
P. Vladimiro Bazzacco IMC (1911-2002), proveniente da Pederobba, Treviso, entrò nella casa madre a Torino nel 1924 e così poté conoscere il Fondatore. Compiuti gli studi regolari nei seminari dell'Istituto, fu ordinato sacerdote nel 1934 e, tre anni dopo, venne destinato in Etiopia. In missione si impegnò con generosità e vi rimase fino a quando , nel 1943, fu espulso, perché italiano, a causa della seconda guerra mondiale.
In Italia svolse diverse attività, soprattutto e livello di economia. Merita ricordare la sua intelligente e tenace opera in occasione della ricostruzione della casa madre, che era stata semidistrutta dal bombardamento aereo durante la notte dell'8 dicembre 1942.
All'età di 70 anni, attratto dai suoi antichi ricordi e saputo che poteva essere ancora utile, rispolverò la lingua amarica e ritornò con entusiasmo in Etiopia, dove rimase dal 1981 al 1986.
Qui riportiamo la sua conversazione tenuta alla nostra comunità di Dublino, nel febbraio 1981, durante la quale ha raccontato con semplicità alcuni suoi ricordi sul Fondatore.
Io ho conosciuto il Fondatore.
Io l'ho visto
Ho parlato a lui.
Lui ha parlato a me.
A lui ho letto una letterina di benvenuto.
Lui mi ha benedetto
Gli ho baciato la mano sul letto di morte.
Ho pregato in ginocchio davanti alla sua salma assieme alla folla orante.
L'ho accompagnato al cimitero, come un eroe che ha vinto le molte battaglie.
Era un santo, è un santo.
Come e quando ho visto il Fondatore
Avvenne così: ragazzino vivace, finiti gli anni delle elementari, all'Oratorio della parrocchia, il vice-parroco don Giuseppe Girotto mi domandò: « Vuoi farti prete? Perché non ti fai prete? ».
Non ebbi il coraggio di dire subito sì. Mi appoggiai al benestare della mamma. Ero l'ultimo di sette figli, e lei vedova da dodici anni.
Il giorno dopo, con soddisfazione e tanta gioia, facevo già parte dei chierichetti. Poi passai al gruppo degli aspiranti seminaristi.
A casa, fino a tarda notte, mi immergevo in letture di narrativa missionaria e già mi vedevo missionario tra le giunche dei cinesi. Il seme della vocazione trovò terreno ed attecchì. Le giornate passavano veloci. In casa del Parroco si teneva una disciplina da seminario. Al mattino prestissimo S. Messa e meditazione anche senza sapere cosa fosse. Alla sera rosario e lettura spirituale abbinata alla funzione serotina della parrocchia.
Durante il giorno lavoro e possibilmente parecchio studio.
A Torino
Il 4 ottobre 1924 già ero accolto in Torino nel Piccolo Seminario S. Paolo. Tramite il bollettino « La Consolata », rivista mensile del santuario e dei missionari, il parroco don Oddo Stocco ricevette tutte le informazioni per l'accettazione. Lui stesso mi accompagnò a Torino con altri tre compagni. Fui accettato e ricevuto dal P. Gays, consigliere generale e superiore della prima spedizione missionaria del 1902.
L'Allamano non lo vidi subito. Incominciai ad apprenderne il nome nelle visite abituali del sabato al santuario della Consolata. Ogni sabato tutto il Piccolo Seminario andava alla Consolata. Dopo la visita alla Madonna, si saliva un grande scalone, si sostava inquadrati in un corridoio e si attendeva qualche minuto, in riverente, moderato silenzio. Il « Signor Rettore » usciva dalla sua stanza, scambiava qualche parola con gli assistenti, poi passava da tutti con caramelle e dolci. Ci diceva qualche cosa e ci congedava sorridente. Alle feste, qualcuno delle classi superiori gli rivolgeva parole di indirizzo a cui egli immancabilmente rispondeva con doni.
