1966 GIACOBBE Natale

 

P. Natale Giacobbe (1933-1970), originario di Mondovì (CN), entrò dodicenne nell'Istituto dove compì tutti gli studi regolari. Ordinato sacerdote nel 1960, fu destinato nella casa apostolica di Benevagienna (CN) come formatore e insegnante. Nel 1966 venne inviato nel seminario teologico di Torino come Vice Rettore. Erano gli anni difficili nei quali iniziavano evidenti i sintomi della contestazione.

In vista della destinazione in Kenya, nel 1968 andò a Londra per lo studio dell'inglese, dove rimase poco tempo. Già minato dal male che lo avrebbe portato alla tomba ancora giovane, dopo una importante operazione per il cancro allo stomaco, fu eletto e partecipò al Capitolo Generale di rinnovamento del 1969, cui diede validi apporti. Era un missionario intelligente, aperto al nuovo e coerente, senza cedimenti.

Con forza sopportò l'inesorabile avanzamento del male ed accettò la volontà di Dio, che con evidenza lo chiamava alla Casa del Padre. Lasciò a quanti lo hanno conosciuto e seguito, specialmente negli ultimi mesi di vita nell'infermeria della casa madre, una bella testimonianza di fede cristiana.

Qui pubblichiamo la Commemorazione che tenne nel seminario teologico nel 1966.

 

Il Servo di Dio Giuseppe Allamano, che iniziò la sua esperienza un secolo fa e di cui oggi commemoriamo il quarantesimo anniversario della morte, fu già un « uomo nuovo », in un ambiente che non meno di oggi reclamava, e forse con più acerba esasperazione, il rinnovamento della Chiesa e della società. Il segreto della giovinezza, della novità dell'Allamano ragazzo, giovane chierico, sacerdote apostolo fu la sua costante ricerca di santità che lo ha preservato dalla erosione del tempo e degli avvenimenti successivi.

« Per fare un santo — leggiamo nei Pensieri di Pascal — bisogna bene che intervenga la grazia; chi ne dubita non sa che cosa sia un santo nè un uomo ». È lo scoglio che si presenta a chiunque avvicini con più o meno superficialità la vita di un santo : il dubbio cioè delle reali dimensioni della medesima. Parlarne, studiarla esige in un certo modo che si definisca e si misuri la indefinibile e incommensurabile forza della grazia che trasforma, ma non sconvolge nè sopprime la natura dell'uomo che si presenta perciò nella complessità e integrità della sua persona. Umanità e grazia, che apparentemente si contrastano, nel santo e in ognuno di noi, per quel tanto di grazia che abbiamo ricevuto e in cui viviamo, sono sorgente di un dinamismo vitale in continua espansione. Non ci sorprenda quindi, dopo avere considerato un capitolo di agio grafia, di restare un po' incerti, sia che in esso abbia avuto più rilievo il santo, o che si sia guardato più all'uomo, tanto che il santo ci appare inserito unicamente nella schiera degli uomini straordinari, realizzatori di opere benefiche, ma nulla di più.

Avvicinare Giuseppe Allamano nella prospettiva della santità richiede da noi l'attenzione all'opera di Dio e dell'uomo in una feconda unità di vita senza togliergli quell'aureola di profonda vita interiore originata dalla grazia nè disumanizzarlo astraendo dalle sue doti di uomo.

Ma oggi più che mai è necessario scoprire le sue vere dimensioni in modo che possa restare di modello, fuori del tempo, ai Sacerdoti, specialmente a tutti coloro che ne continueranno l'opera nell'Istituto Missionario da lui fondato. Ci stiamo in fatti allontanando nel tempo, e questo non è colpa nostra, dalla vita reale di lui. I testimoni dei suoi esempi e del suo insegnamento ci lasciano. Portano con loro l'esperienza che essi hanno fatto di una bontà paterna, di un'amicizia luminosa, di un lavoro indefesso per la causa di Dio, di una serenità e dignità di persona che non fecero velo alla grazia interiore. Di lui hanno parlato, hanno scritto, hanno riprodotto in se stessi il suo modo di essere sacerdote e di servire la chiesa. Hanno testimoniato con l'entusiasmo dei primi discepoli. Ma sarebbe errato se ci fermassimo solo a queste forme piuttosto descrittive ed esterne di vita, se non arrivassimo alla sorgente che tutte le spiega, e spinge noi a proseguire e crescere nella direzione che essa ci imprime.

