1975 CHIAVAZZA Carlo

 

Mons. Carlo Chiavazza (1914-1981) nasce a Sommariva Bosco in provincia di Cuneo il 9 ottobre 1914 e diventa sacerdote nel 1937. La dichiarazione di guerra del giugno 1940 lo sorprende a Roma mentre studia all’Università Gregoriana. Viene chiamato alle armi come cappellano militare col grado di tenente e nel 1942 prende parte con la divisione alpina Tridentina alla campagna e alla ritirata di Russia che racconta che racconta con drammatica precisione nel volume “Scritto sulla neve” un grande reportage di guerra.

Nel 1945, a guerra finita, don Carlo entra nel giornalismo. Lavora per tredici anni come redattore al quotidiano torinese "Il Popolo Nuovo". Contemporaneamente, nel 1946 fonda, con altri giornalisti il settimanale "Il Nostro Tempo", che dirigerà fino alla morte, avvenuta il 28 dicembre 1981. Per quattro anni è anche direttore del quotidiano milanese "L’Italia".

Il Papa Paolo VI gli affida l’incarico di organizzare gli uffici delle "comunicazioni sociali" in Italia . Ed è nell’ufficio per la Comunicazione Sociale del Piemonte a Torino, che don Carlo riunisce attorno a sé la Scuola di Giornalismo che oggi porta il suo nome e dalla quale in trentacinque anni di attività sono usciti centinaia di addetti all’informazione.

Qui Presentiamo la commemorazione tenuta in Casa Madre a Torino, il 21 febbraio 1975, 49° anniversario della morte dell'Allamano.

 

Superiore Generale, Eccellenze Reverendissime, reverendi confratelli e consorelle e amici tutti.

Vi devo confessare un peccato di presunzione. Quando mi è stato chiesto di parlare dell'Allamano, cosi, come di intuito, ho indicato un tema, quello delle comunicazioni sociali, ovvero quello della anticipazione delle comunicazioni sociali; poi mi sono pentito, ho pensato di tornare indietro, ma mi sono vergognato. Allora ho cercato di vedere se il tema che avevo intuito era esatto, oppure risultava troppo superficiale. Se noi guardiamo le componenti dei santi di quel tempo del nostro Piemonte, troviamo tre caratteristiche.

Innanzi tutto vi è il tema di una pietà abbastanza rude, pietà forte, velata da quell'azzurro dell'amore verso la Madonna che è una cosa meravigliosa. In secondo luogo abbiamo l'amore per i deboli, i più emarginati, per coloro che hanno più bisogno. E poi la particolarità della cultura della mente che vediamo in santi come il Cafasso, il quale aveva anche delle caratteristiche proletarie, come il Cottolengo. I tre santi, Don Bosco, Murialdo e l'Allamano, oltre a tutto questo, avevano l'impegno della parola scritta come strumento di formazione personale nella Chiesa. Mi pare quindi di aver indovinato l'argomento.

Ma prima di addentrarmi nel tema, vorrei fare una premessa, che credo non sia vana. Quando ho pensato a quello che dovevo dire, mi sono venute in mente due cose: una rilettura degli anni andati, molto indietro, e qui, più che una piccola storia, è un fatto personale; e poi la rilettura del IV Sinodo dei vescovi dell'ottobre 1974.

 

Un ricordo personale sempre vivo

La prima, che è un fatto personale, riguarda l'incontro, il primo impatto con i missionari della Consolata. Io sono di Sommariva Bosco, il paese di P. Lorenzo Sales, che è stato il mio maestro, il mio primo « divo » sul piano della Chiesa. Chi ha i capelli come me ricorda le diapositive che P. Sales proiettava in giro per l'Italia; è venuto due o tre volte anche al mio paese. Si vedeva un'Africa meravigliosa, romantica, un'Africa dove c'erano i leoni, c'erano i serpenti boa, un'Africa dove si sentiva pesare la fatica e l'isolamento dei missionari e delle suore missionarie. Mi ricordo anche (cito sempre tutto così a memoria) la tomba del primo missionario, morto nel Kenya, sotto quella montagna che sembrava tanto al Monviso, e le parole commosse di P. Sales. Ad un determinato punto sullo schermo compariva la fotografia dell'Allamano, a quel tempo ancora.vivo; tutti si chiedevano con stupore chi fosse e P. Sales indicava in lui il fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata. Per ultimo si vedeva sullo schermo l'immagine della Madonna Consolata.

