
P. Candido Bona IMC (1923 -....... ), proveniente da Besagno – Mori (Trento), compì gli studi nei seminari dell'Istituto e fu ordinato sacerdote nel 1948. A Roma, ottenne il dottorato in Storia Ecclesiastica presso la Pont. Università Gregoriana. Nel 1951, iniziò il suo servizio di docente, che svolse nel seminario teologico dell'Istituto fino a quando venne chiuso, poi, presso la FIST e, per un breve periodo, anche presso la Facoltà di Missiologia della Pont. Università Urbaniana.
Oltre all'insegnamento, il suo servizio missionario si realizzò in favore della causa di beatificazione del Fondatore, avendo dato un valido apporto al Postulatore per rispondere ad alcune obiezioni. I suoi scritti sono numerosi e tutti di carattere storico, con speciale attenzione alla storia della Chiesa in Piemonte e a alla persona di Giuseppe Allamano.
Particolare menzione meritano tre sue opere: uno primo volume, piuttosto contestato, edito nel 1976, di 436 pagine, intitolato “Nell'occhio del ciclone”, che raccoglie appunti per la storia dell'Istituto sotto la reggenza di mons. Filippo Perlo IMC; un secondo volume, uscito nel 1989, intitolato “La fede e le opere - Spigolature e ricerche su Giuseppe Allamano” di 570 pagine, che presenta una serie di studi sull'Allamano e su personaggi a lui collegati. Poi, soprattutto, la terza opera, veramente monumentale, composta da 11 poderosi volumi, intitolati “Quasi una vita... Lettere scritte e ricevute dal Beato Giuseppe Allamano con testi e documenti coevi”, pubblicati tra il 1990 e il 2002, nei quali spicca l'apparato critico delle note che ricoprono circa metà dello spazio, se non di più.
Qui pubblichiamo la commemorazione tenuta a Torino da p. Candido Bona, il 16 febbraio 1989, 63° anniversario della morte dell'Allamano.
Secondo Divo Barsotti, il servo di Dio Giuseppe Allamano, ispirandosi all'esempio dello zio don Cafasso, « vide il suo ideale nel sacerdozio diocesano [...] e rimase, per questo, sacerdote del presbiterio diocesano per tutta la vita ». Non seguì l'esempio di don Bosco o di san Leonardo Murialdo. E ciò per una scelta precisa, non per ragioni di comodo.
Prosegue don Barsotti: « Cosa singolare nella storia della Chiesa! Pur fondando due congregazioni religiose, egli ne rimase fuori; volle essere fino alla morte un sacerdote del presbiterio di Torino. Questo naturalmente lo fu in un rapporto più profondo, più intimo e, costante col suo arcivescovo di tante altre grandi anime che ebbe Torino in quest'ultimo secolo ».
Mi propongo di illustrare questo rapporto, unico ed esemplare, non globalmente, bensì facendo la rassegna, in una sorta di biografie parallele, dei sette arcivescovi che si succedettero a Torino durante i 75 anni di vita dell'Allamano: pastori differenti per caratteristiche personali, incisività, impegno. Esposizione sistematica, non esaustiva. Più che la completezza materiale (impossibile del resto in questa sede), importa lo spirito e la natura delle relazioni. Se l'affetto non mi fa velo, mi sembra di trovare realizzato in anticipo quanto auspica il Vaticano II nel decreto sulla vita e sul ministero dei presbiteri: venerazione, carità, obbedienza responsabile, collaborazione pastorale.
A ventisei anni non compiuti, l'Allagano si vide affidato il primo incarico: direttore spirituale in seminario. L'arcivescovo Gastaldi non gli lasciò il tempo di esprimere preferenze, ma si rendeva garante della volontà di Dio. La volontà di Dio sarà l'elemento qualificante della vita dell'Allamano. Altri incarichi impegnativi e altre responsabilità gravarono via via sulle sue spalle. Ma egli trovò tempo ed energie per altre opere che giudicava importanti per la vitalità e la crescita della Chiesa locale. Anche il pensiero delle missioni scaturisce dalla sua comunione con il vescovo e dalla sua concezione della Chiesa locale. «Il suo servizio ecclesiale prende un respiro più ampio e più completo » (G. Pasqualetti). Nonostante gli inviti provenienti da Roma, subordinò l'esecuzione del progetto missionario all'approvazione del Vescovo. Incontrò resistenze, obiezioni, freddezze. Un tentativo del can. Giuseppe Ortalda, disconosciuto dall'autorità diocesana, era naufragato. Senza forzare i tempi, l'Allamano ottenne il pieno coinvolgimento del suo Arcivescovo e l'approvazione di tutto l'episcopato piemontese.
Mons. Luigi Fransoni
Alla nascita dell'Allamano, l'archidiocesi di Torino era retta, di fatto, dai vicari generali, perché il suo pastore, mons. Fransoni (Genova 1789 — Lione 1862), si trovava in esilio. Non lo incontrò mai, neppure in occasione della cresima che, come tanti coetanei, ricevette dal vescovo oblato, mons. Giovanni Balma. Apprese però a venerarlo fin dalla prima infanzia, perché i buoni cattolici parlavano di lui come di un autentico confessore della fede. Geloso dei diritti della Chiesa, ma chiuso a ogni comprensione per i tempi nuovi, mons. Fransoni riparò in Svizzera (marzo 1848), quindi arrestato due volte, fu espulso dal regno per « abuso di potere » (settembre 1850). Gli anni del suo esilio sono caratterizzati dalla decadenza dei seminari e dal crollo delle ordinazioni sacerdotali. Il seminario metropolitano, adibito a caserma e poi a magazzino, verrà riaperto verso la fine del 1863. L'Allamano, seminarista dal 1866, fece in tempo a vedere i segni e le devastazioni lasciati dagli occupanti.
Mons. Fransoni morì il 26 marzo 1862, ma la sede di Torino restò vacante per cinque anni. Situazione di stallo, come in altre diocesi italiane, a causa dei rapporti tesi tra il governo e la Santa Sede. Soltanto nei primi mesi del 1867, contatti ufficiosi (missione Tonello, mediazione di .don Bosco) resero possibile la nomina di un terzo dei vescovi delle diocesi italiane vacanti. In tal modo, mons. Alessandro Riccardi di Netro, vescovo di Savona dal 1842, fu promosso alla sede metropolitana di Torino (concistoro del 22 febbraio).
Mons. Alessandro Riccardi di Netro
Il nuovo Arcivescovo era nato a Biella il 23 maggio 1808. Fece l'ingresso a Torino il 26 maggio 1867. Troviamo l'eco della comune esultanza in una lettera dell'Allamano all'amico Pietro Cantarella: « Presto avremo la consolazione di avere il nostro Arcivescovo. [...] Siano rese grazie infinite a Dio. Già ci mandò, a noi propria, una bella e lunga lettera » (marzo 1867). Dopo quattro anni gliene comunica la morte: « A noi mancò il nostro amabilissimo Arcivescovo, che tanto in sì breve tempo operò a bene di questa diocesi » (25 marzo 1871).
