1966 GIACOBBE Natale

 

P. Giacobbe Natale IMC (1933-1970), originario di Mondovì (CN), entrò dodicenne nell'Istituto dove compì tutti gli studi regolari. Ordinato sacerdote nel 1960, fu destinato nella casa apostolica di Benevagienna (CN) come formatore e insegnante. Nel 1966 venne inviato nel seminario teologico di Torino come Vice Rettore. Erano gli anni difficili nei quali iniziavano evidenti i sintomi della contestazione.

In vista della destinazione in Kenya, nel 1968 andò a Londra per lo studio dell'inglese, dove rimase poco tempo. Già minato dal male che lo avrebbe portato alla tomba ancora giovane, dopo una importante operazione per il cancro allo stomaco, fu eletto e partecipò al Capitolo Generale di rinnovamento del 1969, cui diede validi apporti. Era un missionario intelligente, aperto al nuovo e coerente, senza cedimenti.

Con forza sopportò l'inesorabile avanzamento del male ed accettò la volontà di Dio, che con evidenza lo chiamava alla Casa del Padre. Lasciò a quanti lo hanno conosciuto e seguito, specialmente negli ultimi mesi di vita nell'infermeria della casa madre, una bella testimonianza di fede cristiana.

Qui pubblichiamo l'estratto dello studio commemorativo dell'Allamano che il p. Giacobbe lesse nella casa “S. Giuseppe” dei fratelli coadiutori ad Alpignano (TO), il 16 febbraio 1968.

 

« E' una grande cosa predicare, amministrare sacramenti, organizzare opere, però la Chiesa è soprattutto una grande cosa che prega e che si immola » (Peyriguère).

Nel ricordare oggi il Fondatore delle Missioni della Consolata, S. di D. Giuseppe Allamano, ci proponiamo unicamente di avvicinarci alle cose vive della sua vita; alla sua figura reale che « nella Chiesa che prega e che si immola » trova la sua più naturale ambientazione, perché possa rimanere come fonte di ispirazione per la nostra esistenza missionaria.

C'è uno spirito, un atteggiamento interiore riflesso nelle sue iniziative, nella sua adesione totale alla Chiesa, nella sua volontà e decisione nel portare a compimento i suggerimenti dello Spirito di Dio che noi dobbiamo conoscere intimamente. Nella nostra vita, nella vita dell'Istituto, la cosa veramente meravigliosa è che si viva e si porti a compimento un disegno di Dio, come manifestazione della Sua Vita stessa.

Era un prete così: diocesano. Un prete piemontese, della seconda metà del 1800 che travalica di un ventennio nel 1900; di formazione tridentina, in periodo di rigorismo` insegna la morale alfonsiana. Zelante, organizzatore, meticoloso ed esigente con i sacerdoti che prepara al ministero; addolcito da bontà d'animo, da una carità delicatissima e teneramente materna, specialmente verso i suoi missionari. E' appunto la sua bontà che più traspare dai ricordi personali dei nostri Padri anziani.

Fu un uomo fedele al suo tempo e a se stesso.

Senza essere un brillante oratore, non si rifiutò mai di parlare, di dispensare la parola di Dio ed i consigli ad essa ispirati. Pur non vantando una vastissima cultura, dimostra apertura mentale, capacità di intuire le situazioni, di rendersi conto dell'ambiente in cui lavorano i missionari e di impartire loro sensate ed illuminate disposizioni. Senza potersi definire un mistico, possedeva un'equilibrata vita interiore, e proponeva nei suoi insegnamenti la dottrina ascetica più comune e più provata. Senza andare in missione, svolse con una totale dedizione il suo ministero sacerdotale e fece della Consolata un centro di vita cristiana intensiva. Senza essere un pensatore, rifletté quella che era allora la dottrina comune della Missione, con molte anticipazioni di concetti espressi nella « Ad Gentes » del Concilio Vaticano II.

Furono queste qualità, queste virtù semplici, questa fedeltà su tutta la linea a se stesso, i suoi valori, le cose tutte sue, che lo personificano e gli danno un posto singolare nella Chiesa.

