
Sr. Zaveria Pasqualini (1903 - 1989) era una Missionaria della Consolata possiamo dire ancora della prima generazione. Entrata nell’Istituto nel marzo del 1923, poté conoscere di persona il Fondatore nei suoi ultimi anni di vita. Giovanissima, già nel 1925, fu mandata in Kenya, dove realizzò la propria missione fino al 1947. La sua specializzazione era la scuola. In seguito, venne scelta come Vice Superiora Generale dell’Istituto, servizio che svolse, senza apparire troppo, ma con molta incidenza nella comunità, per 10 anni. Nel 1976, poté ritornare in Kenya, dove passò gli ultimi anni di missione. Data la sua maturità umana e spirituale, fu considerata una delle figure più significative dell’Istituto. Spesse volte venne richiesta di parlare del Fondatore, cosa che fece egregiamente, portando testimonianze di prima mano.
Qui pubblichiamo due dei suoi ultimi interventi fatti alla comunità delle Missionarie della Consolata a Nairobi (Kenya). Il primo, intitolato: «Come ricordo il Fondatore», è stato pronunciato per una delle feste del 16 febbraio a metà degli anni '80. Il secondo, dal titolo: «Quei suoi “voglio” teneri e forti», è stato tenuto il 28 dicembre 1988, durante la celebrazione del 75° anniversario delle prime Missionarie della Consolata in Kenya, giunte nel 1813. Entrambi sono tradotti dall'inglese.
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Nel marzo 1923, pensando di entrare nell’Istituto, mi recai con mia madre da Genova a Torino per avere un primo incontro col Fondatore. Ci ricevette in un piccolo parlatorio; indicò una sedia a mia madre e mi fece sedere sul divano accanto a lui. La conversazione fu molto piacevole. Eravamo affascinate dalla personalità di quell’anziano sacerdote: gentile, compito, sereno. Più tardi venni a sapere che, essendo rettore della Consolata, aveva contatti con ogni categoria di persone e si trovava a suo agio con tutti, anche con i membri della famiglia reale; e con tutti era ugualmente gentile e cordiale, senza tener conto della povertà o della mancanza di istruzione di coloro che l’avvicinavano.
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In maggio entrai nell'Istituto. Il Padre aveva l'abitudine di venire al pomeriggio della domenica per tenerci una conferenza. Con quanto desiderio lo aspettavamo!
Al primo incontro, guardando le nuove arrivate, disse: «Chiunque entra in questa casa deve subito iniziare l’opera della propria santificazione, senza perdere neppure un giorno, neppure un’ora. La vostra santificazione è il mio pensiero più importante, la mia costante preoccupazione». Rimasi molto impressionata. Mi sembrava una persona forte e decisa. Evidentemente non avrebbe sopportato nessun ritardatario...! Mi dissi: o ti decidi a farti santa o avresti fatto meglio a non entrare nell’Istituto.
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Farsi santa, va bene, ma come?
Presto compresi che le direttive fondamentali erano: “Il bene fatto bene”; “Piccole azioni ripetute con costanza e fedeltà, avendo di mira la perfezione”. Per esempio, lo spirito di famiglia comprendeva: essere ordinate e pulite nella persona e tenere la casa in perfetto ordine; riportare le cose al loro posto dopo averle usate; comportarsi educatamente a tavole; perfino... raccogliere da terra un pezzetto di carta. Da principio mi meravigliavo: come era possibile che una persona importante come il Fondatore cercasse di focalizzare la nostra attenzione su dettagli così insignificanti?
Ma no! L’anima di tutto doveva essere l’amore. Lo scopo: rendere la comunità, per quanto possibile, accogliente e piacevole come una famiglia in cui ogni membro fosse costantemente attento a tutti gli altri. E al culmine di tutto questo, una condivisione di gioie e dolori, lavoro e fatiche, in una gara di servizio vicendevole, fino al punto di essere disposte a dare la vita l’una per l’altra. E non era solo un modo di dire. Richiedeva anche che fossimo altrettanto premurose, rispettose e pronte ad aiutare i padri e i coadiutori dell’Istituto fratello.