Mons. Riccardi si fece amare « per la sua pietà e affabilità » (S. Solero). Intraprese la visita pastorale, giungendo in luoghi remoti dove, a memoria d'uomo, non si era mai visto un vescovo. La seconda metà del suo episcopato venne assorbita dalle cure per il concilio Vaticano I. Nella dibattutissima questione della infallibilità, si schierò con la minoranza — e con lui altri cinque vescovi piemontesi —, giudicando inopportuna la definizione. Lasciò Roma nell'aprile 1870. Nella pastorale del 20 giugno si disse pronto ad accettare la « verità come lo Spirito Santo farà conoscere ». Morì pochi mesi dopo, il 16 ottobre. Nel maggio aveva decretato l'erezione di una casa di riposo per il clero anziano presso il santuario della Consolata e iniziato le pratiche per il riscatto dell'edificio adiacente, incamerato dalle leggi eversive. 11 vicario capitolare can. Giuseppe Zappata perfezionò le trattative. In forza dell'atto la Consolata, officiata allora dai francescani, passò al clero diocesano. Nel 1880, l'Allamano diverrà rettore del santuario e della casa di riposo.
Preceduto da lungo dibattito, il Vaticano I era durato meno di un anno. In quel tempo l'Allamano attendeva agli studi di teologia. Pertanto si presenta spontanea la domanda sul come quell'evento venisse recepito entro le mura del seminario. Nelle biografie dell'Allamano non c'è posto per il concilio. In quella del coetaneo Richelmy, scritta da A. Vaudagnotti, c'è un semplice cenno alla salute scossa di mons. Riccardi e alle preoccupazioni per i fatti politico-militari del 1870. Per l'Allamano, potrebbe costituire un indizio il fatto che egli si sia trascritto un discorso sull'infallibilità del combattivo mons. Jacopo Scotton.
Mons. Lorenzo Gastaldi
Lorenzo Gastaldi, successore di mons. Riccardi, giungeva all'episcopato dopo una vita movimentata.
Nato a Torino da famiglia borghese il 18 marzo 1815 e ordinato sacerdote nel 1837,fu predicatore, professore universitario, pubblicista aperto ai nuovi ideali di libertà. Fattosi rosminiano nel 1851, trascorse dieci anni in Inghilterra a contatto con i problemi dell'ecumenismo e della questione operaia. Rientrato nel clero diocesano, nel 1867 fu creato vescovo di Saluzzo. Al Vaticano I difese vivacemente l'infallibilità pontificia, « ma con una certa attenzione per le prerogative dei vescovi » (G. Tufi-netti). Il 27 ottobre 1871 fu promosso alla sede metropolitana di Torino.
Per giudizio unanime degli studiosi, mons. Gastaldi fu grande per dottrina e per opere. Gli si attribuisce la riorganizzazione dell'archidiocesi e il rinnovamento della vita cristiana, compromesse dalle vicende risorgimentali, dall'esilio di mons. Fransoni e dalla lunga vacanza episcopale.
Come a Saluzzo, curò la formazione, morale e culturale, del clero. Ristabilì nel seminario metropolitano la facoltà di teologia, che era stata soppressa nella R. Università. Avviò il procedimento per l'erezione della facoltà legale o di diritto canonico. Potenziò i seminari di Bra e Giaveno. Attese personalmente all'aggiornamento del clero per mezzo di conferenze e degli esercizi spirituali. Strumento principale per il rinnovamento della cura pastorale furono i sinodi diocesani. Ne tenne cinque. L'asprezza di certe disposizioni e l'uso facile di sanzioni canoniche suscitarono notevole scontento. Diede vigoroso impulso al giornalismo, alle società operaie, all'azione sociale dei cattolici. Non fu altrettanto favorevole, almeno sino al 1880, all'Opera dei Congressi, cui rimproverava l'intransigentismo e l'antirosminianesimo. In politica fu conciliatorista, ritenendo egli impossibili restaurazioni antirisorgimentali.
Ma il suo episcopato torinese, intenso e fecondo, fu turbato da una serie di urti —il più clamoroso fu quello con don Bosco — che « cagionarono sofferenze ad anime elette e a lui stesso ». Sarebbero « le macchie del sole » (A. Vaudagnotti), attribuibili al carattere forte, al senso esasperato dell'autorità, all'influsso negativo dei consiglieri. Un modo sbrigativo per eludere il problema. Dobbiamo a G. Tuninetti lo studio di maggior impegno sul caso specifico di don Bosco.Vagliata la ricchissima, contrastante documentazione, egli sottolinea « il significato emblematico della vicenda, che sorpassa le due personalità, per proiettarsi su un piano più alto », quello cioè dell'impatto « di due concezioni ecclesiologiche che, all'indomani del Vaticano I, non andavano esenti da ambiguità e da una certa dose di pragmatismo ».
Mons. Gastaldi morì improvvisamente il 25 marzo 1883, mattino di Pasqua. Venendo a Torino il 26 novembre 1871, mons. Gastaldi s'era stabilito in seminario, a pochi passi dal duomo, per la mancata concessione dell'exequatur alle bolle pontificie. Il rapporto dell'Allamano con mons. Gastaldi ebbe inizio da quella data. La convivenza sotto lo stesso tetto, protrattasi per tre anni, gli impresse un ricordo indelebile. Ascoltandolo in cattedrale o altrove, l'Allamano s'era notato i passi salienti dei suoi discorsi. Non fece mai mistero del suo attaccamento per l'Arcivescovo che l'aveva ordinato sacerdote e la cui fiducia l'aveva chiamato, giovane « d'anni e d'opere », a incarichi di primo piano: direttore spirituale in seminario, rettore del santuario della Consolata e del Convitto Ecclesiastico, esaminatore sinodale, docente di morale, canonico. Le tappe di questa carriera non bastano a spiegare la sua devozione che poggia su motivazioni più profonde: mons.
Gastaldi è stato il « suo » vescovo; insieme a san Giuseppe Cafasso gli fu maestro e padre. Nelle istruzioni ai sacerdoti del Convitto, agli allievi missionari e alle suore si richiamò sovente « alla sua parola e al suo esempio; certamente dopo il Cafasso, è colui che ricorda di più » (D. Barsotti). Ci ha tramandato sentenze incisive ed episodi gustosi. Gli restò fedele per tutta la vita, ammirandone lo zelo, la sapienza e la fortezza cristiana. Non lo seguì nella preferenza per Rosmini. In Convitto e ai missionari propose la dottrina dell'Aquinate e di sant'Alfonso. Del resto, non possedeva una mente speculativa. Soltanto una volta, ai tempi del modernismo, oppose criticamente il Rosmini a san Tommaso. Citò, invece, ripetutamente Rosmini come maestro di vita spirituale. Nelle conversazioni, mise in luce certi aspetti spigolosi del suo vescovo. Ma non si permise giudizi. Rivelò anche acuni tratti inediti in cui quell'uomo, austero ed essente. appare vulnerabile, quasi indifeso.
Mors. Gastaldi è stato tre anni in seminario, mangiava in refettorio con noi chie e correggeva lui la lettura. Eh... passar nano quell'uomo faceva caldo. Non voleva dicessimo tutti gli "o" larghi. Ci faceva Mine tutte le differenze dei suoni ».«Ci sono due sorte di ammalati. Mons. Gastaldi era un piacere servirlo quando era ammalato. Così mi diceva il domestico. Si era che mons. Gastaldi, ottima persona, faceva rigar diritto. Ci son certi ammalati che non muovono un dito senza aiuto ».