Vorrei mettere in risalto, anche come motivo di ispirazione per la soluzione di problemi di fondo della nostra vita missionaria, due semplicissimi tratti che credo importanti, sia per delineare la figura del Padre ed anche per capire meglio quale indirizzo seguire nel rinnovamento dell'Istituto.

 

1)  LA DIOCESANITÀ DELL'ALLAMANO

L'Allamano fu e rimase diocesano. La sua ferma volontà di restare in diocesi, di continuare il suo ministero ordinario, anche quando già aveva dato inizio all'Istituto missionario, ci dice quanto fosse equilibrato e deciso nelle sue risoluzioni, ma penso anche ci può far capire come egli non vedesse incompatibilità tra l'essere diocesano e lavorare concretamente e a fondo per le missioni. Ha studiato il problema della sua vita: ha scartato la soluzione salesiana, per salute non può pensare ad una partenza per le missioni, decide di lavorare in diocesi e lì si ferma. E questa è per noi una bella lezione di vita: che non è affatto un irrequieto agitarsi, un sogno perpetuamente in evoluzione, ma per tutti gli uomini diventa gioiosa e cosciente accettazione di umili doveri quotidiani che sono l'ossatura di ogni esperienza umana.

Ma per l'Allamano la Diocesi, come già abbiamo accennato, non è la vigna cintata, la torre d'avorio, la casa inespugnabile o forse più esattamente la prigione dove tante anime apostoliche si chiudono e si perdono instaurando nelle loro comunità cristiane un cristianesimo istituzionalizzato, una religione che è autosoddisfazione, lussuria dello spirito, negazione pratica dei consigli evangelici. Si cerca inconsciamente di compensare le rinunce fatte con il possesso spirituale, il dominio assoluto nel « feudo di anime da salvare », con lo scambio di un amore che è diventato un rito, ma che non è scaldato dal sangue vivo della realtà umana in mezzo alla quale si vive.

Il nostro Padre Fondatore ha della diocesi una concezione ben più ampia e dinamica. In una lettera al P. Barbagli P.d.M. nel 1891, quando cioè aveva già in mente un'idea chiara dell'opera da iniziare, troviamo una preziosa testimonianza. « Un'opera che come questa — egli scrive —, toglierà alla diocesi parecchi giovani sacerdoti esemplari e di grande zelo, quali appunto sono quelli che ho di mira, e in tempo nel quale tanti lamenti si fanno sulla scarsità del clero (il che peraltro non è vero) sarà naturalmente poco benvisa dal vescovo locale, a meno che questi non sia persona da sapersi elevare sopra le idee ristrette che generalmente predominano e sappia comprendere come un clero diocesano può avere una missione ben più ampia... ».

I consigli dei prefetti di Propaganda Fide lo indurranno a modifiche successive della istituzione che ha in mente di iniziare. Il problema iniziale del Padre è però ambientato alla sua diocesi, al clero che conosce, e che spesso parte senza assistenza di sorta o è costretto ad inserirsi in organismi stranieri, il che diminuisce il numero di coloro che potrebbero lavorare in missione. Il suo progetto è quello di portare i sacerdoti più zelanti,

« i migliori », così come si ricava dalla sua lettera, ad una esperienza missionaria, provvisoria o perpetua, e di allargare così con lo scambio di personale e di offerte i confini della sua diocesi.

Il suo pensiero, o perlomeno la sua intuizione, la troviamo consacrata dall'insegnamento conciliare. « Tutti i Vescovi — sono parole del decreto Ad Gentes — in quanto membri del corpo episcopale, sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo ».

Il Vaticano II non si accontenta di ricordare i principi, suggerisce anche il modo pratico di concretare questa vocazione alla universale di tutti gli uomini. Ricaviamo brevemente i seguenti punti:

  1. preghiera e offerta della sofferenza;
  2. incremento di vocazioni per gli Istituti Missionari;
  3. incremento della collaborazione missionaria: PP. OO. MM.;
  4. invio dei sacerdoti « migliori » almeno per un periodo, alle chiese nuove delle missioni, ancora mancanti di clero (Ad Gentes, 38).

