
Sr. Maurizia Messi (1927......... ), Missionaria della Consolata, fece la sua consacrazione religiosa per la missione nel 1958 e, l'anno seguente, partì per la Colombia, dove rimase fino al 1975. Durante questi 16 anni, il suo impegno missionario fu soprattutto nel campo dell'educazione: insegnante e direttrice in alcune scuole. Delegata al Capitolo Generale del 1975,venne eletta consigliera generale, compito che svolse fino al 1981. Terminato questo servizio, rimase in Italia, dove prestò la propria collaborazione in diverse attività collegate alla missione. Tra queste merita di essere segnalata il suo servizio presso l'USMI (Unione Superiore Maggiori d'Italia).
Qui presentiamo la commemorazione che Sr. Maurizia tenne a Torino nel 1985, 59° anniversario della morte dell'Allamano e 75° anniversario della fondazione dell'Istituto delle Missionarie della Consolata.
Fissare lo sguardo della mente e del cuore su colui dal quale 75 anni or sono ha avuto origine la nostra famiglia re-ligtosa-missionaria, vuol dire abbracciare con un moto di ammirazione e di affetto un Padre che ci ha lasciato l'eredità della sua vita — esempio e parola, virtù e insegnamento — a cui attingere perenne stimolo alla santità e dinamismo apostolico, per continuare a portare nella Chiesa e per la costruzione del Regno il nostro specifico contributo, secondo il carisma donato a lui dallo Spirito del Signore.
Aver accettato di parlare oggi di lui, del can. Giuseppe Allamano, quando tanti altri, in questi 59 anni che ci separano dalla sua santa morte, lo hanno già fatto con molto amore e competenza, può essere stato presuntuoso da parte mia. D'altra parte in questo anno 1985, a pochi giorni dall'aver celebrato con viva riconoscenza a Dio il 75° anniversario della nostra fondazione, è quasi un bisogno dell'animo il fermarsi a riflettere per scambiare tra noi, e con quanti ci conoscono e vogliono bene, qualcosa della nostra esperienza, del nostro essere missionarie della Consolata.
Mi è parso allora di dover fissare l'attenzione su noi stesse, le figlie dell'Allamano, per comprendere con sempre maggior chiarezza qual è il "tipo" di missionarie da lui pensato e voluto ai piedi della Vergine Consolata.
Nello spazio di questo incontro sarebbe fuor di posto pretendere di esaurire l'argomento. Se infatti il Padre non ci ha accompagnato a lungo — solo 16 brevi anni —, tuttavia il suo insegnamento è stato ricco ed intenso (ce lo dicono le ben 499 conferenze raccolte con amore dalla sua viva voce dalle nostre prime sorelle, e le sue numerose lettere personali e collettive); la sua stessa vita, poi, ci è maestra e modello inesauribile. Mi fermerò perciò soltanto su qualche aspetto, che può però caratterizzare quella fisionomia spirituale- apostolica che il Fondatore volle imprimere in noi, allorché, pur quasi al suo tramonto e oberato da molteplici responsabilità, mise mano alla seconda fondazione religiosa- missionaria.
Il perché della nostra fondazione
« Molte suore, poche missionarie »: questa decisa affermazione del card. Gotti, allora Prefetto della S. C. « De Propaganda Fide », rivolta all'Allamano durante l'udienza del settembre 1909, quando egli gli manifestava la sua perplessità circa l'eventuale fondazione di un Istituto missionario femminile da affiancare a quello maschile già esistente (affermazione riferita dal Fondatore nella sua conversazione con le nostre consorelle del 19-3-1916), sta ad indicare quale fu la vera motivazione che fece cadere i suoi giustificati indugi e che gli diede animo per mettere mano alla nuova fondazione. L'urgenza, cioè, di avere nell'opera di evangelizzazione avviata da quasi un decennio dai suoi missionari in Kenya, delle suore sì, ma esclusivamente missionarie, la cui «collaborazione, animata da spirito fraterno, fosse complementare nel raggiungimento dei medesimi obiettivi e armonizzata allo stesso stile di vita » (1)
L'Allamano stesso lo afferma nella minuta di una lettera del 1916 ai suoi missionari: « È pure per la necessità e il bene delle Missioni, che per espresso co mando del S. Padre Pio X e dei Cardinali Gotti e Richelmy incominciammo (il Fondatore associa a sé il can. Camisassa), l'Istituto delle nostre Suore Missionarie » (2).
Da queste parole del Padre emerge anche chiaramente quello che fu il principio direttivo e dinamico di tutta la sua vita: la volontà di Dio, conosciuta attraverso la mediazione della Chiesa, che diventa in lui, attento e docile alle genuine ispirazioni dello Spirito, molla irresistibile di azione.
La generosa collaborazione data ai missionari della Consolata in Kenya dalle suore Vincenzine del Cottolengo fin dal 1903, se aveva ben dimostrato l'efficacia e la necessità di un simile contributo femminile, palesava anche, con il crescere delle missioni e l'estendersi dell'opera di evangelizzazione, i suoi comprensibili limiti. La partenza del loro ultimo gruppo era avvenuta nel dicembre 1907.
D'altro lato l'Allamano, che seguiva l'attività dei suoi missionari con una conoscenza che potrebbe sembrare sperimentata — benché non avesse mai messo piede in Africa —, ai quali dava consigli e direttive di una tempestività e lungimiranza da lasciare meravigliati, aveva pure una conoscenza diretta della vita religiosa femminile all'inizio del secolo. Era stato infatti superiore di due Congregazioni religiose (delle suore Giuseppine di Torino e delle suore della Visitazione), oltre che direttore di spirito e consigliere di molte suore.
Era quindi consapevole di trovarsi di fronte a una duplice difficoltà: l'impossibilità di avere suore numericamente sufficienti per l'opera delle missioni, e l'esigenza di trovare religiose esplicitamente preparate per l'apostolato missionario. In effetti, scriverà il P. L. Sales, primo biografo del Fondatore: «... si rendeva di giorno in giorno più manifesta la necessità di avere suore formate, preparate e specializzate non in un solo ramo, ma in tutti i rami dell'apostolato: scuole, collegi, ecc. », così come appariva sempre più chiaro « che un'identica formazione e un identico spirito, avrebbe contribuito assai a quella unità di azione che nelle Missioni è condizione sine qua non del successo » (3).
Fatto quindi certo dalla voce dei suoi superiori, che il carisma da lui ricevuto — dono dello Spirito Santo alla Chiesa per far giungere ai popoli l'annuncio della Salvezza — doveva essere ulteriormente partecipato, il 29 gennaio 1910 l'Allamano dava il via alla nostra famiglia religiosa-missionaria « senza far rumore » e con la modestia che gli era abituale.
Padre e fondatore
La modestia di quell'inizio non sminuisce però nel Fondatore la coscienza della responsabilità che si assume. Ma mentre egli ne sente il peso materiale e morale, il suo spirito, tutto orientato a Dio e alla sua gloria, ne gioisce profondamente: « Ringraziate il Signore che ha avuto la bontà di suscitare questa Congregazione », dirà un giorno ai suoi missionari (4).
