1998 SCALFARO Oscar LuigiMarco Leone Flickr

(foto: Marco Leone - Flickr)

 

L'On. Oscar Luigi Scalfaro, Presidente emerito della Repubblica Italiana, volle onorare il Beato Giuseppe Allamano, partecipando alla sua Beatificazione, in piazza S. Pietro, il 7 ottobre 1990 e, poi, a due celebrazioni organizzate per festeggiare l'evento: il 18 novembre 1990 nella basilica di S. Lorenzo Maggiore a Milano, e il 26 maggio 1991 alla Certosa di Pesio (CN). In queste due ultime circostanze egli tenne la commemorazione ufficiale, di cui si presentano i punti salienti, desumendoli dalla registrazione.

 

La prima volta che mi sono incontrato con la figura del can. Allamano fu a Torino all'Istituto delle suore di San Gaetano, le quali hanno nella loro famiglia una preziosità: un monastero d suore cieche, l'Istituto di Cristo Re. dose mi capita talvolta di andare a prendere una boccata di gioia e di santità. Lì, su un tavolino, c'era una rivista con la figura di questo sacerdote. Furono le primissime informazioni.

Ora sono stato ingaggiato per parlali di lui e vorrei chiedere anzitutto a me stesso il perché di questo incontro col Beato Giuseppe Allamano.

Quando si parla di una figura che ha compiuto un'avventura umana e spirituale straordinaria, rispondendo in un modo così preciso e fedele alla volontà di Dio, non si aggiunge né si toglie nulla alla sua grandezza. Siamo noi che abbiamo bisogno di confrontarci con il nuovo Beato e per questo siamo qui. Ciò è particolarmente importante, perché a nulla vale battere le mani al Beato Giuseppe Allamano, se non si raccoglie nulla dall'esempio di questo sacerdote; se non porti a casa qualcosa di lui; se pregando davanti a lui, essendo l'impegno missionario per ogni credente, non hai fatto nulla per le missioni.

 

Tappe di una vita

I dati della sua vita sono sempre interessanti. Sottolineo quello che ha impressionato me. 21 gennaio 1851. Nasce da una mamma che è sorella di don Giuseppe Cafasso, in quella diocesi di Torino in cui tra la metà dell'800 e i primi anni del novecento le aureole si sentivano tintinnare. Fa veramente una impressione enorme questa fioritura di santi.

Da giovane conobbe don Bosco che divenne il suo confessore, l'amico, il confidente. Nonostante il rapporto così intimo con lui e il fascino irresistibile che quel santo sprigionava, il giovane Allamano finisce coll'andarsene in punta di piedi. E' un episodio che mi colpisce fortissimamente. Di fronte a un sacerdote che ha già fama di santità ed è addirittura il tuo confessore, te ne vai? Ma perché? Perché sapeva che se avesse fatto lega con don Bosco sarebbe stato difficile andar via e lui voleva andar via. Non per capriccio giovanile, ma perché non gli pare che quella sia la sua strada. Le chiamate sono per ciascuno e Dio, che è un artista formidabile, non si ripete mai. C'è una battuta di don Bosco che si lamenta con l'Allamano: «sei andato via senza neppure salutarmi», silenziosamente. Probabilmente in questo c'è il desiderio di difendere una decisione, temendo di non reggere di fronte alla autorevolezza, alla santità, alla forza, al rapporto d'amore. Può darsi. Ma c'è in questo ragazzo un fatto che impressiona.

C'è un secondo momento dove si sente la forza di questa persona, presentata nelle varie biografie scritte su di lui con un temperamento dolcissimo, delicato, una mitezza incredibile; ma dentro a questo atteggiamento di delicatezza, dolcezza e anche di fragilità umana per ragioni di salute, c'è la forza dei santi; c'è la spina dorsale che, sia detto con tutto il rispetto, non è sempre presente nel mondo cattolico ed ecclesiale. La prima cosa che mi ha colpito da quando l'ho avvicinato è la sua fortezza. Una delle cicostanze in cui la dimostra è proprio quando decide di entrare in seminario, contro il parere dei fratelli che gli chiedono di aspettare dopo il liceo. Ma lui ha una risposta che sollicita la nostra riflessione: «Il Signore mi chiama ora. Non so se mi chiamerà fra tre anni» (tanti erano e sono gli anni del liceo classico).

