(Corso per i Formatori IMC, 30 giugno 2003)

 

 

Introduzione: il tema “Fondatore Formatore”, nel passato, è già stato studiato espressamente sotto diverse angolature[1][2]. Ora lo ripropongo dal punto di vista dei formatori. Il Fondatore può essere modello per un servizio educativo accanto ai giovani, indicando uno spirito e un metodo pedagogico, che sia fedele al carisma e, nello stesso tempo, idoneo all’oggi della formazione religiosa, sacerdotale e missionaria.

Le principali fonti cui ricorro, oltre agli studi indicati in nota, sono le seguenti: - il suo pensiero diretto (conferenze e lettere), - l’esperienza dei missionari e missionarie (testimonianze e commemorazioni), - la nostra attuale esperienza (sensibilità dell’Istituto). Queste pagine non contengono uno studio generale sulla formazione come è intesa nella Chiesa e nell’Istituto, ma riflessioni molto specifiche, collegate alla persona del Fondatore, cioè al suo pensiero e alla sua esperienza, come sono stati recepiti nella sana tradizione IMC e MC. Siamo, quindi, sul piano del “carisma” del Fondatore e dell’Istituto per ciò che riguarda la formazione.

Sviluppo, seguendo un ordine logico, questi aspetti: - la personalità pedagogica del Fondatore; - la formazione personalizzata, nei contatti con gli individui e negli interventi comunitari; - la capacità di creare un ambiente formativo comunitario, coinvolgente tutti e ognuno.

 

1. La personalità dell’Allamano come formatore

a. Coscienza della propria responsabilità di educatore: in occasione della beatificazione, la Chiesa ha ufficialmente riconosciuto che l’Allamano è stato un insigne educatore di sacerdoti e di missionari[3]. L’Allamano stesso, fin dall’inizio, ha avuto la coscienza di avere questo carisma: «Sono io, e chi vi pongo io a guidarvi, che dovete solamente ascoltare […]. La forma nell’Istituto è quella che il Signore mi ispirò e mi ispira”[4]. Queste parole sono forti e fanno capire che il Fondatore riteneva questo impegno come una “responsabilità” speciale e personale[5].

Questa coscienza lo indusse a riservare a sé la formazione. P. L. Sales afferma che il Fondatore «Preferì privarsi dell’aiuto di un uomo della levatura morale e spirituale di un Boccardo [che aveva messo come condizione di avere mano libera nella formazione dei membri dell’Istituto], piuttosto che venir meno a quello che era il suo dovere davanti a Dio: dare agli alunni dell’Istituto il “suo” spirito»[6]  La ragione di tale tenacia sta in questo: il Fondatore voleva essere fedele all’ispirazione originale e trasmetterla come lui l’aveva ricevuta, di modo che diventasse carisma dell’Istituto. Così, in quanto formatore, diventa anche “trasmettitore” del carisma.

b. Metodo e mezzi educativi: il metodo educativo del Fondatore scaturiva da un atteggiamento di fondo, che era il suo “senso di paternità”[7]. Nello studio citato, P. Tubaldo pone questo titolo significativo: «L’Allamano nella vita dei suoi primi missionari», qualificando la formazione come un “essere nella vita”, il che per il nostro Fondatore è stato assolutamente vero, come testimoniano tanti missionari7

L’Allamano realizzava questo “essere nella vita” dei suoi figli e figlie, prima di tutto, amandoli di vero amore paterno, che manifestava in diversi modi, sempre con tanta dignità. Sono famose alcune sue espressioni molto intense. Per esemplificare, ne riporto tre; due riferite ai missionari del Kenya: «Tante e tante cose a tutti i miei cari missionari, pei quali soli ormai vivo su questa terra»[8]; «Dica tante cose a tutti, assicurandoli che prego per loro e vivo solo per loro»[9]; la terza espressione è scritta ad una suora per incoraggiarla a superare dubbi sulla vocazione: «Ascolta me, che sai che ti volli e ti voglio sempre bene di vero amore paterno»[10]:

Oltre a questo profondo amore paterno, l’Allamano aveva assunto un altro atteggiamento che possiamo ugualmente definire “di fondo”: l’attenzione alla realtà e la capacità di adeguarvisi anche sul piano della preparazione dei missionari. Attraverso le lettere, le relazioni e i diari, il Fondatore riusciva a capire come di fatto i suoi erano idonei, così pure se e come si doveva intervenire sul piano della formazione. C’era un dare e un ricevere tra l’Africa e Torino, così che l’Allamano era aiutato ad adattare la preparazione sulla base delle necessità missionarie. Da questa sua attenzione e capacità di ascolto si consolidò in lui la convinzione che era indispensabile una solida ed adeguata preparazione. In tale contesto si comprendono le sue insistenze a non aver premura di partire, ma a prepararsi bene[11].