Essere padre nell'ordine fisico è un onore ed un onere. Esserlo spiritualmente non lo è da meno. Se la volontà di Dio lo ha chiamato ad essere padre e fondatore di una seconda famiglia religiosa-missionaria, l'Allamano non ha dubbio od esitazione su quello che è il suo spirito: formare nella Chiesa e per la Chiesa, secondo il « suo » spirito, coloro che il Signore chiama per inviarli ad annunciare alle genti il suo Vangelo: « La forma che dovete prendere nell'Istituto è quella che il Signore mi ispirò e mi ispira; ed io, atterrito dalla mia responsabilità, voglio assolutamente che l'Istituto si perfezioni e viva vita perfetta. Sono d'avviso, che il bene bisogna farlo bene; altrimenti fra tante altre mie occupazioni, non mi sarei sobbarcato ancor questa gravissima della fondazione di sì importante istituto » (msc. 2-3-1902) (5). Sono parole sue.
Ecco allora l'Allamano mettersi all'opera senza risparmio di forze e di fatiche, dinamico ma non agitato, padrone di sé ma non freddo, pacato ma non insensibile, paterno ma non debole, forte ma non severo, sorretto da incrollabile fiducia in Dio e nella « sua » Consolata, « la vera Fondatrice » 6, l'occhio fisso alla volontà santa e santificante di Dio ed al suo piano di Salvezza universale, aperto il cuore ai vicini e ai lontani in una carità che tutto abbraccia e da cui tutto spera, deciso a fare bene tutto il bene che Dio vuole da lui. « Anche voi ringraziate il Signore di questo — dice ai suoi figli nel suo giorno genetliaco del 1913 —; di avermi creato, conservato e anche perché, quantunque debole di salute, posso fare ancora quello che il Signore vuole da me. E poi, tutte le altre grazie, materiali e spirituali! Voi non potete ancora capire, ma io vedo una catena di grazie »7. E la certezza del servo fedele che sa di poter contare sulla fedeltà di Dio!
Le sue « conferenze » settimanali sono il tesoro prezioso e pressoché inesauribile che egli ci ha lasciato in eredità. Ad esse hanno direttamente attinto la loro formazione religiosa missionaria le nostre prime sorelle e le altre generazioni di missionarie che ci hanno preceduto. Ad esse, con non minore amore e rinnovata sete, attingiamo anche noi oggi, meravigliate di scoprire la freschezza del suo insegnamento attraverso quel suo parlare semplice, familiare e « alla buona » — come diceva lui stesso (conf. S. 28-8-1918) —, ma ricco di quella sapienza che non invecchia perché è il frutto maturo dell'albero buono che ha affondato le proprie radici in Dio e nella tradizione perenne della Chiesa.
Il "suo" progetto
E dunque egli stesso che plasma, come il biblico vasaio, la nostra identità e ci dice « come dobbiamo essere » perché là nostra consacrazione battesimale e religiosa, e il carisma specifico sboccino in pienezza a gloria di Dio per il Regno. « Prima di voi — ci dice — vi erano tante suore; voi non avete nessun motivo di essere. E perché il Signore ha voluto che foste anche voi? Perché foste molto sante, ma non basta "molto sante", voi senza dubbio dovete aspirare, ad essere qualche cosa di più delle altre suore: questo non è superbia. In questo mondo bisogna fare tutto quello che si può fare. E, per darvi una spiegazione della vostra istituzione, della vostra esistenza: siete state fondate perché siate più sante di tutte le altre suore. Sante nella vita attiva » (conf. S, 19-3-1920).
Una santità « diversa »
La santità! « La santità fu certamente l'aspirazione più alta e più profonda di tutta la sua vita », ha detto Divo Barsotti dell'Alamaro (8).
Questa meta diventa ora anche l'obiettivo primordiale a cui egli sente di dover orientare la volontà e le energie spirituali delle sue figlie, con la sua sollecitudine di padre e la sua azione di educatore: « La vostra santificazione: ecco il mio pensiero precipuo, la costante mia preoccupazione »(9).
Perché questo assillo quotidiano in lui? Il cuore dell'Allamano è pieno di amor di Dio e amore del prossimo. Per questo « amore » egli ha abbracciato il sacerdozio ed è divenuto fondatore. Ma « amare e farsi santi è la stessa cosa » (conf. S. 16-3-1919), perché questa è la volontà del Signore: « Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5, 48). La santità è vocazione universale nella Chiesa ed è accessibile a tutti. L'Allamano, anticipando quanto affermerà il Concilio Vaticano II (10), lo insegna con sicurezza, indicandone anche i mezzi: « Dio esige la santità, e la esige da tutti, anche dai semplici cristiani (11), ai quali « per essere santi basta osservare i Comandamenti di Dio e della Chiesa e le obbligazioni del proprio stato » (msc. 16-3-1919).
Ma se la santità cristiana è una, in quanto unione a Dio in Cristo, si differenzia tuttavia « secondo i doni e gli uffici propri di ciascuno », perché ognuno è chiamato a quella perfezione della carità che corrisponde alla misura del dono ricevuto dal Signore, insegna ancora il Concilio (12). Anche il Fondatore lo aveva già affermato: « Una è la santità, ma varia nelle forme e diverse le vie per giungervi » (msc. 28-2-1915). Altra infatti è la santità del semplice cristiano, altra quella del semplice religioso o del sacerdote secolare, altra ancora quella del missionario — e della missionaria — perché più alta è la vocazione a cui so. no stati chiamati per scelta del tutto gratuita di Dio: quella di continuare nel mondo la missione stessa di Cristo e degli Apostoli (cfr. msc. 16-11-1913). « Di tutte le opere divine, la più divina è cooperare con Dio alla salvezza degli uomini », ha ben scritto S. Dionigi Areopagita. Questo pensiero il Fondatore lo ripete spesso e noi lo rileggiamo sempre con filiale riconoscenza. Dice in una conferenza alle nostre prime sorelle: « La vostra vocazione è provata e, certo, di tutte le vocazioni è la migliore. La condizione della missionaria è la condizione di maggior perfezione. Il Signore è Lui che l'ha scelta e se ci fosse stata una vita di maggior perfezione, una vita più scelta, avrebbe cercato quella là. Invece non si è fatto Trappista, e poteva ben redimere il mondo anche così! Chi ha questa vocazione deve chiamarsi fortunato » (conf. S. 15-10-1919).
Ed in altra occasione: « La vita della Missione è superiore alla vita contemplativa » (conf. S. 29-4-1917). C'è nel Fondatore la convinzione che l'apostolato missionario costituisce il vertice della vita spirituale, perché la sequela di Cristo nella sua vita pubblica richiede disponibilità a più grandi sacrifici ed esige una donazione di sé che può giungere fino all'eroismo. Non si tratta soltanto, infatti, di stare con il Maestro nella quieta beatitudine della sua presenza, ma di seguirlo sulle strade del mondo nella fatica di un cammino che non ha soste, perché Cristo, il primo Missionario, non conosce riposo e la sua strada termina solo là dove è compiuto il Mistero della Riconciliazione degli uomini con Dio. La santità che il Fondatore ci addita è quella dell'apostolo, che all'occasione deve essere anche eroica, straordinaria da operare miracoli « Questa è l'idea che dovete formarvi della vita religiosa missionaria — non ha timore di dirci —: non di riposo, ma di lavoro, non di godimento, ma di sacrificio; non accontentarsi di una mezza santità, ma volere tutta la santità e con tutte le forze » (13).
Anche suor Margherita De Maria, che fu la superiora scelta dal Fondatore del primo gruppo di suore, ad un mese appena dalla loro professione (avvenuta il 5-41913), e che fu poi anche la superiora del primo gruppo di partenti per l'Africa già nel novembre dello stesso anno 1913, e più tardi superiora generale (1947-1958), ci dice che l'Allamano voleva le sue missionarie impegnate a « cercare prima, e seriamente, la propria santità, ma una santità speciale, eroica » (14).
