
Il Card. Ugo Poletti (1914-1997), originario di Omegna, compiuti gli studi nel seminario diocesano di Novara, fu ordinato sacerdote nel 1838. Dopo un periodo di ministero, venne prima nominato pro-vicario e poi vicario generale della sua diocesi.
Ordinato vescovo nel 1958, svolse il servizio di “ausiliare”di Novara fino al 1964, quando venne chiamato a Roma a dirigere le Pontificie Opere Missionarie italiane. Nel 1967, Paolo VI lo nominò arcivescovo di Spoleto e, due anni dopo, lo promosse a vice-gerente di Roma, diventando il più stretto collaboratore del card. Angelo Dell'Acqua, Vicario di Sua Santità.
Nel 1969, creato cardinale, fu nominato Vicario Generale della Diocesi di Roma, servizio che svolse fino al 1991. Durante quel periodo, cioè dal 1985 al 1991, fu presidente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana). In tale veste firmò l'intesa con il Governo italiano per l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole. In seguito divenne arciprete della Basilica Liberiana (S. Maria Maggiore). Si spense all'improvviso, per attacco cardiaco, il 25 febbraio 1997.
Qui pubblichiamo la commemorazione che il card. Ugo Poletti tenne a Roma, il 24 novembre 1976, per celebrare il 50° anniversario della morte dell'Allamano
Introduzione
Il Servo di Dio Giuseppe Allamano appartiene a quella schiera di santi che, nel secolo scorso, fiorì nella Chiesa torinese con una freschezza e varietà di forme di zelo apostolico che, ancor oggi, ci lascia attoniti. Alcuni sono di prima grandezza: S. Giuseppe Cottolengo, S. Giuseppe Cafasso, San Giovanni Bosco; altri precedettero o seguirono la loro luce; il Lanteri, l'Allamano, il Bertagna, il Murialdo, ecc.
Quale ne fu la matrice?
Mi par di poterla individuare, grosso modo, in due direzioni: una positiva, la riscoperta spinta missionaria dell'apostolato; l'altra negativa, la lotta anticlericale, spinta talora fino alla persecuzione, contro la Chiesa e i suoi ministri. « Recisa, virescit ». La potatura della persecuzione è sempre occasione di frutti spirituali più abbondanti.
Due matrici che anche oggi sono fortemente attuali, anche se i frutti potranno cogliersi tra qualche decennio.
È meraviglioso e caratteristico nella Chiesa che la santità, pur diversa nelle persone e nei secoli, ha tuttavia note essenziali sempre uguali; cosicché leggendo una biografia di secoli o di decenni addietro, la riscontriamo perfettamente attuale anche oggi in circostanze totalmente diverse.
Precisamente come la bellezza e la fecondità degli alberi fruttiferi è sem pre nuova, ogni anno, ma è sempre identica nei secoli.
Così è della vita del servo di Dio Giuseppe Allamano e le matrici di santità della Chiesa Torinese di ieri e le chiavi di interpretazione di quella santità, le troveremo costanti nella lettura del suo cammino incontro a Dio.
I - LA VITA E LE OPERE
A Castelnuovo ed a Valdocco
Giuseppe Allamano, nipote di S. Giuseppe Cafasso, nacque a Castelnuovo d'Asti oggi Castelnuovo Don Bosco nel 1851, il 21 gennaio.
Lì erano nati il Cafasso e San Giovanni Bosco; lì nacquero Mons. Giovanni Battista Bertagna, grande moralista e Vescovo Ausiliare di Torino, ed il Card. Giovanni Cagliero, primo missionario salesiano.
Dalla famiglia, contadina, semplice, ma profondamente cristiana, attinse lo spirito forte che reggerà tutta la sua esistenza. Avendo perso a tre anni il papà, dovette la sua educazione alla sua « santa mamma », donna forte e di fede robusta.
Don Bosco, che lo ebbe allievo a Torino per il ginnasio, pone gli occhi su di lui e lo invita: « Non ti piacerebbe farti salesiano? ». L'Allamano risponde di no. Ha già maturato la sua vocazione: sacerdote sì, ma nella diocesi, e per sottrarsi al fascino di Don Bosco, una domenica, insalutato ospite, lascia Valdocco.
A Castelnuovo, incontra l'ostilità dei quattro fratelli per entrare in seminario. Frequenti prima il liceo nelle scuole pubbliche, pi si vedrà!
In Seminario
L'Allamano accetta la soluzione, ma mentre si prepara agli esami di ammissione al liceo, si sente quasi folgorato da un'ispirazione. « Il Signore mi chiama oggi: mi chiamerà ancora domani, di qui a due, tre anni? » Decide di entrare subito nel seminario di Torino, dove 1'11 ottobre 1866, festa della Maternità di Maria SS., veste l'abito clericale. La Santa Vergine comincia il suo intervento nella vita del giovane.
Trovò un buon Rettore, il Canonico Giuseppe Soldati: un po' forte, ma di animo grande.
Trovò soprattutto l'esempio del grande Arcivescovo, Mons. Gastaldi, esperto in persecuzioni che era solito far vita di comunità con i seminaristi. Ebbe quindi quell'ambiente propizio alla generosità e all'entusiasmo che fu decisivo per la sua formazione.
Malgrado la debole salute, tempra il suo carattere, attende allo studio con passione, ma è soprattutto dedito alla pietà ed alla vita spirituale.
In quel periodo scrisse di suo pugno, un libretto con sunti di meditazione, consigli e propositi: un regolamento di vita frutto di intenso lavoro interiore. Con « L'Imitazione di Cristo », gli è oggetto di riflessione concreta, irrobustita dallo studio della S. Scrittura, specialmente delle Lettere di S. Paolo. Di pari passo contribuiscono alla sua formazione sacerdotale l'amore per l'Eucaristia, la devozione alla Madonna, la passione per la Chiesa e per le anime.
Sacerdote
Fu ordinato sacerdote nel 1873 dall'Arcivescovo, Mons. Gastaldi, e la Messa divenne « il sole » della sua giornata, divisa dalla celebrazione in tempo di preparazione e in tempo di ringraziamento. Così sarà per l'intera sua vita.
L'esempio poi del suo santo zio, D. Cafasso, gli fu scuola eccezionale a vivere il sacerdozio « in pienezza ».
Direttore spirituale del Seminario
I primi tre anni dell'ordinazione li visse ancora in Seminario, come Assistente e lo compromisero per tutta la vita nell'impegno di educatore di preti.
Infatti ai primi di novembre del 1876, Mons. Gastaldi lo chiama, e gli dice ex abrupto:
« Ecco il nostro Direttore spirituale!
- Cosa dice, Monsignore?...