Alla seconda proiezione di P. Sales ho portato mia madre e timidamente le ho detto:

«Anch'io voglio diventare missionario della Consolata e andare in Africa ». Ricordo che mi ha guardato con occhi intensi e mi ha risposto: « Ne parleremo con P. Sales ». E P. Sales ha portato la domanda a Torino e ho ricevuto la risposta di accettazione. È però prevalso un ragionamento molto pratico: poiché la distanza da Sommariva a Torino era enorme, mentre Bra era più vicino, ho optato per il seminario di Bra, e a Bra sono rimasto.

 

Il Sinodo dei vescovi 1974

L'altro fatto è la rilettura — a distanza di tempo da quell'impatto con le missioni della Consolata, così bello, così vivo, che mi è rimasto sempre nel profondo del cuore con una intensità di richiamo verso le missioni come cosa lontana, mentre erano dentro, vicino ad ognuno di noi — del IV Sinodo dei vescovi dell'ottobre del1974, e vi ho trovato il grande passo, il grande salto. Che cos'è cambiato? La storia è andata avanti, è diventata qualcosa di particolarmente forte, che ha cambiato il mondo della migrazione dei popoli, dando un volto nuovo alla Chiesa, al mistero della Chiesa. E in questo mistero della Chiesa troviamo che il missionario sta acquistando una figura diversa, sempre più impegnata, sempre più indispensabile, sempre più preparata, meno avventurosa, in un contesto diverso, ma realmente, profondamente evangelico. Sentiamo allora la parola di mons.

Sangu, vescovo di Mbeya in Tanzania, che credo sia stato una delle voci più appassionate al sinodo, il quale quando afferma: « Noi non siamo una chiesa in fase di ricupero e di revisione », dice anche un'accusa contro la chiesa d'Europa. « Siamo una chiesa in fase di espansione ».

A questo punto il discorso pone l'accento su un concetto che vorrei fosse come il filo conduttore della cooperazione interecclesiale e che dà un volto estremamente preciso al missionario nelle diocesi africane. Le chiese del terzo mondo chiedono missionari: ecco la risposta a coloro i quali dicono: « Ma adesso, con le attuali comunicazioni, i missionari sono ancora indispensabili e le suore missionarie non perdono tempo ad andare in Africa?

» La risposta è chiara, e drammatica anche: « La nostra situazione è tale, che il clero indigeno non è assolutamente sufficiente per assolvere l'opera di evangelizzazione. A chi dobbiamo chiedere aiuto se nessuno vuol venire, — dice il vescovo, — se tutta l'Europa è in crisi, se non ci sono più missionari in partenza per le missioni? ».

Siamo in una fase drammatica; il testo pone l'accento sull'ascesa dell'Africa, sulla stanchezza, sulla crisi dell'Europa e dell'America del Nord, con le cifre pubblicate nell'ultimo numero di Aggiornamenti Sociali (n. 2 del 1975), nel capitolo: Le defezioni del clero. In dieci anni, per esempio, dal 1962 al 1972, le defezioni sono state 21.320, e la cifra non risponde completamente a verità; e nell'Europa, solo nel 1971, c'è stato un calo di 2.032 sacerdoti, 692 in meno nella sola Italia: è la crisi del mondo, che nasce da altre crisi più profonde, in cui noi siamo le vittime responsabili. Dobbiamo meditare più a fondo, tenendo l'occhio aperto al contesto delle missioni: ed è qui che i santi fondatori e l'Allamano tornano di estrema attualità. Ricordo le parole di Igino Giordani: « La penuria del senso missionario rientra in quella decadenza della cattolicità, che in Europa e in America si manifesta con aspetti di tradimento sociale ». I missionari sono, non delle persone sorpassate, ma delle persone che acquistano un volto nuovo nella nostra società. E tutti siamo interessati, perché il missionario è colui che ci apre gli orizzonti sul domani, è il mediatore tra il terzo mondo e il mondo cosiddetto civilizzato, perché tutti e due hanno bisogno l'uno dell'altro. Inoltre, se è vero che nel 2.000 il trenta per cento dei cristiani saranno in Europa e il settanta per cento nel terzo mondo, il discorso si apre a ulteriori approfondimenti.