Infine, l’Allamano entrava nella vita dei suoi figli e figlie usando un metodo che si basava sulla massima confidenza e sul dialogo fiducioso, e valorizzando una lunga serie di mezzi, che lo aiutavano a mantenersi in contatto costante e attivo con la comunità e con i singoli individui [12].

 

2. Formazione personalizzata nei contatti individuali

L’arte pedagogica dell’Allamano gli ha facilitato il contatto con le singole persone. Ognuno e ognuna si sono sentiti accolti, ascoltati, compresi ed accompagnati, come se fossero soli. Ha così evitato la massificazione. Basti, tra tutte, la testimonianza di P. Panelatti, che così ricorda le visite del Fondatore alla Consolatina: «A me dava l’impressione ch’Egli avesse giammai niente da fare. Da noi occupava molto bene il suo tempo […]; mai che mostrasse avere impegni o urgenze, e più tardi soltanto seppimo che dirigeva mezza Diocesi ed era occupatissimo» [13].

In che cosa consisteva quest’arte pedagogica che mirava alla formazione personalizzata nei contatti con le singole persone? Cerco di inquadrarla in alcune linee di comportamento del Fondatore e degli allievi.

a. L’arte di accogliere la persona. Il primo contatto formativo si realizza al momento dell’accoglienza. L’Allamano ha spontaneamente valorizzato l’accoglienza, creando un’atmosfera favorevole al contatto formativo, non solo in occasione della prima accettazione [14], ma in tante altre circostanze. Questa accoglienza si realizzava in un orizzonte molto ampio, dimostrando sia l’intensità del suo cuore di padre, come pure la sua innata idoneità educativa. Per capire pensiamo a: come accoglieva i singoli allievi in casa madre, ogni volta che lo desideravano, al punto che di fronte alla sua camera c’era la fila; come accoglieva, volentieri, con gioia e senza anticamera, al Santuario della Consolata, quando andavano a trovarlo [15]; come accoglieva gli allievi in occasioni speciali (professioni, ordinazioni, partenze, ritorni, ecc.); come accolse, con speciale attenzione, gli allievi reduci della guerra. Sta di fatto che ognuno si è sentito a suo agio con lui, accolto come figlio, sicuro di non dargli fastidio con la sua presenza. L’arte dell’accoglienza è un’arte insostituibile per un formatore che voglia entrare nella vita di un giovane per accompagnarlo.

Su questo aspetto porto due testimonianze scelte tra le tante. La prima è di P. L. Sales: «Non avvenne mai, in circa trent’anni, che alcuno non fosse ricevuto […]. Con poche parole metteva poi a posto le cose. Ma bisognava sentire con quale accento egli le pronunziava, vedere il suo gesto parco ma risoluto, e quell’atteggiamento del capo, e quello sguardo limpido e penetrante che andava giù giù, fino nell’intimo del cuore» [16]. La seconda testimonianza è di Sr. Maria degli Angeli: «Voleva che tutte le suore avessero la possibilità di avvicinarlo e di parlargli liberamente, tanto all’Istituto, quanto al Santuario della Consolata. Tutte accoglieva con grande carità, e tutte trattava con cuore veramente paterno. Quando si vedevano le suore uscire dalla sua udienza si vedevano sempre sorridenti; tanto che quando si vedeva una suora particolarmente allegra, si diceva comunemente: “Indubbiamente è stata dal Padre”» [17].

b. L’attenzione a situazioni particolari. Non trattava tutti e sempre allo stesso modo. Conoscendo personalmente i suoi, aveva l’avvertenza di intervenire in modo “appropriato” nei momenti speciali della vita di ognuno. Ogni allievo era considerato nella sua peculiarità e nel suo momento esistenziale. L’Allamano non massificava, né standardizzava i suoi contatti. Su questo punto era molto attento e fine.