Se un uomo, raggiunta la cima di un monte, scorge ed indica altre valli, altri sentieri, altre cime, dobbiamo salire il suo stesso monte per intendere dove egli ci vuole guidare. t necessario per ognuno di noi che scopriamo e facciamo nostra la santità (il monte santo) di lui perché possiamo mettere in atto gli ideali che egli dalle altezze della grazia ha scorto ed indicato a noi. Il nostro rapporto con lui non è solo di ammirazione e di ricordo ma è un rapporto vitale. Non facciamoci torto. Non siamo degli esecutori testamentari, non siamo pietre fredde ed inerti di un edificio impersonale. L'Istituto è un corpo vivo e operante nella Chiesa e conosce perciò lo sforzo e la passione di ogni forza viva che deve lottare e soffrire per affermarsi.

« La fermezza di un corpo forte vale di più che la rigidezza ottenuta per mezzo di un busto. La mobilità dell'uomo vivo è più solida della rigidità di un cadavere... ». Così H. De Lubac (« Nuovi Paradossi », ediz. Paoline). Chi cercasse nel S. d. D. Giuseppe Allamano unicamente la forma esterna di vita, il modo di essere quello che è stato, si condannerebbe a capirne nulla, e imbriglierebbe le forze vive dell'Istituto. Noi dobbiamo rimanere all'avanguardia (nella Chiesa) nella santità e nell'Apostolato.

 

LA SUA CARATTERISTICA

Ci furono e ci sono sacerdoti scienziati, sacerdoti filosofi, impiegati di amministrazione ecclesiastica, sacerdoti conferenzieri, politici. Noi li possiamo pensare tali anche se non fossero stati o non fossero sacerdoti. Altri invece si presentano unicamente come sacerdoti. Se per caso cessassero di essere autentici zelanti sacerdoti noi non avremmo nulla da dire : la loro esistenza si svolge su un dilemma : o essere sacerdoti su tutta la linea, o niente.

Lo straordinario nella vita dell'Allamano fu quello di essere interamente sacerdote, senza nessun compromesso fino a tirare le conseguenze più scomode e cariche di responsabilità per lui, come la fondazione dell'Istituto. Seguiremo pertanto questa linea caratterizzante nella sua vita : la tensione alla perfezione sacerdotale. Premettiamo il quadro che della vita sacerdotale ci ha dato il Concilio vaticano II.

« ... Specialmente in questi tempi —scriveva S. Agostino — non v'è cosa più facile, più ambita che l'ufficio di presbitero o di diacono, quando esso venga esercitato con leggerezza; ma agli occhi di Dio nulla di più miserabile, più triste, più meritevole di condanna. Si può anche dire che in questa vita, specialmente in questi tempi, non v'è cosa più difficile, più laboriosa, più rischiosa dell'ufficio di presbitero o diacono, ma agli occhi di Dio non v'è maggiore felicità... ». Ieri come oggi c'è sempre per l'uomo la tentazione di servirsi di Dio invece che servire Dio e non sempre chi entra e si orienta al sacerdozio lo fa per vera vocazione a servire Dio nella Chiesa. Per combattere il senso di opportunismo o la sfiducia nella missione insostituibile che il sacerdote ha nella fase di testimonianza che il popolo di Dio deve svolgere di fronte al mondo, il Concilio non crea un concetto nuovo di santità, ma mette in evidenza che la santità sacerdotale è quella che deriva dalla dignità del dono ricevuto, dal sacrificio a cui l'uomo deve sottomettersi per essere fedele al mandato e per svolgere il suo ministero, dai frutti di grazia che si riversano su di lui che della grazia 'è ministro.