« Ve l'ho già detto neh, di mons. Gastaldi? negli ultimi tempi, poiché aveva malattia di cuore, si sentiva tanto melanconico. Un dopo pranzo andai a trovarlo; era lì ancor tutto solo, e mi disse: Mi sento tanto melanconico. Il mio segretario mi ha messo qui due canarini perché mi rallegrassero, ma mi fanno venire di più la melanconia, tanto che piangerei. E poi soggiunse: Ma come? io piangere? No, il Signore mi ha dato tanta forza morale e non piango, no! ».
« Il Signore mi ha dato tanta forza! ». L'Allagano conobbe le tensioni e i contrasti che segnarono l'episcopato del Gastaldi. Benché giovanissimo, fu testimone privilegiato delle controversie di teologia morale, culminate nella chiusura del Convitto Ecclesiastico, che era stato illustrato dal magistero dello zio don Cafasso. Con maturità di giudizio seppe conciliare l'amore per l' Arcivescovo e la fedeltà alla memoria del santo zio. S'interpose con successo, pagando di persona, per ricucire la spaccatura della sua Chiesa.
I fatti sono arcinoti, ma vengono sottoposti a sempre nuove indagini. A partire dal 1874, mons. Gastaldi aveva espresso preoccupazioni per l'insegnamento della morale, come veniva impartito al Convitto. I parroci, interpellati con lettera, con fermarono in larga misura i suoi timori. Seguirono drastici provvedimenti: rimozione del teologo Giovanni Battista Bertaina. titolare della cattedra di morale al Convitto (1876); chiusura del Convitto (18'8) e trasferimento dei sacerdoti-mora in seminario sotto il controllo diretto dell'Arcivescovo. Poi fu la volta del tesoro ad Bartolomeo Retti, rettore del santuario della Consolata e del Convitto che, in difficoltà per il governo del primo e coinvolto nella crisi del secondo, si ritenne in dovere di dare le dimissioni. La nomina dell'Allamano a rettore della Consolata si colloca in questo preciso contesto. Il santuario prese a rifiorire; restava la spina del Convitto. La coraggiosa lettera del 24 giugno 1882 con cui l'Allamano ne propose la riapertura, resta un documento notevole di perspicacia e di genuino senso ecclesiale. L'Arcivescovo si disse disposto, ma a condizione che l'Allamano, laureato in teologia e dottore collegiato, assumesse l'insegnamento della morale. Inutile resistere.
Chiesto consiglio, l'Allamano accettò. Così il Convitto poté riaprire i battenti. Mi piace concludere con una riflessione di G. Tuninetti:
« Ma che cosa rappresentò la nomina dell'Allamano? Credo, una soluzione di realismo. Questo giovane sacerdote (era appena trentunenne), apparteneva anch'egli al gruppo di giovani collaboratori di cui l'arcivescovo si era circondato e che erano gli uomini di sua fiducia: vicerettore e padre spirituale del seminario teologico (quindi primo collaboratore di Soldati) a venticinque anni, rettore della Consolata a ventinove anni, per finire rettore e docente di morale al convitto a trentuno. Tuttavia è difficile sottrarsi all'impressione che la sua sua rimozione, dopo quella del Soldati. Quasi senza avvedersene si trovò privato della cattedra di morale, a quanto pare, per uno sgarbo del Bertagna. Infatti il discusso professore, che s'era ritirato ad Asti, venne riabilitato agli occhi di tutti. Richiamato, fu fatto vescovo ausiliare e rettore dei seminari. Anche l'antico rettore B. Roetti fu tratto dall'ombra.
Malfermo in salute, il card. Alimonda non poté stabilire un contatto diretto con la vasta diocesi. « La sua attività pastorale fu essenzialmente riposta nella predicazione e nelle conferenze, raccolte e pubblicate in diversi volumi » (G. Tuninetti). Favorì i seminari, fu amico di don Bosco. Per commissione di Leone XIII scrisse I voti degli Italiani per la pace religiosa (inizi del 1888), un volume che fu subito ritirato dalla circolazione a causa del deterioramento dei rapporti con il governo. Sostenne il vivace movimento cattolico locale.
Morì il 30 maggio 1891 a Genova, sua città natale, all'età di settantatre anni.
Per l'Allamano gli inizi del nuovo episcopato segnarono un periodo di sofferenze e di attesa che toccò il culmine nel controllo intempestivo della contabilità del santua
rio, proprio quando fervevano i primi lavori di restauro. Il suo stato d'animo e quello dei suoi collaboratori ci viene rivelato dalla testimonianza di mons. Giuseppe Peyretti, del can. Giuseppe Cappella e di altri. Alla presentazione dei registri seguirono giorni di turbamento, nell'incertezza della sentenza. Riferisce il Cappella che « il Cardinale, esaminati i registri, e ritrovandoli in ordine, li rinviò al Servo di Dio, senza mai più ritornare sull'argomento ».
Ma questo silenzio riapriva la ferita. Chiarita la questione amministrativa, l'Allagano riteneva necessaria una parola autorevole, non fosse altro che per dissipare le voci persistenti. Chiamato dal Gastaldi, egli era venuto alla Consolata nella certezza di fare la volontà di Dio. Senza la piena fiducia del nuovo Arcivescovo non poteva restare in un posto di tanta responsabilità. Maturò la decisione di presentare quelle dimissioni, forse in un primo tempo paventate, che non avevano il coraggio di chiedergli. La cosa gli sembrava talmente ovvia che non prese consiglio da nessuno, neppure dal suo direttore, il filippino p, Felice Carpignano. Provvidenzialmente lo incrociò in extremis, proprio mentre stava recandosi in episcopio. Basandosi sul « no » del suo direttore, tornò a casa con l'animo rasserenato. Senza quell'incontro. la sua vita avrebbe preso un altro corso: nomina a docente di morale sia stata anche una scelta di necessità. Non si spiegherebbe la prolungata chiusura del convitto dal 1876 al 1882. E pensabile che l'arcivescovo, pur volendo affidare la direzione del convitto all'Allamano, preferisse vedere la scuola di morale nelle mani di un sacerdote meno giovane e soprattutto più vicino alla sua teologia morale. Ma questo sacerdote, a quanto pare, non c'era; e l'Allamano rappresentò per Gastaldi l'unica soluzione possibile per sbloccare la situazione sempre più complessa.
Allamano, nipote del Cafasso ed allievo del convitto, ma anche allievo e collaboratore di Soldati, poteva costituire il punto di convergenza delle due scuole di morale ed il punto di incontro delle due correnti di clero, pro e contro Bertagna ».
Per un certo periodo tutti, nella diocesi, tennero lo sguardo puntato su quell'Allamano che, nella vicenda, correva il rischio di bruciarsi. Ben tre paragrafi della recente biografia di mons. Gastaldi, scritta dal Tuninetti, sono dedicati all'Allamano:
- Convitto ecclesiastico della Consolata: la nomina di Giuseppe Allamano dopo le dimissioni di G. Bertagna;
- Crisi del Convitto e nomina dell'Alemanno: 1876-1882;
- Significato teologico ed ecclesiale della nomina dell'Alamano.
L'Allamano soffrì anche per il contrasto del suo Arcivescovo con don Bosco. Avviato ormai il processo di beatificazione, venne ascoltato, nel 1916, come teste « ex officio ». Tra l'altro, fu chiesto il suo giudizio circa la paternità dei libelli anonimi che, dal 1879, avevano colpito con voluta distorsione dei fatti la persona, l'attività e persino l'ortodossia del Gastaldi. L'Allamano escluse qualsivoglia partecipazione ai medesimi del suo antico confessore e maestro.
