1981 PIGNATA Giovanni

 

Don Giovanni Pignata (1915-2002), ordinato nel 1938, è uno dei sacerdoti più rappresentativi della seconda metà del secolo scorso nell'archidiocesi di Torino. Le principali attività, che lo hanno qualificato, sono stati gli uffici affidategli dall'arcivescovo quale direttore diocesano per la formazione permanente del clero e, dal 1972, quale delegato per il diaconato permanente.

Per lo svolgimento di questi servizi, gli fu di valido aiuto l'essere direttore sia del santuario di S. Ignazio, nelle valli di Lanzo, e della Villa Lascaris a Pianezza (TO), due centri diocesani di spiritualità, collegati fra di loro, particolarmente in favore dei sacerdoti e dei diaconi permanenti. Quale direttore del santuario di S. Ignazio, don Pignata fu uno dei successori dell'Allamano.

Qui presentiamo la commemorazione ufficiale che egli tenne a Torino, il 16 febbraio 1981, quando svolse un tema che collegava la propria esperienza personale con l'Allamano, cioè la direzione dei corsi di esercizi spirituali, in quel particolare santuario di S. Ignazio, dove, in tempi più lontani, avevano operato il famoso teologo Luigi Guala, fondatore dell'opera, dal Lanteri e poi S. Giuseppe Cafasso.

 

Ho accettato volentieri di tenere questa commemorazione perché all'Allamano mi sento legato dal fatto di essere il suo terzo successore come rettore del santuario di S. Ignazio, che, per chi non lo sapesse, si trova in Val di Lanzo, a 931 m. sul mare, con annessa una vasta casa di esercizi.

Il can. Allamano ne fu nominato rettore l'8 novembre 1880 con lo stesso decreto che gli affidava la Consolata e il Convitto, essendo le sorti di S. Ignazio legate al Convitto fin dall'inizio del secolo.

Nessun biografo del Servo di Dio, nemmeno il p. Sales, parla però di questa nomina, tanto la sua attività lassù, pur ricordata, era apparsa marginale e secondaria a chi aveva dinanzi agli occhi tutto quel ch'egli ha fatto, materialmente e pastoralmente al santuario del la Consolata e nella fondazione delle due congregazioni missionarie.

Egli stesso nei primi anni del suo rettorato sembra aveva messo quest'incarico in secondo piano, e ciò si spiega. Nel 1880 il santuario della Consolata era molto scaduto come costruzione e come devozione e il Convitto era addirittura chiuso. Il santuario di S. Ignazio, invece, aveva visto terminare da poco (nel 1868) i lavori di ampliamento durati decenni ed era nel pieno della sua attività. Giustamente il can. Alla mano volse le sue prime cure a chi ne aveva più bisogno: la Consolata e il Convitto. Sembra addirittura che nei primi 10 anni egli non abbia soggiornato granché all'alpestre santuario, nemmeno, come ci si sarebbe aspettato, per gli esercizi spirituali. Il suo nome infatti non compare in nessun modo negli elenchi e il santuario segna in quel decennio, quanto a presenze di sacerdoti e di laici, un netto declino.

Dal 1890 le cose cambiano all'improvviso. Il nome dell'Allamano appare ogni anno negli elenchi degli esercitandi e subito questi crescono di numero, anzi, dal 1903, i turni dei sacerdoti rad doppiano. Si direbbe che l'Allamano in quell'anno abbia « scoperto » il santua rio di S. Ignazio e il ruolo che esercitava come fucina di santità, non solo nella Chiesa torinese, ma un po' in tutto il Piemonte.

Per comprendere anche noi questo ruolo e la conseguente attività del suo rettore, dobbiamo dare un rapido sguardo alla storia del santuario e poi vederne il rapporto con quella scuola dei Santi piemontesi dell'800, ormai nota a tutto il mondo, nel tessuto della quale il Nostro è profondamente inserito.

 

Storia meravigliosa di un santuario

Quando nel 1622 Ignazio di Loyola venne proclamato santo, a Mezzenile in Val di Lanzo, era parroco un sacerdote di non comune cultura e virtù, don Giovanni Battista Teppati.

Consapevole della statura spirituale e storica del fondatore dei Gesuiti, egli ne parlava sovente ai fedeli e gli eresse un altare nella sua parrocchiale di S. Martino. Quei bravi montanari però erano portati a valutare i Santi più dalle grazie che potevano ottenere che non dalle opere compiute in vita. E venne presto l'occasione per mettere alla prova il nuovo Santo.

Nell'inverno del 1626 torme di lupi affamati sbucano dalle foreste, di cui era ricca la valle, e si gettano sui greggi, lasciati normalmente in custodia ai bambini. Questi, con l'incoscienza propria dell'età, cercano di difenderli, e finiscono sbranati dai lupi. Allora gli abitanti di Mezzenile fanno una novena di processioni e di Messe cantate all'altare di S. Ignazio.

Il risultato fu, come annota il gesuita p. Carlo Giacinto Ferrero, nella candida prosa della sua storia, che « i lupi, senza che alcun gli cacciasse, andarsene via da quel villaggio, passando a bocche chiuse per mezzo alle persone che le custodivano, senza fare oltraggio, né minaccia a veruno ».

Fu un'esplosione incredibile di gioia riconoscente e di devozione. I valligiani fecero voto di imporre il nome di Ignazio ai primogeniti. Da quel momento il Santo divenne il patrono dei loro bambini.

