1986 CASTRO QUIROGA Luis Augusto

 

Mons. Castro Quiroga Luis Augusto IMC (1942-..... ), originario di Santa Fe di Bogotà - Colombia, compiuti i regolari gli studi nel suo paese e alla Pont. Università Urbaniana di Roma, fu ordinato sacerdote nel 1967. Dopo un periodo impiegato nell'educazione e nell'insegnamento dei seminaristi, venne nominato superiore della Regione Colombia del nostro Istituto. Nel 1981 fu eletto consigliere generale e, verso il termine di questo servizio, la Santa Sede lo nominò Vicario Apostolico di Florencia (1986). Nel 1998 fu trasferito nell'archidiocesi di Tunja.

Qui riportiamo la commemorazione tenuta a Roma il 12 ottobre 1986, per il 60° anniversario della morte dell'Allamano.

 

Mi piace cominciare evocando la figura di Francesco Cossiga. Eletto presidente, si presentò dicendo: « Voglio essere il presidente della gente comune ».

Gente comune, « uomo della strada », oppure « cittadino medio », sono espressioni che si riferiscono al popolo semplice.

Ma, essere al servizio della gente comune non è solo il giusto obiettivo di un uomo politico, esso è pure l'obiettivo essenziale di ogni apostolo. Forse proprio per questo, fra politici e apostoli possiamo scoprire almeno una somiglianza: politici, di ogni tipo, e apostoli — di ogni tipo — si trovano accomunati dal fatto che i loro rispettivi linguaggi non sono capiti con facilità dalla gente comune.

Se la comunicazione diventa così difficile fra contemporanei, cosa dire quando si ha la pretesa di offrire il messaggio di qualcuno morto sessant'anni fa? Allora la società e la cultura, la Chiesa e il mondo, erano realtà assai diverse da ciò che sono oggi.

Giuseppe Allamano parla a noi Missionari della Consolata con un linguaggio che ci è comprensibile e familiare. Giuseppe Benedetto Cottolengo parla alle sue congregazioni di suore e di preti con un linguaggio che esse capiscono al volo. Ma questi Santi possono dire qualcosa alla gente comune, al popolo semplice d'oggi? E possono dire qualcosa che abbia un valore più in là della piccola valle, della città o del paese dove sono vissuti?

Ne sono sicuro. Essi parlano ancora. Certamente, non tutte le loro parole sono capite oggi, ma certi messaggi di fondo possono dire molto alla gente comune, che può esserne toccata profondamente.

Con questa convinzione, ho voluto spigolare nei campi dell'azione e della dottrina di Giuseppe Allamano per raccogliere dieci spighe che formano i dieci comandamenti missionari per la gente comune. Con la sua autorità riconosciuta, Giuseppe Allamano è invitato oggi ad offrirci, come un Mosè del nostro secolo, le dieci sfide missionarie che costituiscono un dialogo missionario universale anche per la gente comune.

 

Primo comandamento missionario

« Elevatevi sopra le idee ristrette che predominano nell'ambiente »

Giuseppe Allagano visse in un'epoca in cui il fervore missionario cominciava a prendere quota. Eppure, egli si trovò con delle grosse difficoltà per riuscire ad attuare i suoi piani in favore delle missioni.

Se volessimo determinarle sinteticamente, basterebbe dire: le idee ristrette e anguste che predominavano nell'anobiente. Il contesto socioecclesiale in cui viveva assomigliava troppo a quella rana del pozzo, che non era mai uscita dal suo mondo fatto di poche gocce d'acqua. Quando, per un incontro fortuito, s'imbatté nella rana che veniva dal mare, non riusciva a credere a quanto questa raccontava sull'immensità dell'oceano. Anzi, la mandò via dandole della bugiarda.

Ma non tutto era chiusura. Perspicace com'era, Giuseppe Allamano scoprì dei giovani non soddisfatti di quelle idee ristrette che proclamavano esserci troppi problemi in casa per pensare ai problemi altrui. Egli intuì la possibilità che quei giovani seguissero una missione più universale, più ampia di quella esigita dal pozzo diocesano. Elevatevi sopra le idee ristrette che predominano l'ambiente.

Ciò nel suo tempo poteva essere un consiglio, oggi è proprio un mandato ineludibile.

« Elevatevi sopra le idee ristrette »: è un invito ad acquistare una dimensione universale. E un invito a sentirci membri di un villaggio il cui nome è l'umanità. È un invito ad accogliere in noi lo stesso titolo che Origene dava a se stesso: « Amico del genere umano ». È un invito a sentire la responsabilità della specie umana, oggi più che mai, quando, da un lato, viviamo sotto la minaccia della distruzione nucleare, e, dall'altro, siamo assediati dalla diversità umana universale. È un invito a far sì che ogni notizia che arriva dai fratelli disseminati nel mondo, diventi parte della nostra storia privata. È un invito, infine, ad abbandonare quello stile vecchio, eppure ancor presente, di respingere gli altri quando non li capiamo, quando li percepiamo diversi, quando non riusciamo ad inquadrarli nei nostri modelli abituali.