- Sì: ti ho nominato Direttore spirituale del Seminario di Torino.
- Veramente, replica l'Allamano, io sognavo alcuni anni di vicecurato, poi forse una piccola parrocchia...
- Va bene! Ti dò la parrocchia più importante della diocesi: il seminario.
- Ma sono troppo giovane... obietta confuso il giovane prete con molti seminaristi siamo stati compagni e ci diamo del tu...
- Ma ti vogliono bene
- Allora, Monsignore, mi benedica ».
A soli 25 anni, Giuseppe Allamano dunque assume il delicato ufficio di Direttore spirituale.
È da tener presente che allora il Seminario di Torino aveva un ordinamento particolare: al Rettore, competeva l'incarico dell'organizzazione e della disciplina generale; al Direttore spirituale, toccava non solo la direzione spirituale nel foro interno, ma doveva essere pure « l'animatore » della formazione interna ed esterna dei giovani.
Qui si manifestò il grande equilibrio dell'Allamano nell'integrarsi col Rettore. Il Canonico Soldati, Rettore, era rigido, e talvolta anche duro: l'Allamano era, invece, assai più umano e comprensivo. I chierici non tardarono a commentare: Soldati, il « papà »; Allamano, la « mamma ».
« Fortiter in principiis, suaviter in modis », se eccedeva qualche volta, era semmai nella soavità, non nella fortezza.
Si propone un obiettivo preciso: forgiare nei suoi chierici caratteri trasparenti, sinceri, liberi di ogni formalismo o fariseismo, capaci di forti convinzioni e radicati in una profonda stima ed amore del sacerdozio, della Chiesa, del Papa, del Vescovo, nella dedizione alle anime fino al sacrificio.
Il Direttore spirituale doveva parlare molto ai chierici; ma anche ascoltarli; perciò era sempre a loro disposizione, a qualunque ora.
Siccome poi era uno che « ci credeva », che « faceva sul serio », la sua parola non poteva non essere efficace.
Rettore del Santuario della Consolata
Il Santuario della Consolata, fin dal secolo xi. è stato ner Torino e per il Piemonte un vivo centro di pietà mariana e punto di riferimento nei loro avvenimenti lieti e tristi, ma ai tempi dell'Allamano, il Santuario era in forte decadenza: fatiscente nel fabbricato, era decadente anche come centro di pietà. Per ridargli vita, l'Arcivescovo l'aveva offerto a due sacerdoti assai noti nella diocesi, ma entrambi, timorosi, avevano rifiutato l'Ufficio di Rettore. Non restava che l'Allamano, con la sua tenacia di volontà e la sua fede.
Nel 1880 l'Arcivescovo Gastaldi lo chiama e gli dice:
« Ti ho nominato Rettore del Santuario della Consolata.
Monsignore, sono troppo giovane!
Se è solo per questo, la giovinezza è una malattia che si guarisce con l'età ». Don Giuseppe, come la prima volta, ripete: «Ebbene, Monsignore, mi benedica!» Rimarrà al Santuario per 46 anni.
Col consenso dell'Arcivescovo si scelse come collaboratore il Teologo Giacomo Camisassa, sacerdote tutto fervore, disponibilità, e di gran senso pratico, stringendo con lui un'amicizia salda e fraterna, che durerà intatta nel tempo e nelle prove sino alla morte. All'Allamano toccava il restauro globale del Santuario. Cominciò dal restauro del servizio religioso. Con fermezza e tatto, dopo aver assegnato a ciascuno un vitalizio, l'Allamano congeda quattro religiosi anziani e si circonda di numerosi sacerdoti zelanti. La ripresa della vita spirituale è immediata e non si fermerà più.
Nei restauri materiali del vetusto edificio, impegna in primo luogo il proprio denaro, e poi ricorre ai benefattori.
Con il rapido sviluppo della città, anche il Santuario diviene angusto. I piani vasti e onerosi del Rettore per ingrandirlo sono senz'altro oggetto di critica: ma egli non disarma, trattandosi dell'onore della Madonna: con Lei non si deve lesinare.
Il Santuario, così come appare oggi, ricco di marmi, di ori, decorato di preziosi dipinti è tutta opera dell'Allamano.
È ritornato ad essere ed è ancora la perla e il centro di pietà e di formazione religiosa di Torino.
Restauratore del Convitto Ecclesiastico
Tuttavia a Don Giuseppe Allamano era riservata ben altra impresa di restauro spirituale e culturale.
A Torino esisteva, fin dal 1817, il Convitto Ecclesiastico per l'addestramento dei giovani sacerdoti al ministero. Dopo l'ordinazione, infatti, questi attendevano per un biennio allo studio ed all'esercitazione della pastorale, della catechesi e della liturgia, mentre prendevano i primi contatti con il ministero.
Il Convitto, fondato dal Can. Guala, aveva avuto il suo vertice di sviluppo e prestigio, presso la Chiesa di S. Francesco d'Assisi, per opera di S. Giuseppe Cafasso. Nel 1871, ricuperato il Convento già dei Cistercensi attiguo al Santuario della Consolata, Mons. Gastaldi vi aveva trasferito il Convitto, affidando l'insegnamento della morale al dottissimo Teologo Bertagna. Ma dopo qualche tempo l'Arcivescovo giudicò l'insegnante troppo largo di idee e lo licenziò. Ne nacquero subbugli da parte dei convittori, tanto che l'Arcivescovo dovette chiudere il Convitto presso la Consolata, trasferendolo nel Seminario alle sue dirette dipendenze.
L'Allamano, ne soffriva e vivendo alla Consolata, pensò di farsi intermediario per riportarvi il Convitto. Nel 1882 ne fece proposta all'Arcivescovo, che gli disse: « Tu vuoi ristabilire il Convitto alla Consolata? Va bene, ma sarai tu a capo delle Conferenze di morale ».
L'Allamano è nell'imbarazzo, ma Mons. Gastaldi è inflessibile: « O così o niente ».
E il Convitto torna alla Consolata e dove l'Allamano rinnoverà gli esempi del suo santo zio, D. Cafasso, restandovi per 44 anni: fino alla morte.
Il Convitto costituì sempre una preoccupazione fondamentale per l'Allama no, ne curò soprattutto la serietà dell'insegnamento per mezzo di docenti qualificati per cultura, esperienza pastorale e formazione sacerdotale. Alle tradizionali materie di studio: S. Scrittura, Morale, Liturgia, Ascetica, Catechetica, Eloquenza, anticipando i tempi, aggiunse lezioni di sociologia e, nel 1920, un corso di Azione Cattolica.