Il card. Gaetano Alimonda
A raccogliere la difficile successione fu designato un cardinale di Curia, Gaetano Alimonda, fine letterato, « uomo più d'affari che di governo » (F. Crispolti), che godeva il favore del Papa e dello stesso Re, nonostante I'intransigentismo degli anni giovanili. Già vescovo di Albenga, fu preconizzato alla sede di Torino il 9 agosto 1883.
L'Alimonda doveva fare opera di pace tra il clero e colpire i residui del rosminianesimo, fiorito sotto mons. Gastaldi. Il nuovo corso iniziò con una certa reazione. Il can. Tommaso Chiuso, cancelliere, segretario ed erede fiduciario dell'Arcivescovo defunto, fu messo da parte. La stessa sorte toccò al rettore del seminario, can. Giuseppe Soldati. L'Allamano venne guardato con diffidenza. C'era chi dava per scontata la probabilmente non sarebbe venuta la fondazione dei due istituti.
Superata la prova, cominciò il periodo dell'intesa.
Nel 1885 troviamo il Cardinale e l'Allamano associati nelle molteplici iniziative per il cinquantenario del voto fatto dalla città di Torino per la liberazione del colera. Le celebrazioni, imponenti, furono turbate da una gazzarra di stampa che riuscì a impedire la tradizionale processione del 20 giugno, definita « torbida fiumana di fanatismo », e la coronazione della statua sulla colonna votiva nella piazzetta del santuario.
Se sui rapporti con l'Arcivescovo gravava ancora un residuo d'ombra, questo si disciolse nel 1886 alla morte del can. Soldati. L'ex rettore contava 45 anni. La sua agonia fu confortata da un gruppetto di fedelissimi e dalla visita del Cardinale, ormai ricreduto. Tra i primi figurava l'Allamano, il quale rievoca: « Io l'ho sempre assistito e si può dire che è morto tra le mie braccia ». I familiari gli donarono il crocifisso d'argento del defunto. Ma anche l'Alimonda volle che qualcosa del Soldati passasse, e in modo palese, all'Allamano. Lo designò, pertanto, suo successore nella direzione del ramo torinese delle Suore di San Giuseppe, sorte in Francia verso la metà del secolo XVII. Altro segno di bene
volenza fu, nel 1887, la nomina dell'Allamano a « membro aggiunto » della facoltà legale. L'Arcivescovo lo chiamava a « prestare la solerte e illuminata opera sua negli esami di collazione dei gradi accademici_ tanto in diritto canonico quanto in diritto civile » (decreto di nomina).
Nell'estate 1889, la solita Gazzetta del Popolo orchestrò una campagna scandalistica contro l'amministrazione diocesana. Si favoleggiò anche sulle entrate del santuario della Consolata. Un portavoce della Curia prese le difese dell'Allamano, « dotto e piissimo sacerdote », definendo limpida e meritevole di imitazione la gestione del santuario.
Fu durante l'episcopato dell'Alimonda che l'Allamano maturò il progetto di un istituto per le missioni.
In diocesi era in corso una reale inversio ne di tendenza in fatto di ordinazioni sa cerdotali; la curva favorevole si mantenne costante fino alle soglie della grande guerra. Dal contatto con il giovane clero, l'Allamano aveva acquisito la certezza che un buon numero di preti era aperto al problema missionario. Occorreva coltivarli e inserirli in un organismo adatto allo scopo. Profittando di questa e di altre circostanze favorevoli, egli fece i primi sondaggi a Roma, come voleva la prassi, circa il territorio da evangelizzare e circa il piano stesso.Sondaggi informali che miravano ad assicurarsi il nulla osta di Propaganda Fide.Valendosi dei buoni uffici dei Padri Lazzaristi, il 6 aprile 1891 espose in via confidenziale il suo progetto, ben definito nelle linee essenziali.
Roma — si dice — è eterna. Quella volta, però, la risposta fu immediata e incoraggiante. L'Allamano doveva presentarsi di persona; gli si garantiva « ogni appoggio e favore ». Ma l'oratore. prete della diocesi, non intendeva muovere un passo senza il consenso dell'Arcivescovo. Scrisse immediatamente all'Alimonda che si trovava a Genova per motivi di salute. La lettera rimase senza risposta. Gli si fece però sapere a voce che il Cardinale non poteva occuparsi della cosa: un modo garbato per dire che non la vedeva di buon occhio. La morte imprevista dell'Alimon da pose fine a questo primo tentativo, ben ché da Roma si insistesse a non desistere.
Mons. Davide dei Conti Riccardi
Preconizzato il 14 dicembre 1891, il nuovo vescovo, mons. D. Riccardi fece l'ingresso a Torino il 27 marzo successivo. Nato a Biella il 22 agosto 1833, s'era laureato in teologia e in utroque jure all'università di Torino. Sacerdote nel 1856, fu vescovo di Ivrea nel 1878 e di Novara nel 1886.
Coraggioso e dinamico, a Torino promosse l'azione cattolica e sociale. Appianò la strada al settimanale Democrazia Cristiana del can. Giuseppe Piovano che si batteva con ardore per la giustizia sociale. Promosse l'insegnamento religioso a tutti i livelli. Celebrò il Congresso Eucaristico del 1894; avviò l'organizzazione per le celebrazioni centenarie della gerarchia ecclesiastica in Piemonte del 1898.
Morì nel pieno dell'attività il 20 maggio 1897.
I suoi rapporti con l'Allamano furono improntati a stima e fiducia. Ormai nel pieno rigore della maturità, questi profuse il me-elio di sé nelle mansioni ordinarie e nelle imprese a cui l'Aricivescovo l'andava via ia sollecitando. Inizia un periodo di atti% vita intensa — verrebbe da dire vertiginosa se si pone mente al numero e alla qualità delle opere.
Passandone in rassegna, si ricava l'impressione che, messo nel cassetto il progetto missionario, l'Allamano volesse stordirsi nell'azione, quasi crearsi un alibi per dimenticare. L'ipotesi è contraddetta da quanto sappiamo sul suo mondo interiore e anche da un suo scritto del 1900: « Per la morte dell'Em.mo Card. Alimonda erano cresciute le difficoltà che ostacolavano l'esecuzione di quel progetto, stante le quali credetti differire la cosa ». Ci fu, dunque, un accrescersi di ostacoli, non sappiamo se dovuti all'opposizione di mons. Riccardi o a un insieme di circostanze. Comunque, fu un lungo tempo di maturazione e di pazienza, in attesa di un segno di Dio.
Mons. Riccardi riaffermò l'Allamano nella funzione di educatore del clero. Gliene diede l'investitura pubblica al momento dell'ingresso, durante il ricevimento ai notabili del clero:
« Canonico Allamano, lei che ne ha l'ufficio, formi tanti sacerdoti sul suo esempio e sul suo spirito, e la diocesi procederà bene ». Qui, egli toccava il punto dolente. Il Convitto procedeva in modo ineccepibile, ma si udivano lamentele sull'andamento del seminario metropolitano. Il rettore, mons. Bertagna, distolto da impegni che gli erano congeniali, non se ne occupava gran che. Credendo di conciliare gli interessi del seminario con il riguardo dovuto al Bertagna, l'Arcivescovo pensò di porre l'anziano moralista alla testa del Convitto e di affidare il seminario all'Allamano. Non se ne fece nulla per il timore che il Convitto ripiombasse « negli antichi disordini ai fianchi del seminario già ridotto a rovina » (E. De Maria).