Elevatevi sopra le idee ristrette che predominano nell'ambiente. Perché ci può essere un ambiente che ci rende prigionieri del pozzo del particolare, che crea in noi una sordità al linguaggio dell'amore universale, frutto della presenza dello Spirito che riempie la terra intera.

« Elevatevi sopra le idee ristrette » è equivalente al mandato del Vangelo: « Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste ».

Come dimostra il Padre la sua perfezione?

Semplice, amando tutti. La santità di Dio significa che per Lui non c'è nessun nemico. Il suo amore è come il sole che sorge per tutti, buoni e cattivi. È questa una grande verità del Vangelo. Cristo si è elevato sopra le idee ristrette. Visse nella città ma senza essere della città. Ebbe una famiglia a Nazaret, ma suo padre, sua madre, i suoi fratelli erano tutti coloro che cercavano Dio. Ebbe un paese natale, ma esso non era il suo paese. Non aveva casa, non aveva tana, non aveva dimora fissa.

Fu innalzato fra cielo e terra — secondo lui — per attirare tutti gli uomini a sé, la moltitudine dei figli di Dio dispersi per il mondo. Secondo gli altri — fu crocifisso perché si era elevato troppo sopra le idee ristrette che predominavano nell'ambiente.

Per i suoi discepoli non fu facile capire il linguaggio dell'amore universale. Pietro reagisce negativamente di fronte alla possibilità di entrare nella casa del pagano Cornelio. Entrò e vide con i dall'altro, siamo assediati dalla diversità umana universale. È un invito a far sì che ogni notizia che arriva dai fratelli disseminati nel mondo, diventi parte della nostra storia privata. È un invito, infine, ad abbandonare quello stile vecchio, eppure ancor presente, di respingere gli altri quando non li capiamo, quando li percepiamo diversi, quando non riusciamo ad inquadrarli nei nostri modelli abituali.

Elevatevi sopra le idee ristrette che predominano nell'ambiente. Perché ci può essere un ambiente che ci rende prigionieri del pozzo del particolare, che crea in noi una sordità al linguaggio suoi occhi le meraviglie dello Spirito, udì con le sue orecchie il linguaggio dell'amore universale. Umilmente il giudeo Pietro dirà: « Davvero mi rendo conto... », cioè: mi sto elevando sopra le idee ristrette che predominano l'ambiente.

Lasciatemi concludere raccontando come all'epoca della trasmigrazione delle anatre e delle oche selvagge, sui luoghi da esse attraversati si verifica uno strano fenomeno. Come calamitati dal grande volo triangolare, gli uccelli domestici abbozzano un goffo volo, ben presto concluso da un pesante atterraggio.

Quel richiamo selvaggio ha colpito nelle bestie domestiche, come l'urto di un arpione, non so quale loro residuo istinto selvaggio: ecco, allora, le anatre domestiche mutarsi per un attimo in uccelli migratori. Nella loro testolina dura, paga da tempo di immagini di stagni, di vermi, di pollai, si risveglia di colpo la memoria di estensioni continentali, del gusto dei venti aperti e della geografia dei mari.

È passato un uomo con questa visione di immensità.

Con le sue parole e la sua vita ci invita a prendere il volo, a svegliare in noi quel senso di cattolicità, di universalità che ci deve distinguere come esseri maturi della specie umana, come esseri posseduti dallo Spirito di Dio che riempie l'universo, e come esseri con la vocazione dell'amore, secondo le dimensioni dell'amore del Padre, rivelato in Cristo.

Questo uomo, Giuseppe Allamano, può capacitare la gente comune a spiccare questo volo di cattolicità, di impegno per la missione universale, elevandosi così sopra le idee ristrette dominanti.

 

Secondo comandamento missionario

« Amate una religione che offre le promesse dell'altra vita e vi rende più felici su questa terra »

Fra i giovani coraggiosi che sapevano elevarsi sopra le idee ristrette che dominavano l'ambiente, Giuseppe Allamano formò missionari per un impegno oltre frontiera, in Africa.

Il suo impegno missionario si traduceva in un metodo apostolico che, in sintesi, mirava a « fare prima uomini e poi cristiani ».

Così scriveva ai primi missionari: « Bisogna, degli africani, fare tanti uomini laboriosi per poi potere formarli cristiani: mostrar loro i benefici della civiltà per tirarli all'amore della fede. Ameranno una religione che oltre ad offrire le promesse dell'altra vita, li renda più felici su questa terra (12 ottobre 1 9 1 O).