Poco dopo furono gli abitanti di due frazioni di Mezzenile, dal nome musicale, Gisola e Tortore, ad essere afflitti da una moria del bestiame, il morbo ch'essi chiamavano « él neiret ». Per quella gente il bestiame era quasi l'unica risorsa di vita. Ma ormai sapevano a chi ricorrere, e S. Ignazio di nuovo li esaudì. Quella brava gente promise di erigergli una cappella sul Monte Bastia, la punta rocciosa che domina la due frazioni. Cominciarono i lavori. Pochi giorni dopo una donna di Tortore ha la visione di S. Ignazio, con un compagno accanto, sul luogo della futura chiesa, visione scorta anche dal marito e da altre persone, e che si ripete due mesi dopo. La devozione al Santo ha ormai un preciso riferimento. La costruzione fu ritardata per la famosa peste del 1630. Cominciarono subito, invece, i pellegrinaggi, che s'intensificarono quando finalmente la cappella svettò sul monte.

Soprattutto il giorno della festa la ressa dei pellegrini creava dei problemi che oggi sarebbero insolubili. Ma anche alla capacità d'adattamento degli uomini del '600 risultavano gravi, per cui si decise di regalare la punta della montagna alla Compagnia di Gesù perché fosse meglio accudita la chiesa, ma anche nella speranza che i Gesuiti vi costruissero un santuario più grande con portici e piazzale, una cosa insomma, come è scritto nel contratto, “degna di tanta devozione”. I Gesuiti attesero c'anni, poi, coll'aiuto entusiasta degli abitanti, costruirono una chiesa barocca a croce greca, aperta dai quat tro lati, con portici sui fianchi; lascia rono intatta e sporgente per un cinque metri al centro della chiesa la punta rocciosa, su cui il Santo era apparso, con sopra la statua in una gloria di angeli. Vi aggiunsero alcune stanze per abitazione dei padri e dei pellegrini, e scavarono nella roccia un bel pozzo di acqua sorgiva.

Ma dopo cinquant'anni ecco arrivare la soppressione della Compagnia di Gesù e, poco dopo, i torbidi della rivoluzione francese. Per il santuario furono tempi difficili.

I parroci della valle fecero del loro meglio per tenere in vita la devozione a S. Ignazio, almeno per il giorno della festa, e, coll'abbondanza dei preti di allora, non fu difficile trovare due cappellani che vi risiedessero lungo l'anno. Ma, per essere un faro religioso, il san tuario aveva bisogno di uomini di prestigio. E venne un uomo, capace non tanto di riaccendere la devozione po polare, quanto di suscitare l'imitazione del Santo per mezzo dell'opera che gli è certamente più congeniale: gli esercizi spirituali. Quest'uomo era il teologo Luigi Fortunato Guala. Ma per capire il Guala fondatore della casa di esercizi a S. Ignazio e del Convitto Ecclesiastico di Torino, le due cattedre di spiritualità, che poi furono dell'Allamano, dobbiamo allargare lo sguardo sulla situazione religiosa del Piemonte.

 

Diessbach, Lanteri e Guala

In Piemonte, come in tutta la Chiesa, la soppressione della Compagnia aveva lasciato un grosso vuoto; ma a Torino, negli anni difficili della rivoluzione, si era andato raggruppando un nucleo di uomini di non comune virtù, di coraggio e di spirito d'iniziativa, che furono all'origine di quella serie di santi, in parte canonizzati, che per centocinquanta anni hanno segnato il volto del nostro Piemonte.

Il primo anello di questa catena fu una figura ricca e complessa e se volete anche un po' strana: Nicolò Giuseppe Alberto von Diessbach. Nato a Berna nel 1732 da famiglia calvinista, abbraccia la carriera militare nei reggimenti svizzeri al soldo del Re di Sardegna. Leggendo i filosofi dell'illuminismo per de la fede. Ma nel 1755 ha un'improvvisa crisi religiosa e si fa cattolico. Morta la moglie, entra nella Compagnia di Gesù e diventa sacerdote.

Scrive il p. Candido Bona: « Possedeva il temperamento e la preparazione culturale per essere l'autore di un "Manifesto". Dovunque lo sospinse lo zelo, a Torino, a Milano, a Vienna, a Parigi, a Praga, suscitò come un maliardo uno stuolo di discepoli e li trasformò in "gustatori delle anime" secondo l'espressione che gli era cara di Caterina da Siena ».

Egli attribuiva la soppressione della Compagnia alla campagna libellistica scatenatale contro, per cui si convinse che bisognava creare un'opinione pubblica informata ai princìpi cristiani; per questo suscitò varie associazioni col compito di stampare e di distribuire libri su libri. Un don Alberione « ante litteram ». L'associazione che meglio incarnò il suo spirito fu l'Amicizia Cristiana, divisa in piccoli gruppi, formati da preti, uomini e donne, con l'impegno del segreto più assoluto, con una robusta formazione spirituale. Per diffondere i libri e le stampe erano coadiuvati da una squadra di galoppini, chiamati chercheurs e chercheuses. Il Diessbach morì prematuramente a Vienna. Parecchi dei suoi discepoli o ne seguirono la sorte o entrarono poi nella ricostituita Compagnia di Gesù. A Torino la sua eredità spirituale passò nelle mani del Ven. Pio Bruno Lanteri e dell'abate Guala. Il Lanteri, temperamento molto più mistico (passava 7 ore al giorno in preghiera), pur continuando l'Amicizia Cristiana, puntò, oltreché sulla parola stampata, su quella predicata, specialmente sugli esercizi spirituali e sulle missioni al popolo. Siccome eran state soppresse le « fabbriche », come si diceva, cioè appositi edifici per i ritiri, aveva fatto adattare allo scopo la sua casa di campagna, «la Grangia », a Bardassano. Quando un giorno il Guala, predicando in Val di Lanzo, scoperse il santuario di S. Ignazio, così adatto, fu il Lanteri a convincere l'amico a costruire su quel monte solitario una casa di esercizi attorno alla chiesa.

Nel 1807 si fece il primo esperimento con due turni di esercizi, per sacerdoti e per laici, che furon dettati dal Lanteri e dal Guala, a ciò designati dal l'arcivescovo di Torino. Già nell'anno seguente furono iniziati i lavori di si stemazione e di trasformazione dell'edificio preesistente.