Oggi siamo invitati come istituti con fine esclusivamente missionario ad aiutare le comunità diocesane a prendere coscienza del loro dovere missionario. Guardiamo all'esempio del nostro Padre ed avremo un sano indirizzo. Da una parte dobbiamo prendere coscienza della comunità diocesana e delle sue esigenze, ma dobbiamo esigere in controparte che queste si aprano e dilatino i propri confini.

Non c'è nulla da temere dal principio nuovo della « diocesanità » in campo missionario, se i pastori delle comunità diocesane leggono ed applicano integralmente i suggerimenti conciliari. Ci dispiaccciono, e dobbiamo avere il coraggio di riprovarle, alcune applicazioni parziali che hanno contribuito a feudalizzare maggiormente alcune diocesi ed a gravare « i poveri missionari religiosi » di pesanti balzelli e pedaggi. Bisogna però che ci diamo d'attorno anche per rompere un aureo isolamento di tante comunità religiose, isolamento che forse per motivi dipendenti dal nostro lavoro ci tocca abbastanza pesantemente.

Permettiamoci una domanda: « L'isolamento nostro è frutto di una mancanza di equilibrio umano e di adeguata preparazione sociale e religiosa o è causata dalla mancanza di assimilazione della grazia carismatica che ci viene dalla nostra vocazione? ».

 

2)  LA MISSIONARIETA' DELL'ALLAMANO

(N.d.A. Il temine usato non mi piace affatto e non solo per motivi letterari; lo uso solo come termine di riferimento con la letteratura missionaria contemporanea).

« Ho capito improvvisamente che il Signore esigeva da me atti più che parole » (Card. Léger).

Quando nasce un'anima apostolica? Penso che sia in un momento determinante di scelta esclusiva, di orientamento pratico, o meglio vitale della propria esistenza come è stato per il Card. Léger.

La missione cessa di essere un interesse puramente culturale, nozionale per diventare un motivo parziale o totale di vita. Molti, troppi, parlano di Missione e creano l'illusione che il mandato apostolico sia determinato nella cristianità contemporanea. Evidentemente è un falso della letteratura religiosa, perché oggi nella nostra cristianità strumentalizzata alle strutture derico-medioevali che tuttora persistono, sono pochi i cristiani disposti a pagare di persona, ad impegnare la propria vita. La vocazione apostolica della Chiesa ha nel cristiano di oggi, un cristiano indolente più disposto a lasciarsi incapsulare dalle blandizie di un materialismo gaudente che ad accogliere i fermenti del rinnovamento evangelico, un valore secondario, decorativo. Per molti « buoni cristiani » si tratta di una risposta emotiva, di simpatia, di compassione per i « poveri missionari ».

Ma oggi un Vescovo non ha il coraggio, quand'anche ne avvertisse il dovere, di comandare, di imporre le mani ad un prete, ad un laico e di mandarlo in missione ( oltretutto c'è una pseudomistica della vocazione ed una brillante serie di leggi canoniche che glielo impediscono) perché non ci sono preti e laici religiosamente maturi da accettare un mandato evangelico. E' più obbediente un operaio di una casa petrolifera che passa anni e anni in regioni impervie e desertiche per un'obbedienza a mammona. E' sempre il primato dei figli delle tenebre che non sono specializzati di fronte al fine da conseguire nella diplomazia delle scuse velate di legittimità canonica.

L'azione missionaria è ancora oggi riservata ad un piccolo gruppo di volontari, isolati, spesso incompresi e compatiti. C'è la missione interna da sostenere, il bene da fare qui... La fisionomia missionaria dell'Allamano la dobbiamo cercare nella zona dell'impegno, perché egli non ebbe una dottrina missionaria, un pensiero che non fosse l'adesione semplice e totale all'insegnamento comune della Chiesa sulla missione. Bisogna interpretare i fatti della sua vita, perché egli comprese e adottò come sistema il principio enunciato in termini attuali dal Card. Léger « il Signore aspetta da me fatti più che parole ». « Fare, non aspettare », diceva l'Allamano. La sua fede matura, la sua coscienza di una Chiesa apostolica e missionaria trovano espressione nelle opere che inizia e che sostiene. C'è una comunità viva, un sacerdote autentico e questi due fattori si combinano per una realizzazione, modesta se la vogliamo giudicare con criteri quantitativi, ma vera e cristianamente autentica.