Queste indicazioni trovavano una giusta realizzazione nella prassi apostolica che portava avanti — come su due rotaie — l'evangelizzazione e la promozione umana. Attraverso la promozione, gli africani potevano capire il valore dell'evangelizzazione.

Il comandamento di Giuseppe Allamano, però non è valido solamente per l'Africa di ieri. In questi ultimi anni si è dato molto spazio, su giornali e riviste, alla teologia della liberazione. Alcuni ne hanno parlato maliziosamente, altri con preoccupazione, molti con senso di solidarietà. La S. Congregazione per la Dottrina della Fede ne evidenziò alcune lacune e giustamente invitò a correggere punti alquanto oscuri. Giovanni Paolo II dichiarò ai vescovi in America Latina che, fatte le debite correzioni, la teologia della liberazione è, non solo conveniente, ma utile e necessaria.

Ma cos'è questa teologia che fa tanto parlare?

Per capirla, occorre dare, anzitutto, uno sguardo al popolo dell'America Latina, crocifisso su una croce di peccato e di ingiustizia, di manipolazioni culturali e di oppressione socio- strutturale.

Si può accettare una religione che si fermi alle promesse dell'altra vita, senza impegnarsi per rendere i poveri crocifissi più felici in quest terra? Temo che ci toccherebbe sentire di nuovo, non tanto le accuse dei marxisti sulla religione oppio dei popoli, ma quelle di Cristo di passare accanto al ferito senza soccorrerlo.

Ebbene, la teologia della liberazione, giovane e bisognosa di purificazione e di crescita, è l'espressione di un popolo povero che ha deciso di amare una religione che, mentre offre le promesse per l'altra vita, rende più felici i poveri su questa terra.

Non sono andato fuori argomento. Se parlo dell'America Latina è per evidenziare l'urgenza di questo comandamento dell'Allamano, non per restringerne l'esigenza a questo popolo. La sua esigenza è per tutti, perché, tutto sommato, esso traduce un atteggiamento evangelico del Cristo che inviò i suoi discepoli ad « annunziare il Regno di Dio e a guarire gli infermi » (Lc 9,2).

Amate dunque una religione che offre le promesse per l'altra vita e, nel contempo, rende più felici su questa terra. Ma state attenti a non lasciarvi intrappolare. Non si può leggere questo comandamento slegato dal precedente. Non si può cercare la felicità per sé al di fuori di uno sforzo di ricerca di felicità per tutti, a cominciare dai più poveri.

Se gli Atti degli Apostoli ci presentano una comunità felice, dove tutti erano un cuor solo e un'anima sola, ma anche dove non c'erano dei bisognosi, è per farci capire che non si tratta soltanto di volersi bene gli uni gli altri, bensì di voler modificare il mondo perché non sia oppressivo per nessuno. Uno scrittore finiva il suo libro affermando che il protagonista « alla fine dei suoi giorni morì ». Sembra un'espressione strana. Per forza che alla fine dei giorni si muore! Ma non è poi tanto strana. Ci sono tanti che non muoiono alla fine dei loro giorni, ma all'inizio, quando cominciano appena a vivere. Muoiono uccisi dalla mafia, come è accaduto questa settimana a Claudio Domino a Palermo, trucidato a undici anni; o muoiono uccisi dalla fame, come accade ogni giorno a migliaia di bambini nel terzo mondo. Non muoiono alla fine, ma all'inizio dei loro giorni. Non muoiono per cause naturali: muoiono per quell'immoralità economica internazionale che rende i poveri ogni volta più poveri e i ricchi ogni volta più ricchi.

Pensate bene alla religiosità cui fate spazio nel vostro cuore e nella vostra vita. Possa essere come quella suggerita da Giuseppe Allamano, che vi sfida ad amare una religione che, oltre ad offrirvi le promesse dell'altra vita, vi rende più felici su questa terra.

 

Terzo comandamento missionario

« Scegliete la mansuetudine come strada di trasformazione »

Fra tanti giovani che seppero elevarsi sopra le idee ristrette e poco missionarie dell'ambiente, Giuseppe Allamano formava coloro che si impegnavano nel doppio compito di evangelizzazione e promozione umana.

Ma quale strada seguire per la migliore attuazione di questo compito? Una risposta ci viene, anzitutto, dalla sua stessa personalità.

Giuseppe Allamano aveva un carattere forte, vivo ed energico, pronto ed immediato. Ciò esigeva un continuo lavoro su se stesso per acquistare il dominio di sé. « Il mio programma — scriveva — è di trattare sempre tutti bene, di evitare tutto ciò che può ferire il prossimo ».

Per lui, questo programma significò conquista della mansuetudine, della mitezza d'animo, della soavità di vita. La mansuetudine sarà poi la sua caratteristica nelle fitte relazioni che, ad ogni livello, manteneva, e sarà la sua forza nell'apostolato diocesano e nella formazione di missionari.