Caduto Napoleone, nel nuovo clima della restaurazione. alcuni sacerdoti, zelanti e impregnati di spiritualità igna ziana, volendo ridestare il popolo alla fede, si recarono dal Guala, rettore della chiesa di S. Francesco d'Assisi, chiedendogli di mettersi alla loro te sta e formare un gruppo di predicatori per missioni ed esercizi spirituali. Guala li mandò dal Lanteri, il quale, dopo un po' d'esitazione, accettò e ne nacque il 13 novembre 1816 la congregazione degli Oblati di M.V. Ma il Lanteri, preoccupato del giovane clero, pensava di creare un convitto in cui i sacerdoti novelli venissero preparati meglio alla missione pastorale. A tal fine chiese al governo l'ex convento di S. Francesco, in cui l'amico Guala, partite le truppe napoleoniche che l'avevano occupato a lungo, s'aggirava solo. Il convento fu concesso, però non alla congregazione degli Oblati, vista con sospetto, ma al rettore della chiesa, cioè al Guala, il quale partì senz'altro e iniziò il convitto nell'anno scolastico 1817 1818. Il Guala si trovò così a fon dare, quasi senza volerlo, per ispira zione del Lanteri, due centri di spiri tualità che dovevano diventare il perno di quella scuola di santi a cui abbiamo già accennato, e alla quale l'Allamano appartiene.

 

La scuola dei Santi piemontesi

Prima però di vederne l'ispirazione e le caratteristiche, nonché una certa evoluzione, che si ebbe in seguito, e l'apporto che le diede il Nostro, cerchiamo di misurare brevemente le «dimensioni ».

La prima cosa che colpisce chi esamina questo aspetto della nostra storia religiosa è il numero dei santi e la loro interdipendenza. Nella Chiesa cattolica non è mai capitato che, nel giro di un secolo o poco più, una sola regione, vedesse fiorire tanti santi, beati e servi di Dio. Don Valentini in un articolo sulla « Santità in Piemonte nell'Otto cento », edito in

« Rivista di pedagogia e scienze religiose » del 1966, enumera, partendo dal Ven. Lanteri, ben cinquantotto servi di Dio o santi piemontesi, ma in questi quindici anni la cifra è aumentata di parecchio.

Sfogliando i registri de gli esercitandi al santuario di S. Ignazio, ho ri scontrato la presenza sicura di almeno venti tra santi, beati e servi di Dio, e si noti che gli elenchi sono incompleti. Scorriamo rapidamente questi nomi. Dopo il Lanteri che vi predicò il primo corso, assieme al Guala, troviamo i nomi di S. Giuseppe Cafasso, che successe nella cura del santuario, di S. Giovanni Bosco, che vi andò dal 1842 al 1874 e vi ebbe impressionanti e prodigiose rivelazioni, di S. Leonardo Murialdo, che vi fece anche gli ultimi esercizi poco prima della morte, del beato Michele Rua, che vi andò chierico con don Bosco, e poi le belle figure del Ven. Federico Albert parroco di Lanzo, del Ven. Clemente Marchisio parroco di Rivalba, del Ven. Francesco Faà di Bruno, fondatore dell'Istituto di S. Zita, di don Luigi Balbiano, il viceparroco santo di Avigliana, del p. Marcantonio Durando, vincenziano, fondatore delle suore Nazarene, dei fratelli Giovanni Boccardo, parroco in Pancalieri e fondatore delle Suore di S. Gaetano, e Luigi Boccardo collaboratore dell'Allamano e suo sostituto al santuario di S. Ignazio (come il can. Giacomo Camisassa e il teol. Filippo Perlo). Troviamo poi il servo di Dio don Eugenio Reffo, successore del Murialdo nella guida dei Giuseppini e penitente del can. Allamano e, più vicino a noi, il can. Francesco Paleari, mio direttore spirituale in seminario, il ferroviere Paolo Pio Perazzo, fondatore dell'Adorazione Eucaristica quotidiana, don Giacomo Alberione, a tutti noto, e il suo direttore spirituale can. Francesco Chiesa parroco ad Alba; e dopo la morte dell'Allamano, anche lui evidentemente da inserire in questa lista, troviamo ancora fratel Teodoreto delle Scuole Cristiane e don Francesco Pianzola, fondatore delle Missionarie di Mortara.

A quest'elenco di persone ufficialmente candidate alla santità proclamata, bisognerà unire quello molto più lungo di altri sacerdoti la cui memoria è rimasta in benedizione nella nostra terra. E qui limitiamoci a qualche nome: il can. Luigi Anglesio, successore del Cottolengo, confessore del Cafasso e vero creatore della Piccola Casa, mons. Eugenio Galletti, successore del Cafasso al Convitto e a S. Ignazio e poi vescovo di Alba, il teol. Felice Golzio, successore del Galetti e confessore di don Bosco, mons. G. B. Bertagna, ripetitore col Cafasso al Convitto, celebre moralista e vescovo ausiliare di Torino, don Roberto Murialdo, cugino del Santo, da molti ritenuto non inferiore a lui in virtù, i filippini p. Bruno e p. Carpignano, confessore dell'Allamano, p. Carlo Mino superiore per lunghi anni del Cottolengo di Biella, p. Cottinelli di Brescia creatore nella sua città di notevoli opere, mons. Adolfo Barberis, fondatore del Famulato Cristiano; specialmente molti parroci morti in concetto di santità, come don Secondo Ellena di Busano, don Bernardo Mattio di Dronero, don Luigi Sibona di Canale d'Alba, don Felice Assalto di Mathi Canavese e, più vicino a noi, mons. G. B. Pinardi di S. Secondo in Torino e, tra i laici, il prof. Rodolfo Bettazzi pioniere dell'Azione Cattolica.