 

Un'antenna che coglie i suoni più lontani

È proprio in questo contesto della cooperazione interecclesiale che si profila il discorso sull'Allamano.

L'Allamano è stato colui che per grazia e ispirazione della Consolata è stato sempre ancorato in una diocesi, nella sua diocesi. Egli ha formato, attraverso un suo tipo e metodo, i missionari e le suore, ma nello stesso tempo non ha mai dimenticato di formare i sacerdoti diocesani, i cristiani della diocesi, perché comprendessero che esiste una vocazione sola nel mondo, la vocazione di portare il Cristo a tutti, un Cristo indivisibile, e perché tutte le creature umane, sotto qualunque cielo, hanno le medesime esigenze e la medesima fame dell'eterno. Se noi guardiamo alla storia o alla configurazione degli istituti missionari, possiamo dire a buon diritto e con serenità che le suore e i missionari della Consolata hanno conservato, come mentalità, come duttilità, uno spirito profondamente missionario pratico, uno spirito ancorato alla diocesi, e che mai è stato così facile il rapporto dei preti diocesani come con i missionari e le suore della Consolata.

Questo modo di essere chiarifica come l'Allamano si sia servito, nel suo metodo di formazione, dello strumento dinamico della parola. C'è una dinamica della parola scritta che è specializzata, che riguarda gli scritti, le lettere, le esortazioni, tutte le formule e i documenti preziosi indirizzati ai missionari della Consolata. C'è una dinamica della parola che riguarda l'impegno di formazione dell'opinione pubblica, attraverso il giornale, ed è qui che il canonico Allamano è un precursore. Quando ricordiamo queste cose, quando parliamo della comunicazione sociale, del giornale, intendiamo non sopravvalutare e nemmeno sottovalutare un argomento, ma metterlo nella sua giusta luce, perché non è secondario o marginale, ma è uno dei lati più intensi e una caratteristica poco conosciuta della vita dell'Allamano. Direi che, come precursore, egli è colui che ha creato un tipo di mentalità che ritroviamo dopo, nel Concilio Vaticano II, ma non capìta completamente con la lucidità e la freschezza con cui l'ha capita il canonico Allamano. È importante questo argomento, è importante sostare su questo modo di essere del nostro santo. Dico nostro santo a pieno diritto, perché lo sentiamo vicino, perché comprendo e capisco che coloro che hanno la passione dell'uso dello strumento della comunicazione sociale sono simili a coloro che si mettono come antenne, in alto. Chi ha un'antenna, coglie i suoni più lontani, più deboli, presente ciò che magari può avvenire, ciò che gli altri non sentono ancora, e forma e informa su scala molto più vasta.

Le missioni sono un andare a. Missioni ce ne sono tante; ma l'Allamano ci ha insegnato anche, attraverso il suo metodo di essere, ad andare in, dentro, verticalmente, in profondità, nel luogo, per creare delle coscienze, per creare delle creature capaci di tenere il dialogo e di avere un'opinione, di essere se stesse, di essere in Cristo, come creature che sono portatori di qualche cosa, sotto ogni cielo, in ogni tempo, dinanzi a qualche cambiamento, perché sono uomini formati con una mentalità chiara, una missione precisa dei propri compiti e di ciò che lo Spirito Santo in noi porta e trasforma.