Brevemente : dai testi conciliari così è interpretata la missione sacerdotale : « Il sacerdote in virtù del sacramento dell'Ordine, ad immagine di Cristo, è consacrato per predicare il Vangelo, pascere i fedeli, celebrare il culto divino... » (LG). Nell'esercizio del suo ministero acquista la sua santità : « Il Sacerdote mediante il quotidiano eserciziodel suo ministero — così nella costituzione Lumen Gentium — cresca nell'amore di Dio, abbondi di ogni bene spirituale, e dia a tutti la viva testimonianza di Dio ». « Assiduo nell'orazione, fervente nella carità, tutto operando per la gloria di Dio ».

È per questa santità piena di vita di cui il sacerdote deve essere capace, che il Concilio richiama alla necessità di una seria preparazione. Potremmo chiederci se esiste un periodo di preparazione, tanto l'anima del futuro sacerdote deve essere già condizionata dalla sua aspirazione ad entrare nel sacerdozio gerarchico. In alcuni punti di eccezionale brevità ma densi di dottrina viene descritto l'arco di preparazione dell'aspirante al sacerdozio e tutto viene ricondotto ad un medesimo vertice :

VITA INTERIORE.

  1. Vita di grazia innanzitutto. Uniti intimamente a Cristo a cui saranno configurati nel sacerdozio gli aspiranti al sacerdozio devono vivere il mistero pasquale al quale un giorno dovranno iniziare il popolo. Come mezzi : i sacramenti, la devozione a Maria SS., preghiera ed esercizio delle virtù evangeliche : fede, speranza, carità.
  2. Coscienza della Chiesa — A servizio della Chiesa. devono amarla formandosi all'obbedienza sacerdotale e alla povertà per testimoniare Cristo « Ognuno — si legge nel commento a S. Giovanni di S. Agostino — possiede lo Spirito Santo tanto quanto ama la Chiesa.
  3. Solida formazione umana — Lo studio è visto come mezzo di vita interiore e alimento della propria vita spirituale.

Devono poi raggiungere la necessaria maturità umana, fermezza di carattere, equilibrio nel giudizio, sincerità, rispetto costante della giustizia, fedeltà alla parola data, gentilezza nel tratto, e carità nel conversare.

A chi sperava dal Concilio una nebulosa ascetica del "moderno", del "tutto nuovo", del "rifare le strutture", i Padri hanno risposto con questa chiara e limpida dottrina che si fonda sul Vangelo e sulla illuminata tradizione della Chiesa, anche se evidenzia e approfondisce alcuni aspetti : una santità cioè più cristocentrica, ecclesiale, sostenuta da una solida personalità umana.

Da questo quadro possiamo ora orientarci nella vita e nell'insegnamento del Servo di Dio per vedere l'attualità di quello che lui già aveva intuito e inculcato a noi per la nostra formazione sacerdotale.

Fu chiesto un giorno a Papini perché mai leggesse la vita di S. Francesco, quando ormai gli rimaneva tanto poco di lume negli occhi. Rispose : « per capire il Vangelo ».

Per capire il Vangelo (la verità) del Concilio credo che per noi sia doveroso il riferimento alla vita e all'insegnamento del Can. Giuseppe Allamano, quando i Padri stessi invitano i religiosi a studiare e a fare rivivere lo spirito primitivo delle loro congregazioni.

L'uomo santo nella sua essenza di uomo di Dio non è nè prima nè dopo il Concilio : è semplicemente attuale.

 

UNA FORTE TEMPRA D'UOMO

Fare non aspettare. Si può dire che è stata la legge dominante della formazione del giovane Allamano. Ci stupisce la chiarezza delle idee che guidano le azioni di lui. Pare che già fin dalle prime battute egli sappia con chiarezza dove vuole arrivare.

Di intelligenza normale, per riuscire nello studio deve applicarsi con impegno. Fisicamente gracile, nelle ricreazioni preferiva passeggiare e conversare con coloro che come lui si appartavano dal gioco. La vita all'oratorio di Don Bosco non fu facile : un ex allievo di quegli anni in cui vi passò il Servo di Dio scrive : « Il nostro mangiare era un po' alla militare : invece della gavetta avevamo la scodella, una grossa ciotola di stagno, che ci riempivano di brodo lungo, profumato di cipolla per fare la zuppa. Nella solennità c'era il pezzetto di lesso e mezzo bicchierotto di vino allungato... al mattino una pagnotta e una sottile fetta di salame... si dormiva su sacconi di foglie di granoturco o di paglia recente... » (Cassano, « Il card. Cagliero », vol. I, pp. 153- 154).