L'Allamano collaborò con l'Arcivescovo nel settore nevralgico della stampa cattolica: svolse un'azione determinante nella fondazione (1893) e gestione del quotidiano L'Italia Reale. Altrettanto valida fu l'opera prestata per la felice riuscita del 'Congresso Eucaristico (settembre 1894).
Il suo nome figura al primo posto nella lista dei componenti la Commissione Ordinaria del Congresso.
Nel corso del 1894, l'Allamano parve sul punto di venir preposto alla diocesi di Saluzzo, resasi vacante per la morte di mons. Alfonso Buglione di Monale. Il suo nome fu suggerito a Roma, con valutazioni convergenti, da cinque vescovi: mons. Placido Pozzi di Mondovì, mons. Emiliano Manacorda di Fossano, mons. Teodoro Valfrè di Bonzo di Cuneo, mons. Agostino Richelmy di Ivrea e mons. Giovanni Battista Rossi di Pinerolo.
L'Arcivescovo di Torino, invece, aveva fatto il nome del can. Giovanni Battista Verruca. e forse di altri. Certamente non propose l'Allamano. In un secondo tempo fu invitato, in quanto metropolita, a esprimere il proprio giudizio su una lista di candidati. Nel tratteggiare il ritratto dell'Allamano, compreso nella lista sottopostagli da Roma, l'Arcivescovo ha la mano felice: « E certo fra i migliori sacerdoti dell'Arcidiocesi per dottrina, spirito di pietà, larghezza di vedute e zelo di religione. Reggerebbe benissimo una diocesi ». Ha dignità di portamento che fa quasi scomparire l'imperfezione fisica di una spalla. E, però, rimasto sorpreso dal fatto che abbia dimostrato interesse a un canonicato resosi vacante. Ma il vero ostacolo sembra essere la sua appartenenza al « gruppo castelnovese » (sono di Castelnuovo i monsignori Bertagna e Cagliero; vi fu parroco mons. Rossi, nuovo vescovo di Pinerolo), volendo il Riccardi dissipare in anticipo il sospetto di connivenze episcopali.
Rettore del Convitto, l'Allamano promosse la causa di beatificazione di don Cafasso. Mons. Riccardi sostenne con fervore tutte le iniziative tendenti alla glorificazione dell'umile « prete della forca ».
Il 20 ottobre 1895, l'Allamano fu confermato membro della facoltà legale. L'atto — scriveva l'Arcivescovo — voleva essere « un attestato di compiacimento pei servizi che Ella rese in questa Archidiocesi ».
Nel gennaio 1897 fu intentato un processo ecclesiastico contro il can. T. Chiuso, cui si contestavano gravi fatti di natura amministrativa. L'Allamano fu chiamato a far parte della commissione giudicatrice, presieduta dall'Arcivescovo. Sottoscrisse i verbali di tutte le sessioni e anche la sentenza di condanna, pronunciata circa un mese prima della morte del Riccardi.
Verso la fine dell'aprile 1897 mons. Riccardi diede un pubblico riconoscimento all'Allamano, proponendolo al Papa come canonico effettivo della metropolitana. Ne lodò le virtù, l'integrità di vita, lo spirito di sacrificio, la capacità di lavoro, come si ricava dalla bolla di elezione.
Al rapporto tra mons. Riccardi e l'Allamano si attaglia il giudizio espresso dal marchese Crispolti in morte dell'Arcivescovo: « Il segreto del (suo) successo non era soltanto nell'attività, nella tenacia, nel senso pratico, che tutti gli riconoscevano: era nell'arte di far lavorare concordemente coloro che, lasciati soli, in più punti avrebbero dissentito. (...) Il suo segreto era nell'arte di non soltanto stimolare l'azione, ma dirigerla ».
Coglie nel segno anche la sintesi di mons. Carlo Franco, già segretario del Riccardi: il can. Allamano « fu caro all'Arcivescovo Mons. Davide Riccardi, di cui era principale consigliere ed a cui rese, in tale qualità, molti servizi, utili quanto mai per la conoscenza della Diocesi, quale faceva uopo al medesimo, venuto da Novara, in un campo poco conosciuto e difficile a conoscersi ».
Il card. Agostino Richelmy
L'eredità di mons. Riccardi fu raccolta dal torinese Agostino Richelmy. Condiscepolo dell'Allamano, era nato il 20 novembre 1850. Laurea in teologia alla R. Università.
Professore in seminario e presso la facoltà legale. L'Allamano, nel 1882, l'aveva proposto a mons. Gastaldi, con uno splendido elogio, quale successore del Bertagna. Fuori della scuola, s'impegnò di preferenza nelle istituzioni giovanili.
Vescovo di Ivrea nel 1886, si mostrò aperto agli indirizzi sociali di Leone XIII. Preconizzato alla sede di Torino il 18 settembre 1897, fece l'ingresso il 28 novembre. Nel 1899 ricevette la porpora cardinalizia. L'inizio dell'episcopato torinese vide le celebrazioni, preparate da mons. Riccardi, per il decimoquinto centenario della gerarchia in Piemonte (esposizione della S. Sindone, Congresso Mariano nazionale, Esposizione d'Arte Sacra e delle Missioni). Maggior coinvolgimento di popolo ebbero, nel 1904, i festeggiamenti per il centenario della Consolata.
Dovette misurarsi con il movimento democratico cristiano e con il modernismo. Fu abbastanza favorevole alla democrazia cristiana, intesa come istanza di stretto impegno sociale, non politico. Spostatosi poi su posizioni conservatrici, ne divenne critico severo. Quanto al modernismo, si distinse per moderazione ed equilibrio. Pur denunciandolo nei documenti ufficiali, fu alieno, in questo come in altri campi, dal prendere misure repressive, persuaso che il male non avesse messo radici in diocesi. Pressato da Roma, dovette rimuovere, nel 1911, il can. Piovano dalla cattedra di storia ecclesiastica. Fu attaccato dagli « scottoniani » e disapprovato da san Pio X. Anche Il Momento, quotidiano voluto dal Richelmy nel 1903, fu guardato con sospetto.
Scoppiata la grande guerra, Torino divenne capitale dell'industria bellica. Il Cardinale condannò la guerra sul piano morale, ma appoggiò la linea del Momento, favorevole al governo. Torino sentì in modo traumatico le conseguenze del conflitto. Le sofferenze e i disagi delle classi popolari esplosero nei tumulti sanguinosi del 1917. Prodigandosi al di sopra delle forze fisiche, il Cardinale mobilitò i diocesani in opere di assistenza ai profughi, agli orfani, ai soldati, che gli valsero riconoscimenti civili.Vide di buon occhio l'ala destra del Partito popolare, la prima formazione politica dei cattolici italiani. Ne contestò le affermazioni di aconfessionalità. Favorì alleanze con i liberali in funzione antisocialista. Morì il 10 agosto 1923 e gli furono tributati funerali di Stato. Nell'anno centenario della nascita, le sue spoglie mortali furono riposte nel santuario della Consolata. Basta una parola per definire i rapporti del Richelmy con l'Allagano: amicizia. Un'amicizia cordiale che risale agli anni del seminario. I due erano fatti per intendersi.