 

Giornalismo cattolico in Piemonte

Vorrei soffermarmi un istante su tre punti, che mi pare siano significativi, emblematici nell'Allamano. Per questi tre punti, vi dico subito che, tra le altre cose, ho attinto da Luigi Chiesa, dal libro Il movimento dei cattolici in Piemonte dal 1848 al 1958, un libro che è stato edito e che, conosciuto, sta diffondendosi: in parte superficiale perché il periodo di tempo è vasto, forse impreciso e incompleto, ma sempre un libro di grande valore. L'altro libro è di Felice Pozzo, che ha un titolo emblematico: Carlo Trabucco, 50 anni di giornalismo tra politica e letteratura, libertà e dittatura, un libro che deve ancora uscire e che ha un capitolo da cui ho tirato fuori alcune osservazioni. Poi mi sono servito del libro in preparazione di P. Igino Tubaldo, La vita dell'Allamano (non so come lo intitolerà): alla sua cortesia devo il capitolo VII della parte III, Impegno giornalistico dell'Allamano, un capitolo molto interessante, anche se per ora incompleto, che mi ha illuminato molto e in profondità.

Ma prima vorrei soffermarmi sul periodo che va dal 1848 e, sfiorando il 1900, finisce nel 1925. Dopo è tutta storia che conosciamo, una storia molto più semplice o molto più opaca. Su un periodo particolare intendo fermarmi, il periodo che intitolerei Il Corriere, un periodo particolarmente passionale qui a Torino in Piemonte, particolarmente tumultuoso. Spira un'aria di rinnovamento, — presa di Roma, — spira una polemica laicista: esiste in Italia il giornale anticlericale più polemico che è la Gazzetta del Popolo, e la Chiesa riceve i suoi soprusi e li ricambia di cuore.

Abbiamo due categorie di persone: gli intransigenti e i conciliatoristi. Gli intransigenti sono arroccati ad una certa mentalità della Chiesa e a una serie di giornali (né eletti né elettori) che si ispira all'Opera dei Congressi e al Sillabo. I conciliatoristi invece segnano un periodo caldo, glorioso, forse deludente per loro: seguono il principio dell'armonizzare, per quanto è possibile, lo Stato italiano dopo la presa di Roma e la Chiesa. Come risultato abbiamo due tipi di giornalismo. Abbiamo l'Armonia, che a partire dal 1848 si sviluppa in questo senso fino al 1850, quando, a causa della legge Siccardi, abbandona il suo modo pacato e tranquillo per diventare violentemente polemico, a tal punto che due persone di primo grado nell'Armonia, Gustavo Cavour fratello di Camillo e Antonio Rosmini, lasciano il giornale, perché Don Margotti lo stava portando sulla linea dell'Unità Cattolica, come Don Davide Albertario a Milano attraverso l'Osservatore Cattolico portava il giornalismo cristiano su polemiche di intransigenza assoluta. Dall'altra parte nel 1895 abbiamo il cattolicesimo dei progressisti, chiamato liberale, i quali fondano (un gruppo di parroci alla luce della Rerum Novarum) la Democrazia cristiana, che poi si cambierà in un giornale, Il popolo italiano.

A Torino il primo cenacolo della Democrazia cristiana nasce in seminario, nell'appartamento del canonico Giuseppe Piovano. Il gruppo di parroci e di laici che lo componeva era fortemente polemico. Caso strano, tra coloro che facevano parte di questo cenacolo troviamo quattro figure che voglio citare, perché la parola tumultuoso era allora una cosa reale, non immaginaria: abbiamo il teologo Filipello poi vescovo di Ivrea, il teologo Cumino poi vescovo di Biella, il teologo Spandre poi vescovo di Asti, e il teologo Castrale in seguito ausiliare del cardinale Richelmy.

 

L'Italia Reale

L'Allamano come entra in questo contesto così difficile e così particolare? Vi entra da protagonista, invitato da mons. Riccardi a presiedere il comitato per la fondazione di un nuovo giornale, l'Italia Reale. Il canonico Cappella, rettore della Consolata, dice: « Si può definire il canonico Allamano un pioniere della stampa cattolica, perché quando il giornale L'Unità Cattolica venne trasportato a Firenze, egli intervenne subito e disse: L'Unità Cattolica va a Firenze per morirvi. Se l'arcivescovo mi dà l'autorizzazione, in pochi giorni raccoglierò i fondi necessari per fondare un nuovo giornale ».