È ovvio che valorizzando così questa virtù, la richiedesse poi ai suoi missionari nell'impegno apostolico. Il suo mandato era: « Siate dolci e mansueti, sempre e con tutti ». Più di un missionario, psicologicamente immaturo, trovò difficile mettere in pratica queste indicazioni. Anzi, qualcuno scelse la strada contraria, dell'aggressività, dello scatto violento, della grossolanità. Ecco allora che Giuseppe Allamano diventa forte nelle sue richieste:

« Nessuno dica: tanto devo andare solo in Africa. E con ciò? Forse che gli africani non sono uomini come noi? Forse che non sanno distinguere fra chi è educato e chi è grossolano? E poi, chi ha mai udito che Nostro Signore parlasse e si comportasse da grossolano solo perché doveva convivere con gli apostoli, che erano gente comune? Io vorrei che, appunto perché andate in Africa, foste più educati e più delicati ».

E così l'Allamano insisteva a più riprese, sulla necessità della mansuetudine.

L'insistenza allora era più che necessaria, ma lo è stata sempre nella storia delle missioni. Domandandosi: « Forse che gli africani non sono uomini come noi? », Giuseppe Allamano faceva eco a quanto quattro secoli prima Paolo III aveva dichiarato per decreto:

« Gli indios sono uomini », e anticipava il discorso attuale sul terzo mondo, dove, a causa della violenza di tutti i tipi, esiste il nonuomo, cioè l'uomo obbligato a vivere in condizioni di vita infra-umana.

Di fronte a queste situazioni di debolezza, è facile assumere un'aria di superiorità che si traduce poi in violenza sottile. È triste constatare che nella storia delle missioni non è mancato, talvolta, il gesto aggressivo, la forma violenta, l'atto manesco. Già nel '500 Bartolomeo de las Casas aveva detto con energia: « Preferisco un indio pagano, ma vivo, a un indio cristiano, ma morto ». Era la risposta a coloro che giustificavano persino l'uso delle armi per convertire gli indigeni. Nessuno è più crudele di quelli che sono crudeli per amore di Dio.

Occorre pertanto, ricordare le parole di San Giovanni Crisostomo: « Finché siamo agnelli, noi vinciamo. Se diventiamo lupi, veniamo vinti, perché ci manca allora l'aiuto del Pastore, Cristo, il quale pasce agnelli, non lupi ». Lo sapeva benissimo Francesco d'Assisi che, attraversato l'esercito dei crociati, avanzò inerme verso le linee musulmane e si fece ricevere dal Sultano, in atteggiamento di non violenza.

La missione verso il popolo (ad gentes) più di una volta è sembrata missione contro il popolo (contra gentes) a causa, appunto, di chi sceglieva la strada della violenza o, almeno, che vedeva i popoli del terzo mondo come un immenso ospedale in cui tutti dovevano essere guariti con delle amare medicine.

Il comandamento missionario di Giuseppe Allamano: « Scegliete la mansuetudine come strada di trasformazione » si presenta opposto a questa combinazione ambigua di violenza e religione, volta alla trasformazione della società.

Cosa può dire questo comandamento missionario alla gente comune? Anzitutto anche la gente comune del nostro tempo non è aliena dall'accettare la via della violenza.

Ci sono tante forme di violenza oggi. Alcune sono chiare, altre sono più sottili e penetrano con l'aria culturale che tutti respiriamo, come è il caso dell'indifferenza (una delle forme peggiori di violenza) e la competizione ad oltranza che divora lo spazio dell'amore per riempirlo con il guadagno illimitato. Ogni giorno, ogni minuto, ci troviamo di fronte a un bivio. Una strada si chiama violenza, l'altra si chiama mansuetudine.

Inoltre, siamo chiamati non soltanto ad interpretare il mondo, ma anche a trasformarlo con la forza del Vangelo. Occorre, però, prendere la strada giusta, quella indicata da Giuseppe Allamano: « Scegliete la mansuetudine come strada di trasformazione ».

 

Quarto comandamento missionario

« Puntate alla trasformazione dell'ambiente, non solo degli uomini »

Giuseppe Allamano formò dei missionari che inviò oltre la sua Chiesa locale, in Africa, per un impegno di evangelizzazione e di promozione umana. Bontà e mansuetudine dovevano essere la chiave per entrare nel cuore di ogni persona.

Giuseppe Allamano però non mirava semplicemente alla conversione di individui. Sarebbe stato un lavoro troppo fragile, perché le persone non avrebbero trovato un contesto favorevole per vivere la propria fede; sarebbe mancata loro la necessaria comunità di appoggio.

