
Sr. Pier Firmina Ravizzotti (1943-2009) entrò nell'Istituto delle Missionarie della Consolata nel 1962. Dopo la preparazione e alcuni anni di servizio in Italia, nel 1977 partì per il Kenya, dove lavorò con competenza ed entusiasmo nell'ambito della scuola.
Costretta a tornare in patria per salute, durante il periodo in cui doveva curarsi, offrì il suo servizio nell'Ufficio Stampa e nel Centro di studi di sr. Irene Stefani.
Ristabilita, poté ripartire per la missione, questa volta in Tanzania, dove si impegnò nell'attività pastorale, soprattutto nei campi della formazione dei catechisti e della promozione della donna. Su richiesta dell'ambasciatore dell'Italia in Tanzania, per un periodo diresse pure la scuola materna ed elementare per italiani a Dar-es-Salaam.
Alla fine del 2004, ancora per ragioni di salute, dovette nuovamente rimpatriare. Offrì ancora qualche collaborazione nell'animazione missionaria, ma, alla fine, fu costretta a fermarsi, ritirandosi nella casa di riposo a Venaria Reale (TO), dove si spense il 20 dicembre 2009.
Qui presentiamo la commemorazione che tenne in Tanzania, il 16 febbraio 1998, nel 72° anniversario della morte dell'Allamano, già dichiarato “beato” da 8 anni.
I1 mio ingresso nella famiglia dell'Allamano, primi anni '60, non segnò l'inizio di un rapporto filiale con lui. La santità era vista come un complesso di piccole e grandi azioni da fare, una fedeltà meticolosa non solo alle costituzioni, ma a tante regolette e usanze da mettere in pratica il più velocemente possibile. Del padre si sottolineavano soprattutto le peculiarità legate ai tempi in cui era vissuto.
Padre «perfetto» o umano?
Sono originaria del Monferrato, nata tra le vigne come lui. Fin dai primi giorni, fui sottoposta a uno sforzo d'inculturazione che non aveva nulla da invidiare a quello richiesto, oggi, ai giovani fratelli e sorelle provenienti da nazionalità diverse: «Il padre faceva così; voleva si facesse cosà; non voleva questa posizione; non gli piaceva quella espressione; se fosse qui ti disapproverebbe; era severo, intransigente, perfetto...».
Anche allora si parlava del suo spirito di dolcezza, comprensione, paternità; ma, forse dovuto alla mia natura al quanto selvatica, allergica alle imposizione di «facciate esterne», priva di ogni diplomazia, in quei primi anni conobi più il «ritratto» del padre perfetto, ben incorniciato, che il suo cuore.
Di tanto in tanto, però, qualche sassolino veniva a incrinare il vetro del quadro. Per esempio, l'amicizia tra il fondatore e il mio nonno materno, uomo semplice e burlone, allora gestore del bar della Consolata all'angolo di via delle Orfane. Questi ogni mattina scrutava con impazienza l'orologio per trovarsi immancabilmente sulla porta e salutare il canonico che tornava dal duomo, scambiare due parole e, magari, conivincerlo a entrare per un cappuccino caldo.
Parlando dell'Allamano, il nonno non sapeva dire altro che «al canonich a l'rera al preive pì simpatich ca'i fuisa». Simpatico, non santo; anche se tutta la famiglia non avesse altro confessore né consigliere che lui; anche se il figlio Cesare, seminarista in crisi, fosse stato da lui rimesso in pace e assicurato profeticamente: «Continua! Avrai una vita sacerdotale lunga e ricca frutti». Oggi, don Cesare, 92 anni, cappellano in una casa per anziani, continua allegramente a rendere vera questa profezia: non passa anziano nella pensione che non ritorni a casa riconciliato con Dio.
Per il nonno l'Allamano era simpatico; per la mamma era tanto comprensivo: abituata alle ore piccole fin da giovinetta, si addormentava puntualmente durante prediche e preghiere, nonostante si facesse venire le vesciche restando ostinatamente in ginocchio; per lo zio don Cesare era «uno che va al cuore delle cose, senza perdersi in quisquilie».