Si preoccupò di preparare « sacerdoti santi », « veri ministri del Vangelo », « uomini di Dio » consapevoli della loro missione.
Nel Convitto, come già nel Seminario, li guidava in primo luogo con l'esempio, continuando poi i buoni rapporti con loro, anche quando erano sparsi per la diocesi ed impegnati direttamente nel lavoro pastorale. Il Rettore diventava l'amico e il consigliere..
Fondatore delle Missioni della Consolata
Ai tempi dell'Allamano, andava diffondendosi in Piemonte un forte risveglio missionario, che cominciò con «L'Amicizia cristiana», movimento fondato dal gesuita P. Diessbach per l'apostolato cattolico, comprendente sacerdoti e laici.
Nel 1838 era pure stata introdotta ufficialmente nell'intero Piemonte l'Opera della Propagazione della Fede.
S. Giuseppe Cafasso, aveva ereditato dal suo maestro, il Guala, l'amore alle Missioni, e non tralasciava occasione di diffonderlo nel Convitto, con la lettura degli « Annali della Propagazione della Fede », della « Storia delle Missioni » del Barone Henrion; e l'argomento missionario tornava spesso nelle sue conversazioni.
L'opera spettacolosa del Cappuccino Mons. Massaia dal 1846 al 1879 in Etiopia, aveva vasta risonanza in Piemonte Nel 1876 D. Bosco inviava in Amo, rica Latina il primo drappello di mis sionari Salesiani guidati dal futuro Cardinale Giovanni Cagliero, egli pure di Castelnuovo, grande amico dell'Allamano.
Il Can. Ortalda, Direttore dell'Opera della Propagazione della Fede a Torino, cercava di far conoscere le Missioni con una rivista da lui fondata: « Museo delle Missioni » e con una Mostra Missionaria permanente.
Anche a Mondovì, il Vescovo, Mons. Ghilardi, aveva fondato le « Scuole Apostoliche per la preparazione di missionari ».
Si creava quel clima che doveva formare dell'Allamano un ardente missionario, a ragione del suo profondo amore alla Chiesa. « Se si ama la Chiesa, si sentono le Missioni! » Ancora da seminarista aveva presentato domanda per entrare nel Colleggio delle Missioni Brignole Sale di Genova. Ma le precarie condizioni di salute impedirono le sue aspirazioni. Doveva infatti restare a Torino, per la preparazione di numerosi missionari mediante la formazione di un Istituto.
Questo progetto andava facendosi sempre più chiaro in lui mentre, dirigendo il Convitto, si incontrava con sacerdoti ben disposti verso le Missioni. Una prima idea gli spuntò nel 1885, ma l'abbandonò per numerosi contrasti. La riprese nel 1891, e dopo laboriose trattative portò a compimento il progetto nel 1901, incoraggiato dal nuovo Arcivescovo di Torino, il Cardinale Agostino Richelmy, suo compagno di Seminario.
Un segno dal cielo gli diede l'ultima spinta. Il 18 gennaio 1900, l'Allamano, chiamato nottetempo per assistere due ammalati gravi, si ammala di polmonite doppia, e i medici danno il caso per disperato.
Tra la costernazione, sia nel Santuario che nell'intera città di Torino, l'Arcivescovo si reca a visitare l'ammalato.
« Ebbene, Don Giuseppe - gli dice amorevolmente - che facciamo? »
« Andiamo in Paradiso, Eccellenza! »
Ma, e la fondazione dell'Istituto?..., - ribatte il Presule.
Ci penserà un altro!
No, no! Tu non Si deve fondare l'Istituto, e devi fondarlo tu.
Così incoraggiato, l'Allamano fece solenne promessa che, se fosse guarito, avrebbe decisamente proceduto alla Progettata fondazione. In modo giudi cato « eccezionale » dai medici, in pochi giorni poté esser dichiarato fuori pericolo, e il 24 aprile successivo, spediva all'Arcivescovo di Torino la richiesta ufficiale di procedere alla fondazione.
Aveva concepito l'Istituto in una forma geniale. Egli pensava infatti ad un servizio compiuto da sacerdoti diocesani della provincia ecclesiastica di Torino e Vercelli, in collaborazione con una circoscrizione missionaria. Sacerdoti accuratamente selezionati, dopo la debita preparazione, avrebbero dovuto partire impegnandosi pastoralmente per un quinquennio. Restavano incardinati alle diocesi di origine, nelle quali potevano tornare a quinquennio compiuto, o dopo un periodo più lungo.
Aveva prevenuto il documento « Fidei donum » col quale Pio XII, (ed in seguito il Concilio Vaticano II) avrebbe aperto alle Chiese locali la possibilità di una collaborazione corresponsabile in una diocesi di missione. Tuttavia più tardi, si lasciava indurre a dare alla sua fondazione la forma d'una vera e propria Congregazione religiosa con voti.
Nel gennaio 1910, l'Allamano aveva pure fondato l'Istituto delle Suore Missionarie della Consolata, sempre col tocco distintivo della Provvidenza.
L'anno prima, trovandosi in Udienza dal Santo Padre Pio X, gli aveva esposto i grandi bisogni di personale anche femminile richiesti dalle missioni.
« Bisogna gli rispose il Papa che voi stesso diate principio ad un Istituto di Suore Missionarie, così come avete fondato quello dei missionari. Avrete maggior numero di personale a vostra disposizione, e, intanto, l'uniformità di spirito potrà contribuire ad ottenere risultati anche maggiori.
Santità, vi sono già tante Famiglie religiose femminili! Sì, ma non esclusivamente per le Missioni.
Ma io, Beatissimo Padre, non sento la vocazione di fondare delle Suore! Se non l'avete, ve la dò io ».
Il Can. Allamano con la consueta Fede scorse nel desiderio del Papa la volontà stessa di Dio, e s'accinse con animo risoluto alla nuova grave fatica.
Che fortuna per la Chiesa e per le Missioni, grazie a voi, Missionarie della Consolata!
Beatificazione di D. Giuseppe Cafasso
L'Allamano, nipote di S. Giuseppe Cafasso, aveva incontrato lo zio una sola volta a Castelnuovo, all'età di sei anni, ma ne aveva ereditato lo spirito, e raccolto religiosamente le numerose testimonianze di santità e gli scritti. Nonostante il pesante cumulo delle sue quotidiane occupazioni, convinto di compiere un'opera assai utile alla diocesi e alla Chiesa, si assunse pure l'immano di avviare i processi canonici per la beatificazione del servo di Dio.
Fu certo una lunga e paziente fatica, ma nell'Anno Satnto 1925, Pio XI proclamava solennemente Giuseppe Cafasso « Beato », definendolo: « la perla del clero italiano».