La stessa cosa per l'apostolato. Impegno nella preghiera, negli studi e nel lavoro, rendersi capaci di disimpegnare i lavori domestici durante il periodo di preparazione. Nelle missioni: amare la gente, impararne la lingua, rispettarne i costumi, adattarsi al loro modo di vivere in tutto ciò che fosse possibile e conveniente. E anche a questo proposito: amare la missione a qualunque costo, anche se significasse rimetterci la vita.
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La compitezza, le belle maniere del Padre erano perfettamente consone a quanto usava ripeterci: Con i vostri modi gentili, con il vostro comportamente ben educato e corretto, potrete aiutare a attirare a voi la gente.
La sua padronanza di sé era tanto grande che penso possano essere applicate a Lui le parole di Isaia: “Non griderà, né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce” (42,2).
Soltanto la mancanza di sincerità, i “sotterfugi” potevano indurlo ad agire con fermezza, a parlare duramente, fino al punto di battere con forza il pugno sul tavolo. Ma era pronto a perdonare, dimenticare, incoragiare; ci suggeriva di dire: Proverò ancora. Era in famoso: Nunc coepi.
Tale era l'atmosfera inCasa Madre. La presenza del Fondatore era costantemente sentita e guidava i nostri sforzi verso la santità. Due sorelle che lavoravano al Santuario della Consolata dove il Fondatore aveva il suo ufficio, ci portavano di tanto in tanto qualche sua parola per noi.
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E che cosa dire del suo amore per la SS. Consolata? Devo confessarvi uno scherzo innocente che gli feci insieme ad un’altra postulante, Pina Rossi. Avevamo avuto il permesso di andare a trovare il Padre nel suo ufficio, ma quando arrivammo non c’era. Sapevamo che, se non era lì, doveva essere nel santuario, e allora salimmo quiete quiete le scale che portano ai coretti dove era solito pregare, perché da lì si può vedere l’immagine della Consolata quasi alla stessa altezza.
E infatti era proprio lì. Immobile, con gli occhi fissi all’immagine della Vergine. Lo potevamo vedere molto bene. Aspettammo in silenzio circa mezz’ora. Quale amore era scolpito sul suo volto! Nessuno avrebbe potuto dubitare che egli era in profondo intimo colloquio con Lei. Appena il Padre ci dette l’impressione di essere sul punto di alzarsi, scivolammo via silenziosamente come eravamo arrivate, e ci facemmo trovare da lui ad aspettarlo davanti alla porta del suo ufficio. Nonostante la nostra emozione, riuscimmo a non dirgli che lo avevamo osservato così a lungo...
Per strada mentre tornavamo a casa, parlammo dell’amore del nostro Fondatore per la Consolata: un amore tenero, fiducioso, profondo, che doveva avere le sue primi radici nell’amore che aveva avuto per la sua mamma. Tutte le volte che la nominava aggiungeva: «quella santa ...» e tutti sapevamo che da seminarista trascorreva le vacanze ad assisterla perché, col passare degli anni, si indeboliva sempre più.
Ma l’impressione più profonda, quella che è continuata per tutta la mia vita, è questa: il nostro Padre era un sacerdote secondo il cuore di Dio, in tutta la pienezza e l’estensione del significato della parola: era completamente immerso nel Signore e da Lui posseduto. Questo era evidente al primo vederlo: la sua serenità costante, le sue parole, ed anche i suoi silenzi ne erano la testimonianza. Ci insegnava: «Tacete o dite qualcosa migliore del silenzio».
D’estate passavamo i giorni più caldi a Rivoli, nella casa di campagna. Un anno venne anche lui a trascorrere alcuni giorni con noi. La cappella era assai piccola, perciò, mentre il Padre celebrava la Messa, noi eravamo inginocchiate molto vicino all’altare. Era così assorto nel Sacrificio che stava offrendo che noi quasi trattenevamo il respiro per timore di disturbarlo. Le sue stesse parole ci facevano intuire che avrebbe passato delle ore a prepararsi e a ringraziare il Signore per la grazia di poter celebrare. «Oh, la felicità di poter dire la Messa!» esclamava. E alla fine della vita, quando era già gravemente ammalato, la sorella che lo curava ci diceva che il Padre ripeteva: «Il dottore non sa che cosa significhi per me non potere celebrare ... » e nella sua voce c’era tanta pena.