A vedere subito il Fondatore fu Giacomo Campagnola. Di famiglia benestante, già maturo, si era associato al nostro viaggio per vedere Torino e tornare gaudente in famiglia. Assieme al parroco ebbe udienza dal Fondatore. L'incontro con il Servo di Dio gli motivò il cambiamento di rotta. Decise di farsi missionario e fu accettato quale fratello coadiutore. Da lui ebbi le prime notizie sull'Allamano. Lo impressionò la figura di sacerdote buono e affabile, convincente uomo di Dio. Il parroco doveva rientrare a Pederobba assieme a Giacomo, invece se ne ritornò solo, con il ricordo di aver visto un santo.
Don Oddo Stocco era uno zelante sacerdote, conoscitore e direttore d'anime, predicatore dalla parola faconda e calma. Fu un buon seminatore. A lui devono tanta riconoscenza i numerosi missionari della Consolata di Pederobba. Ma perché don Oddo Stocco veniva volentieri a Torino e vi portava i suoi figli spirituali? Perché aveva trovato l'Allamano ricco di carismi e sapeva di affidare le vocazioni in buone mani Non so come don Stocco conobbe il Fondatore. Ricordo solo che, due mesi prima di accompagnarmi a Torino, mi chiese di scegliere tra i Padri Camilliani di Thiene, non lontano da Pederobba, e i Missionari della Consolata di Torino. Io scelsi Torino, perché qui c'era il Po, il più grande fiume d'Italia... mentre io con orgoglio mi sentivo figlio del Piave. Del periodico « La Consolata », non ho ricordi se non dopo l'entrata in Istituto. Penso però che don Stocco lo conoscesse e che, suo tramite, pervenisse al Fondatore. Don Stocco si fermò a Torino alcuni giorni. Ci faceva qualche breve visita per « tastarci il polso ». Poi spariva. In seguito ritornò a Torino sovente, accompagnando suore e studenti; voleva vedere le pagelle dei voti, qualche volta fu invitato a parlare agli studenti. Le sue parole ci infiammavano. La sua canonica era aperta a tutti. Lavorava molto dal pulpito e dal confessionale. Confessava per ore e ore, dalle 5 alle 9 e dalle 18 alle 21.
Il berretto
La prima apparizione del Fondatore al Piccolo Seminario doveva essere per l'investitura missionaria, ossia per la consegna del berretto ai nuovi arrivati. Già era stabilito il giorno, lo si attendeva, ma, carico di occupazioni e di anni, non poté venire. Lo sostituì P. Gallea. Il Fondatore ci teneva a queste piccole cose. Davano occasione alle sue parole ammonitrici. Avrebbe benedetto e consegnato a ciascuno il berretto dell'Istituto, primo passo di appartenenza e di consegna missionaria. Confezionato dalle Suore, il berretto era una componente essenziale della nostra divisa. Al di sopra della visiera di plastica, spiccava il ricamo similoro della sigla IMA. Ne eravamo fieri. Non uscivamo mai di casa se non in divisa (di color scuro a colletto chiuso), e procedevamo sempre incolonnati, tre per tre, con a fianco un chierico assistente in talare. La talare con fascia era la classica divisa dei missionari professi.
Lo scapolare
La vera investitura con la consacrazione alla Madonna fu fatta personalmente da lui. Ci voleva figli della Madonna a tutti i costi. Ci radunammo nella cappella del Convitto per ricevere la imposizione dello scapolare della Madonna del. Carmine e quello dell'Abitino Ceruleo, due scapolari ricchi di privilegi spirituali e di promesse della Madonna.
La funzioncina fu suggestiva. Prima parlò un assistente. Poi il Fondatore, vestito di cotta e stola, benedisse gli scapolari, ci fece un discorsetto. Inginocchiati intorno alla predella dell'altare, a capo chino, ricevemmo sulle spalle il contatto alternativo dei due scapolari per i quali recitava due differenti formule.
Ricordo di aver notato in lui, verso la fine, i segni della stanchezza. Quel curvarsi su ciascuno e recitare le due preghiere lo affaticò. Eravamo numerosi, una cinquantina. Sul finire non aveva più la scorrevolezza della parola ed ansimava.
Le conferenze
Non più ansimante, ma nella posizione di maestro e di padre, lo rivedo ancor ora, dopo cinquantasette anni, seduto in cattedra.
