
Antonio Avagnina nel 1969 era chierico del nostro seminario teologico a Torino. Qui riportiamo il suo breve intervento durante una speciale commemorazione del Fondatore tenuta a Torino il 24.4.1969, con la presenza dei padri capitolari. Durante quella commemorazione intervennero più persone, in questo ordine:
P. Domenico Fiorina IMC, superiore generale
Sr. Zaveria Pasqualini, MC, vice superiora generale
P. Luigi Barbanti, IMC, superiore della Regione del Tanzania
Fr. Natale Bosio, IMC, fratello coadiutore
Ch. Antonio Avagnina, seminarista.
Ci siamo trovati insieme qui per commemorare il Padre Fondatore. La parola “commemorazione”, però, forse non esprime bene il senso profondo di quello che abbiamo fatto e desideriamo fare.
Padri, Fratelli Coadiutori, Suore, Chierici, amici e laici: non siamo qui solo per «ricordare» il Can. Allamano, la sua vita e la sua santità. Siamo qui per riscoprire, in questo momento così importante per noi e per l'Istituto, il significato e il valore di quello che siamo o, meglio, di quello che dobbiamo essere sulla linea iniziata dal Padre.
Commemorando lui, ecco che siamo chiamati a ritrovare un po' noi stessi: la sua presenza è la nostra presenza qui; la sua festa è la nostra festa, la festa della comunità, la festa dei figli che \si riconoscono tra loro fratelli.
Ci mettiamo così nel solco di una tradizione: una tradizione viva, alimentata da quello che ognuno è stato ed è nell'Istituto; una' tradizione rivissuta che sentiamo nostra perché siamo noi a riceverla, a ricostruirla, a continuarla.
A questo punto, ci si può chiedere se e in quale misura noi, specialmente i giovani, siamo continuatori dell'opera iniziata dal Can. Allamano. Molte cose sono cambiate, dal tempo della fondazione, specialmente in questi ultimi anni; molti di noi giovani, lo confessiamo, conosciamo anche assai poco della vita e dell'opera del Padre.
Possiamo allora chiamarci ancora suoi figli? Si può trovare una continuità con quanto egli è stato, ha fatto ed ha voluto? Non si tratta qui di dare a tutti i costi una risposta affermativa, ma di guardare in faccia, serenamente e coraggiosamente, la, realtà dell' Istituto com'è oggi e come si prospetta domani: la nostra realtà; e, insieme, di rapportarla con quello che era agli inizi e con la figura del Can. Allamano. Senza perderci in una analisi troppo minuziosa, facciamo semplicemente alcune considerazioni di fondo.
Indipendentemente da ogni riconoscimento ufficiale, credo che siamo tutti convinti della santità del Padre Fondatore, sulla scia della spiritualità dello zio, S. Giuseppe Cafasso. Santità che lo fa essere pienamente uomo del suo tempo, da cui non vive estraniato, anzi, sa coglierne i fermenti e le istanze più profonde, e in una visione positiva egli vi' risponde con la sua instancabile attività.
Profondamente unito a Dio da una fede incrollabile e tenace, si dona agli altri in un servizio sacerdotale senza misura, che lo porterà ad abbracciare il mondo intero con la fondazione dell'Istituto missionario.
Era Rettore del Santuario della Consolata, aveva mille cose a cui pensare, poteva vivere tranquillo nello svolgimento della sua attività: invece rinuncia a questa sicurezza per seguire quella che gli si e manifestata come volontà di Dio, fiducioso fino in fondo nella sua Provvidenza. All'Istituto dedica le sue migliori energie: tuttavia vuole che esso sia sempre e solo strumento della Chiesa universale. In esso deve regnare lo spirito di famiglia, e la sua vita prende anima dall'intimità eucaristica e dalla liturgia, sempre sotto la protezione materna della SS. Consolata.
I missionari svolgono il loro compito non solo con la predicazione, ma prima di tutto partono da una preparazione umana, da un interesse sociale per i popoli cui sono inviati: solo così questi potranno accogliere il Vangelo su una base solida e sicura.