Nel 1891 scrive a Mons. Mancini P.d.M.: « ...Ho un certo numero di sacerdoti (i laici non mancheranno), giovani di buona condotta e di belle speranze che mi stanno giornalmente attorno sollecitandomi di mettere mano all'opera, pronti a dedicarvisi tosto con slancio ed uno zelo del quale alcuni hanno già dato prova nell'esercizio del sacro ministero... ».

 

Una breve sintesi storica

Per capire l'interesse missionario dei giovani che attorniano l'Allamano e la vivezza dell'interesse missionario è necessario gettare uno sguardo agli anni immediatamente precedenti. Per accenni, ma con fedeltà storica ci pare di potere affermare che sono le ultime manifestazioni di un interesse missionario, iniziato nei primi anni del 1800 e che crebbe meravigliosamente favorito da condizioni storiche particolari. L'apertura di molte nazioni chiuse in Asia, l'esplorazione interna dell'Africa, l'emigrazione in America, il raggiungimento delle popolazioni artiche. Numerosissime sono le fondazioni restaurate dopo la rivoluzione francese o create per rispondere alle esigenze ed alle possibilità vastissime dei nuovi campi di missione. Nel 1815 vengono restaurate le Missioni Estere di Parigi, nel 1814 P. Coudrin fonda i Missionari di Piepus, nel 1816 Mons. de Mazenod organizza gli Oblati di Maria Immacolata, viene riorganizzata la S. Congregazione di Propaganda Fide, praticamente ferma dalla occupazione napoleonica di Roma.

Tra le altre numerose fondazioni che sono seguite negli anni successivi ricordiamo: gli Assunzionisti, i Salesiani di D. Bosco, le Missioni Africane di Lione, i Comboniani di Verona, i Missionari di Mill Hill, i Missionari di San Colombano, le Missioni Estere di Burgos ed oltre un centinaio di altre fondazioni soprattutto femminili. Queste istituzioni furono affiancate da una rete di propaganda sempre più efficace: pubblicazioni delle

«Lettere edificanti delle missioni della Cina e delle Indie Orientali (1804-1824); sorge l'opera della Propagazione della Fede per iniziativa di Paolina Jaricot sollecitata da Mons. Doubourgh (1822); iniziano gli Annali della Propagazione della Fede e della S. Infanzia, etc. In particolare ricordiamo la missione dei PP. Lazzaristi De Jacobis e Montuori in Abissinia, in seguito alle esplorazioni dei fratelli D'Abbadie nel 1838. La loro missione avversata dalla ostilità dei preti copti è continuata poi dal Massaia, i cui scritti influirono enormemente nell'ambiente piemontese ed anche sul P. Fondatore' che si propose di continuarne l'opera.

Già nella fase decrescente di questo interesse, ormai anche le élites cattoliche sono impegnate in lotte politiche e sociali, nasce la nostra congregazione religiosa. Ad essa il Fondatore volle dare una fisionomia ben definita con l'unico ed esclusivo fine della Missione. Egli era disposto a chiudere i battenti piuttosto che lasciare assumere alla sua istituzione un carattere ambiguo, un orientamento non ben definito. L'esigenza di definire fin nei minimi particolari il suo Istituto trova ragione anche in una preoccupazione di preparare specificamente i missionari. Sempre in una lettera del periodo di studio e di preparazione, indirizzata al Prefetto di Propaganda egli richiede che gli venga assegnato fin dall'inizio un campo specifico di missione perché i missionari possano prepararsi soprattutto per quello che riguarda la lingua e i costumi. Ciò oggi a noi abituati a destinazioni a sorpresa, dall'America all'Africa suona un po' strano...

L'Allamano ebbe molte attività di ministero sacerdotale: Seminario, Santuario, Convitto, Confessioni, Consigli, direzione di comunità religiose; però nell'Istituto trova l'elemento caratteriz zante della sua anima apostolica, dove il' suo interesse, il suo desiderio missionario si traduce in pratica, in azione. Paga di persona: salute, denaro, preoccupazioni, incomprensioni sono il contrappunto del suo grande atto di amore.

