1968 Giuseppe Allamano

 

Il can. Cesare Robione, della diocesi di Casale Monferrato (AL), non dimenticò più l'Allamano dopo un solo incontro con lui. Nel 1921, alla vigilia della vestizione clericale, fu assalito da mille dubbi sulla vocazione, al punto che non sapeva più cosa fare. Le esortazioni del padre spirituale del seminario, confidò: «mi cadevano addosso come un cataplasma su una gamba di legno». Mentre era in vacanza a Torino, qualcuno gli ha suggerito: «Hai a due passi un Santo, al quale ricorrono tanti sacerdoti, perché non ci vai anche tu?».

Ecco il suo racconto: «Andai a trovare l'Allamano nel suo studio. Ero impacciato, ma il suo sorriso incoraggiante mi disgelò. Allora aprii il sacco e parlai a lungo di tante cose. Debbo aver detto anche delle sciocchezze, perché tratto tratto lo vidi sorridere divertito. Quando il ciclone delle mie parole si esaurì, egli non si scompose: rimase impassibile come una quercia dopo un temporale. Frattanto la campanella del Convitto squillò per chiamare i superiori a pranzo. Si alzò lentamente, uscì nel corridoio, lo percorse tutto senza fiatare e io...dietro. Scese le scale, si avviò verso il refettorio ed io dietro come un cagnolino in attesa di qualche briciola che cadesse dal suo cuore. Alla porta del refettorio si fermò; mi guardò fisso nel profondo dell'anima, e mi chiese all'improvviso: "Ma tu saresti contento di avere la vocazione?". Risposi con tutta l'anima: "Oh! Sì che sarei contento! Purché fossi sicuro che il Signore mi vuole". Allora il suo volto si illuminò di un largo sorriso di compiacenza e, ponendomi una mano sulla spalla, mi rivolse queste deliziose parole: "Ebbene, va, figliolo, va tranquillo e continua pure... Farai del bene" Quelle parole scesero nel fondo dell'anima portandomi pace e serenità».

Il can. Robione fu un dinamico parroco a Lu Monf.to e, dal vescovo, fu nominato Direttore delle Pontificie Opere Missionarie della diocesi. Rimase sempre sinceramente amico dei Missionari della Consolata.

Qui pubblichiamo la conferenza tenuta a Torino, in Casa Madre, il 24 aprile 1968, per commemorare il 42° anniversario della morte del Fondatore.

 

Parafrasando un'espressione latina Scientibus legem loquor dirò Scienti-bus Patrein loquor. Ho l'ingenuità di parlare del Padre a chi ne sa più di me, cioè ai figli. Oso tuttavia parlarne per un debito personale di riconoscenza: ho avuto infatti la grazia di poterLo avvicinare e soprattutto di ricevere il Suo illuminato consiglio in un delicato momento della mia vita.

Nel settembre del 1921, alla vigilia di fare la Vestizione Chiericale e di passare dal Seminario Minore di Casale Monf. al Maggiore, il buio fitto cadde all'improvviso

 

sull'anima mia: « tenebrae factae sunt ». Crisi di Vocazione. Tutto quello che fino allora mi era parso chiaro, sicuro, mi sembrò oscuro, illusorio, falso. Tutto il castello di speranze e di ideali, che avevo costruito in cinque anni di seminario, crollò nell'animo mio lasciandomi la netta sensazione che, qualora avessi rivestito la talare, mi sarei messo in una via sbagliata.

Abitavo allora a Torino, a pochi passi dal Convitto della Consolata. Per quindici giorni non feci che scambiare lettere su lettere col mio Direttore Spirituale di Casale, ma le sue risposte erano per me come... cataplasmi su di una gamba di legno. Giorni 'di ansie, di tormento, che mi toglievano il sonno e l'appetito. Finalmente mi giunse un consiglio, che in qualche modo sbloccava momentaneamente la situazione: « Hai a due passi un santo, al quale ricorrono tanti sacerdoti, perché non vai anche tu? ». Vi andài, ma confesso, con poca convinzione, anzi con la persuasione che tra me e la Vocazione Sacerdotale fosse tutto finito.