Entra da protagonista, non da spasimante. Infatti in pochi giorni raccolse circa 100.000 lire, allora, e il nuovo giornale L'Italia Reale venne fondato. C'è quel meraviglioso taccuino, un taccuino piccolo e nero, con quelle parole così frammentarie dell'Allamano, in cui nelle dieci sedute o adunanze che si sono tenute per la fondazione de L'Italia Reale annotava con distacco quanto veniva discusso. Per esempio, in una delle prime adunanze così indicava sul taccuino la composizione del comitato, voluto dall'arcivescovo mons. Riccardi: « Presidente (Allamano) (tra parentesi, come se non fosse lui); vicepresidente Moreno; tesoriere Fresia; propagandisti: Condio, Siccardi, Meda ». Poi c'è un'altra annotazione: «5 dicembre '93».

C'è un'assemblea del comitato, e i votanti sono 27. L'Allamano annota con frasi distaccate, con quella calligrafia molto minuta: « Allamano 27 voti, Fresia 25, Casalegno 25 ». Il giornale muore presto e si fonde con Il Corriere Nazionale. Poi nasce Il Momento.

Qui vorrei richiamare alla vostra attenzione come l'Allamano sia sempre rimasto in silenzio, quasi in second'ordine; e tuttavia egli, che aveva già in mente la fondazione dell'Istituto Missioni della Consolata, si prese a cuore un giornale in una collettività divisa, dove la passionalità stessa prendeva il sopravvento sopra la razionalità, dove la proiezione verso il futuro era una proiezione più che logica, ma altrettanto logico era un certo modo di essere, di frenare certe affermazioni non ancora maturate sufficientemente nella gente, nel cristiano. L'Allamano si mette in stato di servizio, un servizio efficiente, un servizio che non ha bisogno di parlare di cose ostili o di difficoltà. Prende l'onere e il peso su di sé, come può, capace di portare avanti il peso fino in fondo, anche se al termine vi può essere una delusione. Uomo di azione che agisce, che non guarda alle delusioni, ma alla realtà dei fatti, al cammino che gli uomini devono percorrere, poiché a volte anche l'insuccesso può essere l'inizio di qualche cosa di più grande.

 

La Voce dell'Operaio

Il secondo punto riguarda la Voce dell'Operaio (la Voce del Popolo di oggi). Mi fermo su questo perché c'è una cosa molto simpatica e molto bella, perché fa vedere il rapporto intercorso tra il Murialdo e l'Allamano. Ma anche perché a un determinato momento viene messo in risalto un sottofondo profondamente umano, che gli uomini di allora, pur con la loro santità così asciutta, di poche parole, così apparentemente introversa, sapevano manifestare.

La Voce dell'Operaio nasce nel 1876 dal teologo Murialdo, da Paolo Pio Perazzo e da Domenico Giraud con il titolo Unioni operaie cattoliche; poi nel 1883 diventa la Voce dell'Operaio. Chi la dirige è un operaio, Domenico Giraud, il quale, mentre è segretario di un cuoificio di Giacomo de Luca, continua a condurre avanti (c'è anche Don Reffo) la Voce dell'Operaio, un bollettino che unisce varie unioni operaie cattoliche e che rappresenta una prima apertura sul mondo del lavoro, la rivendicazione dei diritti dei più emarginati.