Un anno dopo, il 16 febbraio 1926, l'Allamano moriva santamente, all'età di 75 anni, nella stessa fama di santità del Beato suo zio.
L'Allamano era stato, per un mezzo secolo, una figura di primo piano nella diocesi di Torino e nell'intero Piemonte.
I suoi tempi non erano certo migliori dei nostri: tra grandi turbamenti sociali ed ecclesiali, si impegnò per il trionfo della verità e della giustizia con la testimonianza della propria vita, al servizio dei confratelli e della sua Diocesi.
Il - FISIONOMIA SPIRITUALE DEL CAN. GIUSEPPE ALLAMANO
Dopo le brevi note biografiche è più importante soffermarsi sui tratti fondamentali della fisionomia spirituale dell'Allamano, che potrebbero essere sintetizzati così:
- un appassionato del sacerdozio;
- un appassionato della Chiesa;
- un appassionato dell'evangelizzazione.
Appassionato del sacerdozio
Di lui, come di S. Giuseppe Cafasso, si potrebbe dire che era « sacerdote fino all'osso», perché il sacerdozio era divenuto l'essenza del suo essere, la sua stessa vita.
Né si accontentava di onorarlo in se stesso, ma profondamente consapevole che tutti i sacerdoti, col loro Vescovo, costituiscono in virtù dell'ordine sacro una cosa sola: « unum presbyterium », partecipava a tutti gli avvenimenti e a tutta la vita del presbiterio diocesano: dalle ordinazioni sacerdotali in Cattedrale, a quelle del suo Isti tuto; dai bisogni materiali dei sacerdoti bisognosi a quelli spirituali dei preti in pericolo. Era facile che sacerdoti « in crisi » venissero da lui per consiglio e sostegno: li trattava con tenerezza di tratto e con saggezza e fortezza di consiglio. È caratteristica e significativa una sua espressione che vale un trattato: « Potessimo, a certi individui, raschiare il carattere sacerdotale, tutto sarebbe finito. Ma poiché non si può, cerchiamo di sostenerli ed aiutarli a risuscitare in loro la grazia ricevuta nell'Ordinazione. Cerchiamo di ravvivare la fiamma sotto la cenere, ridare vita al lucignolo fumigante ma che abbia a spegnersi per sempre » (Sales, Vita, pag. 393).
Per evitare di « rimediare » l'Allamano si impegnò a « formare » con tutte le sue forze i nuovi sacerdoti. Come li voleva?
Facendo sue le parole di S. Giuseppe Cafasso diceva: « Il sacerdote è l'uomo di Dio, tanto unito a Gesù Cristo da poter parlare ed agire in nome di Lui; è il continuatore dell'opera di Cristo; come Cristo, è il mediatore che offre le cose di Dio agli uomini, e le cose degli uomini a Dio ». Ebbe il merito di approfondire la preziosa eredità ascetica del Cafasso con la riflessione teologica, sviluppando in particolare il « De Sacerdotio », di S. Giovanni Crisostomo.
Fondava la sua opera di educatore di sacerdoti su tre cardini:
- La profonda comunione con Cristo, è la ragione della santità nel « Homo Dei » con la pienezza di senso che San Paolo esigeva dal discepolo Timoteo « Il sacerdote dev'essere proteso verso la santità ».
- Come Cristo realizza perfettamente e pienamente il suo sacerdozio nel sacrificio per la salvezza di tutti gli uomini, così il sacerdote deve impegnarsi per la salvezza delle anime con piena oblazione di sé: «Tutto per gli altri, niente per me stesso! ».
- Il sacerdote resta pur sempre un uomo, con debolezze intrinseche che, se non dominate, possono rallentare o estinguere il fervore della vita sacerdotale: è quindi indispensabile un severo e continuo controllo di sé: nei pensieri, nella condotta. Non è mai « un uomo come gli altri ».
Questo era il suo programma fondamentale: lo attuava nella sua vita personale e nella formazione dei chierici e sacerdoti a lui affidati.
Pietà Eucaristica
Ognuno comprende che tale programma doveva avere un preciso alimento: l'Eucaristia nel suo duplice aspetto di sacrificio e di Presenza reale, per l'edificazione del popolo di Dio, che è la Chiesa.
Amò l'Eucaristia con vera passione che cercò sempre di trasfondere nei seminaristi, nel giovane clero e negli alunni missionari. Ecco qualche particolare, che può sembrare ingenuo, ma è rivelatore di un fuoco interiore « Vorrei diceva un giorno, rivolto alla cappella della Casa che i nostri occhi fossero così fissi, così penetranti, da vedere di continuo Gesù Sacramentato! »
Nel suo studio, aveva orientato lo scrittoio verso la Chiesa: « Lo preferisco in questa posizione perché stando a tavolino, resto rivolto verso la Cappella del Convitto e il presbiterio del Santuario ».
Trovava il tempo per l'adorazione eucaristica, perché là, con Gesù, « prendeva accordi, maturava piani... » « Voglio diceva ai suoi missionari che vi leghiate talmente a Gesù Sacramentato, da non poter più stare lontani da Lui. In Africa, specialmente, voglio che Gesù sia il vostro Consigliere, il vostro Direttore, il vostro tutto. Quando ci fosse qualche miseria siamo uomini...! ricorrete subito a Gesù Sacramentato, e lì, fiduciosi, posare il capo " supra pectus Domini" ». Qui la pietà alimenta l'umanità!
« La Messa, diceva ancora, è il tempo più bello della nostra vita » (Sales, Vita, pag. 411- 12-13).
Infatti era per lui il « sole » che investiva la giornata con la sua luce ed il suo calore.
Il suo contegno all'altare diceva sempre qualche cosa che colpiva e turbava salutarmente i testimoni.
Un avvocato, da molti anni lontano dai Sacramenti, un giorno entrò nel santuario della Consolata. Un sacerdote stava celebrando la Messa così che l'avvocato ne rimase profondamente colpito. Uscito, chiese al domestico chi fosse quel sacerdote; saputo che era il Rettore del Santuario, « Bene, disse, quando sarò ammalato grave, mi chiamerai quel sacerdote ». Così avvenne anni dopo.
Nel suo giubileo d'oro di sacerdozio, l'Allamano poteva dire con semplicità: « Dopo cinquant'anni di Messa sono contento e non ho alcun rimorso. Non lo dico per superbia. Ho tante miserie, ma la Messa ho sempre cercato di dirla bene. Ecco ciò che oggi mi consola».