Era sua abitudine tenere le conferenze periodiche alle Suore, ai Professi, ai Novizi e forse, negli anni precedenti, anche ai ragazzi del Piccolo Seminario S. Paolo. Lasciava le occupazioni di rettore del santuario e del Convitto e si occupava premurosamente delle sue mansioni di padre per la buona crescita dei figli.
Lo ricordo in una conferenza di un tardo pomeriggio tenuta nello studio dei ginnasiali, un grande salone con banchi e cattedra al fondo. Venne cambiata la sistemazione solita dell'ambiente. Si spostò la cattedra al centro del salone con i banchi in riga. Gli eravamo di fronte e di fianco. Tutti potevamo sentire bene le sue parole.
Ci parlava pacato e sereno, con voce franca, senza toni. Era incisivo, assumeva la figura di papà tra i figli più che non quella di maestro. Ci teneva desti, nessuno pareva distratto.
Ricordo di essermi accorto della sua preoccupazione quando all'incirca disse questo: siete in tanti, la vita è costosa, metto di tasca mia, però se sarete buoni la Madonna provvederà.
Il tempietto del cortile
Il vero primo incontro personale con il Fondatore l'ebbi quando gli assistenti, profittando di una sua presenza in Casa Madre, gli fecero visitare la costruzione di un grazioso tempietto eretto in onore della Madonna.
Il tempietto, circondato da aiuole con accanto una pianta di albicocche, sorgeva a ridosso del muro che separava il cortile dall'orto. Davanti al tempietto si compivano le devozioni esterne di comunità: mese Mariano, processioni, recita di componimenti e poesie mariane. Il « Signor Rettore » nel cortile si intrattenne con gli assistenti. Fu allora che un crocchio di studenti lo circondò e tra costoro c'ero anch'io. Mi domandò chi ero, da dove venivo. A qualche altro, da lui ben conosciuto, chiedeva notizie dei familiari. Il suo era un colloquio paterno ricco di serenità e affabilità; non metteva soggezione, pareva non avesse altra occupazione a cui attendere e metteva interesse al suo dire.
Piazza Consolata
Il sorriso e il compiacimento del Fondatore l'ebbi in piazza Consolata in occasione della prima numerosa partenza di missionari e suore per la Somalia.
Era una giornata di festa, con molto movimento di persone dentro e attorno al santuario: solenne funzione per la consegna del crocifisso e partenza dei missionari. Il bollettino mensile « La Consolata » usciva in edizione speciale, formato grande, con molto rilievo per i ritratti dei partenti. Al contatto con il pubblico, imparai allora una delle prime parole piemontesi: « vaire »? — con la risposta: « quat sold » (« Quanto? » — « Quattro soldi », ossia 20 centesimi).
Attirato dalla mia voce di piccolo strillone, il Fondatore si fece vedere con volto sorridente da una delle finestre del Convitto. Lo vidi come in un ritratto, incorniciato dalla finestra. Non si sporgeva fuori, era ritto in piedi con chiaro risalto del volto, reso più evidente dal fondo scuro del vuoto retrostante. Mi sorrideva ed approvava con cenni del capo.
Vacanze a Camerletto
Trascorremmo le vacanze estive del 1925 a Camerletto, un castello in quel di Casellette, a 18 km. da Torino. Casellette era un piccolo comune ai piedi del monte Musinè, sulla sponda sinistra della Dora Riparia. Il castello, antica dipendenza della abbazia della Novalesa, richiedeva restauri urgenti e modifiche, per le quali eravamo tutti impegnati, secondo le capacità dei singoli. I più robusti, e c'ero anch'io, attendevano alla perforazione della roccia. Bisognava farla saltare con mine e così ottenere lo spazio necessario all'ampliamento di alcuni locali. Dopo lo scoppio delle mine, tutti collaboravano per l'asportazione del pietrisco. Il lavoro, dato quasi a cottimo dal direttore P. Rosso, terminava sempre in anticipo per l'ora del bagno nella Dora.
In un pomeriggio di quell'estate, mentre eravamo già di ritorno dal fiume, si sparse la voce: il « Signor Rettore », arriva il « Signor Rettore! ». Era lui, su una carrozza trainata da un cavallo, proveniente da Rivoli. Venne all'improvviso a farci visita e a vedere il castello.