Trovai il Can. Allamano nel suo studio. Ero impacciato, ma il suo sorriso incoraggiante mi disgelò. Allora aprii il sacco e parlai a lungo di tante cose... Debbo aver detto anche delle sciocchezze, perché tratto tratto lo vidi sorridere divertito. Quando il ciclone delle mie parole si esaurì egli non si scompose: rimase impassibile come una vecchia quercia dopo il temporale. Frattanto la campanella del Convitto squillò per chiamare i superiori a pranzo. Si alzò lentamente, uscì nel corridoio, lo percorse tutto senza fiatare e io... dietro. Scese le scale, si avviò verso il refettorio e io dietro come un cagnolino in attesa che qualche briciola cadesse dal suo cuore. All'uscio del refettorio si fermò, mi guardò fisso e profondo (come capisco ora l'« intuitus eum » di Gesù a Pietro! « Intus! ») e mi chiese all'improvviso:

  • Ma tu saresti contento d'avere la vocazione? Risposi con tutta l'anima:
  • Oh! Sì che sarei contento! purchè fossi sicuro che il Signore mi vuole.

Allora il suo volto si sciolse in un largo sorriso di compiacenza e, ponendomi una mano sulla spalla, mi rivolse queste deliziose parole:

  • Ebbene, va, figliolo, va Rientra in seminario e continua pure... farai del bene.

Dicono... la musica! Per me quelle parole squillarono come una fanfara del Paradiso. Il sole sfolgorò nell'animo mio « et facta est tranquillitas magna ». Inutile dire che proseguii i miei studi, divenni Sacerdote e mai più l'ombra del dubbio sfiorò la mia anima: mi sentivo confermato in grazia.

A qualcuno può sembrare un episodio modesto, dal quale non sia lecito trarre tante illazioni, ma chi l'ha vissuto, sofferto e goduto, chi, come me, ha potuto avvicinare altre volte il Can. Allamano, chi ha ascoltato le testimonianze altrui, può capire quale Uomo, quale Sacerdote, quale Santo egli sia stato.

 

L'UOMO

Il suo fisico era tutt'altro che quello di un atleta: di materiale fisico aveva soltanto quanto bastava per tenerlo in vita. La sua voce era leggermente nasale, il tono basso e grave; ma nella sua voce sapeva mettere tanta dolcezza da conquistare subito il cuore dei suoi interlocutori. Veramente: « dulcis in ore, dulcis in facie, dulcis in corde! ».

Il suo sguardo scendeva « intus » a scandagliare le pieghe dell'anima, spesso più impenetrabili delle foreste veri gini. I suoi occhi andavano oltre il viso dei suoi interlocutori, spogliando le coscienze di ogni bardatura e mettendole a nudo come erano davanti a Dio. Era inutile con lui ostentare disinvoltura o assumere atteggiamenti diplomatici. I chierici che avevano qualche birbonata da nascondere, giravano al largo per non entrare nel campo visivo dei suoi radar.

La sua intelligenza, intuitiva, sintetica, arrivava subito all'essenza delle questioni. Sappiamo che in meno di dieci mesi superò brillantemente cinque esami e conseguì la laurea con pieni voti e lode.

La sua volontà era decisa, forte come l'acciaio. Un giorno mi disse: « Vedi, figliolo, nel bene bisogna essere santamente testardi » (L'aggettivo, un tantino ruvido e sinonimo di cocciuto, caparbio, era temperato dal « santamente »).

Il suo carattere sempre aperto, giovanile, scrupolosamente sincero, assolutamente senza complessi. Era ricco di silenzi pensosi, significativi, e quando parlava non faceva spreco di parole; parole sempre centrate, decisive, esaurienti.

Era semplice, veramente... « alla mano », ma anche furbo; il che non toglie nulla alla sua santità, che è appunto la scelta dei furbi.

 

IL SACERDOTE

Dio non costruisce sulla sabbia. Era stato largo di doni naturali col Can. Allamano, per porre salde fondamenta alla costruzione spirituale, che aveva sapientemente progettato: un sacerdote come lo voleva Lui.

Non un prete mediocre; non solo un buon prete; ma un prete santo. E tale fu il nostro Servo di Dio: prete sempre e dappertutto, in chiesa e per la strada, coi ricchi e coi poveri, col Cardinale e col sacrestano.