La Messa era pure il centro di tutti gli esercizi di pietà che si compivano nel Santuario. Lo esigeva dai sacerdoti convittori e rivolgeva loro esortazioni in questo senso, correggendone di volta in volta i difetti. Durante la Messa, non desiderava che si compiesse, come facilmente accadeva allora, nessun'altra pratica di pietà, ma voleva che « si accompagnasse la preghiera del sacerdote ». « Queste preghiere e riti stabiliti dalla Chiesa, sono i più atti a farci partecipare al Santo Sacrificio ».
Logico che la sua pietà eucaristica divenisse apostolato della comunione frequente e quotidiana! Già da seminarista, fu tra i pochi che si accostassero quotidianamente alla comunione; perciò avviò a questa stessa frequenza i chierici e i fedeli che si affidavano a lui.
Più tardi il Concilio Vaticano II avrebbe insegnato che « L'Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione ... Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come cardine e radice la celebrazione dell'Eucaristia » (P.O. 5, 6).
Pietà liturgica
L'Allamano visse in un tempo in cui il termine « Liturgia » si esauriva nel senso prevalentemente giuridico e rubricistico con forte decadenza per la vita e pietà liturgica. Ma in Francia prima, e poi in Germania, si iniziava già quel movimento di rinnovazione della vita ecclesiale del clero e dei fedeli che si compiva proprio per mezzo di un rinnovato spirito liturgico. Probabilmente l'Allamano conobbe questo movimento, pur senza poter goderne.
Tuttavia, prevenendo i tempi, egli intese, visse ed insegnò la Liturgia nel giusto senso, suscitando nel Clero quel gusto e attenzione che avrebbe poi trovato compimento nella Costituzione Liturgica del Vaticano II.
Era certo un fedele cultore delle rubriche, ma, trascendendo la forma, intese sempre la Liturgia come « partecipazione della Chiesa al mistero di Cristo». Perciò, le sue espressioni: « vivere la Liturgia », « vivere di Liturgia », significavano « seguire ed assimilare il mistero del Cristo nei vari tempi e nelle celebrazioni dell'Anno liturgico ». Leggiamo nelle « Regole di vita sacerdotale », da lui composte nel primo anno del suo sacerdozio: « Farò uno studio di uniformarmi alla spiritualità della Chiesa nei vari tempi dell'Anno, massimamente nell'Avvento e nella Quaresima con la mortificazione. Per quanto starà da me, la meditazione verserà: dall'Avvento fino all'Epifania sul mistero del Santo Natale; in Quaresima, sulla Passione di Nostro Signore. Nel mese di maggio sulle virtù di Maria SS. ».
La ricchezza della sua spiritualità, attinta nella Liturgia, si riversava sugli allievi seminaristi, sacerdoti, missionari. Per le sue conversazioni spirituali, sia al Seminario come al Convitto o nell'Istituto Missionario, egli si serviva specialmente dei testi liturgici, « Le conferenze domenicali, scrive il suo biografo, P. Sales, riferendosi in particolare ai missionari, potrebbero definirsi un commento all'Anno Liturgico, con cui portava a gustare le feste della Chiesa nei diversi tempi dell'Anno ».
Non fa pertanto meraviglia se le riforme liturgiche di S. Pio X sulla Comunione frequente, sul canto liturgico, sul ritorno alla considerazione della Domenica come giorno del Signore, abbiano trovato nel Canonico Allamano un convinto sostenitore.
Non è neppur azzardato dire che l'Allamano fu un vero antesignano ehi quanto la Costituzione Liturgica dei Vaticano II tratta sulla natura, sull'importanza della Liturgia, e sull'educazione liturgica.
Pietà mariana
Dopo l'Eucaristia, la Madonna è la luce della vita sacerdotale dell'Allamano.
Il suo cammino al sacerdozio, come le tappe più importanti della sua vita, portano il segno della Vergine. Con Lei vive la sua giornata in unione a Gesù. in Lei trova sostegno, e speranza nelle ardue imprese affidategli dalla Provvidenza. In seminario, nel Convitto, nell'Istituto delle Missioni, nel Santuario, espone costantemente i motivi di una vera devozione mariana. « Perché, dice, dopo Cristo, Maria occupa nella Chiesa il posto più alto e insieme più vicino a noi; perché, Madre di Cristo, è anche Madre nostra nell'ordine della Grazia; perché la sua imitazione è tramite sicuro e facile all'imitazione di Cristo; perché la sua intercessione materna ci ottiene ogni grazia ».
Nei sacerdoti, in particolare, vedeva un'esigenza di amore alla Santa Madre di Dio per una certa affinità di ufficio.
« Se Maria, cari chierici, diceva con ingenua semplicità in una meditazione fu arricchita da tanti favori, anzi se venne al mondo, è perché doveva essere la Madre di Dio. E noi, perché siamo venuti in seminario, che è un nuovo mondo « vos de mondo non estis »? perché siamo stati arricchiti di tante grazie e mezzi per farci santi? Non forse per renderci sacerdoti idonei, che è quanto dire generatori mistici, ma reali, di Gesù? Or ecco che, avendo con Maria somiglianza di ufficio, dobbiamo pure averla nella virtù. E come ottenerla, questa virtù, se non per intercessione di Lei, che tutte le ebbe e in tutta la pienezza? Che tutte le praticò nel modo più perfetto? Che vuole e può aiutarci ad acquistarle? » (Sales, Vita, pag. 45051).
Fondando l'Istituto missionario, l'Allamano lo intitolò alla sua Madonna: la Consolata. Riconosceva che l'Istituto era sorto per volontà della Consolata: la Vergine gliene aveva dato un segno con la sua prodigiosa guarigione. L'Istituto era dunque opera Sua, cosa Sua. Ecco dunque, per i missionari, un nuovo motivo di attaccamento filiale a Maria: perché membri d'un'istituzione Sua; perché adunati in una Casa dove Lei, già Fondatrice, è Madre e Signora.
Il vero missionario della Consolata, dunque, « la Madonna deve averla nel cuore »; la sua dolce immagine deve essergli sempre davanti quale ispirazione a tutte le virtù e ad un ardente zelo!
Confessore
Appassionato del suo sacerdozio, non possiamo non ricordare l'Allamano come emulo del suo santo zio, il Cafasso, nelle confessioni. Amò il confessionale, poiché in esso amministrava la misericordia di Dio. Con S. Cafasso soleva dire: « Se un sacerdote vuol rendersi benemerito verso i fedeli, confessi! Se vuol rendersi benemerito verso i fedeli, confessi! Se vuol rendersi ancora più benemerito, confessi di più! ». Nel confessare, generalmente era breve, ma le sue parole erano sempre consolatrici ed ispiratrici di profonda fiducia in Dio. Al suo confessionale venivano persone di ogni ceto: gente umile, uomini di cultura e di affari, molti sacerdoti: con poche parole dissipava dubbi, dava un orientamento di vita, manifestava la volontà di Dio.