Nella formazione dei missionari il Canonico Allamano ha sempre usato e raccomandato il massimo rispetto e fiducia nella persona, sia pure uniti a fermezza: era convinto che l'amore ottiene più risultati che non il timore.
Abbiamo dato uno sguardo a volo di uccello sulla vita e sull'attività del Padre Fondatore nei confronti dell'Istituto: basta questo per farci intravvedere alcune linee essenziali, che in fondo costituiscono la sostanza di una vita evangelica valida in tutti i tempi, e riscoprendo le quali noi ritroviamo il senso del nostro essere oggi nell'Istituto.
Ognuno di noi, e tutti insieme come comunità, siamo chiamati a cogliere fermenti che animano il mondo di oggi la Chiesa: dobbiamo interpretarli questi segni dei tempi, in una visione serena e ottimista; essi sono un appello di Dio ad una risposta responsabile ed adeguata, un segno della sua presenzi nella storia e dì un disegno di Provvidenza più grande delle singole situazioni concrete.
In questo disegno,: noi entriamo come protagonisti, unicamente desiderosi che il suo regno venga nel mondo. La fede nella sua Parola e nella presenza del suo Spirito ci spinge ad affrontare con serenità, e a vivere direi con entusiasmo, nel tentativo di una soluzione, la problematica di oggi sul senso del nostro essere sacerdoti, religiosi, missionari: senza paura di dover abbandonare la sicurezza di una posizione raggiunta, quando ci accorgessimo che questa non rispecchia valori autentici o non risponde ad esigenze reali del Vangelo che dobbiamo testimoniare e degli uomini a cui siamo mandati.
L'aspetto di completezza umana e di impegno sociale del sacerdozio missionario, come lo voleva il Padre Fondatore, assume oggi per noi un'urgenza particolare, in un mondo in cui l'ingiustizia di un sistema economico costringe alla miseria tanti nostri fratelli. In questa dimensione, l'aspetto soprannaturale della nostra fede, che deve "incarnarsi", renderà il nostro sacerdozio realmente "segno" della presenza di un Dio che salva.
Così, lo spirito di famiglia che ci deve caratterizzare forse attende di essere vissuto ed espresso in nuove forme: ma sempre, come al tempo del Padre Fondatore, esso deve presentarsi come testimonianza di quella comunione fraterna che è la Chiesa: allora, l'annuncio della Parola di Dio sarà convalidata da una vita aperta e totalmente disponibile agli altri, quale è stata quella del Can. Allamano e quale egli l'ha voluta per i suoi missionari.
Anche la vita liturgica e la devozione a Maria SS. Consolata, riscoperte nella loro essenzialità, esigono ed esigeranno forse 'nuove' forme di espressione: ma proprio così potranno incidere veramente e profondamente nella nostra vita e nel nostro apostolato missionario.
La fedeltà alla Chiesa in una visione realmente universale e aperta all'azione dello Spirito Santo ci indicheranno volta per volta il cammino da seguire. Questa è stata la disposizione interiore fondamentale nella vita del Can. Allamano: un germe da cui si sono sviluppati tanti frutti. Questo stesso germe deve animare la nostra vita. Il nostro sguardo è rivolto al presente e al futuro, ma si fonda sul passato.
L'Istituto è un organismo vivente, e la vita non è mai qualcosa di statico: i cambiamenti che essa esige sono una maturazione necessaria per conservare quell'autenticità che è fedeltà essenziale allo spirito degli inizi.
In questo senso, la venerazione che noi tutti abbiamo per il Padre Fondatore è qualcosa di più che un'imitazione esteriore di quanto egli ha fatto o un rapporto di conoscenza con quello che egli è stato: è soprattutto un ricercare e un vivere autenticamente la nostra vocazione oggi, nella Chiesa e in quello che in essa è l'Istituto, disponibili sempre e attivamente impegnati ìn tutti gli sviluppi che saranno richiesti dalla Provvidenza.
Così, in noi, crediamo veramente presente e attuale lo spirito del Padre.