Non è solamente questione di convinzione. Se fosse così, la cosa non mi colpirebbe tanto. Il discorso è molto più profondo. C'è il momento della grazia, c'è il Signore che passa, c'è la chiamata di amore; occorre rispondere. La preoccupazione è che il Signore non passi invano, di non perdere l'appuntamento. Quanti sono i momenti della giornata in cui ad ognuno di noi, cittadini borghesi, giunge la chiamata di Dio: da un sorriso, un saluto, una situazione, un dispiacere, un contrattempo? Eppure quante volte la risposta è: aspetta, vedrò, adesso ho un altro impegno.

In seminario si dedica con grande attenzione allo studio, ma soprattutto a un impegno di sostanza: «farmi santo e non soltanto buono». E' già tanto essere buono! Noi abbiamo svuotato questo aggettivo, riducendolo a qual cosa di appena sufficiente; il senso pieno è quello che ha sulla bocca di Gesù quando dice: «Perché mi chiami buono? Uno solo è buono: il Padre che è nei cieli».

Muore la mamma. Altro punto di meditazione. Lui non viene avvertito. Ossia, glielo scrivono, ma chi ha avuto la lettera se ne è dimenticato. Un banale incidente provoca una sofferenza enorme, una ferita profonda anche per l'intensità che si crea nel legame affettivo della persona consacrata con i suoi genitori. Queste sono ferite destinate a riaffiorare periodicamente, con il ricordo, e a riacutizzarsi.

Non è stato avvertito! Può capitare a tutti, certo, ma domandiamoci qual'è il nostro rapporto di attenzione verso gli altri. Siamo sensibilissimi quando si tratta di noi stessi, un po' meno quando siamo noi a mancare verso gli altri.

20 settembre 1873, tre anni esatti dalla breccia di Porta Pia e dalla caduta del potere temporale del papa: diventa sacerdote. Ha 22 anni e sogna di andare in parrocchia a fare il viceparroco. L'arcivescovo Gastaldi gli dà quella che egli considera la parrocchia più insigne della diocesi: il seminario, prima come assistente e poi come direttore spirituale. Ubbidisce.

L'ubbidienza! Non è cosa riservata a suore e frati che ne fanno professione. C'è un'ubbidienza per ciascuno di noi l'adempimento della volontà del Padre. Cristo, dopo aver detto: «mio cibo è fare la volontà del Padre», nel momento della prova dice: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta». L'ubbidienza. il "sì".

Ottobre 1880. Diventa rettore della Consolata, la Signora del sì. Alla Consolata il can. Allamano è rimasto per 46 anni, fino alla morte, dal 1880 al 1926. Quando ci è andato aveva 29 anni! Davanti alla sua obiezione di essere troppo giovane, l'arcivescovo risponde che l'essere giovani è un difetto che si perde col tempo.

Ed ecco l'incontro con Giacomo Camisassa con il quale vive in un'armonia incredibile per 42 anni. Due preti, due persone consacrate, due al servizio di Dio, ma anche due esseri umani, ,son le difficoltà di ciascuno di noi.

Ma c'è di mezzo la virtù dell'Allamano. e ci colpiscono pure gli episodi di umiltà del Camisassa: per esempio, quando c'era una cerimonia e egli si trovava a sedere a fianco del rettore, poco per volta spostava altrove la sedia per non essere notato. La spinta a emergere è un fatto vitale dentro ciascuno di noi, ed è anche segno di vitalità. Lo stimolo a trafficare i talenti in questo mondo è evangelico, se si cerca nello stesso tempo di non essere sempre sotto i riflettori.