Ora se si pensa che la maggior parte di queste persone passò a S. Ignazio durante i quarantasei anni nei quali l'Allamano fu rettore, cominciate ad avere le dimensioni di quel che egli può aver dato e ricevuto dal contatto e dai colloqui con uomini di tanta santità ed esperienza, e dallo stesso ambiente, dall'atmosfera, direi, che a poco a poco vi si era creata.

Per renderci conto di questo, leggo qualche pagina di un recente studio sugli esercizi spirituali, curato dai Salesiani, in cui si parla degli esercizi di don Bosco a S. Ignazio.

« La casa degli esercizi di Sant'Ignazio sopra Lanzo, vivente Don Bosco, fu come il cuore spirituale della chiesa torinese e punto di riferimento per gli altri centri di spiritualità del tempo. I sacerdoti che onoravano l'archidiocesi torinese ritempravano lì il loro spirito. E lì si formarono molti tra i migliori uomini di quel laicato cattolico, che fronteggiò il liberalismo settario e si addestrò nelle prime armi per la difesa della religione e del Papato. Vedremo subito quanto anche Don Bosco debba al Santuario di Sant'Ignazio sopra Lanzo...

Nel convitto l'anno scolastico terminava con gli esercizi spirituali, che venivano fatti generalmente al Santuario di Sant'Ignazio sopra Lanzo. Don Bosco vi andò la prima volta nel 1842 su invito del Cafasso che lo volle, allora, ma poi sempre fin che visse, suo collaboratore e braccio destro nella preparazione ed animazione degli esercizi per i secolari.

Inizia così, nella vita di Don Bosco, un tirocinio quanto mai prezioso di pastorale pratica che lo introdurrà a poco a poco alla comprensione degli esercizi come esperienza, come dottrina, come dinamica e come metodo. Al Santuario di Sant'Ignazio Don Bosco farà conoscenza con abili predicatori, guide esperte di esercizi, sacerdoti e uomini di tutte le classi sociali, molti dei quali diventeranno i suoi migliori amici e benefattori.

Don Bosco fu frequentatore assiduo del Santuario di Sant'Ignazio sopra Lanzo. Vi andò ogni anno, ininterrottamente dal 1842 al 1874. Unica eccezione il 1848 e 1849, perché a causa dei torbidi politici gli esercizi non ebbero luogo. Da giovane vi andava a piedi: partiva alle tre del mattino in compagnia di qualche giovane o chierico e di altri esercitandi. Dopo una marcia di sette ore, giungeva al Santuario. Il fresco della montagna — il Santuario è quasi a 1.000 m. di altezza — la bellezza superba del panorama, la gioia di essere arrivati, erano il primo ristoro. Al resto provvedevano le attenzioni squi site della équipe ospitante. Il regolamen to voleva che gli esercitandi trovassero, al loro arrivo, di che ristorarsi ed "un gran fuoco acceso" affinché, vi leggiamo, "quelli che arrivano sudati si trattenga no ivi un momento prima di recarsi nelle camere piuttosto fresche anche nei mesi d'estate".

Qualche cosa di questo singolare modo di iniziare gli esercizi è passato nella tradizione salesiana. Ma lassù al Santuario, dove era salito, Don Bosco trovava soprattutto l'ambiente ideale per quella forte esperienza di Dio di cui la sua vita di apostolo e di fondatore sentiva prepotente il bisogno.

Il Santo lasciò il Santuario di Sant'Igna zio sopra Lanzo con segreto rimpianto. Lassù Dio gli aveva manifestato i suoi voleri e lo aveva confermato nella sua missione "in portentis et signis"; lassù Dio lo aveva colmato delle sue luci dal l'alto e di visioni profetiche sull'avvenire della Congregazione; lassù Dio e la Madre sua lo avevano aspettato ogni anno per una esperienza di grazia ogni volta nuova e profonda.

È difficile dire con parole umane ciò che gli esercizi fatti a Sant'Ignazio hanno rappresentato per Don Bosco e per il suo apostolato » (Cf Il rinnovamento degli esercizi spirituali – Simposio salesiano europeo L.D.C. 1975, pp. 27, 30, 32-33).

Quanto qui è detto di don Bosco lo possiamo ripetere a più forte ragione dell'Allamano, il cui soggiorno lassù è stato più lungo e più ricco di quei preziosi incontri che il biografo di don Bosco tanto stima.

Ma questa scuola di Santi, che trovava le sue basi principali a Sant'Ignazio e al Convitto, quali caratteristiche presenta, come si è sviluppata, come è sta ta continuata dall'Allamano?

Il p. Bona, parlando degli statuti del l'Amicizia Cristiana del Diessbach, dice che « erano pervasi dello spirito di soavità di S. Francesco di Sales, che tradivano una netta impronta ignaziana, ma che traevano alimento anche dalla pietas oltre che dalla morale del contemporaneo S. Alfonso de' Liguori». S. Ignazio, S. Francesco di Sales, S. Alfonso furono veramente i tre Santi che influenzarono in modo notevolissimo, anche se diverso, questa aiuola di santità piemontese, fatta eccezione per il Cottolengo, una figura a sé, che non ebbe particolari contatti con questa scuola, ma li ebbe il can. Anglesio, suo grande successore.

L'attingere da tre Santi, capiscuola di tre spiritualità diverse, dà pertanto al nostro gruppo una connotazione di sincretismo, a sua volta frutto di pragmatismo molto connaturale al temperamento piemontese, che non è speculativo, né brillante, ma tenace, modesto, di poche parole e soprattutto realizzatore e organizzatore. Fra i cinquantotto santi o futuri santi, elencati da p. Valentini, si contano più di venti fondatori.