E a lei, cui aveva affidato, alla partenza per il Kenya, l'incarico di superiora e il compito di accompagnare e sostenere le consorelle nelle fatiche apostoliche, e, all'occorrenza, anche di ammonirle, che il Fondatore scriverà: « Ripeti a tutte che Dio aiuta chi si fa coraggio; che la poca salute non è causa di mancanza di virtù; che bisogna cercare prima la santità che la sanità; questa il Signore concede alle anime forti che con tutto l'animo attendono ai doveri dell'obbedienza » (15).
Sì, non v'è dubbio. L'Allamano sapeva bene che non bastano l'entusiasmo e una virtù mediocre a sostenere la volontà di donarsi a Dio in un apostolato, quello missionario, che allora più di oggi, e oggi, per altri versi, non meno di ieri, esige rinunce e distacchi, spirito di sacrificio e di servizio, fortezza d'animo, capacità di adattamento e sforzo di inculturazione, pazienza e mansuetudine e, soprattutto, tanta fede e molta, molta umiltà.
Allora, mentre punta e fa puntare in alto, da padre attento e solerte qual è, e da formatore forte e prudente, non si stanca di incoraggiare. « Mirate in alto, in su, su, se volete riuscire almeno quanto conviene alla vostra vocazione », ha scritto suor Irene Stefani, la missionaria di cui è in corso la causa di beatificazione, raccogliendo la parola del Fondatore (conf. S. 21-12-1913). E suor Maria degli Angeli Vassallo, la prima superiora generale dell'Istituto (1934-1947), annota così nei suoi appun ti l'insegnamento paterno: « Bisogna quindi che tendiate alla perfezione colme religiose, come missionarie, come Consolatine. Che bisogno c'era che nel secolo XX siate saltate fuori come i fun-ahi, se non è per farvi più sante. Dovete avere una santità eroica, all'occasione straordinaria, il che vuol dire miracolosa » (conf. S. 8-9-1918).
Nelle prime righe della lettera che il Fondatore consegnò quale prezioso viatico alle prime 15 missionarie partenti — lettera che porta la data della Solennità dei Santi 1913 — leggiamo: « Anzitutto tenete sempre in cima ai vostri pensieri il fine per cui vi siete fatte suore missionarie, ch'è unicamente di farvi sante e di salvare con voi tante anime. Ciò facendo avrete corrisposto alla vostra sublime vocazione e ne riceverete grande premio in Paradiso.
« Per riuscire nell'intento adoperatevi nel perfetto acquisto di tutte le virtù religiose e apostoliche ».
Ancora una volta, la santità è indicata dall'Allamano come il fine precipuo a cui tendere: farvi sante, ma inseparabile dalla finalità specifica, quella apostolica: salvare con voi molte anime. È chiaro quindi che il Fondatore non considera la perfezione e tutto lo sforzo per tendervi come fine a se stesso, ma in funzione dell'apostolato missionario e dell'efficacia del medesimo. Ripete infatti sovente: « Se alle altre suore basta l'essere sante, le missionarie devono esserlo doppiamente, perché tanto quanto sarete sante, altrettanto sarete migliori aiutanti di Dio, migliori “corredentrici” e migliori “ministresse” la Chiesa » (conf. S. 26-1-1919); e ancora: « La conversione, la santificazione degli infedeli, dipende dalla vostra santità » (conf. S. 13-5-1919).
« Per riuscire nell'intento », di tendere cioè alla santità e di salvare anime, il Fondatore esorta le nostre pioniere ad adoperarsi per acquistare un buon con redo di virtù religiose e apostoliche. il suo ricordo paterno, ma affettuosamente fermo, alle prime figlie che stanano per slanciarsi, fiduciose e piene di giovanile coraggio, nella prima avventura missionaria dell'Istituto.
Indugiare ora su quali siano le virtù che, secondo l'insegnamento dell'Allamano, devono far parte del bagaglio di una missionaria della Consolata, non è possibile. « Eh, ne avete fatti dei fagotti!... — dice benevolmente al primo gruppo di sorelle che parte dopo la lunga e dolorosa pausa causata dalla prima guerra mondiale — [...]. Ma il fagotto principale è quello delle virtù » (conf. S. 23-11-1919). Ne sottolineo perciò soltanto alcune, per cercare di evidenziare quei tratti più caratteristici del cammino che dobbiamo percorrere per divenire ciò che « dobbiamo essere » in ordine alla nostra consacrazione e alla donazione missionaria.
La « forma »
Il Fondatore, è necessario ricordarlo, portava nell'animo il ricordo vivissimo della figura materna, donna di fede robusta e di solide virtù femminili, umane e cristiane, crogiuolate nelle difficoltà di una vita trascorsa in parte senza l'appoggio del marito che l'aveva lasciata vedova con cinque figli, ancora pie-coli, da allevare ed educare. Una donna, quindi, che aveva saputo svolgere nel proprio ruolo di madre e di educatrice, anche il compito più specificamente paterno, unendo al calore ed affetto della mamma, anche quella fortezza e virilità che sono indispensabili per formare nei figli personalità pienamente integrate.
Ma non possiamo dimenticare che l'Allamano era profondamente innamorato della Madonna, la SS. Consolata. Nei « coretti » del santuario la sua anima si estasiava fissando a lungo quell'effige dallo sguardo dolce e materno, posato sul Figlio che sta eretto sul suo braccio, e dall'atteggiamento dignitosamente adorante per la consapevolezza che
quel suo Figlio è il Dio incarnato, il Salvatore del mondo, Colui che lei stessa ha portato agli uomini e la cui Gloria deve essere annunciata alle genti. Nella contemplazione intensa della cara immagine della Vergine Consolata possiamo dunque pensare che l'Allamano abbia individuato i lineamenti spai. rituali delle sue missionarie, lineamenti che gli si presentavano come incarnati nella mamma da lui tanto teneramente amata. La madre secondo la carne e quella secondo lo spirito, sono quindi in intima fusione il modello al quale egli spirò la propria azione di formatore nei nostri riguardi: « Voi non dovete assomigliare a nessun'altra religiosa — ci dice — [...] Dovete avere una santità diversa. "Missionarie della Consolata" è un carattere specifico (conf. S. 15-9-1918).
Energiche e virili
Suor Margherita De Maria, che è per noi come il prototipo della missionaria della Consolata, afferma che il Fondatore voleva missionarie « energiche, pronte a molto lavoro, a gravi fatiche e sacrifizi, munite di grande costanza e fortezza [...]. Non voleva caratteri molli, indecisi, facili allo scoraggiamento, ma suore virili, e diceva che nella via della perfezione più si fa e più si farebbe, e che in missione specialmente, la fortezza per una missionaria è assolutamente e sommamente necessaria » (16). E nell'art. 6 delle nostre Costituzioni rinnovate (approvate dalla Chiesa ne! 1982), — articolo che è come un condensato breve ed espressivo, del « progetto » del Fondatore — leggiamo: « Egli ci volle: donne forti, delicate e sciolte, pronte a servire il prossimo con cuore grande ». È l'eco delle parole dell'Allamano: « Dovete essere virili... voi siate uomini perché dovete essere apostoli e non solo apostole » (conf. S. 25-10-1918). E altrove: « La missionaria deve possedere in alto grado la fortezza, la quale è quella virtù che la renderà sempre vittoriosa nelle lotte che vengono ad assalirla e tenteranno di abbatterla » (conf. S. 27-11- 1913); « Ci vuole energia, energia, massime per una missionaria [...] Le missionarie devono essere energiche... energia... tutto fuoco!... energia! Non cras, ma hodie » (conf. S. 19-5-1918); « Bisogna essere forti. Se ne risenta pure il corpo, purché si ottenga la maggior gloria di Dio » (17).