In un batter d'occhio i più coraggiosi lo incrociarono e s'aggrapparono alla carrozza per farsi trainare. Il « Signor Rettore » con il suo sorridere sembrava compiacersi. Non ero tra costoro, ma li precedetti di corsa per riporre presto il costumino e mettermi il vestito bello, come ci venne suggerito. La visita del Fondatore portò aria di festa. Il grappolo di apostolini abbarbicati alla carrozza poteva essere motivo di disapprovazione, di sgridate. Tutt'altro: solo il cocchiere dava avvertimenti, mentre l'Allamano continuava a sorridere con gesti di saluto a tutti.
In poco tempo ci trovammo al completo e vestiti ammodo, seduti sul muretto del cortile che porta alla cappella. Tra il nostro battimani comparve il « Signor Rettore ». Gli assistenti lo invitarono a sedere su una sedia a sdraio, quanto di meglio si poteva trovare tra le suppellettili di quel vecchio maniero. Ricordo il movimento di cuscini che gli assistenti tentavano di mettergli alla schiena, ma lui li rifiutava.
Ecco il « Signor Rettore » al centro del cortile, più in là un ombroso ippocastano, poi la cappella attribuita all'architetto Juvarra.
Tutti noi di fronte a lui. Ci vedeva e sorrideva.
Momento suggestivo e solenne: il verde dei prati, il bosco, il gorgheggio degli uccelli, l'alta montagna del Musinè con la croce massiccia. Era questa la mia occasione. Eccomi davanti a lui con una letterina tra le mani per dargli il benvenuto e dirgli il nostro grazie e la nostra gioia di trovarci in vacanza. La letterina era il tema d'esercizio svolto in antecedenza in ringraziamento a mons. Filippo Perlo per le vacanze e per il castello.
Incominciai: « Rev.mo Monsignore ». Ma qui la risata di alcuni mi sospende e mi confonde. Anche l'assistente, in piedi accanto a lui, mi corregge e chiarisce l'equivoco. Dovevo dire: « Rev.mo Signor Rettore », il quale non sorrise in quel momento, ma attento, ascoltava ed osservava. Alla fine della lettura, ebbi il battimani di tutti. Passai poi alla riverenza del baciamano con la ricompensa del suo sorriso, della sua approvazione e compiacimento. Più fortunati furono quelli di seconda, terza e quarta ginnasio scelti a leggere dopo di me. Corressero e alzarono il tiro con vera maestria ed estro poetico, in quanto più esperti ed emancipati nei classici. Tutto riuscì bene nonostante l'ilarità destata dalla mia papera.
Rivoli - L'uva
Bellissime le vacanze al castello di Camerletto e ben organizzate: vita di preghiera, lavoro, studio, esercitazioni scolastiche, teatrino e molta ricreazione con libertà di godere a gruppi la montagna ed i boschi. Il pezzo forte della giornata era il nuoto, vigilato dallo stesso direttore P. Luigi Rosso, veterano d'Africa.
Ogni settimana, normalmente al giovedì, si aveva la passeggiata lunga. Bisognava allenarsi in vista delle future marce in Africa. La venuta del Fondatore fu gradito motivo per restituirgli la visita ed avere la passeggiata lunga fino a Rivoli. Conoscevamo bene la villa del P. Fondatore in Rivoli. Durante l'anno era meta mensile da Torino.
Ci venne data libertà di scegliere l'itinerario. Ci dividemmo in tre gruppi: chi preferiva passare a monte, chi a valle e chi a guado attraverso la Dora. A monte si passava il fiume su un ponticello pedonale; a valle, in Alpignano, c'era il vecchio ponte carraio. La via più breve era il guado con sentieri attraverso campagne e boschi.
Il mio gruppo, quello del guado, fu il primo ad entrare nella villa del Fondatore. Ci fu subito raccomandato di non far troppo chiasso perché il « Signor Rettore » era intento al lavoro di tavolino. Quando i tre gruppi furono al completo, la raccomandazione di non far chiasso divenne inutile. Ecco allora apparire il « Signor Rettore »; ci salutò giulivo, sorridente. Si intrattenne un tantino con gli assistenti che ce l'avevano quasi requisito.