Non era un predicatore di cartello (benché efficacissimo nelle sue conferenze spirituali), ma era un confessore ricercato, impegnato più ore al giorno. Sappiamo d'altronde che se i predicatori battono le siepi, sono i confessori che pigliano le lepri. I penitenti uscivano dal suo confessionale con cento alleluja nel cuore. Al suo consiglio si rivolgevano sacerdoti e laici, Vescovi e Cardinali, donnette e nobili.

 

IL SANTO

Una santità senza rumore, la sua. Egli seppe nascondere così gelosamente la sua santità per ben quarant'anni nelle modeste stanzette del Convitto, seppe così abilmente rivestire le sue eccezionali virtù di semplicità disinvolta, che occorreranno tempo e pazienza per ricostruire, tassello per tassello, il mosaico della sua santità: come avviene nel ricupero dei capolavori antichi rinvenuti negli scavi archeologici.

La sua santità fu per molti versi la continuazione dello stile del suo santo zio, S. Giuseppe Cafasso: fare le cose ordinarie con un amore straordinario, farsi nelle mani di Dio umile strumento di bene con un abbandono quasi infantile, scorgere in tutti gli avvenimenti il filo conduttore di Dio, nutrire una fiducia sconfinata nell'intercessione della Madonna («Ai piedi della Consolata si aggiusta sempre tutto »).

Anche il diavolo era preoccupato! E quando è il diavolo a preoccuparsi, vuol dire che il Signore è contento. Un prete mediocre non lo preoccupa affatto, perché è già un po' dalla sua, ma un prete santo gli rovina la digestione: allora il diavolo gli si accanisce contro.

Quello che non ha fatto per scoraggiare e fermare il Servo di Dio! Si servì della precaria salute (nella biografia del Servo di Dio si legge come un ritornello « In quel tempo il Can. Allamano si ammalò gravemente e... poi guarì »), si servì delle incomprensioni, dei pronostici catastrofici (« Va, va... ma poi finirà col fallire »), della defezione simultanea del primo gruppo di aspiranti missionari, della guerra (1915 - 1918), che gli vuotò nuovamente la- casa e lo costrinse ad una lunga pausa d'azione. Le sue grandi doti umane, sacerdotali e le sue risorse soprannaturali sono le componenti, che hanno fatto di Lui il Fondatore.

 

IL FONDATORE

Sotto questo aspetto avrei poco da dire e tutto da ascoltare, perché qui in Casa Madre tutto parla di Lui in termini concreti di Opere e di Persone, e perché a quel punto la Sua storia si intreccia e si identifica con la storia dell'Istituto Missionario della Consolata.

Tuttavia sia lecito ad un estraneo, che però ebbe occasione di intravvedere l'animo e le intenzioni del Fondatore, di esprimere le proprie impressioni e di rammentare qualcuno dei punti chiave ai quali Egli intendeva che si ispirassero i suoi missionari.

1) L'amore - Fedelissimo alla legge evangelica dell'amore, volle che la base della convivenza fosse la carità, l'amore reciproco, che esclude qualsiasi invidia di mestiere o anche solo l'antipatia volontariamente accettata, pena il dissolversi della comunità e la frustrazione d'ogni slancio E ne diede esempio. Amò tutti e così intensamente che ciascuno credeva di essere un prediletto.

Soleva dire: « Il Signore poteva scegliere un altro fondatore, uno più capace, con più doti, con più salute, ma uno che vi amasse più di me... no, non credo ». E ancora: « Per quanto i vostri parenti vi possano portare un affetto apparentemente più grande di quello che io nutro per voi, in realtà non lo è, assolutamente no ». Poté dire sul letto di morte: « Per voi ho dato tutto », tanto simile al « Consummatum est » di Gesù sulla croce.

2) Umiltà di famiglia - Egli non voleva che l'amore reciproco dei suoi figli e la stima reciproca, pur tanto doverosa, si tramutassero in una specie di orgoglio collettivo, che io chiamo « orgoglio di famiglia ». Questo non è soltanto quella doverosa stima, quella fiducia. quell'attaccamento che ogni Religioso deve nutrire per il proprio Istituto o Congregazione, ma la presunzione di essere i migliori nel proprio campo specifico d'apostolato, presunzione che può degenerare in atteggiamenti polemici, assurde concorrenze e rivalità nei confronti di altre Congregazioni similari. Si può essere personalmente umili, ma avere quell'orgoglio di famiglia che fa esclamare « Se invece dei... avessero mandato noi, a quest'ora le cose sarebbero cambiate da così a così ». Il « Veni, vidi, vici » era il motto di G. Cesare, non del Can. Allamano.