Un secondo aspetto di questa scuola, frutto della triplice ispirazione sopra ricordata, è un equilibrio pratico, fatto di buon senso che li distingue tutti e che ha evitato certe posizioni eccessive, assunte da parecchi cattolici loro contemporanei. Dobbiamo ammettere ch'essi si collocano tutti su una linea tradizionalista (forse l'unica eccezione è data, ma già quasi ai nostri giorni, da Pier Giorgio Frassati). Però questo atteggiamento, molto forte, negli iniziatori Diessbach, Lanteri e Guala, veri epigoni dell'ultramontanesimo (per indicare alla francese l'attaccamento al Papa e la lotta al gallicanismo e regalismo) e che trovò le forme più esasperate nel De Maistre e nell'arcivescovo Fransoni, fu addolcito dal Cafasso, da don Bosco, dall'Allamano. Furono costoro, in questa scuola di Santi, che ebbero in pratica una maggior influenza sugli altri dalle cattedre di S. Ignazio e del Convitto e, per don Bosco, da Valdocco.

L'ispirazione ignaziana portava a rapporti d'amicizia con la Compagnia di Gesù (l'Allamano si vanterà coi Gesuiti di essere il successore del « Gesuitante »; così era definito il Guala dal Gioberti) e la Compagnia nell'Ottocento si distinse per un certo conservatorismo e un'intransigente difesa del Papato. Difesa accettata dai nostri, ma più su un piano religioso che politico. Dal Cafasso in poi, infatti, si distinsero tutti per un atteggiamento di prudenza, di non coinvolgimento politico, caratteristico del buon senso piemontese. Il che non escludeva, soprattutto in don Bosco, il più esposto di tutti, coraggiose prese di posizione contro l'anticlericalismo liberale dominante.

Per citare qualche episodio di questa evoluzione, ricorderò che coll'avvento del Cafasso, alla morte del Guala, cessarono del tutto le chiassate contro « il Gesuitante » che nel '48 alcuni giovani, aizzati dai liberali, inscenavano sotto le finestre del Convitto. Così il Cafasso, nella sua qualità di membro delle due commissioni, costituite una per esaminare l'introduzione degli asili infantili propugnati dall'abate Ferrante Aporti e avversati dall'arcivescovo Fransoni, e l'altra per vedere se si potevano concedere i Sacramenti al ministro Santorre di Santarosa, diede in ambedue i casi voto favorevole. Voto, quest'ultimo, conosciuto troppo tardi dal Fransoni che, negando i Sacramenti al ministro morente, si attirò l'ira del governo e la condanna all'esilio, da cui non fece più ritorno.

L'ispirazione ignaziana portava anche alla valorizzazione degli esercizi, anzitutto come mezzo per conoscere la volontà di Dio e poi di conversione.

Lo schema però, dal Lanteri fino all'Allamano, non era rigidamente ignaziano, ma come lo chiama don Brocardo nel volume citato sugli esercizi dei salesiani, uno schema ignaziano « derivato », cioè con quegli adattamenti che la pratica e il buon senso suggerivano. Anche qui, cambiamenti maturati non da una riflessione teologica, ma dalla vita.

L'influenza di S. Francesco di Sales e di S. Alfonso dava a sua volta a tutti i nostri Santi una certa apertura al mondo, che non era certo quella del Vaticano II, ma neanche quella spiritualità d'élite, tipica della scuola francese del card. de Bérulle e di S. Sulpizio (l'unico a risentirne l'influsso fu il Murialdo, ma di riflesso e non in modo determinante).

Apertura al mondo, voleva dire non credere che la santità fosse propria dei religiosi o della gente di chiesa. S. Francesco di Sales aveva parlato di una « de vozione » da portare nelle botteghe e nelle caserme, e i nostri avranno tutti la preoccupazione delle « masse » non solo da evangelizzare, ma da santifi care. Il Lanteri e il Guala e tanti altri dopo, punteranno sulle missioni al po polo, il Cafasso sarà l'apostolo dei car cerati e arriverà a parlare dei suoi « santi impiccati »; Don Bosco cerche rà di fare dei santi fra quelli che allora si chiamavano « i barabba », il Murialdo sentirà vivo il bisogno d'evangelizzazione della classe operaia e l'Allamano, continuando il filone missionario che risale al tempo del Lanteri e del marchese Cesare d'Azeglio, esploderà in due congregazioni missionarie di un rapido sviluppo non solo quantitativo ma qualitativo, e ripeterà loro: « Prima santi e poi missionari! ».

Ma la santità portata alle masse non poteva essere una santità austera ed esigente. Entra qui in giuoco la figura di S. Alfonso con la sua morale meno rigorista e con la sua pietà ricca di sentimento popolare, che si traduce nei Nostri in una maggior facilità di per dono in confessione, in un vivace culto al Sacro Cuore e alla Madonna, in una lunga battaglia a favore della Comunione frequente e in un culto particolare a Gesù Sacramentato, dalla visita eucaristica fino alla adorazione quoti diana perpetua di Paolo Pio Perazzo, che troviamo cliente abituale a S. Ignazio al tempo dell'Alamaro.

A questa spiritualità non possiamo ne gare la carenza di una base biblica e liturgica, che l'avrebbe resa più sobria e più nutrita, come non possiamo ne gare che questo devozionalismo, talora esageratamente intimistico, potesse riuscire dispersivo per la molteplicità delle devozioni. Però, se questo era vero per molti discepoli, non lo era gran che per i grandi che abbiamo ri cordato. E questo devozionalismo, se può avere dei dati mancanti, ci ha però dato degli uomini di preghiera e grandi maestri di preghiera: basti pensare al Lanteri, al Cafasso, all'Allama no, al Boccardo. Anzi è proprio nel l'Allamano che notiamo una maturazione come maestro di vita spirituale che, senza staccarlo dalla scuola tradizionale, rivela una certa nota che probabilmente gli venne dall'arcivescovo Gastaldi. Questo grande prelato tori nese proveniva da quella che il can. Oreste Favaro (in una dotta conferenza, tenuta all'Istituto di Teologia Pastorale) chiamava spiritualità del conciliatorismo, contrapponendola alla spi ritualità della restaurazione e dell'intransigentismo, che noi (includendovi sia pure in diversa misura i nostri Santi) abbiamo preferito chiamare tradizionalista.