Ma nella famiglia del Giraud nasce una difficoltà, che credo sia prima di tutto una difficoltà di affetto. Nel 1889 muore la moglie di Giraud, una donna che dovremmo meglio inquadrare nel contesto storico di allora, una donna che ha portato avanti la Voce dell'Operaio come amministratrice, segretaria, propagandista. Muore e il marito si trova solo. Alle difficoltà di essere solo a mandare avanti il giornale si aggiungono difficoltà economiche. Il 15 dicembre 1889 il Giraud scriveva:

« Allora siamo al canto del cigno, ed io mi ritiro nella mia tenda con la soddisfazione di avere tentato tutto quanto era umanamente possibile per continuare la pubblicazione ». Nella sua mente, alla morte della moglie avvenuta in quello stesso anno, si forma un vuoto, una stanchezza: l'uomo non ha più voglia di lavorare o almeno di affrontare le difficoltà della vita; le strettezze economiche lo pro strano ed egli sta per crollare.

Muriallo, da uomo santo e geniale qual era, invita il Giraud ad andare dall'Allamano; gli dice: « Perché non senti il consiglio del canonico Allamano? » E il Giraud va.

Il canonico Cappella, rettore del Santuario della Consolata, rievoca così questo incontro: « Al Fondatore, Giraud annunciava di dover sospendere la pubblicazione del giornale, perché soverchiamente occupato nella direzione della conceria De Luca. Il servo di Dio disse di ripassare il sabato seguente ». Si osservi come fosse nello stile degli nomini di allora di non essere mai affrettati e di prendere delle decisioni precise, chiare, ma assolute. Giraud ritorna il sabato seguente e trova assieme all'Allamano anche il De Luca, il proprietario della conceria. Combinadone? La conclusione dell'incontro con l'Allamano sembra illogica, ma è nella Logica dei santi: prima di tutto il De Luca dovrà assumersi un segretario particolare per sollevare un poco il Giraud dal lavoro, dovrà però conservare Lo stipendio al Giraud, perché la Voce nell'Operaio non può dare stipendi; e De Luca accetta le condizioni. Al Giraud, sfiduciato, stanco, l'Allamano fa questa proposta: « La Voce dell'Operaio Esce ogni 15 giorni; da adesso, da quest'anno, uscirà ogni settimana ».

Gli uomini di questo stampo sono sempre dei protagonisti: essi guardano d problema dentro, nel fondo. L'Allamano aveva capito che si stava gio:ando un ruolo di prim'ordine nella chiesa di Torino, nella formazione dell'opinione pubblica; per questo richiama il De Luca alle sue responsabilità e Lo obbliga a fare un'operazione contro il suo stesso interesse; e al Giraud, a quest'uomo sfiduciato, dà la spinta per rimetterlo in carreggiata: non il quindicinale, ma il settimanale. Con fine intuito giornalistico l'Allamano aveva capito che il settimanale è veramente un formatore dell'opinione pubblica, mentre il quindicinale è un settimanale stanco; e quando un giornale nasce stanco, lo è per sempre. Il canonico Cappella termina con queste parole: « Così fu fatto, senza replica, perché per ambedue (Giraud e De Luca) la parola dell'Allamano era parola di Dio».

E qui vedete come gli uomini cominciano a guardare all'Allamano come a colui che sfiora la santità. Dinanzi alla sua parola cessa la sfiducia e anche in questo caso, anche di fronte a questo giornale, che vive ancora in mezzo a noi e che vive tra mille difficoltà, l'Allamano diventa l'uomo che salva e anticipa i tempi.

 

Il Corriere e Il Momento

Il terzo episodio riguarda Il Corriere ed è narrato nel libro di Trabucco. Il Corriere è vicino al giornale Il Momento, che nasce nel 1903. È a questo punto che s'inserisce un episodio a cui accenna anche P. Lorenzo Sales, ma che ho voluto affrontare più in profondità, andando a parlare a lungo, un'ora e mezza, due ore, con mons. Attilio Vaudagnotti, che è come la vittima o il protagonista di questo episodio.

Il Trabucco nel suo libro racconta rapidamente la storia de “II Momento” e fa una serie di nomi: Caselli, Restagno, nomi che troviamo in seguito nelle file della Democrazia Cristiana, Fulvio Rossi incaricato della stampa, e molti altri: Ennio Grammatica, Emilio Zanzi, Don Coiazzi, il conte Carlo Olivieri di Vernier, Onorato Castellino, la contessa Lusi di Cortemilia, Saverio Fino, il prof. Mazzantini, Elga Maria Bertelli.