Sono espressioni che ritornano sovente nelle sue conferenze, dandovi quel tono di squisita pedagogia cristiana e religiosa che caratterizza il suo stile. Il Padre lo sa. Le missionarie sono donne consacrate a Dio per la missione « ad gentes ». Ora, se la loro natura femminile potrebbe portarle ad intimorirsi e sgomentarsi e, magari, a ripiegarsi e chiudersi di fronte a difficoltà, incomprensioni, insuccessi l'amore per Cristo, sorretto dalla fortezza e dall'energia « che è il dono che il Signore dà a chi lo ama » (conf. S. 21-1-1917), dilaterà il loro cuore, conducendole alla piena espansione dell'amore e del servizio a Dio nei fratelli più lontani.
Libere per Dio solo
Il Fondatore — dice ancora l'art. 6 della nostra Legislazione —, ci volle « impegnate a cercare Dio solo e la sua volontà ». Se c'è un pensiero che ritorna incalzante nella dottrina spirituale dell'Allamano, è proprio questo: « Dio solo e la sua volontà ». Egli è l'uomo e il sacerdote che, sorretto dalla grazia, ha puntato con tutte le sue energie fisiche e spirituali ad un'unica meta: Dio, ed ha scelto di raggiungerla seguendo sempre e solo un'unica traiettoria: quella della volontà di Dio (18). È egli stesso che lo dice: « Una cosa mi consola [...] e si è di aver sempre seguito, coll'aiuto di Dio, la via che Egli mi aveva fissato da tutta l'eternità [...]. Vedete quindi com'io ora dando uno sguardo al passato, possa con santa compiacenza rallegrarmi di aver obbedito alla voce di Dio manifestatami dai Superiori; ed ora godo della certezza d'aver sempre camminato per la via da Dio assegnatami » (msc. 19-1-1913). E ancora: « Io vi dico che la mia più bella consolazione è d'aver sempre fatto la volontà di Dio » (conf. S. 13-5-1917). Per questo, quasi al tramonto della sua operosa esistenza poteva, con altrettanta semplicità affermare: « Questo fu ed è la mia consolazione in vita, e sarà la mia confidenza al tribunale di Dio » (19).
Questo ideale da lui vissuto così intensamente, lo ha trasmesso pure a noi come programma sicuro di vita religiosa e apostolica, in tante sue conversazioni, ripetendolo poi di volta in volta anche in quelle righe paterne, che consegnava alle sue figlie in partenza per le missioni: « Senza ripetervi in questo punto gli ammaestramenti che vi diedi in tanti anni — scrive a quattro partenti l'87-1921 — vi ricordo solamente che teniate sempre in alto il vostro spirito. Dio solo in tutto e sempre ». E volle pure che il suo esempio ci restasse quasi a testamento: « Io che sono vecchio e presso a morire, non ho maggior conforto che nel vedermi dove mi volle il buon Dio » (20).
Il Fondatore sapeva che, seguendo un certo impulso della natura, è facile credere di fare le cose solo per Dio, mentre invece si fanno per propria soddisfazione. È nell'obbedienza soltanto che non ci si può ingannare. Non teme quindi di affermare: « Una scopa... una padella... una zappa... un rampin dell'orto... valgono tanto come tutti i libri di S. Tommaso, davanti a Dio. È la purità d'intenzione che ci vuole!... » (conf. S. 147-1918).
Ed insiste: « Imitiamo N. Signore, con questo mezzo non faremo a nostro capriccio, ma dipenderemo sempre da Lui. [...]. Ricordatelo: conformarsi alla volontà di Dio è già una bella cosa. Uniformarsi vuol dire: di due farne una sola, ma deificarci vuol dire che togliamo completamente la nostra volontà [...] e prendiamo quella di Lui. Facciamo tutte le cose in Lui » (ibid.). Chi potrebbe dubitare che questa sia la via maestra della santità? È quella seguita dal Signore Gesù, l'Inviato del Padre, il quale entrando nel mondo ha detto:
« Ecco io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà » (Eb 10, 7). E noi siamo state « scelte » per essere come Lui «inviate »: il cammino non può dunque che essere il medesimo!
Straordinarie nell'ordinario
C'è una caratteristica che contraddistingue ancora la personalità del Fondatore e che egli, soavemente ma indefessamente, cercò di imprimere anche in noi, Tutta la sua molteplice attività la compì « senza clamore, anzi con una spiccata propensione e predilezione per il silenzio, la semplicità, il nascondimento » (21). Il Fondatore rifuggiva infatti da qualsiasi esibizionismo anche spirituale, compiva il bene, nascondendosi: « Se noi non siamo fatti per fare rumore —disse in un'occasione alle sue missionarie — [ ...] eh, faremo il bene senza rumore » (conf. S. 9-6-1918). Per questo ci chiede non di fare cose straordinarie, ma di abbracciare « la realtà dell'ordinario con energia e intensità straordinaria d'amore »
(22). « La vostra missione è di fare le cose ordinarie bene... è lì la vostra santificazione » — ci ripete sovente. « Delle cose straordinarie non accade spesso l'occasione; invece le ordinarie occorrono ogni giorno, tutto il giorno. N. S. Gesù Cristo impegnò in queste quasi tutta la sua vita » (msc. 7-7-1918).
Il valore delle opere per il cristiano non si misura dalla quantità ma dalla carità. Se un gesto eroico, sporadico, può essere frutto anche di un impulso semplicemente naturale, l'eroismo della santità non si improvvisa: è lavoro diuturno della grazia di Dio e della corrispondenza dell'uomo. « Passiamo facendo tutto bene — ci incoraggia quindi il Padre —, [...] ma questo bisogna farlo oggi, domani, dopodomani, tutti i giorni » (conf. S. 21- 11-1920). I santi si sono fatti santi così! Questo è stato lo stile dell'Allamano ed egli vuole che sia pure il nostro.
Generose nella fatica
Quando il Fondatore ci insegna a fare il bene ed a fare tutto bene, ha pure presente un'altra virtù particolarmente necessaria per la vita apostolica: l'amore al lavoro manuale. Su questa esigenza umana egli si sofferma alquanto nelle sue conversazioni, fino al punto di affermare che considera mancanza di vocazione missionaria la poca volontà di dedicarvisi (cfr. conf. S. 7-12-1913). Vi sono pagine del suo insegnamento sul lavoro manuale che ritroviamo, oggi, anche nel Magistero della Chiesa. Secondo l'Allamano il lavoro non è soltanto un dovere, ma anche un onore essendo stato santificato da Cristo e dalla santa Famiglia di Nazaret; è inoltre una virtù e quindi un mezzo di santificazione (23).
Sviluppare le proprie potenzialità, imparare a fare di tutto, lavorare con energia e intraprendenza, essere generose nella fatica anche del lavoro manuale, sono doti che il Fondatore vuole distinguano le sue missionarie: « La vostra non è una vita di estasi, è di lavoro; ma lavoro secondo la volontà di Dio per amor di Dio » (conf. S. 22A-1923).