Al riguardo le testimonianze sono innumerevoli. Ne riporto due solo per esemplificare. Le lettere del Fondatore a fr. Benedetto Falda, che aveva un carattere sensibilissimo, sono tutte significative al riguardo. Ecco quella del 26 gennaio 1905, scrittagli in un momento particolare, che è un capolavoro di affetto e di finezza pedagogica: «Ben sovente penso al mio caro Benedetto, e vorrei averlo nuovamente al mio fianco in mia camera per sentirlo parlare animoso e allegro. Anche tra le suore ed i chierici dell’Istituto è ricordato molto il brio e l’attività di Benedetto. So bene che pel tuo cuore sensibile è facile la nostalgia ed un po’ di malinconia, ed hai bisogno di qualche parola di incoraggiamento cordiale. Quando è così pensa a me, ed immagina di sentire da me un coraggio in Domino e quanto ti direi! E poi non hai il Superiore che ti vuol molto bene e mi scrisse tante cose belle di te! E poi Gesù in Sacramento, che rende leoni i deboli! Sei sacrestano… Desidero che non ti affatichi troppo, e sudato ti ripari bene dall’aria e dall’umidità; insomma voglio che ti usi i dovuti riguardi per la salute. Non rimprovero le tue lunghe lettere ai parenti ed agli amici, che tanto ne godono: scrivi pure e lungamente; ma perché io non divenga geloso, scrivi pure molto a me od al Sig. Vice Rettore» [18].

Una seconda testimonianza, molto originale, è quella di P. A. Bellani che, essendo il primo non piemontese, trovava difficoltà per il fatto che i suoi compagni parlavano abitualmente in dialetto: «Mi decisi per questo di rivolgermi al venerato fondatore che mi aveva sempre concesso tanta paterna confidenza. Monsignore, gli dissi, ad una sua domanda se mi trovavo bene in comunità […]. Benissimo, ma quel dialetto che si parla da tutti non solo mi è incomprensibile, ma mi dà noia. “Provvederò, caro Don Bellani, e subito”. La sera stessa la sua conferenza fu tutta sulla necessità che in casa e anche nelle ricreazioni si parlasse italiano per maggior educazione e rispetto a quanti, che potevano poi entrare nell’Istituto non piemontesi» [19].

c. Pedagogia dell’incoraggiamento. L’Allamano era un uomo positivo, che non lasciava mai un cuore prostrato, tanto meno in tumulto. Faceva notare con chiarezza i lati difettosi, ma poi incoraggiava sempre e infondeva speranza. Lo attesta P. L. Sales, che lo ha conosciuto bene e da vicino: «E com’era portentosa quella mano posata sulla spalla e quel “va avanti!”, quel “fa coraggio!” che diceva nell’impartire la paterna benedizione» [20].

Circa questo aspetto vorrei sottolineare quanto il Fondatore abbia valorizzato il salmo 76,11: “Nunc coepi”, che letteralmente traduceva: “Adesso incomincio” [21]. È un criterio educativo desunto dalla spiritualità carmelitana. Alle suore diceva: «Mai scoraggiarvi, nunc coepi [ora incomincio]; direi che è lo stemma del nostro Istituto: sempre incominciare» [22]. E in altra occasione: «Sei caduta? Rimettiti a posto; S. Teresa diceva il Nunc coepi [adesso incomincio] quaranta o cinquanta volte al giorno; domandava perdono al signore, diceva: Roba del mio giardino, del mio orto; Signore un po’ di pioggia perché venga su roba buona» [23].

d. Libertà e maturità nelle persone. L’Allamano, pur nella sua presenza massiccia, non soverchiava nessuno. Non imponeva la confidenza, ma la guadagnava. Ammetteva, anzi desiderava, che gli allievi maturassero ed imparassero a “camminare da soli”. Come metodo ordinario di formazione, l’Allamano prevedeva gli incontri regolari tra l’allievo e l’educatore, ma cercava di suscitare momenti, sempre più lunghi, di autonomia, tenendo conto della situazione di isolamento

che si sarebbe verificata in missione. Camminare con le proprie gambe, oltre tutto, è indice di maturità ed aiuta la persona a non perdere tempo in piccinerie e banalità.