Questa corrente, o meglio, questa ten denza conciliatorista, anch'essa non chiaramente defnita e multiforme, eb be da noi l'espressione estrema e scon fmante nell'abate Gioberti, il suo maestro più profondo nel Rosmini, e come discepoli, in diversa misura, soprat tutto dei laici, come il Manzoni, il Bal bo, il Cantù, il Capponi, il Tommaseo, il Ricasoli. Essi non respingevano in blocco la rivoluzione francese, di cui coglievano anche valori positivi ed ele menti provvidenziali, e attribuivano la crisi religiosa anche alla mancata riforma della Chiesa, alla religiosità poco illuminata, all'insufficiente formazione del clero.

(Il Gastaldi, prima di essere vescovo, nel suo giornale intitolato appunto «Il Conciliatore», ha pagine durissime sull'educazione offerta allora ai chierici nei seminari). Inoltre essi propugnavano la libertà della Chiesa di fronte al potere politico e la libertà dei cristiani in seno alla Chiesa stessa. Sostenevano anzi un certo orientamento liturgico e biblico e, perfino, il volgare nella liturgia, non più nei termini drastici delle correnti gianseniste, ma proponendo messalini in sostituzione dei libri devozionali di preghiere. Proprio su questo punto dei messalini, il rosminiano arcivescovo Gastaldi sarà attaccato da un libello anonimo. Ancor più sarà osteggiato per il suo richiamo a una morale meno lassista, che lo portò allo scontro aspro col Bertagna e alla chiusura del Convitto.

 

La sapienza spirituale dell'Allamano

Caratteristico, in tutte queste situazioni, il comportamento dell'Allamano. Egli ama il suo vescovo, ne apprezza lo zelo, non prende la minima posizione contraria, ma il maestro a cui più s'ispira resta il Cafasso, e resta nella corrente tradizionale. Preferisce tacere e mantenere un atteggiamento fedele e acritico verso la Chiesa, tanto che quando il successore card. Gaetano Ali monda epurerà i gastaldiani dai posti di responsabilità, egli, così amato dal Gastaldi, si salverà. Ma qualcosa delle aperture del grande arcivescovo resta in lui. Potranno sembrare forse solo sfumature, ma, leggendo il volume sulla vita spirituale dell'Allamano di p. Sales, mi è parso di notare alcune particolarità che, pur inquadrandolo in quel tempo e in quella scuola tradizionalista, ci indicano un suo particolare contributo alla crescita della santità piemontese.

A proposito del suo insegnamento spirituale è da rilevare che egli non predicò mai un corso di esercizi, benché ne fosse convinto divulgatore. Dal 1890 al 1923 egli compare quasi ogni anno a S. Ignazio con la qualifica di « direttore degli esercizi ». Era cioè colui che badava che tutto fosse in ordine, che ci fosse l'atmosfera giusta, ma anche he avvicinava i singoli, li confessava, li redarguiva, li ammaestrava in priva to con lo stesso tono familiare e con vinto che troviamo nelle conferenze fatte ai missionari ed alle missionarie della Consolata. Peccato che quanto disse a S. Ignazio non sia stato rac colto, perché lassù egli avvicinò un nu mero notevole di persone in condizioni diverse, che forse avrebbero potuto trasmetterci qualche lato nuovo della sua sapienza.

La prima caratteristica che si ha leggendo gli scritti dell'Allamano è proprio questo senso tutto piemontese del l'immediatezza. Non parla dal pulpito, non predica, conversa, dicendo quel che pensa o, meglio, quel che sente. Talora proprio per essere più immediato, il periodo non è ben costruito, ci sono piemontesismi a iosa, parole in dialet to, frasi troncate a metà. Il p. Sales nel libro sulla « Vita spirituale » sembra aver levigato le frasi, giustamente più preoccupato del contenuto che del la forma originaria, ma anche questa forma dice qualcosa: dice sincerità, dice ricchezza di una vita interiore che trabocca ex abundantia cordis, rivela cioè un qualcosa che, la sua tradizionale compostezza di corpo e di movi menti sovente velava. Mi pare appunto che la sua santità restasse sovente na scosta dal suo riserbo e da una vena d'ironia che ogni tanto ne condiva i discorsi. Ricordo quand'ero giovane che un canonico, parlando dei santi preti da lui conosciuti, mi elogiava il Boccardo, il Paleari e quanto all'Allamano mi diceva: sì, sarà santo anche lui, ma « l'era un po' tròp furb ». Bi sogna ricordare che ai tempi del card. Richelmy egli era in diocesi un po' l'eminenza grigia, che destinava e spo stava i vice parroci (del resto chi li conosceva meglio del rettore del convitto?) e, quindi, nel giovane clero, c'era il bisogno istintivo di difendersi da quel superiore che sapeva troppe cose.

Leggendo nei giorni passati molte pagine sul suo conto, ho capito che per conoscere la virtù vera bisogna guardarla da vicino, non da lontano, bisogna parlare coi santi e, soprattutto, cogliere i loro atteggiamenti più spontanei. Per darvi un'idea di questa ricchezza interiore, vorrei riportarvi al cune righe di una conferenza alle Suore Missionarie tenuta dall'Allamano, da me trovata nell'archivio di S. Ignazio.

Sono appunti stenografati, che conservano la vivacità e l'immediatezza del suo dire e la robustezza della sua spiritualità.