Perciò l'Allamano dirà ai suoi missionari: « Puntate alla trasformazione dell'ambiente, non solo degli uomini ». I missionari avevano chiaro questo obiettivo di elevare l'ambiente in maniera tale da diventare condizione favorevole alla crescita della vita cristiana.

Se si vuole migliorare la qualità di vita di un fiume, si potrebbero prendere alcuni pesciolini e metterli in un acquario di acqua purissima e di cibi raffinati. Ma sarebbe molto meglio lasciarli nel fiume e influire sull'acqua stessa del fiume perché diventi sempre più un fattore benefico di crescita, un ambiente favorevole alla vita di tutti gli esseri viventi in quel fiume.

Questo intendeva l'Allamano quando diceva: « Puntate alla trasformazione dell'ambiente, non solo degli uomini ». Trasformare non vuol dire distruggere, vuol dire aiutare a crescere; non vuol dire manipolare, vuol dire educare, e cioè aiutare ad attuare le possibilità ancora latenti in quell'ambiente.

L'ambiente, poi, è quello naturale, ecologico, fisico da affrontare col lavoro manuale ed è pure quello sociale e culturale. L'uno e l'altro devono diventare come la mano che protegge la piccola candela della fede, perché il troppo vento non la spenga.

« Puntate alla trasformazione dell'ambiente, non solo degli uomini ». Questo comandamento missionario ha qualcosa da dire alla gente comune del nostro tempo? Intanto, ho il sospetto che sia qualcosa di molto attuale e addirittura urgente. Infatti, Giovanni Paolo II nel messaggio per la giornata missionaria mondiale ritorna su una realtà già denunciata da Paolo VI e chiamata il dramma più profondo della nostra epoca, la « rottura tra Vangelo e cultura ».

Il Vangelo va da una parte e la cultura dall'altra. In altri termini, il Vangelo non è più comunione con l'ambiente socioculturale; non ne è l'ispirazione, il criterio fondamentale, la guida basilare.

Vangelo e cultura hanno divorziato. Tante volte sono rimasti i segni evangelici, ma vuoti, senza realtà significata.

In queste condizioni, chi deve trasformare è trasformato; chi deve modellare l'ambiente, è invece modellato da esso; chi deve far crescere è rimpicciolito; chi deve uscire per essere lievito sulla massa, diventa prigioniero di un soggettivismo esagerato. Questi aspetti ci fanno vedere che il comandamento missionario di Giuseppe Allamano, pur riconoscendo il primato del cambiamento del cuore, offre un compito attualissimo per la gente comune:

« Puntate alla trasformazione dell'ambiente, non solo degli individui ».

 

Quinto comandamento missionario

« Siate forti, virili, energici nell'apostolato »

Più una persona è matura, più ricco e migliore sarà il suo contributo alla missione. Questa convinzione portava Giuseppe Allamano a non accettare delle mezze creature.

Chi è una mezza creatura?

Se si dice « mezza », si ammette l'esistenza di una buona metà, ma si denuncia la mancanza dell'altra. La metà che possiede è, magari, una grande mansuetudine e ciò va benissimo. Ma la metà che manca può essere la fortezza, la virilità, l'energia.

Benché io non sia filosofo, lasciatemi ricorrere ai filosofi.

Come ogni castello che si rispetti deve avere il suo fantasma, che non si vede ma si sente, così pure un filosofo che si rispetti deve avere le sue frasi misteriose, che non si capiscono ma si sentono: Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu. Il filosofo vuole dire che una realtà è buona se tutti i suoi elementi sono buoni; ma se solo

qualcuno di questi, anche il più piccolino non è buono, allora quella realtà non è più buona.

Solo un esempio, adesso, mi può salvare dall'accusa di relatore difficile. Prendete un cuscino, molle, ben fatto, proprio da mettere sotto, cioè da mettere sulla sedia. È un cuscino buono. Ma se dentro il cuscino c'è uno spillo, anche se questo spillo è piccolissimo, il cuscino non invita più a sedervisi sopra, non è più buono. Non so se voi siate disposti a sedervi su un tale cuscino. Io no. non mi fido. Ecco il punto.

Giuseppe Allamano non si tidava se oltre la mansuetudine non c'era anche la fortezza, la virilità, l'energia. Mezze creature, mezze volontà, cuscini belli ma con uno spillo poco rassicurante, non li voleva.

Il suo modo di parlare era chiaro. Alle missionarie diceva: « Desidero che siate forti, non molli ». « Dovete essere virili... Quante ragazze sono state capaci di lasciarsi tagliare la testa per la fede! ». « Desidero che siate forti, virili, come una Teresa di Gesù o una Fran cesca di Chantal, donne che portavano i pantaloni, che non si annegavano in un bicchiere d'acqua ».