Spesso veniva chiamato per confessare ammalati e moribondi. Anche per questi casi era sempre disponibile, di giorno come di notte.
Il suo zelo sereno, improntato alla misericordiosa bontà di Dio, sulle orme del suo santo zio Cafasso, contribuì a stroncare gli ultimi residui di giansenismo.
Appassionato della Chiesa
Un prete non può vivere integralmente il suo sacerdozio, se questo non si tramuta in passione per la Chiesa.
Alcuni pensieri del Servo di Dio sulla Chiesa, attinti direttamente ai suoi scritti, sono illuminanti.
La Chiesa, nell'economia della salvezza, è il mezzo stabilito da Cristo per comunicare agli uomini la vita soprannaturale. Gesù Cristo avrebbe potuto comunicare l'abbondanza della grazia direttamente a tutto il genere umano: egli volle farlo invece attraverso la mediazione d'una Chiesa visibile, che raccogliesse tutti gli uomini.
La Chiesa è il Corpo di Cristo. Egli, il Capo, effonde nelle membra il suo Spirito, che dona loro vita, unità e comunione, come membra d'un unico corpo.
La Chiesa è depositaria della fede e dei mezzi di salvezza portati da Cristo.
Nella Chiesa, Cristo ha costituito quali sacri Pastori Pietro e gli Apostoli, e, dopo di essi, i loro successori, il Papa e i Vescovi, Suoi rappresentanti visibili, esercitano il compito di guidare la Chiesa nella verità, con una particolare assistenza dello Spirito Santo.
In un tempo in cui prevaleva una concezione della Chiesa giuridica e verticistica, l'Allamano già insiste sul vero senso ecclesiale. Per lui, la Chiesa è comunità, è famiglia, è comunione, esigendo partecipazione e corresponsabilità.
Tutti i membri della Chiesa, ma in primo luogo i sacerdoti, sono tenuti ad essere cooperatori corresponsabili nella distribuzione dei frutti della Redenzione.
Quanto a lui, avverte intensamente questa corresponsabilità. Per questo, egli, sacerdote, unito a Cristo nella Chiesa e per la Chiesa, si impegna con tanta generosità a servizio delle anime.
L'Allamano sentiva veramente con la Chiesa e ne manifestava la devozione particolarmente nell'attaccamento al Papa.
« Al Papa si deve docilità, non solo nelle cose di fede, ma anche nei semplici consigli e desideri. Noi vediamo le cose dal basso, egli le vede dall'alto. Noi le vediamo da semplici mortali, egli da Papa! ».
Aveva parole assai severe per coloro, specie sacerdoti, che hanno sempre qualcosa da ridire sul Papa e sulla Chiesa. « Voi li riconoscete subito: sono freddi, indifferenti, vuoti di pietà e pieni di se stessi ». E ripeteva con energia il monito dell'Apostolo: « Hos devita! » (Sales, Vita, pag. 362 e 364).
Il suo attaccamento alla Chiesa emerse particolarmente durante il dilagare del modernismo, adoperandosi perché l'errore non penetrasse nel Convitto e nell'Istituto missionario, usando pari carità e zelo per il ritorno di sacerdoti rimasti invischiati nell'eresia!
Sacerdote della Chiesa locale
La Chiesa universale si manifesta concretamente nelle diocesi: oggi diciamo nelle Chiese locali.
L'Allamano amò appassionatamente la sua, sentendosene sempre parte viva, impegnata e corresponsabile per la sua crescita come comunità di fede.
Il primo segno di autentica vita ecclesiale locale è la fedeltà al proprio Vescovo. La missione del sacerdote implica in particolare una dipendenza dal Vescovo che trova la sua radice nell'Ordine sacro e gerarchico che fa dei sacerdoti, attorno al Vescovo, un solo presbiterio, di natura sua cooperatore della missione di Pastore propria del Vescovo.
L'Allamano ne era profondamente consapevole.
Nel Vescovo, egli vedeva il garante della volontà di Dio: per questo, non intraprese mai alcuna attività importante senza il suo esplicito mandato.
Nel suo 50° d'ordinazione sacerdotale poteva scrivere ai suoi missionari: « Quante responsabilità gravarono sul mio capo! Ma è Dio che così volle, e la Sua grazia era con me! Se al mio posto ci fosse stato un santo, quanto maggior bene avrebbe operato e quanti più meriti si sarebbe acquistati! Mi consola però il pensiero che cercai sempre di fare la volontà di Dio, riconosciuta nella voce dei Superiori. Questa fu ed è la mia consolazione in vita, e sarà la mia confidenza al tribunale di Dio ».
In comunione col proprio Vescovo, l'Allamano si impegnò per lo sviluppo della Chiesa locale, convinto che questa crescita dipendesse in gran parte dallo zelo dei sacerdoti. « Tale è la Chiesa, soleva ripetere, quali sono i suoi sacerdoti ». Solo per questo accettò l'ufficio di Rettore del Convitto Ecclesiastico, umilmente persuaso che nella formazione sacerdotale dei giovani, si garantiva vitalità alla Chiesa torinese.
La stessa fondazione dell'Istituto missionario della Consolata fu inizialmente concepita dall'Allamano come servizio offerto alla Chiesa locale, per incrementarne lo slancio missionario. La Diocesi, per essere viva, non poteva rimanere chiusa in se stessa: doveva aprirsi al mondo ed avvertire l'ansia dell'evangelizzazione di tutte le Genti.
Perciò, all'inizio l'Istituto doveva essere un servizio missionario delle Diocesi piemontesi, in collaborazione con alcune circoscrizioni ecclesiastiche in terra di missione.
Per amore della sua Chiesa, l'Allamano, a differenza di altri Fondatori, volle sempre restare prete diocesano, e non emise i voti religiosi nel suo Istituto missionario. Affermava di « non sentirsi ispirato a questo passo ». « Vi voglio bene, spendo la mia vita per voi, ma resto della Diocesi », diceva ai suoi missionari.
III - APPASSIONATO DELL'EVANGELIZZAZIONE
Dall'amore alla Chiesa al bisogno di dilatarla, il passo è logico; perciò l'Allamano fu pure appassionato della missione della Chiesa: l'evangelizzazione.
Questa divenne il filo conduttore di tutta la sua attività sacerdotale.