«avrete bisogno di tutto. All'occorrenza dovete essere tutte cuoche, tutte ortolane, tutte sarte, tutte maestre... Bisogna saper fare qualunque cosa » (conf. S 15-9-1918).
La necessità di lavorare per l'Allamano deriva in particolare dall'esigenza evangelica della povertà professata. Lo spirito di povertà non consiste, infatti, soltanto nel rinunciare al superfluo, nell'accontentarsi del puro necessario e nel sopportare con pazienza anche la mancanza di qualche cosa di necessario, ma nel lavorare come lavorano i poveri (cfr. conf. S. 19-9-1915). La sua parola è esplicita: « Lavorare per mantenere se stessi e per beneficare gli altri » — leggiamo nella sua dottrina spirituale (24); ed essa sembra trovare eco in quella di Paolo VI ai religiosi: « Guadagnare la vostra vita e quella dei vostri fratelli o sorelle, aiutare i poveri con il vostro lavoro: ecco i doveri che incombono su di voi » (25)
Un maestro attuale, dunque, l'Allamano, anche in fatto di povertà, la virtù che egli ritiene condizione essenziale per la vitalità e fecondità apostolica dell'Istituto, con una visione che i tempi, anche se mutati, non possono smentire. Noi ritroviamo in questo insegnamento paterno lo stimolo per vivere con autenticità il nostro impegno di povertà radicale, convinte che il lavoro diventa così annuncio dei valori evangelici e mezzo efficace di promozione umana.
Come in famiglia
Fortezza, energia, lavoro, attenzione a fare bene il bene, sempre e solo per Dio, in una tensione costante alla santità « per essere in mano a Dio strumenti idonei dei miracoli della conversione degli infedeli » (msc. 21-12-1919).
Queste virtù solide, caratteristiche della vita e dell'insegnamento dell'Alemanno, che richiedono nel singolo, impegno personale, volontà decisa, capacità di autodeterminazione, potrebbero indurre a credere che il Fondatore non abbia colto un elemento costitutivo e fondamentale della persona umana: l'esigen za, cioè, di autentiche relazioni interpersonali, indispensabili per la sua crescita equilibrata, umana e spirituale. Ma non è così. L'Allamano nella sua azione di padre e di formatore, punta sì sullo sforzo dell'individuo, al quale chiede di essere capace di reggersi da sé, ma nello stesso tempo vede questi aiutato e sorretto, nel suo cammino verso Dio e i fratelli, dalla comunità.
Il Fondatore concepisce questa come una famiglia nella quale i vincoli fraterni non si fondano "sulla carne e sul sangue", ma sull'unione con Dio Padre e con il Cristo Eucaristico, centro e sorgente della vera comunione: « Noi siamo non solo singoli individui, ma una comunità intiera che vogliamo perfezionarsi » (conf. S. 25-7-1919). L'esperienza, certamente irrepetibile, della paternità spirituale, si rivela nell'Allamano attraverso uno stile di rapporti con i suoi figli e figlie, che stabiliscono nella comunità un clima di carità e delicatezza, di stima e fiducia reciproca.
Con parola paterna e saggia il Fondatore non manca di esortare e incoraggiare le sue missionarie, in vista soprattutto della vita di missione che le attende, all'amore vicendevole, fatto di attenzioni, gentilezze e premure, di condivisione sincera di gioie e di dolori, di successi e di fatiche. Più eloquente delle sue parole è poi il suo esempio, il suo modo di accogliere e ascoltare, di comprendere e pazientare, di sostenere e riprendere; atteggiamenti che fanno della comunità una vera famiglia, nella quale ciascuna sente di essere persona e di avere il proprio posto nel cuore del Padre e in quello delle consorelle.
« Ricordatevi — dice — che bisogna amarci proprio tanto. Amor di Dio, ma direi, più amor del prossimo. Amarlo prati- camente da fare un corpo solo. Essere disposti a morire l'uno per l'altro » (conf. S. 15-2-1920). « Bisogna avere amore spirituale ma anche materiale — spiega altra volta —; aiutarci vicendevolmente nei lavori, dividere le fatiche, prendersi i lavori di mano [...]. Bisogna avere amore di sorelle » (conf. S 26-9-1919).
La correzione fraterna rientra in questo suo stile. « Mi fa tanto piacere che vi correggiate a vicenda », esorta. Consapevole però della debolezza della natura e della innata sensibilità del carattere femminile, paternamente aggiunge: « Però bisogna notare che la correzione deve essere fatta bene, in modo dolce. Eh, via: un po' di amor proprio l'abbiamo tutti, ed una correzione brusca si risente! Non tralasciare di correggerci, ma farlo in bel modo. La carità bisogna farla bene » (conf. S. 25-7-1919). Per questo suo modo di concepire e sentire la vita comunitaria, l'Allamano poteva anche dire un giorno, in uno dei suoi incontri settimanali, guardando in particolare una postulante entrata da poco: « In nessun posto si vuol bene come in Comunità, almeno la nostra. Abbiamo da stare in paradiso insieme; abbiamo da fare una cosa sola lassù; ci faremo dare un posto dove staremo riuniti » (con. S. 25-11-1917).È suor Maria degli Angeli Vassallo che ci ha trasmesso quanto delicato e concreto fosse il suo amore, e quanto grande il desiderio che questo amore, stima e rispetto fossero anche il segno distintivo dello spirito, di complementarietà che deve animare le sue due famiglie missionarie, destinate a crescere e lavorare insieme per l'avvento del Regno. E noi, oggi, con gioia fraterna possiamo dire che questa è davvero la nostra vicendevole esperienza!
Esperienza spirituale
L'Allamano ha dunque un'immagine chiara e certamente esigente della santità alla quale devono tendere le sue figlie missionarie. Ma la santità, prima ancora che frutto dello sforzo umano, è opera della grazia e cresce nella misura in cui ci si apre all'amore di Dio che « ci ha amati per primo » (1 Gv. 4, 19). Mentre addita la meta, il Fondatore indica perciò anche il cammino per raggiungerla, e non trova di meglio che renderci partecipi della sua stessa esperienza spirituale, che si radica fortemente nella pietà eucaristica e mafia-na, si disseta alla sorgente viva della S. Scrittura e si concretizza nella docilità allo Spirito Santo.
Non è possibile ora approfondire questi ricchissimi aspetti. Bastino poche espressioni, semplici ma incisive.
Missionarie « eucaristiche »
« Vi voglio missionarie sacramentine. così bello vivere unite a Gesù! [...]. Dovete abituarvi ad essere vere missionarie eucaristiche » (conf. S. 13-6-1915); e ancora:
«Fondatevi nella continua presenza di Gesù sacramentato in voi e nei S. Tabernacoli. Quanta forza e consolazione ne ritrarrete in missione nelle vostre difficoltà e pene » (ibid). E insistendo sulla necessità di una santità « superlativa » — come diceva lui — conclude;
« È Gesù Sacramentato che deve formarci [...]. È Lui che deve fare tutto, che fa tutto! [...]. Siate dunque tanto devoti di Gesù Sacramentato »(26). Il sacrificio eucaristico, poi, che il Concilio ha definito « fonte e culmine di tutta l'evangelizzazione » (27), occupa il primo posto nella sua pietà sacerdotale. « Una Messa — afferma — basterebbe a rendere felice chiunque giunge a celebrarla [...]. E dirne tante! Che felicità! » (msc. 21-9-1913). La Messa è effettivamente per lui la devozione delle devozioni, e deve quindi essere la nostra prima devozione (28). « È l'unica vera preghiera, perché è il Signore che prega », spiega (msc. 14-6-1914); « Nelle altre preghiere siamo noi, nella S. Messa è Gesù con noi, Gesù sta interpellando "pro nobis" » (conf. S. 14-11-1915). « La S. Messa è certamente la più gran cosa, e per essere degna bisognerebbe che Dio stesso la celebrasse » (conf. S. 7- 111915); « Guai al mondo se non vi fosse la S. Messa » (msc. 21-11-1915). Sono tutte espressioni che rivelano la profondità del suo amore all'Eucarestia e la concretezza della sua azione formativa.