Egli, infatti, soffriva se attorno al suo Istituto si faceva troppo rumore. Una giusta propaganda, sì, per trascinare i giovani agli alti ideali del suo Istituto, ma la pubblicità eclatant, no! Il suo Istituto doveva contribuire ad illuminare il mondo, ma non come un pomposo albero di Natale, bensì come l'umile stella dei Magi.

3) Distacco del Cuore dal danaro - Nessuno ignora quanto danaro occorre per sostenere ed estendere un'Opera Missionaria. Dio moltiplica i benefattori nella certezza di non poter impiegare i proprii beni più utilmente.

Il primo a saperlo ed a sperimentarlo era il Fondatore. Ma non è questa la questione; bensì la maniera di procurarselo. E su questa maniera il Can. Allamano aveva una teoria tanto geniale, quanto evangelica. Soleva dire: « Quando noi corriamo dietro al denaro, il denaro ci scappa; quando ce ne mostriamo distaccati, il denaro ci corre dietro ».

Infatti, quando il Conte Luigi di Robilant (che egli aveva assistito nella malattia e in morte) lasciò tutti i proprii beni all'Istituto Missionario della Consolata, il Fondatore non volle accettarli per tema che si sospettasse un suo eccessivo interessamento presso il morente; e al notaio, che strabuzzava gli occhi tra l'incredulità e la meraviglia, al Cardinale Arcivescovo, che gli faceva notare come alla fin fine l'eredità andava non al Fondatore, ma alla Fondazione, rispondeva con decisione: « Le Missioni hanno bisogno più del buon nome che del denaro ». Dio confermò la teoria del Can. Allamano: la madre del Conte defunto andò a pregare il Canonico di voler accettare quei beni non a titolo d'eredità, ma come libera offerta.

4) Studio e pietà. Perché questo connubio? Perché il Can. Allamano non li concepiva disgiunti; voleva, cioè, che lo studio fosse integrato e permeato di preghiera, perché era convinto che solo così la cultura può diventare strumento efficace d'apostolato. Se oggi all'ombra delle provvidenziali riforme consiliari stanno pullulando idee più che audaci tendenti persino a corrodere principii di base (un mio parrocchiano contadino, dopo la presuntuosa predica di un prete progressista, riassunse il suo stupore dicendo: « fino a nuovo ordine c'è ancora un Dio solo! » gli è perché si è disgiunto lo studio dalla preghiera. Si vuole la Teologia secca. Oggi corriamo il pericolo di passare sulle pagine della Filosofia e della Teologia con la sola mente: come quegli angioletti, che adornano gli altari, fatti solo di una testina sovrapposta a due alette veloci veloci: la mente senza il cuore. Allora quelle pagine rimangono fredde, secche, senz'anima; riempiono le caselle della mente, ma non il cuore; abbagliano l'intelletto, ma non scuotono la volontà. Bisogna tirar giù questa scienza dal piano dell'intelletto al piano del cuore, affinchè le conoscenze diventino palpito del cuore, e investendo tutto l'essere si trasformino in azione, testimonianza, vita.

A questo scopo occorre che quanto si studia sui banchi della scuola venga rimeditato sui banchi della chiesa, quanto udito dal professore sia riudito dalle labbra di Gesù.

Un giorno il Can. Allamano uscì in questa espressione: « Non voglio essere messo sul candelabro per fare fumo ».

In realtà fu come un cero che consumò in purissima fiamma per il Signore senza pennacchi fumosi e senza inutili scolaticci, e sempre con tanta umiltà da poter essere paragonato non tanto alle candele dell'altare, che bruciano per il Signore, ma sono troppo in vista, bensì a quella pagliuzza di cera con cui si accendono le candele: appoggiata su di una squallida canna, nascosta in un angolo, pronta però a correre da una candela all'altra per accenderle tutte alla sua fiamma. E quando tutto è fatto, ritorna nel suo angolo come chi non ha fatto niente: « servi inutiles sumus! ».

Venga presto il giorno nel quale il Signore tolga dal nascondimento quest'anima eletta e la metta a risplendere nella sua Chiesa come un grande cero pasquale.