Quando, giovane professa, ebbi occasione d'avvicinare informalmente alcune «veterane» che lo avevano conosciuto personalmente, non erano più sassolini, ma manciate di ghiaia, a scalfire il ritratto perfezionista del padre.
Cominciai a rendermi conto che il farsi tutto a tutti, debole con i deboli, forte con i forti, non era prerogativa esclusiva di s. Paolo; l'Allamano ne aveva fatto un'arte straordinaria. Chi si sarebbe aspettato, per esempio, da tale personaggio, quel risolino d'intesa, quasi strizzatina d'occhio, data alla focosa postulante che, incaricata di vendere oggetti religiosi fuori del santuario e rimproverata dalla signorina Perlo perché non vendeva abbastanza, aveva risposto (senza accorgersi dell'arrivo del rettore) che lei era venuta per essere missionaria e non venditrice ambulante? Fu quello l'ultimo anno in cui le postulanti furono adibite a tale impegno.
A distruggere completamente quel ritratto e dare spazio a nuove scoperte fu sr. Tarcisia Imboldi, con la quale ebbi la fortuna di vivere per un po' di tempo dopo la prima professione. Mi raccontò che, ancora postulante, al ritorno da una di quelle passeggiate di addestramento per l'Africa, sotto un sole cocente e senza diversivi, il gruppo si era trovato a costeggiare la Dora in un sito piuttosto appartato. L'acqua era limpida e invitante; la nostra postulante la fissò a lungo, finché, provetta nuotatrice si tuffò, con vestito di lana nero e mantellina compresi; ed eccola guazzare felice sopra e sotto le acque fresche.
Nel raccontare, tralasciò gli strilli, spaventi, ingiunzioni di uscire. Ricordava soltanto che, una volta a riva, grondante d'acqua, aveva sentito come in sogno la voce pacata e ferma dell'assistente, quasi coetanea: «Non non so cosa dirle. Andrà così com'è direttamente alla Consolata a presentarsi al padre, gli racconterà l'accaduto e lui deciderà il da farsi».
Quale non fu la meraviglia della nuotatrice nello scorgere sul viso venerabile del fondatore qualcosa che, secondo lei, assomigliava a un sorriso divertito.
- Allora tu sei una nuotatrice provetta!
- Sì, padre, nella mia famiglia abbiamo imparato tutte a
- Ebbene, dirai all'assistente che vi accompagni ancora in quel sito riservato, dove tu insegnerai un poi' di nuoto alle tue compagne, ché può venirvi in taglio in Per carità, dille anche che vi procuri qualcosa di più adatto allo scopo: quel vestito pesante proprio non va!
E qui, assicurava sr. Tarcisia, la risatina divertita era inequivocabile.
Questo straordinario, venerabile fondatore dell'Istituto Missioni Consolata era un uomo, uno di noi, forte e deciso sì, nel chiederci tutto per la gloria di Dio, ma non si stupiva di quel garbuglio di sentimenti umani e aspirazioni divine che sarà dipanato del tutto al compimento di questa avventura terrena.
Dio solo al primo posto.
La paura, il timore eccessivo del fon-datore erano spariti. Mi era rimasta soltanto una grande avidità di conoscerlo fondo. Lessi e rilessi con curiosità tua ciò che era stato scritto di lui e non mancai, né manco tuttora, di rilevare gl aspetti prettamente legati al temperamento alquanto perfezionista e all'educazione dei suoi tempi; ma l'impressione generale, profonda, sconvolgente che ne trassi era ben altra: questo mio padre era un uomo che aveva scelto Dio solo in tutto e per sempre.
Era il piccolo uomo della campagne piemontese che, attaccatissimo ai suoi luoghi e alla mamma, di cui era il beniamino, a undici anni, pur con molte lacrime, sceglie di partire per Torino, per continuare gli studi che gli permetteranno di seguire una vocazione appena intravista.
Compie questo passo con l'aiuto di due buone persone. nel cui interessamento riconosce la volontà di Dio. Dio che l'Allamano ha sempre conosciuto, scelto, contemplato, amato come Padre amoroso; il Dio amore di s. Giovanni.
Interessante quel sottolineare sempre il «tanto è il bene che mi aspetto...», più che la prospettiva del castigo; e se parla di castigo divino, perché se ne deve parlare, egli lo spiega come gioia: un «diletto», un «gusto» di cui col peccato o l'infedeltà ci si priva volontariamente.