Come in ogni amicizia, troviamo somiglianze e, forse più interessanti, dissomiglianze. Aristocratico di famiglia, « dotto e pio » (G. Allamano), temperamento emotivo, incline allo scrupolo il primo, di origine contadina, volitivo, sicuro e rassicurante il secondo.
All'amico l'Allamano chiedeva appoggio, al vescovo la manifestazione della volontà di Dio. Ebbe l'uno e l'altra. L'amicizia trovò sempre nuovo alimento nella comune, straordinaria devozione alla Consolata. « Torinese (il Richelmy) sapeva che la storia del nostro santuario riassumeva quella della sua città natale » (A. Vaudagnotta). Sacerdote, predicò nel santuario la novena per la festa titolare; vescovo di Ivrea, tornò più volte per partecipare alla processione; arcivescovo, affidò a lei il governo della diocesi: fu visto tutti i sabati dell'anno compiere alla Consolata la sua ora di sacerdote adoratore. « Cadde, sotto il suo episcopato metropolitano, il rifacimento sontuoso della basilica — le grandi feste dell'ottavo centenario dell'apparizione al cieco di Briançon, con l'incoronazione del quadro taumaturgo — e l'inizio delle Missioni della Consolata. Se di questi eventi fu precipuo artefice il venerato Can. Giuseppe Allamano, il benemerito rettore del Santuario di allora, tuttavia egli godeva del consenso gioioso e generoso dell'amico e condiscepolo, innalzato al trono di S. Massimo » (A Vaudagnotti).
Benché fondatore, l'Allamano restò a pieno titolo sacerdote diocesano. Lo troviamo vicino all'Arcivescovo, quasi ogni giorno, per le cose di ordinaria amministrazione e in circostanze particolari. Anche il suo rapporto con il clero è meritevole di studio.
In occasione del Congresso Mariano del 1898, l'Allamano compare come uno dei vicepresidenti effettivi e presidente della sezione sul « Culto alla Vergine ». Nello stesso anno fu nominato, in quanto canonico, membro del consiglio di amministrazione dell'Ospedale S. Giovanni Battista e della Città di Torino.
Condannando il modernismo, Pio X aveva ordinato ai vescovi l'istituzione di un Consiglio di vigilanza, che doveva usare maniere forti. Il card. Richelmy lo costituì nel dicembre 1907. Anche l'Allamano fu chiamato a farne parte. L'archivio della Curia di Torino, non conserva, per quanto si sappia, documenti riguardanti l'operato del Consiglio, composto di nove membri. Di conseguenza, non si sa nulla del contributo dato dall'Allamano.
Intensi furono i contatti con il Cardinale durante la guerra mondiale. La presenza discreta dell'Allamano viene sottolineata dal giornalista Francesco Grand Jean in un volumetto pubblicato alla fine del conflitto: egli « fu tra i primi, più ferventi e più validi coadiutori del Cardinale nella pia missione di Religione e di patria ».
L'Allamano aprì il santuario della Consolata alle suppliche per la pace e alle molteplici celebrazioni di solidarietà. Concesse larga ospitalità, nei locali del Convitto, ai preti- soldati di stanza a Torino. Vi costituì una Casa per sacerdoti profughi. Grazie all'azione di questi sacerdoti, il santuario divenne centro di riferimento, spirituale e materiale, per i profughi di guerra, presenti in città e nei dintorni.
Fece parte della Commissione Diocesana di Assistenza al Clero Militarizzato dell'Archidiocesi di Torino.
Il card. Richelmy dovette occuparsi di una questione assai complessa, sollevata dagli Oblati di Maria Vergine. Questi religiosi chiedevano di rientrare in possesso del santuario della Consolata, donde erano stati estromessi al tempo delle leggi eversive. L'istanza venne notificata all'Arcivescovo il 17 gennaio 1921 dal Prefetto della S. Congregazione dei Religiosi. Per la risposta a Roma, come per tutte le pratiche e passi connessi, il Richelmy agì in stretta unione con il Rettore del santuario. Un rescritto della Congregazione dei Religiosi, del 18 ottobre 1921, prescriveva di lasciare le cose come stavano. La questione verrà ripresa, con toni di diatriba, subito dopo la morte del Richelmy.
È nella fondazione e sviluppo degli istituti missionari che si coglie la dimensione piena del rapporto Richelmy-Allamano. Con la venuta a Torino del Richelmy ritornano, dopo un silenzio di anni, le testimonianze sul progetto missionario. Non ne fu l'ispiratore, ma il suo appoggio ebbe valore determinante. Probabilmente l'Allamano aveva interpellato l'amico mentre era ancora vescovo di Ivrea. Giunto a Torino, il Richelmy accettò come ovvio e doveroso il progetto di fondazione; lo favorì in tutti i modi, quasi si trattasse di creatura propria.
La prima notizia documentata della nuova fase è legata all'incontro fortuito dell'Allamano con mons. Angelo Demichelis, un sacerdote che da quarant'anni andava profondendo fatiche e sostanze in una scuola-convitto per maestre elementari, l'istituzione aveva fatto il suo tempo. Scoraggiato, il degno sacerdote voleva chiuderla. L'Allamano lo esortò «a provare ancora alcun poco ». Perdurando l'insuccesso, si potrebbe pensare — confidenza per confidenza — a un seminario per le missioni. Era il 18 maggio 1897. Due giorni dopo moriva l'arcivescovo Riccardi. La storia dell'Istituto cominciò, in un certo senso, con la elezione del successore.
Nel corso del 1898, l'Allamano affittò un appartamento per i giovani sacerdoti che gli forzavano la mano. Dovette disdirlo prima di prenderne possesso, perché, di colpo, si trovò padrone di due palazzine. una in città, l'altra a Rivoli. Mons. Demichelis, morto il 24 ottobre, lo aveva costituito suo erede con facoltà di disporre «secondo il suo senno pio e benefico ». Un'eredità intricata; l'Allamano era propenso a rinunziarvi. Fu il card. Richelmy a dissipare le sue titubanze: « Vedi? Il Signore ti manda la casa e tu vuoi ancora conoscere la volontà di Dio! ». Via libera, dunque.
Come fulmine a ciel sereno venne la grave malattia del gennaio 1900. I giornali davano la fine per scontata. Il Richelmy accorse al capezzale dell'amico.
« Ebbene, che cosa facciamo? ».
« Andiamo in paradiso ».
« E l'Istituto? ».
« Ci penserà un altro! ».
« No, non morrai. Si deve fondare l'Istituto e devi fondarlo tu ». Cinque battute che lasciano intravvedere discorsi altrimenti ignorati.
Il 29 gennaio l'ammalato fu dichiarato fuori pericolo. Tutti parlavano di miracolo. Fu cantato un Te Deum nel santuario. Intervenne anche il Cardinale che, del resto, aveva partecipato anche al triduo per impetrare la guarigione. Convalescente a Rivoli, l'Allamano gli indirizzò una lettera ufficiale. La risposta del Richelmy è risaputa: « Nella tua lettera hai messo più contro che non in favore dell'Istituto. Tuttavia devi farlo, perché Dio lo vuole ». Il 23 giugno l'Allamano riassunse presso Propaganda Fide la pratica del 1891. Fatto nuovo: questa volta si moveva « coll'approvazione e l'appoggio dell'Em.mo nostro Arcivescovo ».
Benissimo — si rispose da Roma — . Però stante il carattere regionale dell'opera, sarebbe quanto mai opportuna anche quella degli altri vescovi del Piemonte.