Vedevamo la sua felicità quando alcuni suoi figli erano ordinati sacerdoti o quando ci raccontava dei nuovi tabernacoli che si aprivano in missione. Voleva che fossimo innamorate di Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia, come lo era lui.
Come gli stava a cuore la gloria di Dio! Ricordo ancora la sua espressione quando ci raccomandava che l'unico scopo della nostra opera di evangelizzazione fosse la gloria di Dio. Perciò dovevamo annientare ogni nostro desiderio di successo personale. L'umiltà è la virtù fondamentale di una missionaria: solo Dio salva le anime.
La gloria di Dio e la volontà di Dio: «Imitando Cristo il cui cibo era fare la volontà del Padre», come ci spiegava. Sono certa che era convinto di lasciare ai suoi figli e figlie un insegnamento molto importante – quasi un testamento – quando alla fine della vita li assicurò che egli «aveva sempre fatto la volontà di Dio». Si potrebbe riassumere la sua vita nelle parole che ripeteva spesso: «Dio solo».
Ed ora un ultimo ricordo. Otto missionari e quattro suore dovevano partire per la missione il 10 novembre 1925. La salute del Padre era già debolissima e il medico non gli permise di uscire. Allora egli ci fece andare nel suo ufficio per la cerimonia della “Consegna del Crocifisso”. Fu una cerimonia intima, molto commovente.
Ero uno dei dodici partenti. Negli ultimi giorni non ero stata bene, ma ormai ero guarita. Uscendo dalla stanza, inavvertitamente detti un colpo di tosse. Poi avendo il presentimento che quella sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevo, mi voltai indietro per un ultimo sguardo. I miei occhi incontrarono i suoi.: mi guardava con tanta preoccupazione e affetto che solo mio padre avrebbe potuto guardarmi così. Era chiaro che stava domandandosi: ce la farà? Quello sguardo mi rivelò il cuor del Padre. Sono sicura che lo stesso sguardo pieno d’amore è ora rivolto ad ogni figlio e figlia che attendono con ansia di incontrarlo di nuovo, in Paradiso.
QUEI SUOI “VOGLIO” TENERI E FORTI
Riflettendo in profondità sull'avvenimento che stiamo celebrando, viene da pensare che, piutosto che un inizio, l'arrivo del primo gruppo di 15 Missionarie della Consolata in Kenya, sia da considerarsi come il coronamento di una adesione al divino Volere, intesamente vissuta e travolgente, sgorgata dallo spirito del nostro Fondatore in risposta all'invito del Santo Padre Pio X, che, nel corso di un'udienza personale che ebbe luogo nel 1909, gli aveva dato la vocazione di iniziare lui stesso un Istituto di Suore con esclusiva finalità missionaria.
C'era voluta la parola del Papa per convincerlo, nella sua umiltà, di essere stato scelto da Dio per un così grande compito. Ma appena udita, quella parola lui “papalino” com'era fino in fondo, si applicò ad elaborare nel proprio spirito una figura di suora missionaria che rispondesse al suo carisma: collaborare con i suoi missionari all'evangelizzazione nelle zone non ancora ragiunte dal Vangelo, in Africa. Per questo le volle “diverse”. E si prese la diretta responsabilità della loro formazione: «La spirito ve lo do io! Lo spirito lo dovete prendere da me!».
Impresso nel suo spirito c'era, sicuramente, il ricordo vivo di sua madre, che egli non nominava mai senza aggiungere che “era una santa”, e amò ed assistette con la delicatezza che da lei stessa aveva assimilato insieme ad un senso religioso della vita, affinato e impastato di realismo, di intuizioni pratiche, di amore per i poveri, di laboriosità, come quello della gente di quella terra dove si sa che il bene va fatto bene.