Evangelizzazione all'interno
La Chiesa si evangelizza al suo proprio interno in una continua conversione, per crescere spiritualmente e rendersi credibile al mondo. Perciò l'Allamano voleva buoni evangelizzatori. Il Convitto non è un'accademia di studio, ripeteva, ma un centro vivo, dinamico, di addestramento alla catechesi, alla pastorale. I convittori dovranno uscire con la capacità e con lo zelo di trasmettere il Vangelo. Alla Consolata cominciò ad eliminare le formule retoriche allora in uso, sostituendole con un annuncio semplice ma autentico del Vangelo.
Il Santuario divenne ben presto affollato.
Diede vita a parecchie associazioni religiose secondo le categorie dei fedeli e tra esse particolare curioso anche un'Associazione cristiana per le sarte di alta moda.
I sacerdoti del Santuario si mantenevano così a contatto con numerose persone, con un apostolato capillare di promozione non solo cristiana, ma sociale.
Sempre in ordine ad un efficace annuncio del Vangelo, l'Allamano fondò anche il Bollettino « La Consolata », che nel 1904 aveva già raggiunto i 19.000 abbonati e favorì in ogni modo il giornale per la formazione dell'opinione pubblica cristiana. Gli studiosi non esitano a classificare l'Allamano come un « benemerito », ed anzi un « pioniere del giornalismo. Egli non fu scrittore: non ne aveva né il tempo né l'inclinazione. Ma appoggiò il giornale cattolico, spesso in modo determinante. Presiedette il comitato per la fondazione del nuovo giornale « L'Italia reale », e nel 1883, il suo intervento fu decisivo per mantenere in vita e incrementare la « Voce dell'operaio » (oggi, « La voce del popolo
»), una prima apertura cristiana al mondo del lavoro e alle giuste rivendicazioni dei diritti degli emarginati.
Incoraggiò pure la fondazione del settimanale « Il Risveglio cattolico » a Mondovì. Evidentemente non gli mancarono né amarezze né delusioni, anche quando introdusse nel Convitto corsi di Azione Cattolica e di studi sociali.
Non ultimo merito dell'Allamano fu l'aver sostenuto e incoraggiato il Fondatore della Pia Società San Paolo per la Buona Stampa, Don Alberione.
L'evangelizzazione Ad Gentes
L'impegno di evangelizzazione locale, non poteva bastare ad un'anima ardente come quella dell'Allamano che volse lo sguardo alle Genti, a quei fratelli, cioè, che chiamati anch'essi alla Chiesa, non sono ancora stati raggiunti dalla luce del Vangelo.
Giovane seminarista, l'Allamano desiderò farsi missionario. Impedito dalla malferma salute, fondò invece un Istituto missionario.
Cercò di rendersi idoneo alla guida dei missionari leggendo, per quanto gli era possibile, opere sull'Africa, raccogliendo informazioni, avvicinando missionari. A questi aveva prescritto di compilare ogni giorno un diario, raccogliendo notizie riguardanti usi, costumi, esperienze inerenti al loro apostolato, perché poi lo mandassero a lui. Così, anche senza mai raggiungere di persona le missioni, riuscì a dialogare con i suoi missionari in modo talmente appropriato, da poter dal loro sorprendenti direttive.
I suoi missionari dovevano soprattutto essere allenati alla santità. « Vi voglio santi, ripeteva con insistenza, e, come missionari, in modo superlativo! ». Chiedeva a loro: la disponibilità, come Cristo, che si fece servo di tutti; l'obbedienza; lo spirito di sacrificio; una carità senza confini.
Fu loro maestro anche quanto al metodo di lavoro missionario:
- I missionari abbiano profonda stima e rispetto degli usi, costumi e tradizioni Cerchino di scoprirne i valori, ed a questi si aggancino per trasmettere il messaggio evangelico.
- I missionari compiano ogni sforzo per imparare a fondo le lingue locali, perché solo così potranno avviare con la gente un vero dialogo e penetrarne davvero la mentalità.
- L'evangelizzazione si rivolge all'uomo completo e concreto, in tutto il suo essere. All'annuncio del Vangelo si deve perciò abbinare la promozione umana. Secondo le possibilità del tempo i missionari dovevano ammaestrare gli indigeni nell'agricoltura e nell'esercizio delle arti più usuali.
- Bisogna trattare gli indigeni con rispetto, carità e mansuetudine, aiutando nella stessa misura sia i cristiani che i non cristiani, con un amore che evita i servizi gratuiti che sarebbero sfruttamento e non abusa nell'offrire doni, per non rischiare d'invogliare al cristianesimo senza convinzione, per solo interesse.
Appena possibile, bisogna dare inizio alla costituzione della Chiesa indigena. Per questo, l'Allamano insiste su tre opere particolari: - La fondazione del seminario. Grazie a questa spinta, i Padri della Consolata, giunti nel Kenia nel 1902, dodici anni dopo avevano già il seminario in funzione. L'Allamano desiderava tanto vedere i primi sacerdoti del Kenya: li vide dal Di fatto, i due primi sacerdoti furono ordinati nel 1927. Oggi, questo seminario ha dato alla Chiesa locale ben tre Vescovi!
- La formazione dei catechisti: sia per sopperire alla scarsità dei missionari, e sia perché questi avevano la capacità di presentare il messaggio cristiano in modo più aderente alla mentalità locale.
- La solida formazione delle famiglie Non basta fare dei cristiani: è necessario formare famiglie cristiane, che siano fedeli custodi del Vangelo, ed evangelizzatrici del proprio ambiente.
Confrontando queste norme con quanto stabilisce l'Ad Gentes nei capitoli riguardanti la formazione dei missionari, i rapporti con le culture e tradizioni locali e l'organizzazione della Chiesa locale, ci accorgiamo che l'Allamano aveva prevenuto i tempi.
Evangelizzazione, impegno di tutti
L'impegno missionario per l'evangelizzazione noi lo sappiamo deve riguardare tutti i fedeli.
Al tempo dell'Allamano la cooperazione missionaria era concepita principalmente come elargizione di aiuti materiali, per un senso di carità e di compassione verso i fratelli bisognosi, o di ammirazione per i missionari.
Parlando dell'impegno missionario, egli nota invece che i fedeli devono sentirlo « perché cristiani ». Rivolgendosi ai sacerdoti, asserisce che « ogni sacerdote è missionario di natura sua. La vocazione ecclesiastica e quella missionaria non si distinguono essenzialmente. L'apostolato tra gli infedeli è il grado superlativo del sacerdozio ».
Avvia così la nuova motivazione teologica dell'impegno missionario, che sarà ratificata dal Concilio Vaticano II nel Decreto « Ad Gentes », con la celebre asserzione: « Tutta la Chiesa è missionaria ». Erano principi che faticavano a farsi strada tra i fedeli.