Con tempestività, il Richelmy perorò la causa dell'Allamano presso l'episcopato subalpino, riunito in consiglio interprovinciale alla Consolata il 12-13 settembre.
«Vivamente caldeggiata » dal cardinale, l'opera venne « discussa, lodata e sanzionata in esso consiglio da tutti i Presuli Subalpini ». Era la Chiesa piemontese che assumeva l'Istituto e se ne rendeva garante. L'Allamano otteneva quanto era stato negato a don Bosco nel congresso dei vescovi del 1868. Egli era noto favorevolmente ai vescovi che erano di casa alla Consolata: ciò segnava un punto a suo favore; ma le missioni all'inizio del secolo si trovavano ancora « piuttosto al margine della vita ecclesiale ». Venivano favorite, purché non toccassero i supposti interessi di campanile. Il Richelmy, proprio perché guadagnato alle idee dell'amico, si trovava su posizioni di avanguardia. Forte del consenso dei vescovi, egli si accinse sicuro al riconoscimento giuridico.
Il decreto di erezione canonica giunse il 29 gennaio 1901, a un anno dalla guarigione dell'Allamano, festa, per di più, di san Francesco di Sales. Pur nel latino di Curia, il grande cuore dell'Arcivescovo vibra in accordo con quello dell'Allamano: « Intima cordis laetitia excepimus quod Nobis erat in votis: con profonda gioia del cuore apprendemmo ciò che era nei nostri desideri, la fondazione di una nuova opera ». « Quod Nobis erat in votis »: il coronamento di un sogno comune!
Il 18 giugno benedisse la cappella della casa madre e tenne il discorso di circostanza. Vi ritornò il 3 maggio 1902 per imporre il crocifisso ai primi partenti, due sacerdoti e due fratelli laici. Secondo discorso missionario. I quattro partirono per il Kenya 1'8 settembre. Ricevendoli in udienza, il Cardinale li benedisse e li abbracciò. Poi, imposto silenzio, s'inginocchiò e baciò i piedi di ciascuno.
Egli restò sempre vicino al Fondatore nei momenti decisivi. La sua parola ebbe peso notevole a Roma quando si trattò di concedere la contrastata autonomia alla missione del Kenya (1905) e poi di erigere la medesima in vicariato apostolico (1909). Incoraggiò l'Allamano nella fondazione parallela delle suore missionarie (1909). L'Istituto prosperava per l'affluire di ottime vocazioni.
Per la diocesi, secondo alcuni, una vera emorragia. 11 cardinale « avrebbe potuto ribattere e con molti argomenti ». Ma avrebbe fatto tacere i sussurroni? Seguì un'altra via. Era nota la sua assiduità al santuario. Ebbene, aperta la chiesetta delle missioni, « quasi ogni settimana, per lo più al giovedì, diceva: "Andiamo alla Consolata piccola". E sovente, a piedi, vi andava ». Sostava nella cappella, entrava in casa, s'intratteneva « nelle aule e nei laboratori, e ne usciva contento per aver fatto dei contenti. A chi lo accompagnava diceva poi sorridendo: "Così sapranno che cosa ne penso" » (A. Barberis).
Parlano i fatti, ma anche la parola ha il suo peso. Il Richelmy ricordò le missioni nella lettera patorale sulla Consolata per le feste centenarie del 1904. Inviando la lettera in Africa, l'Allamano commentava: « In essa c'è un bel punto sull'Istituto, superiore ai nostri meriti. Nella sua bontà (il Cardinale) ci dà una patente pubblica di stabilità e di operosità».
Il Richelmy esprimeva approvazione e appoggio, intervenendo alle cerimonie che scandivano le tappe del giovane Istituto. Ogni volta vi portava il dono ambito della sua parola di pastore. Nell'arco dei primi dieci anni egli tenne almeno una dozzina di discorsi « missionari », che costituiscono un corpo notevole su un tema, allora, piuttosto inusitato. Li possiamo ricostruire parzialmente sulla scorta del periodico La Consolata. La sua eloquenza era forbita, ma veniva dal cuore e sapeva trovare le vie del cuore. Varrebbe la pena di ricuperare quei testi, non fosse altro che per misurare il cammino compiuto. Il Richelmy non è un vescovo del Vaticano II il quale sa che la missione costituisce la ragione di essere della Chiesa. Si può dire che fu l'amicizia con l'Allamano a fargli scoprire le missioni: le vide nell'ottica dell'amico.
Oltre che nell'amicizia, le ragioni dell'immedesimarsi dell'Arcivescovo nell'opera dell'Allamano, vanno ricercate anche nella comune visione della Chiesa torinese: « una Diocesi con clero numeroso (...), una città feconda di tante istituzioni di carità » che non poteva restare sprovvista « di una istituzione regionale di sacerdoti dedicati unicamente alle Missioni » (G. Allamano).
Il card. Giuseppe Gamba
Giuseppe Gamba nacque a San Damiano d'Asti il 25 aprile 1857 da una famiglia di contadini. orfano di padre, intraprese gli studi a Valdocco, ma passò presto al seminario di Asti. Sacerdote nel 1880, parroco della cattedrale nel 1884. Conseguita la laurea in teologia a Roma, fu canonico penitenziere, pro-vicario e vicario generale. Come vescovo di Biella e poi di Novara, si acquistò fama di apertura sociale. Fu predicatore sostanzioso e persuasivo; in visita pastorale attendeva alle confessioni degli uomini. Neutralista, durante la guerra venne sottoposto a controlli polizieschi. Il 20 dicembre 1923 fu preconizzato alla sede di Torino. Vi giunse il 4 maggio 1924 (una nota fotografia, pubblicata nella vita di P. G. Frassati, mostra l'Allamano accanto al nuovo Arcivescovo, un po' in disparte, nella cerimonia di ingresso). Aveva 67 anni e denunciava il peso dell'età. Trovò la città sconvolta dalle violenze fasciste. Anche i cattolici erano divisi. Il suo rifiuto al fascismo fu netto e deciso, ma, dalla fine del 1926, ammorbidì le sue posizioni, seguendo le direttive che gli venivano da Roma. Cardinale il 26 dicembre 1926.
Anche a Torino rifulse per zelo, semplicità e povertà evangeliche. Sviluppò l'azione cattolica e l'insegnamento religioso. Celebrò il Primo Concilio Plenario Piemontese. Morì il 26 dicembre 1929, mentre attendeva alla preparazione del sinodo diocesano.
Mons. Gamba conosceva l'Allamano dagli inizi del secolo. Nel 1905 aveva celebrato in incognito alla Consolata il venticinquesimo di ordinazione. Per la Messa d'Oro dell'Allamano, nel 1923, gli scrisse una lettera gratulatoria: lo aveva « sempre altamente apprezzato (...) per le eccellenti virtù sacerdotali e le insigni benemerenze », acquisite « nella zelante attività apostolica, e specialmente in favore dei giovani sacerdoti ».
A Torino, l'intesa si fece subito profonda e affettuosa. Ancor prima dell'ingresso, mons. Gamba aveva indirizzato all'Allamano cinque lettere assai significative. Basti un saggio:
« Non conosco io affatto Torino, né persone ne cose, ed ho assolutamente bisogno del suo saggio consiglio, che prego non mi odia negare né ora né mai quando sarò misti, per amore della Consolata. (...) Ho grande fiducia che V. S. mi aiuterà a portare la croce, non fosse altro che col suo consiglio. E di questo fin d'ora Le esprimo la mia più sincera riconoscenza. Vedo, o meglio, comincio a intravedere come va la Curia, i Seminari... e c'è da scoraggiarsi!