Però ci fiutò immediatamente. Vide la nostra irrequietezza, si avvicinò a noi che già eravamo interessati a guardare l'orto dalla parte dell'uva matura. Sembravano grappoli da terra promessa.
Lo vidi voltarsi verso la villa, ci additò una vite dai tralci allungati al muro della villa e disse: « Quest'uva è per il cuoco, non toccatela; quella invece — ci indicò le viti dei vari filari che si diramavano verso la strada — quella è vostra, prendetela. In un baleno fu festa di vendemmia, che si esaurì presto. Chi aveva le mani piene, chi ne aveva messo in tasca, altri addirittura ne avevano riempito il berretto. Lui ci guardava compiaciuto e noi piluccavamo festanti. Ancora oggi, 56 anni dopo, ricordo il Fondatore nel vivo di quella scena.
Ricordo anche che sul far del mezzogiorno prendemmo parte alla così detta « visita e recita dell'Angelus ». Solo alcuni stipavano la cappellina della villa, la maggioranza sostava in ginocchio, pigiata lungo le scale. Probabilmente era il « Signor Rettore » a guidar le preghiere, ma la sua voce non si sentiva dal di fuori.
Agonia e morte
L'anno dopo, il 16 febbraio 1926, avvenne la sua morte. Alla vigilia di quel giorno ci fu molta agitazione in Casa Madre. Giunse la voce: « Il Signor Rettore » è grave!
Tutta la comunità del Piccolo Seminario si raduna in cappella per pregare. Come vice- sacrestano, ho l'incarico di trovare la brace per l'incensiere (in quel tempo il carboncino non esisteva), perché si doveva esporre il SS. Sacramento.
Si pregò a lungo e con molta apprensione.
Alla sera, dopo cena, tutti ci recammo al Convitto per vedere il Padre morente. Entrammo in fila nella stanza da letto e, ad uno ad uno, gli baciammo la mano.
Regnava un gran silenzio. Il letto era parallelo al muro del corridoio. La mano diafana da noi baciata era la sinistra. La fila entrava nello studio dal corridoio, poi si passava nella camera da letto e, dopo il baciamano, ci ritrovavamo in corridoio per riunirci a rientrare all'Istituto, recitando preghiere. Non ci fu camera ardente per il pubblico. La salma del Fondatore, così come la vediamo nelle fotografie, venne collocata in santuario al centro di un quadrato di banchi, di fronte all'altare del beato Giuseppe Cafasso. Pareva che Zio e Nipote si guardassero compiaciuti.
Dall'Istituto al santuario della Consolata ci fu un via-vai continuo. Padri, fratelli, suore, chierici e studenti tutti a vedere il Padre e pregare. Alcuni prestavano servizio per soddisfare le esigenze dei fedeli che gremivano tutt'intorno e porgevano oggetti (corone, borsette, portamonete, fazzoletti, etc.) perché avessero il contatto con la salma di colui che ritenevano un santo. Lo conoscevano perché « virtus ex illo exibat » e volevano che almeno gli oggetti lo toccassero. Anche le corone del nostro rosario si posarono su quelle mani.
Qui posso chiudere la narrazione dei miei ricordi.
Porto con me il ricordo delle parole entusiaste, eloquenti del Vescovo di Mondovì, mons. Ressia, suo intimo e compagno di studi. Dopo il Vangelo della Messa esequiale, non ricordo chi ne fosse il celebrante, il santuario era strapieno, mons. Ressia sale sul pulpito e, tra l'aspettativa di tutti, esordisce « Amicus noster dormit ».
Non ricordo altro del suo discorso funebre, ma posso servirmene per chiudere i miei ricordi con l'invito di accostarci a baciare, non la sua salma dormiente, ma baciare lui, il suo spirito, la sua anima, il suo volerci missionari santi ed apostolici. Prima santi e poi apostoli in missione.
Dopo 55 anni, l'evidenza dei fatti ci dice che « etiam si mortuus fuerit, vivet ». Anche se morto, vive. Vive nelle sue opere, negli insegnamenti, nei suoi figli e figlie in continuazione. Il Vangelo e la SS. Consolata sono annunciati nel mondo.