Ma ciò che mi fa fermare a questo punto è la ricchezza, il profumo, la profondità dell'amicizia! Che cosa è? Noi usiamo a volte questa parola in modo distorto. Amico è una persona che si ama a da cui si riceve amore. E chi ama dà la vita, dice il vangelo. Amicizia è accogliere l'altro come è, non come lo si vorrebbe.

Il santuario comincia a risorgere. Quella incantevole chiesa era un pò abbandonata nel suo aspetto esterno, nelle strutture. E questo era segno di decadenza nell'intensità di vita, di opere e di amore. Risorge architettonicamente e anche come centro di vita eucaristica e mariana. Le due realtà sono strettamente collegate tra loro e alla "colata" di misericordia che da Dio discende a noi. Alla Consolata c'è un posto che indica, non dico la santità, ma certo la forza sacerdotale di colui che è stato chiamato ad essere sacerdote di Dio, ed è il confessionale, espressione dell'amore misericordioso di Dio. Un segno fortissimo di santità è l'amore al confessionale, la pazienza in esso richiesta, il presentarsi di fronte al peccatore pentito solo come segno e ministro di misericordia e di perdono.

E' rettore della scuola di formazione per i giovani sacerdoti, cura gli esercizi spirituali al santuario di S. Ignazio e ha ancora tempo per dedicarsi all'Azione Cattolica. Ma non basta. Ha in cuore un desiderio fortissimo: portare il volto dolcissimo, bello, affascinante della Consolata nel mondo. Diventa un pensiero fisso: bisogna che questa mamma la faccia conoscere in giro per il mondo. Che cosa è questo se non la tenerezza di un figlio che ha sperimentato in profondità una intensità indicibile di amore. Come mi piacerebbe sentire quanto ha amato questa madre sua e nostra!

Ma tu, prete dalla salute gracile, che sei lì ad aspettare la gente che viene, e con la tua cultura, la tua esperienza e le tue capacità sai dare saggi consigli a tutti, tu che hai ridato vita alla preghie ra, hai riaperto le porte a chi ha peccato, hai fatto di questo santuario uno splendido gioiello, ma soprattutto quell'ambiente di profondo calore, di umanità, dialogo, colloquio, interiorità. porto dove ci si ferma per prendere una boccata d'aria sana e trovare un momento di sicurezza, tu che sai di missione, Africa, Asia, America? Da dove nasce il coraggio della missione? Da intensità di amore! Per questa pienezza. nel tempo in cui i fari sono puntati sull'Africa, ci pensa anche lui. Perché Torino non ha una sua espressione missionaria?

Ne parla al card. Richelmy. Sono amici. Si danno del "tu": Condividono l'ideale. E poi viene la malattia. L'Allamano ha la certezza che essa sia tale da promuoverlo per il paradiso, ma il cardinale ha informazioni più precise: «Non morirai; si deve fondare l'Istituto e lo devi fondare tu».

Maggio 1902: le prime partenze per il Kenya. Le spedizioni si succedono. Accompagnano i missionari le suore del Cottolengo. Ma poi ci vogliono le Missionarie della Consolata.

C'è l'incontro con san Pio X. L'Allamano dice con tutta chiarezza al papa: «Io non sento la vocazione di fondare le suore», e il papa, come se nulla fosse, risponde: «Se non hai la vocazione, te la do io». Dialogo semplice; indicazione chiarissima! E nel nel 1913 partono le prime 15 missionarie della Consolata. Poi viene l'Etiopia, la Tanzania, la Somalia, il Mozambico, fino alla nuova presenza che si affaccia ora all'Asia e con essa la Consolata è presente in tutte le parti del mondo.