Non accenno ad altre cose più gravi, perché non è prudente per iscritto. Spero quando sarò in sede » (31 gennaio 1924). 11 Torino s'intratteneva spesso e volentieri con l'Allagano, come testimoniano mons. Laici Rabbia, segretario, e il domestico Francesco Ferraris.
Vescovo e Rettore operarono unanimi nella causa di rivendicazione del santuario della Consolata, riaperta come già detto, dagli Oblati (la questio fu definita, morto ormai l'Allamano, cor la transazione del 28 marzo 1928. Ci mira un ritorno di fiamma negli anni '50). Fonte di comune esultanza fu, nel 1925, la beatificazione di don Cafasso; un traguar preparato da trent'anni di fatiche e di sollecitudini. Feste a Roma e poi a Torino. EAllamano partecipò ai riti solenni della beatificazione. A chi gli era vicino in San Pietro. in quel 3 maggio, apparve come trasfigurato. Il giorno prima era stato rice¬rcato da Pio XI, al termine dell'udienza privata concessa a mons. Gamba. Fece il foro tra le migliaia di pellegrini la risposta dal Papa all'Arcivescovo, che s'era creduto in dovere di presentargli l'Allama « E chi non lo conosce? È da molto tempo che lo conosciamo, specialmente immerso il benemerito Istituto delle Missioni! ».
La stima per l'Allamano si rifletteva, di riverbero, sull'Istituto. Poco più di due mesi dall'ingresso, visitò la casamadre al seguito del card. Camillo Laurenti, intimo dell'Allamano. Agli ospiti si offrì un piace vuole trattenimento. Il Cardinale raccomandi, l'Istituto a mons. Gamba, definendolo perla » che « arricchisce la sua archidiocesi ». Fu forse in quella circostanza che si parlò della villa arcivescovile di Pianezza, e di possibile sede per il noviziato dei dire Istituti. La casa madre, infatti, era afa affollata e pulsante come un alveare. Urgeva decongestionarla. Si prese possesso della a 1'8 settembre 1924, dopo febbrili e posticce opere di riattamento, senza che fosse perfezionata la convenzione con la Curia. L'Allamano intervenne all'inaugurazione. Cantato il Te Deum, pronunciò parole di riconoscenza per mons. Fransoni che, « da questa casa fu tradotto in esilio in Francia » e per mons. Gamba « che dimentica se stesso per noi ». Non era però stato lui a condurre l'affare: tutto ormai era nelle mani del vice-superiore generale, mons. F. Perlo. Non si giunse alla firma dell'accordo. Le fonti, a questo punto, denunciano un irrigidimento e una durezza inspiegabili. Verso la fine del giugno 1925, il noviziato fu trasferito nel castello di Sanfrè. Sacerdote diocesano, I'Allamano soffriva. Il « caso » di Pianezza ha valore emblematico. Senza che i protagonisti ne abbiano coscienza, segna un'incrinatura nei rapporti con la Chiesa locale.
12 ottobre 1924: grande manifestazione alla Consolata per la consegna del crocifisso a un folto stuolo di missionari e missionarie. Destinazione Somalia, l'ingrato campo di lavoro, accettato dall'Allamano per pura obbedienza a Propaganda Fide. Un reduce dal Kenya, il
p. Tommaso Gays, tenne il discorso ufficiale. Quindi fu la volta di mons. Gamba che rivolse ai partenti « un eloquente saluto, pervaso di paterna bontà, fervido nel pensiero, elevato nella forma ». Poi, benedizione e imposizione dei crocifissi. Commosso, per trenta volte, l'Arcivescovo ripetè la formula rituale: « Ricevi (...) la Croce di N. S. Gesù Cristo. Ti sia sostegno nelle fatiche (...) e riparo sicuro (...) predica Gesù Crocifisso alle genti ». Intenerimento e lacrime furtive, specialmente nei familiari. Usciti sulla piazza, i missionari furono salutati con applausi e mazzi di fiori. Non conosciamo le reazioni dell'Allamano. Il cronista ha notato che, dopo la cerimonia, si affacciò, non visto, a una finestra del Convitto. La Chiesa locale aveva recepito il suo discorso missionario. Febbraio 1926: ultima, breve malattia dell'Allamano. Mons. Gamba fu tra i primi ad accorrere al capezzale dell'anziano rettore della Consolata. Peggiorando lo stato di salute, il 12 febbraio egli indisse un triduo di preghiere nel santuario; vi partecipò, circondato da uno stuolo di sacerdoti e dalla folla delle grandi occasioni. Nel pomeriggio del 15, fu presente al momento del Viatico e dell'unzione degli infermi. Tornò alle otto della sera per l'ultima benedizione. L'incontro ci viene descritto dalla nipote Clotilde Allamano:
« "Caro Canonico, quella Madonna che Lei ha custodito così bene per quarantatrè anni, è sulla soglia del Paradiso che l'attende!". Il morente manifestò con un sorriso di capire e rivolse lo sguardo alla Madonna (al quadro) ».
Il 23 marzo, assistito da quattro vescovi, mons. Gamba celebrò la Messa di trigesima nel santuario della Consolata.
Per l'edificazione della Chiesa di Dio
Secondo il card. G. Villot, l'Allamano « sembrò investito di una missione in verità provvidenziale per una diocesi come Torino: la missione, cioè, di consigliare e dirigere, di incoraggiare e ammonire, (...) di esortare ad ogni opera apostolica ». Maturo spiritualmente, egli esercitò questo carisma, entro certi limiti, anche nei confronti degli arcivescovi.
Fu consigliere, ma all'opposto del personaggio descritto da mons. Davide Riccardi (parla del pro-vicario generale): « A me che abbisogno di consigli e non d'inchini, egli dà sempre ragione: tantoché volendone conoscere il parere in questioni serie e intricate devo studiarmi, nel proporgliele, di occultargli il mio avviso ». Non era questo lo stile dell'Allamano. « Era ammirabile il suo intuito e la chiarezza del suo giudizio » (G. Alberione). Richiesto, proferiva il responso con umiltà e serenità, ma anche con la libera franchezza dell'uomo di Dio.
Conosceva e sapeva tenere il proprio posto nel presbiterio. Con sant'Ignazio di Antiochia, era persuaso che nella Chiesa non si deve « far nulla senza il Vescovo » (ai Magnesii).
Riconobbe nel vescovo « l'autorità di Cristo supremo Pastore » (Presbyterorum ordinis, 7), in particolare la sua funzione di discernimento ecclesiale. Attese dal vescovo il segnale di via libera per la fondazione dell'Istituto. Ma, per una irradiazione del suo carisma ottenne che il suo e altri vescovi, in quanto successori degli Apostoli, sentissero una particolare sollecitudine per i popoli lontani (cfr. Lumen Gentium, 23; Christus Dominus, 6). Un rapporto di dare e di ricevere, che consente a ciascuno di lavorare alla edificazione della Chiesa di Dio.
In questa prospettiva, l'Allamano ci lascia un messaggio di amore operoso e di servizio, secondo la bella intuizione del p. Lorenzo Sales che ha strutturato la prima biografia secondo questa prospettiva: al servizio della Diocesi, al servizio della Chiesa, al servizio delle anime, al servizio di Dio.