Egli ci tiene a questa paternità sofferta: quella vera. Se rimprovera Padre Sales per le celebrazioni esterne del suo giubileo che definisce sciocchezze e se non vuole essere chiamato fondatore; quando essere fondatore vuol dire lavorare, essere disponibile, dare se stesso, immolarsi, non si tira indietro e protesta con energia contro chi vuole metterlo da parte. « Il Signore mi ha posto a capo dell'Istituto — così dice in una conferenza del 18 ottobre 1908 — e mi dà anche la grazia di dirigerlo: lo spirito lo dovete prendere da me... e nessuno può impedirvi di venire da me quando e per il tempo che volete ».

Per venire a qualche dato concreto che possa servire anche di riferimento in questa nostra vigilia capitolare, vorrei prendere in esame due punti che ritengo abbastanza importanti anche nella nostra problematica attuale: la formazione dei missionari, il metodo di lavoro missionario.

 

A)  LA FORMAZIONE DEI MISSIONARI

Non mancano oggi i trattati, gli studi intelligenti che sulla base delle leggi dello sviluppo fisiobiologico, della psicologia, dei condizionamenti ambientali, ed anche secondo i principi cristiani, guidano il giovane alla costruzione di una sana personalità.

Preferisco gettare uno sguardo ad alcune osservazioni che trovo in « La Missione » di A. Retif e su alcune semplici affermazioni del decreto « Ad Gentes » che più ci avvicinano all'insegnamento del nostro Padre e che possono aiutarci a leggere i suoi consigli con nuova luce (senza i rigidismi formali che lo deformano). Lo scopo che ci proponiamo è solo quello di abbozzare le doti di base del missionario moderno e di invitare a rileggere i capitoli della « Vita Spirituale » con animo sgombro da preoccupazioni di difesa di un metodo di vita classico.

Retif così sintetizza le disposizioni d'animo del Missionario:

  1. Santità. « ...carità verso Dio, spirito di preghiera, carità verso il prossimo... Il missionario deve essere un uomo di silenzio, un contemplativo, un orante volto verso Dio e verso la Trinità, donde trae origine la Missione... silenzio dove germoglia la vita ».
  2. Abnegazione e pazienza. « Tutta la vita del Missionario esige l'annientamento di se stesso ». « ...Cominciate a fare di voi stessi degli esseri sopportabili — scrive Mons. Le Roy in "La Missione " —, della brava gente, non superba, non antipatica, non vanitosa, non gelosa, non ipocrita, non banderuola, non floscia, non piccola di idee, ma devota a Dio ed alle anime, coraggiosa, tenace, semplice, buoni figlioli, confortevoli, caritatevoli, religiosi fedeli, missionari ammirevoli, pronti a tutto e sempre contenti di tutto ».
  3. Povertà materiale e spirituale.
    Retif ricorda l'insegnamento di Monsignor Boismenu, vescovo della Papuasia:
    «Missionari, dobbiamo essere poveri per noi stessi e ricchi per le opere. Poveri negli atti, nelle parole, nel vestire, nel cibo. Sfortunatamente il missionario oggi è trascinato dal turbine di affari ed abituato a conforti invidiati dagli stessi laici... Egli trova pretesti per astenersi dal dare il pane della vita e della parola di Dio. Numerosi sono oggi i missionari che non conoscono l'interno di un tugurio, di una capanna... ».
  4.  Realismo ed ottimismo.
    Il missionario deve garantirsi contro gli entusiasmi e contro le illusioni. Deve ricordarsi che gli uomini sono dappertutto uomini...
    Ad una suora scoraggiata P. Fontayont rispondeva: « Madre, si ricordi che le ragazze di oggi hanno qualità che non sono le sue, difetti che non sono i suoi, uno stile di vita che non è il suo ». Ottimismo fondato sulla risurrezione di Cristo, sulla fiducia nella Chiesa, sulla vittoria che il bene in Dio opera sul male.

Ed ancora, Amore alla Chiesa, formazione tecnica e carità: « Occorrono all'Africa missionari che amino l'Africa e gli Africani, che siano armati di molta pazienza, che sappiano farsi perdonare i loro benefici, le loro qualità di bianchi e di stranieri, che sappiano obbedire ai loro superiori africani e diventare i loro umili ausiliari ».