Infine: «Quel poco di vita che mi resta è per voi». E nel 1926 l'Allamano del male è una sola: la crisi di amore; e questa è data dall'egoismo, dal pensare soltanto a sé. Questo tocca tutti, i pontefici come i sacrestani, i presidenti della repubblica e gli imperatori come l'ultimo pezzente, perché questo è il midollo del peccato di origine. Schematicamente esso si sviluppa così: Adamo e la sua sposa disubbidiscono a Dio e la conseguenza è il no all'amore sul piano orizzontale: Caino uccide Abele. E' quello che succede ancora nel mondo di oggi: violenza, droga, uccisioni, guerre, sono il "no" all'amore. Questo tessuto non si ricostruirà fino a quando, tutti insieme, non ristabiliremo il rapporto con Dio da cui discende quello tra uomo e uomo. Gli uomini, anche sul piano non religioso, si misurano per quanto sono capaci di donare, di mettere a disposizione degli altri. Un guaio enorme deriva dalla neghittosità di ognuno di noi nel dare pressoché nulla agli altri, e quel poco darlo a suon di tamburo e di trombe.

«Ho dato tutto»: una frase che muore. Un santo che muore sottintende una verità: «Vi ho dato tutto». Una frase simile si trova nel testamento di Francesco d'Assisi.

Da questi accenni biografici si può trarre qualche altra breve considerazione.

 

Uomo del "sì".

C'è un male nel mondo da cui vengono tutti gli altri, in ambito personale, sociale, economico, culturale. L'origine non ha bisogno di molti commenti. Ciò è possibile quando si dice di sì a Dio, si risponde con un sì alla sua chiamata. Io rimango sempre commosso, stupito non quando mi si dice che un giovane è entrato in seminario, nè quando per la prima volta pronuncia sul pane le parole della consacrazione o alza la mano tremante e dice: «Io ti assolvo», che pure sono cose enormi; ma quando egli, udendo la chiamata di Dio, dentro di sè dice "sì". Questo mi attrae e mi emoziona, perchè è da questo innamoramento interiore che discende poi tutto il resto.

Giuseppe Allamano ha risposto con un "sì" di amore alla chiamata di Dio ed è un prete che si fa amare, perché porta l'amore: dai seminaristi, dai sacerdoti suoi collaboratori, dai missionari.

Di fronte a questo "sì" vengono alcuni interrogativi: e noi? Quali sono i nostri sì d'amore? Crediamo che il grido di pace del mondo dipende dai sì di amore? Quante volte il nostro sì di amore è tirchio, misurato, calcolato, mentre l'amore non conosce calcoli; se entra questo l'amore non c'è più.

 

Uomo di preghiera

Chi al santuario della Consolata di Torino si avvicina ai lati dell'altare, al di là della balaustra, può godere dello sguardo di Maria in quasi solitudine. II il Beato Allamano ha consumato ore. giornate e forse anche nottate di preghiera. Lì, nel coretto della Consolata sono nate delle frasi che vi leggo soltanto. Una, però, la devo sottolineare perché vale per tutti, ma, se mi permettete. soprattutto per voi, suore, preti e comunità: «Elevatevi sopra le idee ristrette che predominano nell'ambiente». Vorrei che fosse meditata in modo particolare, perché talvolta la vita di comunità anziché essere esaltante diventa una vita di povertà, ma non con la "p" maiuscola.

«Cercate Dio solo e la sua santa volontà»; «Date il primato alla santità»; e poi la più famosa: «Fate bene il bene e senza rumore». E ancora: «Non dite mai: non tocca a me». Le competenze! Non ci sono soltanto negli uffici pubblici. Quante volte anche nelle opere di misericordia spunta la competenza: questo non é compito nostro! Ciò avviene quando non c'è l'amore. Ricordiamo, invece, il samaritano. Ha fatto una cosa inaudita, che vale anche oggi. Non soltanto si é fermato, mentre il sacerdote e il levita erano passati oltre per non essere disturbati dalla sofferenza altrui, ma é andato via dicendo che sarebbe ripassato a pagare il conto! La risposta a Dio determina questa risposta all'uomo.

