 o all'inizio del 1925).