Virilità significa energia, coraggio, forza. Ecco che cosa occorre per raggiungere la santità e per attuare la missione senza essere sconfitti dalle difficoltà non piccole che di solito ci sono in situazioni missionarie.

Accade oggi in tanti luoghi di azione missionaria, quanto accadeva ai tempi dei primi cristiani. C'era la persecuzione, la minaccia agli apostoli, il martirio. La comunità si radunava per interpretare questa sua situazione alla luce di Cristo, e poi pregava così: « Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce, e concedi ai tuoi servi di annunciare con tutta franchezza la Tua Parola ». Essi non chiedevano protezione, sicurezza, di essere risparmiati. Chiedevano soltanto forza, coraggio per annunciare con franchezza la Parola di Dio.

Di fronte a questi doni di Dio, a questa presenza dello Spirito che si manifesta nella fortezza, a questi testimoni che dicevano decisi: « Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini », non si può non ritenere necessario il richiamo di Giuseppe Allamano:

« Siate forti, virili, energici nell'apostolato ».

Alcune settimane fa c'è stato l'incontro dei giovani a Rimini. Il tema era la comunicazione. Un giornalista invitato ha detto più o meno queste parole: Voi cattolici avete molte cose interessanti da offrire, ma non avete il coraggio, l'energia di proporle.

I giornalisti di solito sanno rivolgersi alla gente comune. Questa osservazione ci riporta alla necessità che la gente comune, il cristiano comune, il popolo semplice di Dio, ha di accogliere il comandamento missionario che dice:

« Siate forti, virili, energici nell'apostolato ».

 

Sesto comandamento missionario

« Diventate conche e non canali riguardo ai doni spirituali, canali e non conche riguardo ai doni materiali »

La metafora è una delle risorse più belle del linguaggio.

Non è propriamente lingua dei poeti, ma il linguaggio della gente, comune. Quando vogliamo esprimerci su qualcosa su cui non sappiamo troppo, usiamo una metafora. Quando viviamo un'esperienza e vogliamo comunicare la sua freschezza e vitalità, la presentiamo con una metafora. E allora, ciò che era poco conosciuto diventa conosciuto, comprensibile e vicino, grazie a questa curiosa forma di linguaggio. Nei giorni della pioggia, quando le nuvole si sciolgono in pioggia, i terrapieni restano secchi, ma i fossati vengono riempiti. Occorre essere fossati e non terrapieni perché il divino si riversi da per tutto, in ogni momento. E, se si è fossato, si può ricevere, si può esserne ricolmi.

Ecco una metafora che ci aiuta a spiegare, risparmiando tante parole, ciò che Giuseppe Allamano esprimeva nella sua vita attraverso un'altra metafora. Da una parte, egli voleva essere conca e non canale per essere riempito dei doni spirituali; era un punto importante delle sue aspirazioni. La stessa meta proponeva ai suoi missionari quando diceva loro: « Fate del vostro cuore una piacevole dimora per il Signore ». Dall'altra parte, egli voleva essere canale. L'acqua si mantiene pura, viva, potabile se scorre, se non si ferma. Quando l'acqua stagna non è più buona, fa male, si inquina.

L'acqua è il simbolo dei doni materiali. Riguardo ad essi, Giuseppe Allamano si sentiva canale e non conca. Un canale per cui, dapprima, passò tutto quanto era sua proprietà personale: poi tutto ciò che la gente voleva donare per le missioni. Non tratteneva niente per sé: sarebbe diventata acqua contaminata, non pura.

Questa doppia esigenza di essere conca per i doni spirituali e canale per quelli materiali può dire qualcosa alla gente comune, al popolo semplice?

Pare di sì. Uno psicologo conosciuto afferma che il maggior male della gente comune, oggi, è il vuoto interiore. Un vuoto non colmato, un vuoto che significa incapacità di assimilare o di coltivare in sé i doni spirituali.

In un giardino c'era una volta un gruppo di amici. Ad uno venne sete: calò un secchio nel pozzo che era molto profondo. A fatica tirò su il secchio con una corda, ma, delusione! il secchio era vuoto, perché aveva molti fori e crepe. Naturalmente, all'inizio, il secchio era colmo d'acqua, ma, salendo, il liquido era uscito dai buchi fino all'ultima goccia.

L'interiorità umana diventata solo ca nale e niente conca, secchio con crepe e buchi, è anche oggi una triste realtà. Nei giorni scorsi una suora contemplativa che lavora tra i drogati ci spiegava che il suo sforzo consisteva nell'aiutare ognuno a vivere la propria interiorità, cioè quella parte di sé dimenticata, quel profondo dell'uomo che rischia di rimanere il grande sconosciuto. Dall'altra parte, quando la conca diventa canale, l'uomo non è soddisfatto e ha bisogno di sentirsi pieno di qualcosa. Allora i beni materiali subentrano come elemento riempitivo del vuoto interiore. E il canale, che tale deve restare, diventa purtroppo conca, consumismo, assimilazione senza limite di qualcosa che soddisfa in apparenza, ma che non riesce a riempire il vuoto umano.