« Abbiamo già parlato delle cose necessarie per farci santi. S. Alfonso dice: Chi entra in religione, bisogna che si risolva a patire. (Parole dure). Vedete, anche l'Imitazione lo dice. Sei venuto qui per che cosa? Per godere? Per comandare? No, « venisti ad serviendum »

— sei venuta qui per patire, non per godere; « venisti ad laborandum » — sei venuta a lavorare; a faticare. Sei venuta per soffrire. Sei venuta per soffrire, lavorare, faticare... e niente altro. Non sei venuta per farti un nido, per star tranquilla o perché non si pensa a niente. Sei venuta per patire... Dunque se siete venute per patire, speriamo che qualcuna subirà un giorno il martirio (perché se dobbiamo mettervi sull'altare...). Nella cappelletta che si farà nell'altra casa c'è un gran vuoto, lì starebbe proprio bene una martire... — Ma per arrivare a quel punto lì, bisogna meritarcelo ».

Poi più avanti insiste sulla necessità di essere staccate dalle comodità ed osserva: «Voi direte: Ma siamo staccate da tutto, prendiamo solamente quello che ci dà la Comunità, del resto siamo staccate da tutto. Ed io voglio provarvi che non è vero che siete staccate da tutto. Vedete, lo dice S. Paolo: ciascuno cerca il proprio comodo e non ciò che il Signore vuole. S. Paolo s'è mica sbagliato. Tutti cerchiamo i nostri comodi e non la volontà di Dio, gli interessi di N.S.G.C. Ed è così! Quando in una Comunità si è proprio staccati da tutto, si è indifferenti a tutto, al vitto, ecc... e questo si fa sempre, abitualmente, non un giorno sì e l'altro no, e si farà poi anche sempre in Africa, in Missione; allora sì, questa persona sarebbe proprio staccata da tutte le comodità. Vediamo all'atto pratico. Supponiamo che aveste la libertà di scegliervi il letto: vorrei vedere se non cerchereste quello più vicino alla finestra, quel più comodo... L'altro giorno si dava ai ragazzini di là, il posto, perché han cambiato gli studi e quindi il locale. Senza che loro si avvedessero io li guardavo.

Facevano i commenti sui posti che si andava assegnando e... cercavano anche loro i comoducci... (Essi son ragazzi!). E se fosse così anche di voi?... Se andassimo all'atto pratico, tra veremo anche noi dei piccoli comodurci. Sapete quel che ha fatto S. Ignazio ad uno dei suoi primi compagni? Questi era buono, ma un po' sui generis, è morto dopo tutti, è venuto vecchio, vecchio, vecchio, il Signore alle volte li conserva per fare esercitare la pazienza agli altri. Le teste un po' rotte vivono più degli altri... ». E qui la stenografa ha perso il filo. Poi riprende:

« In una comunità le suore dormivano in un dormitorio ( perché il vero spirito religioso preferisce il dormitorio alle camere). I Benedettini, per esempio, sino alla fine della loro vita dormono in u gran camerone. Dunque, come dicevo, in una comunità le suore dormivano in un dormitorio, ma avevano anche qualche cameretta. Chi poteva avere una cameretta era felice; guai se la davano ad una che non fosse ufficiale, o che fosse meno an 1 ziana. Dicevano subito: Tocca a me... io i dovevo venire qui... dovrei averla io quella camera là... — Cose pratiche sapete! Quando poi si veniva ammalate, in infermeria non ci si voleva andare. Là (nella cameretta) c'erano i comoducci, c'eran immagini, ecc. ecc.; misere! ciascuna aveva un nido là dentro. Io so di una suora che diceva sempre: Fra poco sarò anch'io anziana ed avrò anch'io una cameretta. Sono cose che succedono! Io ho sempre avuta tanta ammirazione per i Padri Filippini, che non sono neppure religiosi; e devono proprio morire nell'infermeria. Il P. Carpignano, che è stato 27 anni superiore, quando venne ammalato lo portarono in infermeria e morì lì. Quando si è ammalati si deve sospirare l'infermeria, perché lì c'è la grazia per sopportare il male e per santamente morire. Solo per caso questa grazia si trova in altri luoghi. Nell'infermeria c'è proprio la grazia di Dio per gli ammalati. Una volta ho fatto io una predica di questo genere (sui malati e sull'infermeria). Quella predica ha destato un certo qual spavento e tutti poi dicevano: Dunque la grazia non c'è che in infermeria?... Venendo ammalate dovete andare anche voi in infermeria. Non so, uno si attacca a certe minuzie che non par vero » (Conversazione del 20 ottobre 1918).

Questa pagina l'ho letta stamattina alle suore ammalate della casa di Venaria. E una fra le più anziane mi diceva: « L'Allamano era proprio così, mi pareva di sentirlo! ».

Come il Cafasso, come don Bosco e tanti altri santi piemontesi, egli non è un profondo teologo e i suoi insegna menti sgorgano sì dal Vangelo, ma for se ancor più dalle citazioni dei Santi e dai fatti e fatterelli della vita quoti diana e, in questo, è sulla linea della scuola tradizionale.

C'è anche in lui il devozionalismo classico dell'Ottocento, ma vi è già un'iniziale correzione verso un maggior apprezzamento della liturgia — come ve diamo nelle sue conferenze ai Missionari — che sottolineano e scandiscono i tempi liturgici, e la grande attenzione ai riti e alle rubriche (che giunge fino alla pignoleria); non è solo desiderio di far bene ogni cosa, ma è sentire, come lo si poteva sentire allora, l'importanza della liturgia, è un sottolinea re, a suo modo, il valore e la precedenza di essa sulle molteplici devozioni private.

Vi è anche, a mio avviso, uno sforzo di ovviare a quel senso di dispersione, che abbiamo rilevato, in questa molteplicità di pratiche, nel focalizzare la devozione, com'egli fece, su due punti base: l'Eucarestia e la Madonna.