I disagi esterni abituano il ragazzo a superare se stesso, e non sono drammatizzati perché la sua attenzione è assorbita dalle occupazioni più importanti : lo studio e il lavoro di formazione su se stesso.

Nello studio sa misurare le proprie forze. Era in uso in quegli anni di fare saltare la seconda media agli alunni che avessero raggiunto una buona quota di punteggio.

L'Allamano al quale era stata proposta la cosa rifiutò. Dirà in seguito : « Sapevo di non essere preparato sufficientemente ». In quarta ginnasio invece forse si sente più sicuro e ha già colmato le lacune di base che prima lamentava, e si deciderà a fare il salto passando dalla terza alla quinta ginnasio.

L'attenzione principale però l'Allamano la dedica a formare se stesso, correggere i difetti, valendosi prima del consiglio di Don Bosco e poi in seminario, con l'esercizio costante di controllo di se stesso che noi diremmo esagerato se fosse stato fine a se stesso, e non fosse balzato fuori da quelle minuziose attenzioni quell'uomo di azione che fu nella vita.

L'Allamano non era un ragazzo nato perfetto. Nessuno lo è. Fu un ragazzo che lavorò stupendamente sopra di se stesso, tanto da dominare completamente il suo carattere e formarsi una personalità veramente sacerdotale « buona e compita ».

C'è una serie di documenti nella sua vita di formazione che costituiscono un indice preciso del lavorio compiuto dall'Allamano sopra di sè. Sono i suoi regolamenti di vita. Si fece un regolamento di vita mentre era seminarista, un regolamento per le vacanze, un regolamento di vita fatto sacerdote. A questi regolamenti si devono aggiungere i propositi degli esercizi spirituali, accuratamente annotati, e altri propositi presi in occasioni speciali.

Già dal regolamento del seminarista che P. Sales cita da un prezioso quadernetto, annota che « non è lo stare in seminario che faccia santi, ma il fare tutte le cose che debbonsi fare e nella maniera che vanno fatte » (L. Sales, « Il Servo di Dio Giuseppe Allamano » 1944, pag. 24).

Questa osservazione ci rivela l'origine dell'insegnamento che egli in seguito ci lascierà quando ci vorrà straordinari nell'ordinario. Ciò che si deve fare va fatto bene. La sua attenzione si volge ad esempio alla puntualità,. « balzando al primo tocco della campana»; lotta contro le distrazioni, vigila soprattutto su quello che ritiene il suo difetto dominante, la superbiuzza. La ripetizione dei propositi ben definiti, precisi, ci rivela che la lotta per dominare se stesso non fu facile ma ci manifesta anche la costanza con cui egli persegue nell'intento di vincere se stesso.

Non è un puntiglio il suo: il volere essere irreprensibile. Vuole semplice= mente adeguare se stesso all'idea che ha del sacerdozio a cui si prepara. Il ragazzo che aveva detto di no a Don Bosco per diventare sacerdote diocesano, che aveva detto di no ai fratelli che volevano temporeggiare, sa dire di no a se stesso con un aspro esercizio di sacrificio. Ma nulla di innaturale in lui: Acquista perciò quella padronanza di sè, quel tratto amabile, quella gentilezza za sincera che solo si può spiegare coi la bontà d'animo. La bontà non si può sostenere a .lungo se è solo fredda cortesia. Ecco la regola che applicava a si stesso e che ci può essere utile nelle nostre angustie ed incertezze : « Per essere più buoni, per amore più puro Dio, per amore del nostro fratello c Dio ci rappresenta in concreto, facciamo bene ciò che dobbiamo fare: la comunione, lo studio, il lavoro, il parlare, tutto ».

Nella sua vita di sacerdote rifulgerà l'equilibrio di questa umanità dominata e spinta fino al più alto esercizio nel mettersi al servizio degli altri. Da tutta la sua persona traspare qualcosa di sacro quasi voglia sensibilizzare il carattere sacro del suo sacerdozio. Questo suo portamento nobile farà esclamare i convittori, forse con un pizzico di malizia : « Il Direttore pontifica sempre ».