Di fronte a questo sacerdote, a quest'uomo di aspetto mite, riservato, umile, dolcissimo, ma non debole (e lo ha dimostrato), acquista tutto il suo valore l'invito a scegliere la mansuetudine come strada di trasformazione. Esso va coniugato con l'esortazione a essere forti ed energici nell'apostolato. E allora qual'é la nostra testimonianza? Quella di una prudenza che maschera una vigliaccheria permanente? La prudenza deve andare d'accordo con la fortezza, perché le virtù hanno una delicatezza particolare: una non può essere senza l'altra; se una muore travolge anche le altre.

 

La sofferenza.

Il Beato Allagano fu forte nelle decisioni, negli impegni e anche nella sofferenza. Quella che ebbe a provare nelle vicissitudini della vita (ho ricordato la morte della mamma), nelle malattie, nelle limitazioni per la gracilità fisica. E poi le trepidazioni per la guerra con tutto quello che poteva capitare ai suoi figli e figlie; la fatica, con le difficoltà e debolezze, di ognuno nel salire l'erta strada della perfezione; i problemi del suo Istituto... E poi vi é un rapporto difficile con il suo sacerdote, poi vescovo, Filippo Perlo. Non mi sento di giudicare, perché nessuno conosce le intenzioni, e poi, a questo punto, certamente sono tutti in paradiso, insieme. Dirò soltanto che a volte il Signore permette una prova, seria, dolorosa, specie quando è vissuta in buona fede, senza malanimo da una parte o dall'altra. Però, sono sofferenze, e dure, soprattutto se vengono da persone con cui si è fatta della strada insieme. Ci sono atteggiamenti che uno crede di dover assumere in coscienza e nell'altro provocano una sofferenza enorme. Il Signore sa.

Ma qui ci fu una radice di sofferenza lunga, profonda; la sensazione nell'Allamano di una congregazione spinta su un piano esterno, quasi "pubblicitario", che non andava d'accordo con le profondità abissali della sua anima, e dice: «No, io queste cose non le voglio, non mi vanno, non è questo il mio spirito. Siamo gli ultimi arrivati, siamo i più piccoli nella Chiesa: teniamoci sempre a questo posto, la gloria deve venire da Dio, non dagli uomini». Mons. Pento spalanca le porte alle vocazioni e l'Allamano dice: «La porta per entrare deve essere piccola e grande quella per uscire».

Il vescovo bussa a quattrini e l'Allamano si affida alla Provvidenza e non vuole andare a importunare nessuno. Vi é, soprattutto, la sofferenza che tocca il rapporto di amore e lo lede; quella che si prova quando uno ha la sensazione che non è accolto o non lo è come prima o non spiace che sia lontano. Non si discute la buona fede dell'uno o dell'altro.

Quello che interessa e sappiano per certo è che uno ha provato questo in silenzio e con amore. E non abbiamo motivo di pensare che l'altro non abbia eventualmente fatto la stessa cosa.

 

Con Maria

L'Allamano ha certamente avuto momenti di sofferenza e di difficoltà. Ma c'è una pennellata che è una specie di risurrezione: «Mettiamo tutto nelle mani della Padrona». Va a pregare e torna sereno. Ogni suo passo è partito dalla Madonna. Il canonico Allamano e la Consolata. Intreccio incantevole: non si può parlare dell'uno senza parlare dell'altra, la sua Madonna. Lui dice di lei: «E' una devozione che va al cuore. Se dovessi fare la storia dei miei incontri con la Madonna negli anni passati al suo santuario direi che sono stati anni di consolazione. Non che non abbia avuto da soffrire: lo sa Iddio quanto.

Ma lì, di fronte al tabernacolo e vicino alla Consolata, si è sempre aggiustato tutto».

Allora, terminando, dico: perché ci fermiamo in tante miserie, a tante difficoltà che costellano le nostre giornate e a quelle che accompagnano la fatica della testimonianza cristiana, quando questo sacerdote di Dio ci ha indicato così chiaramente la strada, che lui stesso ha percorso? Vogliamo anche noi lasciarci guidare dalla Madonna? che sia la padrona? che aggiusti tutto?

Chiediamo al Beato Allamano che ci insegni ad avere piena fiducia in lei. perché sia la consolatrice e la guida.