« Consolatine »
La Madonna è il secondo oggetto del suo amore e vuole comunicarlo pure a noi: « Bisogna essere devote della Madonna tutti i giorni dell'anno [...]. Questa devozione è necessaria, mie care, per salvarci e per santificarci » (conf. S. 1-6-1919). « Nella disposizione animirabile di Dio — sono sempre parole sue — tutte le grazie passano per Maria; è come un canale, è la dispensiera delle grazie [...]. t inutile, se non siamo devoti della Madonna non faremo mai niente » (conf. S. 30-4-1916). Devozione che nella vita dell'Allamano è espressione di amore, amore che è imitazione e perciò stimolo a modellare la nostra vita su quella della Madre del Signore per essere, con lei e come lei, portatrici ai popoli della Consolazione di Dio che è Gesù: « Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere » (conf. S. 23-6-1921).
In ascolto della Parola
Che dire dell'amore dell'Allamano alla S. Scrittura? È tutto in questa esclamazione: « Ah, la S. Scrittura! Più si legge, più si studia e più uno l'ama e vi si diletta! » (29). « La S. Scrittura — ci insegna — è il nostro libro. In esso si trova rimedio a tutto, si trova tutto ciò che può tornare utile a noi e agli altri. Chi legge la S. Scrittura si riempie di buon spirito »(30). In un'epoca in cui i libri "devoti" correvano per le mani delle re. ligiose certamente molto di più che la Parola di Dio, il Fondatore ci dice senza titubanze: « Se uno si nutre proprio della parola di Dio e sa trarne profitto, non ha bisogno di altre cose [...]. Non basta leggere i Libri Santi, bisogna scrutarli [...] sono un pozzo profondo. Per leggere i Libri Santi ci vuole semplicità e preghiera » (conf. S. 17-121916). E con questa sua intuizione l'AL lamano precede ancora i tempi e l'insegnamento della Chiesa (31)
Aperte allo Spirito
« Voglio che siate tutte figlie dello Spigrito Santo » (conf. S. 8-6-1919). Questa espressione del Fondatore dimostra che egli « aveva una coscienza lucidissima — scrive P. U. Viglino IMC — che il raro e prezioso tessuto della vita apostolica, fatto di fede, energia e fortezza, spirito di sacrificio, bontà, tolleranza, carità, entusiasmo, gioia pura e serena, può essere soltanto l'opera e il capolavoro dello Spirito santificatore » (32). Con il suo solito stile piano e immediato, il Fondatore continua la sua conversazione alle nostre prime sorelle: « Per essere figlie dello Spirito Santo bisogna proprio ascoltarlo, star sempre pronte alla sua voce, alle sue ispirazioni. Le anime sante fanno così » (conf. S. 8- 61919). L'Allamano è stato certamente una di queste, e perché lo imitassimo ha disposto che per noi, missionarie e missionari, la prima preghiera alla sveglia del mattino fosse proprio l'inno allo Spirito Creatore, perché fin dal primissimo saluto al nuovo giorno (33), aprissimo la mente alla sua Luce e il cuore alla Fiamma della sua carità. Per poter annunciare il Vangelo e convertire i cuori, bisogna infatti essere aperti e disponibili allo Spirito di Cristo, che solo può far penetrare nelle ricchezze insondabili della Parola di Dio e insegnare il modo di presentarla agli uomini di ogni tempo e latitudine nel linguaggio adatto, e secondo la concreta realtà di ciascun popolo. Questo l'Allagano lo sapeva e lo viveva.
Carisma di annuncio
Con quanto detto fin qui ho cercato di presentare alcuni di quei caratteristici « vi voglio » dell'Allamano, che esprimono i tratti del « suo » progetto nei nostri riguardi, e che devono dare forma a quella santità che è condizione indispensabile per ogni fecondità apostolica. Ma la nostra identità di missionarie della Consolata si definisce più esplicitamente per la partecipazione al carisma del Fondatore, carisma profetico di annuncio e di evangelizzazione, che le conferisce la sua peculiare connotazione.
Al « dovete essere molto sante », battuto e ribattuto dal Fondatore nelle conversazioni e lettere alle prime sorelle, si riallaccia immediatamente e indissolubilmente il suo energico imperativo: « Dovremmo avere per voto di servire alle Missioni anche a pena della morte. Dovremmo essere contente di morire sulla breccia » (conf. S. 24-9-1916), che, come il grido Paolino « Guai a me se non predicassi il Vangelo » (1 Cor. 9, 16), dà ragione del nostro essere nella Chiesa e ci fa una espressione specifica della sua missione universale.
È il fuoco della carità che brucia dentro l'animo missionariamente sacerdotale dell'Allamano, il quale, non avendo potuto essere egli stesso missionario, ha però voluto che non ne siano impediti quelli e quelle che desiderano seguire tale via (cfr. conf. S. 19- 3-1916). Per questa carità e con la fede e il coraggio di Abramo, sollecitato intimamente dalla materna insistenza della Vergine Consolata, egli non ha esitato a dar vita alle nostre due famiglie religiose missionarie per abbracciare per mezzo loro i confini del mondo.
Come Paolo
Il Fondatore vuole che le sue figlie missionarie abbiano chiara e ferma la consapevolezza che il carisma ricevuto con la chiamata all'apostolato, è dono dello Spirito e urge a spendere la vita allo scopo di annunciare il Vangelo a tutte le nazioni. « Il Signore avrebbe potuto salvare le anime senza di noi — spiega — [...], invece ha amato meglio servirsi di noi, quasi di noi avesse bisogno [...]. Il Signore ha avuto la bontà di prenderci a lavorare per farci parte all'opera sua. E non solo uomini ha voluto, ma anche le donne [...].
Ciascuna di voi dovrebbe riflettere a questo e dire, santamente orgogliosa: "Non sono una donna come le altre, io sono la compagna, l'aiutante di Nostro Signore". Guardate l'eccellenza del ministero pastorale! » (conf. S. 19-11-1922). Ed aggiunge tosto: « Come cristiani dobbiamo pensare all'anima nostra, ma come missionari dobbiamo pensare a tutti gli altri. E voi altre avete tutta l'Africa e tutto il mondo. Bisogna fare tutto quello che possiamo, certo, prudentemente, per non rovinarci; ma per non rovinarci — soggiunge — pensano i superiori » (ibid.). È dunque lo zelo per la salvezza del mondo che deve spingere le sue missionarie, a cui mette costantemente innanzi l'esempio dell'Apostolo delle Genti, a spendersi e superspendersi (cfr. 2 Cor. 12, 14), perché « tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità » (1 Tim. 2, 4).
L'Allamano ha una predilezione per l'Apostolo Paolo, l'appassionato di Cristo, e proponendocelo a modello, quale « vero tipo del missionario e vero apostolo delle genti » (conf. S. 19-2-1922), per il suo zelo ardente, fattivo e costante, non esita ad affermare: « Chi non si sente di imitare San Paolo, non si faccia missionaria » (ibid).