Ancora più interessante è lo stupore quasi vergognoso che si ritrova dentro, quando si accorge di non aver mai dato grande spazio, specie nella predicazione ai consacrati, alle conseguenze e castighi del peccato veniale. No! Egli si sente amato da Dio di un amore talmente grande che quasi gli toglie la libertà di fare volontariamente qualunque cosa che non sia a lui gradita. Dio è la sua eredità, il suo calice; egli lo ha scelto, anzi lo sceglie in continuazione, perché non ha altro bene all'infuori di lui.
A volte mi scappa di dire che sono innamorata del fondatore; ad attrarmi non sono tanto le sue virtù e meriti; ma l'amore appassionato per Dio solo, che sento vibrare nel suo cuore di uomo, tanto umano, che mi contagia.
È naturale che, con questo fuoco, per lui non ci fosse altro al mondo per cui vivere e morire, se non l'adorabile volontà di Dio, anche nelle minuzie. Un fuoco che lo consumava nel desiderio di conoscere sempre più a fondo la parola di Dio. Per lui era sempre parola di vita, cioè da vivere, con cui plasmava se stesso e le anime a lui affidate. La dimestichezza col Verbo di Dio gli fa captare e aderire totalmente a ciò piace al Dio Amore: la nostra risposta d'amore, espressa attraverso l'amore del prossimo. Poiché ha scelto e sceglie Dio solo in tutto e sempre, l'Allamano impara direttamente da lui questo amore.
Dio Padre-Madre
Molti teologi attuali chiamano Dio col nome di «Madre». Anche di questo l'Allamano è un antesignano. più nella che nelle parole. «Mentre il canonico Soldati era per noi la figura del padre - testimoniano i seminaristi di allora - l' Allamano, direttore spirituale, era la madre ». Nessuno di loro temeva tanto le furie di quel padre, quanto il dolce e fermo «mi dispiace!» di quella madre.
Il suo amore non era mai pietà o paternalismo, ma poggiava sulle solide basi, del rispetto, fiducia e verità. «Guardatevi bene dal giudicare o condannare alcunché degli usi e costumi degli africani, ancorché appaiano o anche siano peccaminosi e cattivi secondo la nostra morale» raccomandava ai missionari. Prima si deve osservare, ascoltare, comprendere, per essere poi in grado di correggere, indirizzare. Bisognerebbe rileggere quelle sue raccomandazioni, spesso angosciate, scritte ai missionari I lontani, di non trascendere con parole o azioni nei confronti degli africani.
Fare unità, con amore.
Da quelle lettere traspare anche la fede cristallina nella promessa di Gesù: «Dove due o più sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro». Tale uníone può essere gravemente mortificata, più che dalle distanze, dall'attaccamento alle proprie idee e programmi, al proprio «meglio», che può facilmente distruggere il bene di tutti. Quanto spesso ritorna sulle sue labbra e negli scritti l'insistenza sullo spirito di corpo e di famiglia!
Egli comprende la verità e profondità delle parole: «Che siano uno, perché il mondo creda». Si fa uno col suo vescovo, quando questi lo nomina assistente, poi, direttore spirituale del seminario, benché le sue aspirazioni siano rivolte altrove. Si perde nella volontà del vescovo, che lo vuole rettore della Consolata, in un momento delicato per il santuario.
Si fa uno con quel tipo d'obbedienza che. richiederà a noi: «Obbedienza cieca, ma con gli occhi ben aperti». Quando ascoltando, pregando, osservando, soffrendo, si accorge che il suo stesso vescovo ha bisogno di qualcuno che gli voglia bene nella verità, nella stima e nella fiducia, non esita a scrivere una rischiosissima lettera, in cui gli chiede di riaprire il convitto ecclesiastico alla Consolata. Mons. Gastaldi gli è sempre stato amico; lo considera una sua creatura, perché ha sempre obbedito; ma come reagirà a una lettera che, pur con rispetto e amore, fa notare un errore del vescovo? Ma l'Allamano ha scelto Dio solo, in tutto e sempre; nulla lo può sostituire, neppure la stima del vescovo.