E il consumismo è una febbre strana che tanto meno si sente quanto più è violenta e ardente.

Sentiamo quindi che c'è qualcosa di storto alla radice della nostra organizzazione umana e che questa proposta di Giuseppe Allamano è sapienziale e ci obbliga a riesaminare criticamente i principi della nostra condotta personale e sociale.

Perché un'esistenza qualificata dall'avere crea una visione dell'essere umano in cui la qualità dell'uomo viene riposta nella quantità. È però una visione che uccide l'uomo stesso, lui e tutti gli altri. « Noi sappiamo — ad esempio — che il prodotto cumulativo dei cereali sulla terra è sufficiente a sfamare tutti gli uomini e invece metà degli uomini muore di fame. Da che dipende? ».

Dipende dal fatto che molti canali sono diventati conche e molte conche non sono diventate canali. Ecco perché occorre che la gente comune, che ognuno di noi, possa ascoltare una volta ancora il comandamento missionario di Giuseppe Allamano:

« Diventate conche e non canali riguardo ai doni spirituali, diventate canali e non conche riguardo ai doni materiali ».  

 

Settimo comandamento missionario

« Fate bene il bene e senza rumore »

Verso la fine della vita, Giuseppe Allamano conifidava ai suoi missionari: « Mi restano pochi anni, ma, anche se fossero molti, desidero impiegarli nel fare il bene e nel farlo bene ».

« Fare bene il bene ». Un programma di vita che non è soltanto suo, ma di tanti altri uomini virtuosi che, prima e dopo di lui, si sono ispirati alla figura di Gesù del quale la gente comune saggiamente diceva: « Ha fatto bene ogni cosa » (Mc 7, 37).

Giuseppe Allamano ci teneva a questo programma di vita. Forse voi conoscete tante persone che hanno desiderato che una frase rimanesse sulle loro tombe quasi come un sunto della loro vita. Ebbene lui avrebbe voluto questa: « Ha fatto bene il bene »; nessun'altra. Ma che cosa vuol dire fare bene il bene?

Significa anzitutto fare il bene con una motivazione forte, misticamente, con passione evangelica. In poche parole: con uno spirito. Quando l'erba non riceve l'acqua diventa gialla e facilmente brucia. Il bene ha bisogno di quest'acqua che è uno spirito, cioè una carica di amore cristiano. Se manca questo spirito, il bene non cessa di essere bene, ma cessa di essere un'esplicita testimonianza di amore cristiano.

Non si tratta quindi di fare grandi cose, ma di farle in una certa maniera. Diceva Giuseppe Allamano: « C'è della gente che cerca sempre le cose grandi, straordinarie, rumorose. Ciò non è cercare Dio, perché Egli è tanto nelle cose grandi come nelle cose piccole. Perciò bisogna stare attenti a fare tutto bene. I santi sono santi non perché hanno fatto miracoli, ma perché hanno fatto bene tutte le cose ».

Far bene tutte le cose è una sfida che dice molto alla gente comune, perché far bene il bene vuol dire farlo con amore.

Fare il bene è offrire un bicchiere d'acqua all'assetato, ma fare bene il bene è offrirlo con amore, cioè con gentilezza, attenzione, gioia.

Ma c'è ancor di più. Fare bene il bene è pure farlo con intelligenza, con l'immaginazione, con senso critico, con perspicacia.

Anche l'uso dell'intelligenza e dell'immaginazione a favore degli altri fa parte dell'amore. Qualcuno diceva — a ragione o a torto — che il cristiano ha così poca immaginazione da non accorgersi che il suo prossimo ha fame.

Un uomo se ne va camminando per via, quando all'improvviso una parete gli piomba addosso e lo seppellisce sotto un monte di macerie. Soltanto un piede spunta fra i calcinacci. Una persona testimone della scena, piena d'amore cristiano, rientra in casa, prende la sua cassetta di pronto soccorso e torna di corsa verso il luogo della disgrazia. Ritrova il punto esatto in cui quel passante era rimasto sepolto e comincia a medicargli il piede rimasto allo scoperto. Frattanto rischia di morire per asfissia.

Questa persona ha fatto il bene, ma non l'ha fatto bene. Ha utilizzato il cuore, non l'intelligenza.

E non sarà questa l'immagine più fedele a certe forme di aiuto al terzo mondo? Medichiamo il piede, ma lasciamo il resto del corpo sepolto sotto le macerie d'un ordine internazionale che, come una sanguisuga, progressivamente dissangua i popoli poveri. Il bene va fatto bene. Tutto ciò che merita di essere fatto merita di essere fatto bene, con uno spirito che è amore e che è pure intelligenza e senso critico.