Ma la stessa dignità mortifica, non allontana, non crea il distacco : sa attirare la confidenza, sa raccogliere le pene più grandi o donare i consigli più forti, sa imporsi con forza quando lo ritiene necessario, sa tenere la conversazione, ed essere anche spiritoso. Così accadde quando, nella conferenza domenicale, raccontò ai ragazzi la storia della bambina che piangente arrivò in sacrestia alla Consolata, perché la sua capretta aveva mangiato il trifoglio ed era morta.

Soffriva quando altri cercava di allontanarlo, per un senso di rispetto, dai ragazzi. Quando si -accorse che i ragazzi al suo arrivo non gli si facevano più incontro ma rimanevano 'a distanza osservò : « I vostri assistenti fanno bene a dirvi queste cose, ma con me non dovete avere nessuna paura » e se li tirò vicino.

Osservò un giorno al Chierico Sandrone che gli sembrava che frequentasse poco il Direttore. Gli rispose il giovane : « Ma il direttore tiene un teschio sul tavolo e mi parla sempre di morte ». L'Allamano lo invitò allora ad andare da lui alla Consolata. Conclude P. Sandrone: «Ci andai non solo quella, ma tantissime altre volte ». E come il Ch. Sandrone tutti quelli che avvicinarono l'Allamano ne tornarono soddisfatti e invogliati a continuare il dialogo con lui. Non si ha fiducia in un insicuro, in un uomo grossolano, in un uomo che non tiene la parola, in un debole. Penso che sia proprio questa base umana di qualità illuminata dalla grazia ad attirare tanta simpatia all'Allamano.

Anch'egli usò la maniera forte : quando gli parevano compromessi il bene dell'anima, la dignità della Chiesa, era serio e deciso. Chi ebbe a sperimentare la sua forza dovette riconoscere in seguito che egli aveva agito per il meglio. Ciò che più sembra provare quanto valesse la, personalità dell'Allamano è la prudenza, la chiaroveggenza, il senso del limite, l' energia che egli impresse alle sue opere : al santuario della Consolata, al Convitto, nella fondazione dell'Istituto. Ripeteva spesso : non dobbiamo strafare ; siamo quattro gatti : ma bisogna fare oggi quello che possiamo fare, non aspettare domani.

Una forza che fu all'Allamano occasione di superamento di se stesso, di vittoria, fu la sofferenza. Sofferenza fisica, sofferenza morale. Il dolore piega il debole ma rinvigorisce il forte. Di sè racconta in una conferenza. « Sapete che sono soggetto ad emicranie già fin dagli anni del seminario. Una mattina già prossimo all'ordinazione non potei scendere in cappella. Mi vestii ma dovetti stendermi sul letto per il forte dolore. Poco dopo venne il rettore a trovarmi. Saputo che da parecchio tempo andavo soggetto al male mi fece osservare che avrei potuto farlo presente. Ma sapete, io ero certo che dopo un po' sarebbe passato, come già accadeva le altre volte e non volevo essere di peso ». Sa sopportare e velare la sua sofferenza.

Non possiamo continuare con queste note un po' disordinate, però dobbiamo concludere che la forte personalità umana a base del sacerdozio ci fu nell'Allamano, non per un dono di natura passivamente accettato, ma frutto dello studio e del costante sforzo di migliorare se stesso. Nè si può separare la sua vita dal suo insegnamento, tanto questo è il naturale riflesso di quella. Vuole dei missionari forti di carattere, culturalmente preparati, anche se il numero ristretto spesso lo costringe ad affrettare partenze o ad affidare compiti di responsabilità a Chierici ancora in formazione. Insiste tuttavia sulla priorità della formazione e dello studio, li vuole padroni di sè. Anche alle suore dirà: « Non voglio delle serventone. Ci vuole della testa per imparare le lingue, insegnare la dottrina, e poi sapere fare fronte a tutto, senza avere bisogno continuamente di consiglieri che in Africa non ci saranno ».