La tenerezza esercitata verso la mamma, lungamente inferma e alla fine anche cieca, alla quale egli dedicava le sue vacanze di seminarista, diede al suo carattere forte e deciso, quel tocco che, in seguito, ne rese la paternità così comprensiva e amabile. «Gli altri figli potranno anche dimenticarmi - gli diceva lei rriconoscente - ma tu, mai!».
E quel suo spirito limpido e forte, egli cominciò a trasfonderlo nelle giovani chiamate da Dio, con quei “voglio” teneri e forti, che si incidevano profondamente nelle loro volontà.
– Voglio che apprezziate la vostra vocazione. Il Signore ha come esurito il suo infinito amore in fatto di vocazione. Non saprebbe e non potrebbe darvene una più eccellente, perché vi ha dato la sua stessa Non si richiede che un po' più d'amor di Dio, di impegno per la propria santificazione e per quella delle persone.
– Voglio che bruciate di zelo per la salvezza delle anime, e questo sia l'unico movente di tutta la vostra attività Dio solo! Serene, sciolte, libere nello spirito e nel cuore, virili, laboriose.
– Vi voglio missionarie, sì, ma anche Vorrei che i vostri occhi fossero così fissi, così penetranti, che vedessero Gesù nel tabernacolo.
– Voglio che facciate vostra la frase “Oculi mei semper ad Dominum [i miei occhi sono sempre rivolti a Dio]”. Mi piace tanto e dovete ricordarla. Camminare sempre alla presenza del Signore, in intima unione con Lui.
– Voglio che questa sia una comunità delicata. Quelle che entrano qui, bisogna che diventino fini. Che il vostro comportamento faccia pensare a quello della Madonna. La Consolata è delicata e vuole che i suoi figli e figlie siano La delicatezza è già il primo Vangelo.
Il 13 novembre 1913, il Padre, alla stazione di Porta Nuova, Torino, affidò il gruppo delle 15 consorelle al loro “destino missionario” con un'ultima, ampia benedizione e, quasi a prolungamento della sua responsabile assistenza, consegnò loro una lettera da leggere durante il viaggio, le cui direttive sono ancora attuali ed a nessuna di noi dispiaccia risentirla».
Dopo avere letto la famosa lettera dell 'Allamano alle prime partenti, in un clima di commozione generale, sr. Zaveria raccontò le vicende dell'inizio della missione in Kenya, nominando una per una le 15 missionarie e sottolineando ciò che esse riuscirono a realizzare per la gloria di Dio e per il bene della gente. Concludendo, mi piace riportare un ricordo personale che sr. Zaveria narrò, sempre a Nairobi, durante un'altra commemorazione dell 'Allamano. Si tratta forse dell'ultimo gruppo di missionari e missionarie che l 'Allamano benedizze prima che partissero.
«Ed ora un ultimo ricordo. Otto missionari e quattro suore dovevano partire per la missione il 10 novembre 1925. La salute del Padre era già debolissima ed il medico non gli permise di uscire. Allora egli ci fece andare nel suo ufficio per la cerimonia della consegna del Crocifisso.
Fu una cerimonia intima, molto commovente.
Ero una dei dodici partenti. Negli ultimi giorni non era stata bene, ma ormai ero guarita. Uscendo dalla stanza, inavvertitamente diedi un colpo di tosse. Poi avendo il presentimento che quella sarebbe stata l'ultima volta che lo vedevo, mi voltai indietro per l'ultimo sguardo. I miei occhi incontrarono i suoi: mi guardava con tanta preoccupazione e affetto che solo mio padre avrebbe potuto guardarmi così. Era chiaro che stava chiedendosi: ce la farà?... Quello sguardo mi rivelò il cuore del Padre. Sono sicura che lo stesso sguardo pieno di amore è ora rivolto ad ogni suo figlio e figlia che attendono con ansia di incontrarlo di nuovo, in Paradiso».