In accordo con i Superiori di altri Istituti missionari italiani, egli, a nome di tutti chiede al Papa S. Pio X « un documento pubblico », per esortare i membri della Chiesa ad una convinta e generosa cooperazione missionaria. Inoltre, chiede l'istituzione annuale di una giornata speciale della Propagazione della Fede.
La lettera veniva recapitata al Santo Padre da Monsignor Conforti, Vescovo di Parma e Superiore Generale dei Saveriani, il 31 dicembre 1912.
Il 31 gennaio seguente, il Papa rispondeva con una Lettera autografa, elogiando lo zelo che aveva ispirato tale richiesta. Ma la vera risposta verrà più tardi con la « Maximum illud » di Benedetto XV nel 1919 sull'impegno missionario della Chiesa; e con l'istituzione della Giornata Missionaria Mondiale da parte di Pio XI nel 1926 per íl secondo.
IV - IL SUO MESSAGGIO AL NOSTRO TEMPO
Ora ci domandiamo: la figura e la testimonianza dell'Allamano dicono qualcosa agli uomini del nostro tempo?
Mi pare che egli ci rivolga, in questo momento, un messaggio vivo e attuale. L'Allamano fu in tutto e sempre sacerdote.
Nel 1971, il Sinodo dei Vescovi aveva fatto oggetto di riflessione la crisi che in questi tempi travaglia il sacerdozio ministeriale.
Secondo il documento finale (N. 15), tale crisi si può riassumere in questi punti: nel mondo di oggi, per ristabilire contatto con tanti gruppi di persone che sfuggono all'influenza del sacerdote, non è preferibile restar laici?
- La missione del sacerdote, e la stessa missione della Chiesa, deve essere considerata essenzialmente religiosa, oppure anche di ordine politicosociale?
- La Chiesa istituzionale è tuttora attuale, o deve tornare alle caratteristiche carismatiche, come ai primi tempi della cristianità?
- Il Concilio Vaticano II ha rimesso in evidenza il sacerdozio comune dei Esiste un elemento specifico che contraddistingue il sacerdozio ministeriale? Questo è da ritenersi permanente o non piuttosto temporaneo?
La crisi investe dunque l'identità, la natura del sacerdozio, le sue funzioni e la Chiesa istituzionale, con profondi turbamenti e non poche defezioni.
Anche l'Allamano visse in tempi difficili, se pure in minori proporzioni. Quale via scelse per influire positivamente sulla società del suo tempo?
Quella della stima e fiducia nel suo sacerdozio, vissuto integralmente, in tutta la sua purezza e pienezza. Egli farebbe sue le stesse parole del Sinodo sopra citato. I sacerdoti: « Abbiano fiducia nel loro sacerdozio, vivano nella ricchezza interiore per diventare credibili ministri di Cristo; attingano questa interiorità nella preghiera personale, nella liturgia delle Ore, nell'uso frequente del Sacramento della Penitenza, e soprattutto nella devozione verso il mistero Eucaristico. Guardino molto spesso a Maria, Madre di Dio, la Quale accolse il Verbo con fede perfetta, e La invochino ogni giorno per ottenere la grazia di conformarsi al Figlio Suo » (n. 3).
L'Allamano fu un appassionato della Chiesa e della sua missione: l'Evangelizzazione
C'è una certa affinità tra il tempo in cui visse l'Allamano ed il nostro. Dall'esterno della Chiesa, l'anticlericalismo lanciava allora contro il Papa, specie attraverso la stampa, discredito, irrisione, calunnia. Col pretesto di ragioni politiche e sociali, cercava di suscitare il distacco dal Papa dei cattolici e degli stessi sacerdoti.
Anche all'interno della Chiesa non mancavano la divisioni, culminate durante il modernismo.
L'Allamano reagì con la testimonianza di fedeltà assoluta alla Chiesa e al Papa, che trasmise a intere generazioni di nuovi sacerdoti.
« Cristo ha stabilito la sua Chiesa sulla roccia di Pietro: restiamo saldi nell'attaccamento a questa Roccia per restare nella Chiesa, per conservare la fede, per dare solidità alle nostre istituzioni ».
L'Allamano amò pure la Chiesa torinese, la sua Chiesa locale.
La teologia della Chiesa locale, enunciata dal Concilio, ha arricchito in modo assai fecondo il contenuto dei valori della Chiesa.
L'Allamano lo intuì e lo visse.
Anche Paolo VI ne va facendo oggetto della sua catechesi nelle Udienze settimanali, analizzando nei Suoi discorsi la costruzione della Chiesa locale al giorno d'oggi, in tutti i suoi elementi positivi e negativi.
Alla catechesi del Papa sulla Chiesa locale, si unisce quella dei Vescovi, culminata in Italia nel recente « Convegno Ecclesiale su Evangelizzazione e Promozione umana ».
L'Allamano, con le parole e l'esempio stimola anche noi a sentirci parte viva della Chiesa locale, ed a impegnarsi per la sua crescita.
Tuttavia l'elemento più caratteristico e geniale nel suo attuale messaggio riguarda senza dubbio le missioni. Oggi possediamo, nel Decreto Ad Gentes del Vaticano II, la teologia delle Missioni, l'illustrazione chiara della specifica vocazione missionaria, la natura e le caratteristiche della cooperazione missionaria, necessaria per le persone e per la comunità.
La nuova luce in cui l'Allamano vide l'impegno missionario, l'impegno offerto alle Chiese locali del Piemonte per le Missioni, con la fondazione dell'Istituto missionario, le direttive date ai suoi missionari circa la formazione e i metodi per l'attività missionaria, le proposte al Santo Padre Pio X per una giornata annuale dedicata alla Propagazione della Fede e per un documento pubblico, rivolto a tutta la Chiesa sull'impegno missionario, fanno di lui un vero antesignano nel campo delle missioni. I suoi principi, i suoi insegnamenti, giungono a noi ratificati e sviluppati dallo stesso Concilio: il suo messaggio missionario è lo stesso del Concilio: è valido non solo per i suoi figli, che più ne hanno colto l'eredità spirituale nell'Istituto della Consolata, ma anche per tutta la Chiesa.
Oggi si parla tanto di Chiesa profetica, ma par di vedere ben più pseudoprofeti, che uomini di Dio.
L'Allamano, con la testimonianza di tutta la vita e dell'opera, è una riprova sulle orme del Papa Giovanni XXIII che il vero spirito profetico, garantito da Dio alla sua Chiesa, è solo quello che si accompagna ad un'autentica santità, radicata nella fedeltà semplice e forte ai valori sostanziali su cui si regge la Chiesa; nell'oblio di sé; nell'unione profonda allo Spirito Santo, Spirito di luce, di verità e d'amore, Spirito di Gesù Cristo.