 

UN'ANIMA TUTTA DI DIO

Una esistenza sacerdotale senza una intensa vita interiore è inspiegabile, è sterile. Il sacerdote è stato definito co me « sacrificatore e pastore d'anime, liturgo e apostolo, mistico e profeta, perché Cristo, l'unico e ineguagliabile, vuole continuare a vivere in lui e nella sua azione » (Rahner, « Missione e Grazia », ed. Paolíne, 1964, pag. 386).

Ora queste dimensioni dello spirito non si avvertono, nè si acquisiscono senza l'esercizio costante della vita interiore, che attraverso la morte di Cristo che si riproduce in noi con la lotta al peccato, ci fa risorgere in Lui nella vita della grazia e nelle opere della grazia : il ministero, il bene che compiamo ne sono la manifestazione. Ecco il nostro mistero pasquale. Non si tratta di folgorazioni pentecostali, nè di accecamenti alle porte di Damasco. L'opera della grazia è continua e mirabilmente provvida nel dirigere le anime che rispondono.

L'Allamano fu tra quelli che risposero a questi impulsi interiori. Non solo nella pienezza del Sacerdozio, ma in tutto l'arco della sua vita. Ebbe una adolescenza fortunata : all'oratorio di Don Bosco tra quei giovani studenti, operai, artigiani c'erano anime belle. « Giovani — scrive un ex oratoriano di allora — che non avrebbero commesso un peccato veniale per tutto l'oro del mondo. Giovani con una devozione così' soda e tenera che avevano veramente] dello straordinario » (Auffrey, « Don] Michele Rua », SEI, Torino, p.

75. Giuseppe Allamano dovette assorbire da quel contatto con una santità giovane, esuberante, aperta alla vita sacramentale molti di quei tratti che saranno fondamentali nella sua vita di Sacerdote.

Entrato in Seminario in un ambiente più omogeneo, dove tutto lo richiama alla meta che si è prefisso, il giovane Allamano dà un'impronta personale alla sua vita. Non guarda a come fanno gli altri. Non c'è l'usanza di fare la comunione frequente ; lui la farà anche sei dovrà superare un po' di rispetto umano. Ci sono Chierici che si occupano di politica e sono più avidi di leggere le notizie sul giornale che di approfondire le scienze sacre ; lui seguirà la politica del Cafasso : quella di Dio.

Due accenni ai suoi propositi: « Studierò con passione ma per Iddio; non riterrò perduto per lo studio il tempo dato alla preghiera... Voglio occuparmi dell'unico affare: farmi santo e non soltanto buono; fare e non aspettare. Via ogni noia; niente ti turbi; solo temi il peccato... ».

Propositi più o meno alti, parole più o meno impegnative ne abbiamo scritto tutti o almeno siamo stati tentati di farlo. La portata dei propositi dell'Allamano va misurata dalla prova della vita. Sappiamo quanto ci tenesse a fare tutto per Iddio alla presenza costante a Dio ; conosciamo dalle opere e dalle testimonianze che ci ha lasciato che cosa significasse per lui farsi santo : scavare profondamente se stesso e lasciare che Dio lavori e modifichi la sua vita.

L'apostolato a cui si dedica nell'insegnamento, nella direzione del Convitto e del Santuario della Consolata, nel Confessionale, nelle Missioni per mezzo dei Missionari che forma e manda, sostenendoli con il consiglio e l'aiuto, ha un solo perché : la sua unione intima con Dio, il sentirsi, per mezzo del suo sacerdozio, legato alla volontà di Lui che gradatamente gli si va palesando.

Una forte vita interiore deve essere sostenuta, per non cadere in deviazioni ed esaurirsi. Aveva una sua massima « Un sacerdote che non fa molta orazione non è un buon sacerdote ». La preghiera ed in genere tutta l'azione sacramentale ebbe un peso determinante nella sua vita spirituale. Il suo desiderio di ricordare le date più importanti della vita : il battesimo, gli ordini etc. sono per lui un richiamo a vivere l'impegno sacramentale che si è assunto.