È vero, la Messa non è sentita come l'Eucarestia che fa la Chiesa, ma le varie pratiche eucaristiche sono unificate in un concetto dominante, che egli ha profondamente sentito: la presenza di Dio, presenza eucaristica del Dio con noi che, anche dopo la scomparsa del le specie, continua, come egli diceva, « attraverso una presenza non più per corpus ma per animam», presenza misteriosa, che egli viveva e gustava e che costituisce l'aspetto più mistico della sua personalità.

Ai suoi tempi amare la Chiesa voleva dire soprattutto amare il Papa e sono innumerevoli le sue attestazioni al ri guardo, per esempio, la raccolta del l'obolo di S. Pietro e i telegrammi di devozione che al termine degli esercizi da S. Ignazio, spediva ogni anno al Sommo Pontefice. Ma è anche particolarmente notevole in lui l'attaccamento alla Chiesa locale.

Divo Barsotti, nello stupendo studio sulla spiritualità dell'Allamano, osser va acutamente:

« Cosa singolare nella storia della Chiesa! Pur fondando due congregazioni religiose, egli ne rimane fuori; volle essere fino alla morte un sacerdote del presbiterio di Torino. Questo naturalmente lo fu in un rap porto più profondo, più intimo e co stante col suo arcivescovo di tante al tre grandi anime che ebbe Torino in quest'ultimo secolo. Non sempre fu fa cile il rapporto di Don Bosco col suo arcivescovo, ma il rapporto dell'Allamano coll'arcivescovo di Torino e col suo presbiterio, fu al contrario continuo e determinò in tutto la sua missione sacerdotale e la sua santità ».

D. Barsotti mette in risalto soprattutto il suo rapporto con mons. Gastaldi, e forse è proprio da lui che prese as sieme all'amore per la Chiesa locale, anche quel tono virile, robusto e volitivo, caratteristico della sua ascetica, così dolce nel modo, ma esigente nella sostanza; tono che nell'arcivescovo si esprimeva anche in modi bruschi e che in lui invece era molto controllato, ma non meno deciso e radicale « Voglio, voglio », ripete sovente ai suoi Missionari, « che siate così e così ».

Ma quel che in lui ha degli sprazzi che sembrano anticipare la « Gaudium et Spes » e segna la lenta evoluzione del la scuola torinese verso maggiori aperture, è il suo ottimismo di fondo e il suo aprirsi a tutti gli uomini.

Anche qui l'osservazione è già stata fatta da don Barsotti: « Una cosa sembra distinguerlo da altri grandi missionari: è assente in lui una visione tragica del mondo pagano. Forse, come non ha conosciuto in se stesso il dram ma del peccato, così è stato meno ca pace di pensarlo negli altri. Il problema della salvezza degli infedeli sembra non avere in lui niente di angoscioso e di tragico... "Prima santi, poi missionari", ripete. L'angoscia per la salvezza di tante anime che non cono scono il Cristo, l'urgenza che incalza il missionario a portare l'annunzio della salvezza, appaiono estranei alla men talità e al sentimento cristiano del l'Allamano: egli non sembra conoscere la dannazione e l'inferno ».

« Nulla di quanto si compì nella sua Chiesa locale gli fu estraneo. Ma ha guardato oltre, ha guardato a tutti gli uomini. Sue frasi caratteristiche: Ogni diocesi può avere una missione più ampia ».

Così — scrive sempre don Barsotti — « un umile sacerdote che sembra non avere altra aspirazione che di vivere nascosto, sente di essere responsabile di tutta la Chiesa, di tutta l'umanità... t meno in forza di una sua intuizione teologica, che in quanto vive il suo sa cerdozio in piena dipendenza dallo Spi rito, che l'Allamano diviene missiona rio per il mondo. Così egli precorre i tempi, così egli prepara una più pro fonda coscienza teologica del sacerdozio cristiano, e un senso più vero e nuovo di una responsabilità missionaria in ogni cristiano ».

Con queste dimensioni egli non si colloca come uno fra i tanti servi di Dio, che onorano la Chiesa piemontese, ma — assieme al Lanteri, al Cafasso, a don Bosco — come uno dei maestri che alla Consolata, e forse ancor più a S. Ignazio dove l'uditorio era più vasto e qualificato, hanno forgiato numerosi al tri santi.

Non posso concludere senza un accenno alla Madonna. La devozione a Maria è molto vivace nella scuola piemontese, ma nell'Allamano si è così immedesimata con la devozione alla Consolata, ch'egli non riusciva ad esprime pienamente e comunicare ad altri la sua carica interiore se non attraverso questo aspetto particolarmente confotante della figura della Madonna. Al santuario di S. Ignazio la Consola non c'era, anche se esisteva un altare dedicato alla Vergine Refugium peccatorum. Egli trovò il modo di farvela arrivare. Nel 1908, per ricordare il primo centenario della casa di esercizi fece erigere all'inizio del parco un pilone, grande e artistico, dedicato naturalmente alla Consolata. L'anno scorso una catena di selvaggi vandalismi, che ha colpito molte nostre chiese, profanò anche quel pilone, distruggendo la bella statua della Consolata che l'Allmano vi aveva collocato.

Quest'estate un'altra statua della Consolata, non meno bella, dello scultore romano Alberto Ricci, sarà rimessa a posto, nella festa di S. Ignazio, con la presenza e la benedizione del card. Anastasio Ballestrero. È nostro vivo desiderio che non sia solo una solenne funzione riparatrice verso la Vergine, ma anche una rievocazione del bene operato in quel santuario e in quella casa da quel Rettore (prima che si chiuda centenario della sua nomina) così silenzioso, ma così fattivo, così riservato, ma così entusiasta, così garbato di modi, ma così esigente forgiatore di anime sante.

E vorremmo invitare gli amici qui presenti a partecipare a quella festa ed a visitare quel luogo, in cui il Servo di Dio, continuando una stupenda tradizione, ha creato un'atmosfera, come mi diceva ancor di recente un sacerdote, che non trovi in nessun'altra casa di esercizi e che sembra un miracolo della grazia.