Anche su questo aspetto abbiamo testimonianze significative. Riporto solo un brano di conferenza alle suore del 13 febbraio 1916, perché il Fondatore tratta l’argomento in modo generale e, quindi, propone un criterio di vita: «In una comunità ci sono di quelli che non hanno bisogno di niente, né di andare dalla superiora né da me; mettono in pratica quello che sentono, cercano di osservare le regole e sono tranquille… Per quelle lì, Deo gratias! Vadano avanti tutto l’anno così; non han bisogno di nessuno: a loro basta il confessore e nostro Signore. Deo gratias! Fossero tutte così in Africa andrebbe poi bene. Quelle vanno da loro…»; e più avanti conclude: «Sapete quel che dovete fare, sapete già come farlo meglio, non bisogna sprecare tempo e fiato per cose da nulla»[24].

e. La pedagogia delle “letterine”. Le così dette “letterine” sono state uno dei mezzi più usati per garantire un contatto costruttivo tra il Fondatore e tutti gli allievi. Ecco che cosa testimonia P. L. Sales: «Nell’impossibilità di avvicinarlo così frequentemente come si avrebbe voluto, i colloqui privati erano a volte sostituiti dagli scritti. Ogni alunno aveva piena libertà di scrivergli e fargli recapitare lo scritto a piacimento. E poi dava risposta a voce, o più comunemente in calce alla stessa lettera ricevuta, che poi rimandava in busta sigillata e con tutta prudenza. Anche qui poche righe o poche parole ma raggiungevano sempre lo scopo»[25].

Le lettere al Fondatore erano di due tipi: quelle spontanee, quando uno sentiva il bisogno di scrivergli, e quelle quasi obbligatorie, una per la festa di S. Giuseppe, suo onomastico, e una contenente i propositi degli esercizi. Per tutte garantiva la massima riservatezza e libertà[26], ma le desiderava. Da tutto l’insieme, si scorge come il Fondatore volesse entrare nelle vicende ordinarie della vita dei suoi figli e figlie, con discrezione, per conoscerli meglio, per guidarli, incoraggiarli e, all’occorrenza, correggerli.

Le letterine per il suo onomastico avevano un’importanza particolare. Riporto il suo pensiero che chiarisce bene il contenuto pedagogico di questo rapporto epistolare: «Ora siccome voi domenica volete farmi la festa, e…non si può mica rifiutare, perciò come le altre volte, sebbene i complimenti vostri possa già saperli prima ancora che me li facciate, tuttavia, mi scriverete una letterina, secondo il solito, non lunga…perché non ho tempo star lì a leggerla. Mi direte ciò che pensate, ciò che avete nel cuore. Nessuno la toccherà, lo sapete già che tutto è segreto, così sarà una specie di confidenza che farete a un vostro Padre Spirituale. Ma non voglio che parliate di mia festa; neppure gli auguri voglio che nominiate…So che certe volte voi desiderate venire a parlarmi; ma io non posso essere sempre in mezzo a voi; perciò questo sarà un modo di supplire; lì entro potete dirmi quel che volete. È una pratica che si è sempre fatta fin dai primi tempi. E certo che consola… Non che mi diciate i peccati; i peccati li andate a dire al confessore, ma quel che pensate e che avete nel cuore […]. Una pagina può bastare, qualcheduno avrà forse niente da dirmi, ebbene chi ha niente metta la sua firma, e finito. Qualche altro avrà di più…e…scrive ciò che ha. Io le leggo, poi ve le restituirò, e voi le straccerete»[27].

Come ho già ricordato tra le letterine quasi obbligatorie vi erano quelle che contenevano i propositi degli esercizi spirituali. Anche queste erano un mezzo importante nella pedagogia dell’Allamano. Dopo averle lette, le commentava e, soprattutto, durante l’anno, le richiamava, invitando a ripensare ai propositi, ad esaminarsi sulla loro applicazione, incoraggiando sempre a riprendere il cammino con generosità. Anche su questo punto è indicativa la testimonianza di P. L. Sales: «Dopo la funzione di chiusura degli esercizi, i bigliettini dei proponimenti, come già le lettere confidenziali, finivano in una grossa busta, ch’egli portava con sé alla Consolata. Li restituiva poi alla prima occasione, a volte ritoccati»[28].

f. Le sue lettere. Le lettere scritte dall’Allamano ai missionari e alle missionarie, sono un luogo in cui si vede la sua pedagogia. Di particolare merita notare con quanta chiarezza egli scrive, richiamando con semplicità quando è necessario, anche se si tratta di persone che occupavano un posto di responsabilità (mns. F. Perlo, p. G. Barlassina, mons. Perrachon). In esse, comunque, emerge il senso di paternità e di incoraggiamento.[29]

 

3. Formazione personalizzata negli incontri comuni

Mi riferisco soprattutto alle conferenze domenicali e intendo fare notare che, pur rivolgendosi a tutti, il Fondatore riusciva a raggiungere i singoli, quasi parlasse ad ognuno in particolare. Per capire ciò, si deve anzitutto tenere conto del legame che intercorreva tra lui e ogni allievo. Inoltre è evidente che aveva l’arte di coinvolgere quelle vite che conosceva e che sapevano di essere conosciute. È pure interessante il metodo colloquiale con cui si rivolgeva a tutti, interpellando a volte qualcuno come esempio per gli altri.