Il Concilio Vaticano II fissa i principi di quanto abbiamo esposto, nel decreto « Ad Gentes », cap. IV, al quale rimandiamo per un esame più approfondito. Ricordiamo solo che si esige la formazione ad una profonda spiritualità missionaria (santità), una equilibrata e forte formazione morale con tutte le virtù umane e cristiane caratteristiche di una personalità matura e dinamica, un costante e progressivo studio specializzato tecnico- pastorale, etnologico-sociale.

Penso che non sia stato inutile esserci attardati ad esaminare i tratti della personalità del missionario quale oggi la Chiesa esige per chi si consacra alla evangelizzazione, più che per stabilire un confronto, per trarre una conclusione: Nel disordine, organico, dei pensieri dell'Allamano così come egli si esprimeva nelle più. svariate circostanze e che P. Sales nella « Vita Spirituale » ha ordinato in una presentazione a tesi, emergono limpide, forti, inequivocabili le linee della fisionomia genuina del missionario.

L'Allamano intuì e delineò con magistrale precisione gli elementi costitutivi della personalità apostolica: santità, formazione morale energica, dinamismo e costanza nelle attività, equilibrio di giudizio, bontà e comprensione vicendevole soprattutto con gli Africani, povertà e amore alla Chiesa, formazione specifica accurata dallo studio delle lingue alla preparazione teologica e pastorale... Le citazioni sono impossibili!

 

B)  UN METODO DI LAVORO

Fissati i punti cardine per una esistenza missionaria possiamo ora tentare di capire quale metodo di lavoro l'Allamano ci suggerì, e chiederci se non è il caso, specialmente per i Fratelli Coadiutori, di riscoprire nella nostra tradizione qualcosa che è di fondamentale importanza per il lavoro missionario nella nostra epoca.

L'incremento demografico mondiale, lo scossone dato alle strutture tradizionali dal colonialismo prima, dalle guerre mondiali e dalle guerre nazionalistiche tuttora in corso poi, la pressione economica che i paesi ricchi del capitalismo borghese e socialista esercitano sui paesi poveri creano delle condizioni di miseria, di fame, di malattie, di rivolta e di guerra continua per la maggior parte dell'umanità.

La Chiesa deve intervenire, i documenti pontifici tracciano un programma inconsueto e sconvolgente, non solo con azione caritativa, ma alla base, aiutando i popoli in difficoltà a creare delle strutture che permettano un graduale sviluppo ed il superamento dell'attuale stato di crisi.

Si accusa la Chiesa di chiedere come contropartita dei benefici portati dalla sua presenza, la conversione alla fede cristiana. Noi non sappiamo quale con-'. tropartita sia più pesante: se i tassi di interesse ed i vincoli politici posti dalle grandi potenze o la fede che integra l'uomo nella sua dignità di figlio di Dio, lo inserisce ancora più profondamente come forza attiva nella struttura mondana e gli dà la forza morale di scegliere un comportamento umano senza renderlo schiavo di un'etica puramente materiale esistenzialistica. Sappiamo che il grado di civiltà non si misura dall'uso del tovagliolo e della carta igienica, ma che essa si fonda su valori ben più complessi che dobbiamo scoprire e mettere in azione presso ogni popolazione per non fare della civiltà del futuro una civiltà altamente progredita, ma spenta e chiusa in se stessa.

Le missioni hanno in ogni tempo adempiuto il comandamento della carità e non possiamo giudicare l'atteggiamento di S. Paolo di fronte alla schiavitù, o il metodo di evangelizzazione di S. Francesco con la nostra mentalità. Saremmo però fuori, strada se non ci volessimo adeguare alle diverse esigenze che oggi ci sono prospettate.

Nelle missioni ci furono segni di risveglio e di interesse per il progresso e la elevazione dei popoli evangelizzati molto tempo prima delle grida rivoluzionarie di giovani ideologicamente o realmente drogati.