Mette in stretta relazione la bontà e la purezza della vita con l'orazione : sa il valore della medesima. Ai suoi figli missionari raccomanderà : « Non si prega mai troppo e quelli che hanno paura di pregare, di parlare con il Signore è perché temono l'occhio del Signore che vede nel cuore, perché non sono puri... Io vi farei pregare giorno e notte! ». L'Allamano è un uomo di azione e perciò nelle sue esortazioni alla preghiera emerge un senso pratico della preghiera, di sostegno cioè nella vita interiore, e di perseveranza nello zelo dell'apostolato. Non è assente però il motivo teologico anche se è in secondo piano, o meglio è al vertice di tutto : preghiera e azione : la gloria di Dio, l'unione di carità con Lui.

« In ogni nostra opera ci sia Dio, facendola alla presenza di Dio e per Dio solo ». Soprattutto la prova della sua vita interiore la dà nella devozione all'Eucarestia.

L'Eucarestia è veramente la prova di Dio : « Anche voi ve ne volete andare? ». È la prova della fede, ed è la prova della carità. Un sacerdote che per ministero compie il sacrificio eucaristico ed è l'adoratore davanti al tabernacolo, corre il rischio di materializzare le sue funzioni, di sclerotizzare la sua preghiera di adorazione e di non giungere più attraverso il segno sacramentale alla adorazione del Dio vivo presente in mezzo a noi. Tutto nell'Eucarestia viene mortificato : la natura, i sensi, l'intelligenza stessa che deve piegarsi di fronte al mistero : è il regno della fede pura, del deserto dell'anima che deve privarsi di ogni elemento sensibile nella sua preghiera per credere ed amare solamente. Un sacerdote che mantiene viva la sua fede nell'Eucarestia è veramente il sacerdote che compie l'opera della sua santificazione attraverso l'esercizio del suo ministero, come ci suggerisce il Concilio.

L'Allamano è un innamorato dell'Eucarestia. Fino al punto di pensare alle missioni come al mezzo di moltiplicare i tabernacoli. Dal modo con cui celebra, come si prepara e vive nello spirito della S. Messa al culto dell'altare, tutto tradisce la sua fede profonda nella presenza reale. Certo, c'è molta distanza dal piccolo fratello di Gesù

che nel deserto adora nel silenzio l'ostia santa su un rozzo altare di pietre, al Rettore della Consolata che per l'Eucarestia vuole i trionfi più grandi, gli altari più splendenti. Anche in missione, dirà, pur nella povertà ci vuole decoro e pulizia. Ma c'è un'unica base. Nelle lunghe sue adorazioni, scompariva tutto quello che era di esteriore e rimaneva unicamente il suo colloquio intimo a tu per tu. Il dialogo delle anime profondamente possedute da Dio con Lui stesso : Padre e Salvatore.

 

UN SENSO PROFONDO DELLA CHIESA

La modernità o meglio la attualità della santità dell'Allamano si manifesta specialmente nella dimensione ecclesiale.

Ci sono dei valori che pur essendo patrimonio della dottrina più antica e viva della Chiesa sono messi in evidenza maggiormente da determinate condizioni storiche. Oggi il formarsi del senso sociale, superando gradualmente i limiti e le barriere, ci rende più sensibili alla dottrina della Chiesa, considerata come assemblea, come cammino del popolo di Dio verso la salvezza. E la nostra azione di santificazione e di apostolato più che individualmente è vissuto in quest'insieme corale di preghiera e di azione con cui la Chiesa continua la sua testimonianza nel mondo.

L'Allamano sente molto il vincolo ecclesiale. Si sente condizionato dalla volontà della gerarchia ed è sempre alla ricerca di un comando esplicito che giustifichi la sua iniziativa. Fonda l'Istituto missionario per rispondere ad una sua esigenza intima di apostolato che non potè essere attuata per le sue condizioni di salute, ma soprattutto per rispondere ad un bisogno della Chiesa. Sa che tanti giovani sacerdoti partono senza alcuna assistenza per le terre di missioni, correndo il rischio di compromettere il proprio sacerdozio e la salvezza delle anime, e vuole in qualche modo mettervi rimedio. A questo primitivo disegno guidato dalla volontà del Vescovo e di Propaganda Fide sostituirà il progetto della fondazione di un Istituto. Ed è in questa testimonianza che noi lo ammiriamo.