Giuseppe Allamano con questo comandamento parla alla gente comune, l'unica in grado di costruire la nuova civiltà dell'amore di cui il nostro mondo ha urgente bisogno.

 

Ottavo e nono comandamento missionario

« Cercate Dio solo e la sua volontà » « Date il primato alla santità »

I vignettisti sono gente ammirevole. Alle volte, con due sole linee abbozzano il volto e anche l'anima di una persona. Hanno proprio un'arte speciale. Uno di loro diceva: « Io non dipingo con dei colori materiali ma con delle combinazioni spirituali ». E anch'io vorrei proprio dipingere non con colori materiali ma con delle combinazioni spirituali l'anima missionaria di Giuseppe Allamano.

Basta combinare questi due comandamenti, l'ottavo e il nono, perché resti abbozzato l'uomo di Dio, l'anima dell'apostolo, il servo della missione. Cercate Dio solo, ci dice. Ebbene, la ricerca di Dio, il senso e il gusto della sua presenza, è una delle caratteristiche portanti della spiritualità di Giuseppe Allamano.

Uomo innamoratissimo dell'Eucaristia, quando parlava della presenza di Dio si sarebbe detto un poeta che declamava il suo grande amore. Cercate la volontà di Dio, suggerisce. È un consiglio che non ha bisogno di parole.

Basta la sua testimonianza. Alla fine della sua vita, egli vi trovava una consolazione, quasi un compiacimento: « Mi consola che cercai sempre di fare la volontà di Dio, riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il mio segreto fu di cercare Dio solo e la Sua santa volontà ».

C'era un uomo desideroso di vedere un miracolo. Andò in cerca di un famoso maestro di spirito con la speranza che costui facesse un miracolo in sua presenza. Ma il maestro gli disse: « Dalle tue parti un miracolo accade quando Dio fa la volontà di qualcuno di voi. Qui da noi, un miracolo accade quando qualcuno fa la volontà di Dio ». Il miracolo di fare la volontà di Dio è la strada verso la santità. Giuseppe Allagano ci teneva alla santità.

Ai missionari e alle missionarie ripete va sovente come un ritornello: « Sbaglierebbe chi dicesse: Sono venuto per farmi missionario e basta! No, mio caro, non basta affatto. Prima di tutto sei qua per farti santo ».

Ecco il primato della santità da lui richiesto a ogni missionario, come ogni padre che desidera il massimo per i propri figli.

Occorre mettere al primo posto la santità, unica garanzia di un'autentica missionarie. Essa è la luce senza la quale non c'è irradiazione missionaria. E bello parlare della santità. Ma alla gente comune suonano belle queste parole? Speriamo di sì. Almeno così suonavano a quell'uomo semplice che innalzò una preghiera di ringraziamento a Dio che aveva reso la santità così facile, gioconde, bella.

Chi sa se quest'uopo rappresenta un'eccezione? Si dice che noi siamo una generazione che si è stancata dei santi. Può darsi. Ma certamente non si è stancata della santità. Che bello sarebbe che, come un collirio, cadessero nei nostri occhi le gocce del sangue di tanti martiri d'oggi, morti per i valori del Regno di Dio. Allora vedremmo che il primato della santità è ancora possibile oggi, come lo è stato ieri.

 

Decimo comandamento missionario

« Non dite mai: non tocca a me »

È un fatto reale e accadde in una grande città.

Un giovane viene assalito da un ladro. Per mezz'ora i due lottano furiosamente. Tutta la gente del quartiere s'affaccia alle finestre. Nessuno dice niente, nessuno pensa di chiamare la polizia, nessuno interviene.

Pochi mesi fa una donna fu violentata su un treno di Parigi. Il treno era pieno. Tutto accadde sotto gli occhi degli altri passeggeri. Nessuno fece qualcosa per difendere quella donna.

In entrambi i casi è capitata la stessa cosa. C'era tanta gente e ognuno pensava: « Non tocca a me intervenire ». Giuseppe Allagano ci ha presentato dei comandamenti missionari.

Il loro valore però dipende da quest'ultimo; cioè dipende dal fatto che in questo salone si avveri il meraviglioso evento di non trovare nessuno che dica: « Non tocca a me! ».

Con questa espressione, Giuseppe Al'amano educava i suoi aspiranti missionari a non ridurre il servizio, l'aiuto, la responsabilità al piccolo cerchio di quanto è comandato, di quanto è d'obbligo. Il servizio va universalizzato e va compenetrato dal senso della gratuità.

Possano la vita e le parole di Giuseppe Allamano infondere in ognuno di noi un tale senso di responsabilità missionaria, che veramente oggi possiamo esclamare: « In questa sala nessuno. ha detto: Non tocca a me!».