Riferendoci all'Africa ed al periodo di tempo che abbiamo preso in esame troviamo un prezioso monito del Card_ Lavigerie. Siamo ancora su un piano caritativo pur avvertendo già l'esigenza di una fratellanza, di una uguaglianza tra evangelizzatori ed evangelizzati: « Qualunque sia la degradazione degli indigeni, egli scrive, voi vi ricorderete che questi uomini, queste donne a brandelli sono come voi figli di Dio_ Lungi dall'imitare coloro che trattano male con cattiveria e brutalità la loro debolezza, avrete per essi il rispetto e la carità che la fede vi ispira. Darete l'ospitalità di Dio a tutti coloro che picchieranno alla vostra porta, un rimedio per le loro malattie a coloro che sono infermi, un asilo per i loro orfani, a tutti la prova effettiva che li amate come fratelli ».

Più esplicito e con un orientamento già ben definito Mons. Liufont scrive nel 1856: « La buona volontà e lo zelo non bastano senza la competenza professionale ed un impegno effettivo a livello tecnico ». E' precisamente il tempo in cui scendono in Africa congregazioni non strettamente a fine missionario: sono specializzati per la scuola, per l'assistenza agli ammalati, per l'addestramento pratico di maestranze in campo edile, meccanico, agricolo, etc.

Il nostro Istituto giunse tardivamente sul campo e si impegnò nel lavoro apostolico secondo i principi di un metodo in parte tradizionale, in parte innovatore: attività caritativa, visita ai villaggi e catechesi, azione tecnica, con laboratori e scuole agricole. La cosa destò sorpresa ed i nostri confratelli furono condannati da certi bempensanti come puri colonizzatori. Non vorrei basarmi sulla approvazione del metodo nel « Decretum Laudis » del 1910, ma riportare la testimonianza esterna di Roland Oliver in « The Missionary Factor in East Africa », Longmans 1956. Citando un articolo di Mons. Perlo del 1908 lo definisce una luminosa affermazione di un sapiente metodo evangelico. « Se la religione, scriveva Mons. Perlo, è per sua natura madre di civiltà, molto spesso per arrivare alla religione bisognerà passare attraverso la civiltà. La conoscenza di Dio è per l'uomo proporzionata alla conoscenza delle cose che lo circondano ».

Si continuò, dopo le scuole agricole, con le scuole, gli ospedali, i centri assistenziali. Diamo atto di quanta parte abbiano avuto i fratelli nella realizza zione di questo programma. Credo, che, fedeli all'insegnamento dell'Allamano, e sensibili agli inviti della Chiesa, dovremmo valorizzare di più questo filone di tradizione.

Il Padre inizialmente pensa ai laici: « I laici non mancheranno » scrive. Le prime spedizioni ci presentano figure magnifiche di laici poi consacratisi in perpetuo con i voti. Mi sembra che per i Fratelli più che insistere sul fattore religioso bisognerebbe impostare una sana spiritualità dell'impegno temporale, dell'aiuto tecnico ai popoli in via di sviluppo. Forse la struttura stessa dovrà diventare più agile e comprendere laici con impegno provvisorio, contrattuale, permanente con voti o senza, che possano assistere anche gli sposati che desiderano fare un'esperienza in missione, per potere dare un maggiore in cremento a questo che oggi è un aspetto indispensabile, ed in molti casi (in futuro lo sarà molto di più) è l'unico mezzo per mantenere la presenza della Chiesa.

Una istituzione a noi unita, ma dotata di organi autonomi, che respiri a pieni polmoni l'ideale dell'apostolato missionario, che permetta agilità di azione e costituisca motivo di richiamo tra i giovani d'oggi.

Vorrei chiudere con una espressione del P. Peyringuère elle parlando della Messa dice: « Se in questo dovere quotidiano pur facendo piccole cose si avranno grandi intenzioni, realizzeremo il commovente sogno di Dio in noi per la salvezza delle nazioni... ».

Il nostro Padre nella normalità e piccolezza di vita è stato in concreto questo commovente sogno di Dio perché ebbe per mezzo della sua passione missionaria delle grandi intenzioni.

Noi oggi sappiamo vivere le piccole cose della nostra vita quotidiana e del nostro lavoro apostolico con eguale dilatazione di Spirito per essere « il commovente sogno di Dio »?