L'Allamano è diventato vecchio, anziano, ha gli acciacchi e non può occuparsene direttamente; ma, dalle testimonianze che abbiamo, alla Consolata si susseguono le persone, i giornalisti e i direttori regionali che vanno a parlargli; e a tutti egli dà, non soltanto consigli, ma anche aiuti. Poi “I1 Momento” cresce e giunge al periodo del fascismo. Di nuovo spaccature tra i cattolici. Viene cambiato il direttore, che non è fascista; al suo posto se ne mette un altro con tendenze più conciliatoriste; i redattori danno le dimissioni, portano il problema ai probiviri, ma non riescono a fare niente.

Questa in breve ]a vicenda de “Il Momento” tra gli anni 1920-1925, anni in cui si apre una spaccatura tra i cattolici nel campo del giornalismo: quelli che non accettano di essere fascisti, e quelli che per motivi diversi accettano di collaborare con il fascismo. È una divisione che tocca in profondità, perché fa cessare in Piemonte un giornalismo diverso da quello che esiste oggi e segna praticamente la morte del quotidiano Il Momento. È in questo contesto che i vescovi si radunano e nasce Il Corriere, il giornale dei cattolici non fascisti, che vivrà stentatamente, per non molto tempo.

Qui si inserisce l'episodio di mons. Vaudagnotti, che a quei tempi scriveva su Il Momento. Il canonico Allamano lo manda a chiamare, per affidargli il compito di scrivere una vita popolare del Cafasso, deducendola da quella del Robilant in due volumi, troppo massiccia e quindi poco popolare. Vaudagnotti arriva, parla, e dice che si sente onorato di scrivere una vita del Cafasso e che si sarebbe messo subito al lavoro. L'Allamano lo ferma:

« Perché lei scrive su Il Momento? Lei scrive troppo su Il Momento! ». Vaudagnotti cerca di difendersi: « Guardi che su II Momento scrivo, ma faccio soltanto la parte religiosa, faccio soltanto il commento teologico di qualche avvenimento, quindi non prendo parte per niente alla vita politica ». E l'Allamano: « Questo non è buono: lei scriva su Il Corriere e non su Il Momento ».

Che cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che al termine della sua vita l'Allamano intravvedeva la spaccatura dei cattolici, intravvedeva lo scivolare de “II Momento” attraverso un genere di dittatura che non poteva certamente essere a beneficio, a servizio dell'uomo, perché ogni uomo era per lui una creatura che doveva crescere e agire in forma di indipendenza e di grande sensibilità.

Richiamando uno dei preti meglio preparati e più ricchi di spiritualità al contesto della Chiesa che deve percorrere il suo cammino libera e indipendente da ogni strumentalizzazione sociale e politica per attuare il messaggio di Cristo, l'Allamano ha pronunciato chiaramente il suo no al fascismo; a una forma di dittatura ancora agli inizi, ma che forse presentiva carica di maggiori difficoltà per il domani.

 

Le comunicazioni sociali al Vaticano II

Ecco quanto dovevo e volevo dire dell'Allamano come protagonista. È però necessaria una spiegazione. Perché ho detto geniale anticipatore? C'è una ragione. Perché il significato e l'importanza dei mezzi di comunicazione sociale, dei giornali, non sono ancora entrati se non in minima parte nella mentalità del popolo cristiano. Siamo ancora convinti che il pulpito o che l'omelia serva a qualche cosa. Serve, perché vi si proclama la parola di Dio. Tuttavia non abbiamo ancora afferrato che siamo diventati chiesa di minoranza, e che il pulpito possiamo metterlo da una parte. Gli strumenti della comunicazione sociale, i mass media, sono invece i mezzi che in una società falsificata ci danno la possibilità di fare una evangelizzazione concreta, razionale, capace. Non si deve sopravvalutare questi strumenti, ma prendere da questi strumenti tutto quanto è indispensabile perché la parola di Dio sia costruttrice di una società libera.