Degna di nota è pure l'ostinazione nell'amare, stimare, dar fiducia a chi nell'istituto aveva visioni differenti dalle sue e perfino verso coloro che, magari con tutte le buone intenzioni, lo raggiravano, cercavano di mettersi al suo posto e, dolore dei dolori, lo emarginava dai suoi stessi figli e figlie. t rimasto proverbiale un suo commento: «Ebbene, vuol dire che, insieme alla corona dell'apostolato, riceverò pure la palma del martirio».
Del resto il Figlio di Dio ci ha amati così, fino a perdere per noi tutto! «Il crocifisso - dice l'Allamano - dovrebbe essere l'unico nostro libro; amiamo e seguiamo lui in quell'abiezione, e tutto è compiuto. E attraverso la croce che si salvano le anime». Quando diceva queste parole, testimoniano le suore, i suoi occhi si illuminavano, come avveniva quando parlava dell'eucaristia. Dalla croce all'eucaristia il passo è breve. Ambedue richiamano quel Dio che siamo sempre chiamati a scegliere nuovamente, in tutto e sempre.
In questo ambito rientrano anche l'amore del nostro padre per la Chiesa, il suo rapporto con lo Spirito Santo. Diceva in una conferenza alle suore: «Lo Spirito Santo è tutto amore. Bisogna amare, perché egli è tutto amore. È questo amore che infiammò gli apostoli di zelo per la salvezza delle anime: ne abbiamo bisogno per noi; è dallo Spirito Santo che dobbiamo ottenerlo».
In altra occasione dice: «Lo Spirito Santo è fuoco. Che questo fuoco si effonda in noi, ci scaldi. Diamoci allo Spirito Santo senza restrizioni. Egli vuol dominare il nostro cuore e vedere in esso la pienezza della grazia». Pare di sentire la descrizione della sua personalità. dell'uomo che aveva scelto Dio solo in tutto e sempre.
Dialogo d'amore per l'umanità
Per ricordare un altro ritratto del padre, per noi il più autentico, reale e concreto, saliamo nei coretti del santuario della Consolata, dove il cuore del padre fondatore è a contatto più diretto con l'eucaristia e l'icona della Consolata. Sotto si celebra la messa, si proclama la parola, si ripete il miracolo della salvezza e del perdono nei molti confessionali. Il cuore di quest'uomo innamorato di Dio e traboccante d'amore per l'umanità vicina e lontana, fissa i suoi occhi su quelli della madre. Si guardano. C'è molto di affine tra loro. Lei, la Consolata, è icona dolcissima dell'amore materno di Dio per l'umanità; lui, l'Allamano, è come una piccola ma viva icona dell'amore di Gesù, figlio di Maria.
Dal cuore della madre si riversa in quello dell'Allamano l'anelito per la salvezza di tutti. Pur sovrabbondando di consolazione per i continui miracoli di grazia che avvengono nel santuario, grazie anche alla sua complicità con la Madre delle consolazioni, non può fare a meno di ascoltare: la Vergine gli parla dei figli lontani, che ancora non sanno neppure implorare tali consolazioni. Si ripete il dialogo delle nozze di Cana, così gravido di conseguenze: «Figlio - dice Maria all'Allamano - non hanno vino». «Madre, che cosa posso fare io? Fin da ragazzo chiesi di diventare missionario e fui rifiutato: non è più la mia ora».
Allora, quel Dio scelto come unico bene in tutto e sempre da lei, la Consolata, e da lui, Giuseppe Allamano, feconda mirabilmente la loro unione e, in quel coretto, siamo concepiti noi missionari e missionarie della Consolata. E lei, rivolgendosi ora a ciascuno di noi e indicandoci il padre, dice: «Fate quello che lui vi dirà con le parole e la vita».
Anche oggi, il padre ci invita a riempire le giare della vita con tutta la nostra umanità, con ricchezze e povertà, e di portarle al maestro di tavola: chiede a ognuno di noi di scegliere Dio solo in tutto e sempre; così, ai nostri commensali, i fratelli a cui siamo inviati, potremo offrire il vino migliore della consolazione.
In quel coretto, sono stati concepiti non missionari qualunque, ma della Consolata, per portare al mondo la vera consolazione.