Pur sapendo quanto dovesse costargli, accetta e si mette all'opera. Forse qualche volta pensiamo che le opere grandi nascono da un colpo di genio. Può anche darsi, almeno nelle opere umane. Le opere di Dio nascono da una intima coerenza alla grazia di Dio, e nel caso del Sacerdote, alla sua missione di pastore; e sono perciò fondamentalmente un atto di obbedienza.

L'opera dell'Allamano per le Missioni è la prova di un sacerdozio apostolico.

Il Concilio ha messo come virtù base della vita nella Chiesa l'obbedienza e la povertà. Già abbiamo accennato al senso di obbedienza che l'Allamano ha dato alla sua fondazione: obbedienza alla grazia e all'autorità costituita. « Quel che mi consola di più è che ho sempre fatto quel che il Signore ha voluto da me ».

Quando fu eletto Rettore del Santuario della Consolata molti si ritennero in dovere di dargli dei consigli, ed uno schiettamente gli disse, nel constatare le difficoltà che avrebbe dovuto superare : « Io non posso rallegrarmi ». « Mi rallegro ben io — rispose l'Alla. mano, — che almeno faccio l'obbedienza ».

Ha fatto un'esperienza dell'obbedienza, così forte che la riterrà come la virtù base dell'apostolato. In una let- tera del 21 luglio 1912 scrive in Africa : « La trasformazione civile e spiri. tuale di cotesto popolo avverrà, crede. telo, più o meno presto, più o menc largamente e profondamente, a misu- ra che ognuno di voi sarà nel propric ufficio esemplare nell'ubbidienza ».

L'ubbidienza è la legge della Chic sa : il sentirsi secondo l'espressione di Paolo, compaginati e strutturati in Cri- sto. È un atto interiore ed esterno inscindibile. Chi esce da questa norma di vita cade nell'egoismo nella ricerca di sè, del proprio successo, ed insensibilmente si mette fuori della Chiesa. Il missionario, perciò, che nella Chiesa svolge il compito tra i più difficili, quello di testimoniare la verità in mezzo ai non credenti deve sentirsi ad essa legato e da essa sostenuto.

Il Servo di Dio intuì questa verità ed inculcò nei suoi missionari questa adesione totale alla Chiesa, al Papa, alle direttive del magistero attraverso un'obbedienza umile ed operosa. In fondo spunta sempre l'atteggiamento del suo spirito : « fare, non aspettare ». Oggi che forte è la tentazione di fare al di là, o contro quella che è la direttiva della Chiesa, dobbiamo stare attenti a non cedere a questo ritorno di egoismo, a questa cieca illuminazione che noi vorremmo dare a noi ed agli altri, sostituendola alla luce della verità che la Chiesa invece ci tramanda.

All'obbedienza aggiunse quella che è la seconda virtù base di chi è a servizio della Chiesa : la povertà. Quel sentirsi libero da ogni vincolo di interesse, l'essere disponibile, il mettersi a servizio, e mettere le proprie cose a servizio della Chiesa.

Uomini straordinari come Don Orione, si può dire che furono caricati di soldi; ma essi non li toccarono, tanto erano immediati e generosi nel ridistribuirli in opere di bene.

L'Allamano pagò prima di persona per le sue opere : mise tutto il suo ed in seguito amministrerà scrupolosamente le offerte dei fedeli. Non voleva neppure accettare ricche offerte o lasciti, per paura che ci fossero degli interessi umani, e ci si attaccasse alle ricchezze. Volle dare a noi che in Missione forse avremmo dovuto sopportare una povertà necessaria, l'esempio di una povertà voluta ed amata, perché più ci accosta a Gesù Cristo. Abbiamo appena sfiorato la sua autentica santità sacerdotale : arricchita e resa più intima dalla tenera devozione alla Madonna per amore della quale l' Allamano visse, tutto diede, tutto operò, tutto sostenne ; e per la Madonna morì.

Ora tocca a noi riproporci il terna della medesima santità : aiutati e favoriti da molte circostanze che oggi ci spingono ad un impegno a fondo per essere sacerdoti su tutta la linea. Non è opera che possiamo cominciare domani. Ricordiamoci spesso il comando che egli ci diede : « Vi voglio così ».