Il 4 dicembre 1963 il Concilio approva il decreto Inter mirifica. È una tappa importante nella Chiesa: l'Inter mirifica, a cui 7 anni dopo (si sono impiegati 7 anni per tradurre nella concretezza l'Inter mirifica) segue l'esortazione apostolica di Paolo VI “Communio et progressio”.

« Strumenti della comunicazione sociale »: è una terminologia nuova che si inserisce nella società. Non è più soltanto il quotidiano, ma tutta la nuance degli strumenti della comunicazione sociale, cioè i mass media: parola brutta e mal detta, che pone fine a un certo modo di essere e che fa del mondo un villaggio, un villaggio nel quale ognuno di noi deve essere presente e deve conoscere. Ho detto « deve », non « può » conoscere, perché chi si ritira indietro oggi, nel quadro della società che ha bisogno di tutto, è uno che volta le spalle alla verità.

Proprio le persone più intelligenti e più avanzate sono state quelle che si sono dimostrate meno capaci di capire questo documento. Vi faccio una esemplificazione.

Chi non ha capito l'Inter mirifica sono stati quei giornalisti « molto avanzati » che l'hanno definita un deprecabile infortunio del Concilio Vaticano II. Per Robert Kaiser, uno dei capi dei giornalisti americani, a cui si sono poi ispirati molti altri giornalisti, l'Inter mirifica è un documento soporifero e sedativo. E Carlo Falconi, su un giornale non precisamente cattolico, parlando delle tre sedute che il Concilio aveva dedicato a questo decreto, dà questa definizione: « Tre giorni di vacanze per stendere un progetto inoffensivo ». Il cardinal König, parlando a Berlino nel 1968 a 400 giornalisti di tutto il mondo, afferma che i giornalisti cattolici, per trovarsi a loro agio, devono far ricorso alla “Lumen gentium” e alla “Gaudium et spes” piuttosto che all'”Inter mirifica”. Lo stesso cardinale aveva capito poco di questo documento che segna nella Chiesa una svolta particolare, perché documenta una età diversa, più drammatica.

Dopo dieci anni di ripensamento risentiamo profondamente queste realtà. Ricordo, all'ultima sessione della Commissione Pontificia per la Comunicazione Sociale degli esperti, che gli africani e gli asiatici ci prendevano per mano e ci scuotevano dicendo:

«Abbiamo fame di giornali nella nostra chiesa. Non vi chiediamo l'elemosina, ma la cittadinanza nella Chiesa alla pari con voi. Vogliamo adoperare anche noi i vostri strumenti; voi ne avete troppi e non li adoperate mai; dovete sforzarvi di darceli, con gli aiuti necessari, perché è attraverso questi strumenti che riusciamo ad allargare l'annuncio del Vangelo ai nostri popoli ».

Leggo sul libro di Baragli, Difendo l'”Inter mirifica”, una frase che parla del perdurare di condotte pastorali anacronistiche: « Si sollecitano e si ottengono ingenti mezzi finanziari per costruire chiese e altre fabbriche, spesso lussuose, magari deserte, ma non avviene altrettanto quando si tratta di giornali, di stazioni radio, di programmi televisivi. Si privilegiano iniziative, per esempio scuole, utili certo e, almeno in certi luoghi, necessarie, ma non quanto, soprattutto nel terzo mondo, lo sono questi strumenti. Si è lodevolmente pronti a sfamare bocche e a curare malanni fisici, ma restii a soccorrere altre necessità che riguardano più direttamente lo spirito dell'uomo, la sua fame di verità, la sua aspettazione della buona novella ».

Vedete come a un certo momento il contrasto e la realtà dell'Allamano diventano di una profonda attualità. Sono convinto che se l'Allamano tornasse oggi, darebbe un comma di più ai missionari della Consolata, accentuerebbe maggiormente il contesto della presenza nel mondo attraverso gli strumenti della comunicazione sociale, adoperati e usati come protagonisti, perché sono quelli che formano la coscienza e la società del domani.