Ma se « l'amore sviscerato verso il Signore e lo zelo per la salute delle anime » (conf. S. passim), spingono Paolo a farsi tutto a tutti (cfr. 1 Cor. 9, 22) in un apostolato senza limiti, egli sente di essere più degli altri bisognoso di salvezza, e la consapevolezza di essere peccatore fu per lui garanzia di umiltà, virtù questa che deve sempre distinguere l'autentico servitore del Vangelo.
E così ci vuole il Fondatore:
innamorate di Cristo e del suo Vangelo, santamente orgogliose e grate a Dio per la vocazione ricevuta: « Voi siete quasi sacerdoti; non dite Messa, ma il resto lo fate tutto: istruite, battezzate, convertite; siete quasi come i missionari. Guardate che vocazione il Signore vi ha dato! » (conf. S. 9-2-1920);
disponibili ad una donazione generosa e totale per intensità e durata: « Amare il prossimo più di noi medesimi. Per un missionario vi deve essere il più. Se non si viene al punto di amare più l'anima di quei neri che la mia vita materiale... Bisogna andare giù e sacrificarci (conf. S. 19-8-1917);
ma convinte che chi salva è il Signore: « Dio solo, Dio solo! Non essere ladri (conf. S. 27- 4-1920). « Noi la gloria dobbiamo darla tutta a Lui » (conf. S. 5-11-1922).
Parlare, lavorare, correre, darsi, logorarsi, lasciarci coinvolgere, senza mai tirarsi indietro dall'urgenza dell'annuncio e dall'assillo per i fratelli, sono per l'Allamano manifestazioni dello zelo che deve assolutamente caratterizzare le sue missionarie. Egli da questo zelo è animato e sorretto nella sua indefessa attività nella Chiesa torinese, ed in quella per le due famiglie missionarie – che sono quasi un'incarnazione più visibile e feconda della sua stessa tensione per la maggior gloria di Dio attraverso la salvezza dei fratelli. E questo stesso zelo ce lo trasmette nel suo insegnamento, servendosi sovente di espressioni così plastiche che paiono frutto di un'esperienza concreta, personale.
Eccone alcune:
«Quando la minestra è lì che ci aspetta e viene fredda, si lascia venir fredda... e si va, si corre dove il dovere ci chiama. Costi quel che vuole, non ci costerà mai tanto come è costato a Nostro Signore» (conf. S. 2-5-1920).
«Lasciar di mangiare, di dormire, per dare il battesimo a un vecchio, a un bambino...» (ibid.).
« La vostra vita è camminare e attività in tutto » (conf. S. 21-10-1917).
« Ah, bisogna correre, bisogna lavorare per due o tre e mai star ferme; il lavoro che c'è da fare! […]. Bisogna fare il doppio di quello che si può fare» (conf. S. 5-11-1922).
«Gesù non era mai stanco, nemmeno sulla croce. Quandi si ha zelo per le anime, ah! Si sopporta tutto... si supera tutto. Se doveste anche morire qualche anno prima, eh, che sarebbe quello?» (conf. S. 2-5-1920).
«Laggiù succede che di notte vi chiamano nel primo sonno e... vuoi continuare a dormire? Eh, no! Cìè un bambino da battezzare e si montano colline e colline e si va là. Guai se si aspetta domani!» (conf. S. 5-11-1022).
Sono tutte espressioni molto significative. Alcune poi, per particolari sottolineature, rivelano anche l'animo delle prime missionarie che le hanno raccolte dalla voce stessa del Padre Fondatore. Negli appunti di Suor Irene Stefani, per esempio, così leggiamo: « La missionaria deve essere donna d'anima, ossia non deve che cercare lo spirituale in tutto, dovendosi occupare di tutto e in tutto, s'intende secondo obbedienza. Parli pure, anzi deve parlare […]. Ricordatevi che il Signore non vuole da voi il silenzio delle Trappiste: parlate, ma bene, santamente sempre […]. Parli, predichi pure la missionaria, ma la sua parola sia semplice come la parola di Dio. Eterna come la verità, breve come viene dall'alto e che duri per l'eternità» (conf. S. 7-12-1913). Ed in altra occasione: «Attente al falso zelo. È ora di fare silenzio? Ebbene, val meglio parlare a Dio che parlare di Dio […]. Sappiate però distinguere prudentemente, come insegna San Francesco di Sales alla sua figlia Sempliciana: - Se io fossi una religiosa farei silenzio nel tempo fissato, ma parlerei qualche volta malgrado fosse silenzio, quando lo richiedesse la carità. – Ecco come vi voglio sciolte, libere della vera libertà di spirito» (conf. S. 21-12-1913).
E questa vera libertà la si esperimenta soltanto quando ci si distacca pienamente da se stessi, per fare spazio a Dio e ai fratelli, perché «si ama perfettamente quando si è liberi, ma non si diventa liberi se non amando» - ha detto qualcuno (Liberthonnière).
E suor Maria degli Angeli Vassallo, ir ra tutto. Se doveste anche morire qual- altra occasione ha annotato: « Pregar( che anno prima, eh, che sarebbe quel- è una gran cosa, e così fare sacrifizi, ma lo? » (conf. S. 2-5-1920). salvare delle anime! Questo è il merito delle missionarie [...]. Non contentatevi di convertire due Gekoio, tutti! […]. Non perdersi in miserie: tiriamo diritto, siamo generose, pratichiamo tutte le virtù per convertire anime. Anime, Anime! Il Signore vuole anime » (conf. S. 30-6-1918).
Cito ancora alcune frasi dell'Alamaro che manifestano quanto fosse intenso il suo fervore e come volesse comuni-cario alle figlie missionarie. « Io dico che non bisogna solamente contentarsi di salvare le anime che il Signore ci ha predestinato, bisogna volerne salvare ancora delle altre » (conf. S. 12-3-1920); « Voi non siete solo destinate per curare i corpi come fanno le altre suore negli ospedali; non solo per educare la mente come fanno nelle scuole, ma siete proprio per illuminare le anime e dar loro il battesimo » (conf. S. 2-5- 1920). Ed altra volta: « Il metodo dell'evangelizzazione è di parlare » (conf. S. 19-11- 1920). « La missionaria deve avere un cuore grosso, tante matrone che hanno il cuore per tutto e arrivano a tutto [ ...] con cuore grande per ogni miseria e pieno d'amore per Dio » (conf. S. 23-9-1917).
Suor Redenta Maranzano, novantaduenne, che visse ancora accanto al Fondatore, quando giunse in Tanzania, dove si trova tuttora, ammirò lo zelo delle prime sorelle e in quel ricordo scrive oggi di loro: « Lo zelo per le anime era la passione del nostro Fondatore ed esse lo ereditarono e ce lo trasmisero »34. Zelo che, come esse stesse hanno detto, le ha sostenute nelle fatiche della vita di missione.
Che le parole dell'Allamano siano cadute in buon terreno ed abbiano portato buoni frutti, ce lo dicono le vite di tante nostre sorelle donate e consumate con generosità, forte e gioiosa ad un tempo, per l'annuncio del Vangelo ed il servizio • ai fratelli più bisognosi, e le cristianità che sono andate nascendo e crescendo, grazie anche ai loro sudori sparsi accanto a quelli dei fratelli missionari, fino alle giovani Chiese di oggi, divenute a loro volta missionarie per l'invio « ad gentes » dei propri figli.
Santità o zelo?
Ci si potrebbe chiedere a questo punto, se il Fondatore lanciando così le sue missionarie all'azione, non nutrisse timori riguardo al loro inderogabile impegno di tendere alla santità. La risposta la troviamo ancora sempre nel suo saggio insegnamento: « Lo zelo — dice egli rifacendosi a S. Agostino — è effetto dell'amore, ma di un amore vivo, intenso [...]. Anzi lo zelo non si distingue dalla stessa carità — — Sicché chi non ha zelo è segno chiaro che non ama » (msc. 19-11-1922).
La familiarità con la dottrina dell'apostolo Paolo e la sua personale esperienza, hanno insegnato all'Allamano che la tensione alla santità non può essere rallentata, ma è potenziata dall'autentica attività apostolica — attività che non è attivismo, ricerca di realizzazione personale, di efficienza, di successo. La molla interiore dell'azione missionaria è la carità nel suo duplice oggetto: la gloria di Dio e la salvezza dell'uomo, e lo zelo per l'evangelizzazione, che scaturisce da una vera santità di vita, fa crescere in santità colui che predica (35). Il Fondatore, anticipando anche in questo la dottrina conciliare, che insegna che l'azione apostolica rientra nella natura stessa della chiamata alla vita attiva (36), non esita perciò a dirci: « Se non salviamo anime, manchiamo al nostro dovere » (conf. S. 19-11-1922).
Ciò che assicura verità allo zelo e fa del nostro lavoro missionario la via per quella santità « diversa » indicataci dal Fondatore, è quel suo « Dio solo in tutto e sempre » che dà la motivazione unica ed unificante alla nostra consacrazione-missione, « sia quando si lavora in prima linea, sia che ci si trovi nella più nascosta retrovia, sia nel successo che nell'insuccesso, nella libertà apostolica o "in catene", o in un letto di dolore » (37). Il carisma trasmessoci dal, l'Allamano « punta direttamente alla gloria di Dio e di qui discende per il nostro servizio di evangelizzazione "alle genti", testimoniato in opere di misericordia, spirituali e temporali, secondo le necessità dei tempi » (38), e le esigenze dei popoli, alla sequela del Cristo che mentre annuncia il regno alle turbe, risana i malati e gli infermi, converte i peccatori e fa del bene a tutti, sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato (39).
Conclusione
Ho tentato di abbozzare, mediante alcuni tratti più caratteristici, il « progetto » del Padre, che diventa « programma », senza dubbio arduo e impegnativo, per noi sue figlie.
Programma non di un giorno, ma di una vita, perché missionarie si è a tempo pieno, 24 ore su 24, e senza scadenze di contratti. Cristo ci ha arruolate una volta per sempre per la sua impresa, quella di annunziare e diffondere la Buona Novella tra coloro che ancora non la conoscono. L'opera del Signore non si realizza in momenti di parentesi, ma afferra tutta la vita. Se si vuole evangelizzare bisogna essere disposti a correre tutti i rischi, compreso quello di perdere la propria vita per poi ritrovarla in Dio.
Con il suo esempio e la sua parola il Fondatore ci insegna e ci chiede questa radicalità. I suoi caratteristici « voglio » costituiscono per noi un'eredità, uno stile, una fisionomia, che deve rimanere per sempre nitida e inconfondibile: quella delle sue missionarie di ogni tempo e di ogni nazionalità.
I suoi « voglio » ci stimolano ad avanzare, giorno dopo giorno, tra entusiasmi e stanchezze, impulsi della grazia e remore della natura, incoraggiate dal suo energico « nunc coepi », incomincio adesso (conf. S. passim), e dalla materna comprensione della Vergine Consolata, perché dal nostro quotidiano trasformarci in quel modello ideale dall'Allamano pensato e voluto, proceda quell'agire apostolico che è il nostro specifico servizio nella Chiesa missionaria. Servizio mediante il quale l'annuncio della Salvezza universale raggiunga tutti i popoli e nell'amore dell'unico Padre tutti gli uomini siano e si riconoscano fratelli.
Questo è il « deposito » che il Fondatore ci ha lasciato. Noi, sue figlie e discepole, vogliamo essere fedeli nel mantenerlo, custodirlo, aumentarlo (cfr. conf. S. 19-3-1918), e costantemente svilupparlo (40), perché la nostra famiglia ieligiosa-missionaria, imitando lo zelo creativo di colui che le è Padre, possa essere sempre pronta a cogliere i segni dei tempi e a dare nelle Chiesa e con la Chiesa risposte adeguate e coraggiose (41).
NOTE
- N. FISSORE, in Posta da Casa, 1984, 5,p.2.
- I. TUBALDO, Giuseppe Allamano..., III, Torino 1984, p. 580.
- L. SALES, Appunti dattiloscritti, in I. TUBALDO, op. cit., p. 584.
- La Vita Spirituale..., a cura di L. Sales, Torino 1963, p. 361.
- Msc. = manoscritti del Servo di Dio Giuseppe Allamano.
- Conf. S. = Conferenze dell'Allamano alle suore missionarie.
- La Vita Spirituale, 269.
- D. BARSOTTI, Primato della santità, Bologna 1976, p. 37.
- La Vita Spirituale, 109.
- Conc. Vat. II, Cost. Lumen Gentium, nn. 41-42.
- La Vita Spirituale, 110.
- Conc. Vat. II, Cost. Lumen Gentium, nn. 41-42.
- La Vita Spirituale, 822.
- I. TUBALDO, op. cit., p. 645.
- Lettera a Margherita De Maria, 13 giugno 1914.
- I. TUBALDO, op. cit., p. 645.
- La Vita Spirituale, 785.
- L. SALES, Il Servo di Dio Can. Giuseppe Allamano, Torino 1944, p. 391.
- Lettera circolare ai Missionari e alle Missionarie, 1 ottobre 1923.
- Lettera a suor Giuseppina Battaglia, 28 agosto 1924.
- Lettera al G. Villot, Segretario di Stato, 8 gennaio 1976.
- Costituzioni delle Suore Missionarie della Consolata, art. 6.
- La Vita Spirituale, 198. Cfr. Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et Spes, n. 67; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Laborem exercens, n. 26.
- La Vita Spirituale, 201.
- PAOLO VI, Evangelica Tstificatio, 20.
- La Vita Spirituale dalle conversazioni ascetiche del d. D. G. Allamano, a cura del P. L. Sales, p. 678.
- Conc. Vaticano II, Decreto Presbyterorum Ordinis, n. 5.
- La Vita Spirituale, 503.
- La Vita Spirituale, 627.
- La Vita Spirituale, 626.
- Conc. Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 5; Decreto Perfectae Caritatis, n. 6; Decreto Ad Gentes, n. 26.
- U. VIGLINO, in Il Tesoriere della Consolata, 4/1983, p. 229.
- U. VIGLINO, in Il Tesoriere della Consolata, 4/1983, p. 241.
- R. CHICCO, in Posta da Casa, 5/1984, p. 19.
- PAOLO VI, esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, 76.
- Conc. Vaticano II, Decreto Perfectae caritatis, n. 8.
- N. FISSORE, in Posta da Casa, 5/1983, p. 11.
- N. FISSORE, in Posta da Casa, 4/1984, p. 2.
- Conc. Vaticano II, Cost. Lumen Gentium, n. 46.
- Cfr. docum. Mutuae Relationes, n. 11.
- Cfr. Costituzioni Suore Missionarie, articolo 8.