Credo che si possa affermare che l’Allamano, nelle conferenze, parlava a tutti e contemporaneamente ai singoli. Cerco di illustrare le principali ragioni.

a. Comunicava se stesso, come abbiamo meditato ieri nel ritiro. Siccome era amato dagli allievi, quando parlava di sé li coinvolgeva. Ognuno sentiva che il proprio padre gli confidava qualcosa. È significativa una frase di P. G. Bartorelli, riferita alle conferenze: «Come Fondatore non lo avremmo cambiato con nessun altro » [30].

b. Coinvolgeva i singoli. L’Allamano non era un oratore che soverchiasse l’uditorio con la brillantezza delle parole, ma uno che era in grado di rapportarsi con qualsiasi dei suoi uditori, interpellandolo. Non era solo arte pedagogica, ma conoscenza vitale e rapporto di confidenza e fiducia. Poteva parlare ai singoli in pubblico, senza il pericolo di ferire la loro suscettibilità. Ecco qualche esempio: il 9 maggio, parlando dell’umiltà, si rivolge al più giovane e gli dice: «Per esempio, tu, Luigi, devi crederti inferiore a tutti gli altri, e credo che non ci voglia tanta fatica» [31]. Il 22 ottobre 1916, parlando alle suore, ad un certo punto dice: «Bisogna essere precisi in modo che l’Angelo debba finire la parola in oro. Ti è mai capitato quello? (Si rivolge ad una suora che risponde di no). Ah! Perché non sei ancora tanto precisa»[32].

c. Incontrava i figli. Anche questo è un atteggiamento interessante. L’Allamano, nelle conferenze, come padre, incontrava dei figli, dai quali era conosciuto e amato. Non era un rettore che incontrava allievi. Gli incontri erano inquadrati nello spirito di famiglia che regnava nell’Istituto. Così lui era atteso, le sue parole erano attese, le conferenze erano troppo corte, nessuno si annoiava. Questa non è una descrizione idilliaca, ma la sintesi di moltissime testimonianze, che dimostrano il clima che si era creato in comunità, le domeniche pomeriggio. Eccone qualcuna.

Fr. Benedetto Falda: «Alla Domenica era poi tutto per i suoi figli […]. La sua conferenza non aveva nulla di cattedratico o di rigido, ma era il Padre che, seduto in mezzo ai suoi figli, che voleva ben vicini, specialmente i coadiutori, ci parlava alla buona. Erano consigli detti quasi all’orecchio, ma che restavano impressi nell’animo e ci imbevevano del suo spirito»[33].

P. V. Dolza: «Il suo zelo per la nostra formazione e santificazione si manifestava soprattutto nelle meravigliose conferenze della domenica. Arrivava sorridente, sedeva, tirava fuori un biglietto: e noi restavamo incantati davanti alla sua parola. Quanto desideravamo quei momenti, sempre troppo brevi per noi»[34].

P. G. Chiomio: «Io suo dire è alla buona, parla ai suoi figli che tanto ama, e tutto è improntato alla più grande bontà paterna»[35].

d. Faceva presenti i missionari lontani. Mi riferisco specialmente all’abitudine che l’Allamano aveva di leggere, prima o durante le conferenze, brani delle lettere che riceveva dall’Africa. Gli scriventi, il più delle volte, erano conosciuti, se non addirittura amici, degli uditori. Per cui questo metodo rendeva vivo l’incontro e toccava non solo la comunità, ma anche i singoli. Questo metodo ha aiutato molto il Fondatore a creare lo spirito di famiglia.

Anche a questo riguardo abbiamo testimonianze interessanti. Mi limito a quella di P. G. Panelatti, che esprime bene il clima che si era creato: «Per noi la sua presenza era sempre una gioia, ed egli ci intratteneva familiarmente e ci infervorava, quasi senza che [ce ne] accorgessimo, nella nostra vocazione. A volte ci leggeva lettere o brani di lettere venute dall’Africa di coloro che avevamo conosciuto, e di qui prendeva lo spunto per le sue esortazioni» [36].

A dire il vero, questo modo di fare ha creato qualche difficoltà. È stato il Confondatore, Can. G. Camisassa, ad accorgersene durante il suo viaggio in Kenya. Capitava che qualcuno dei nuovi arrivati, non trovando le cose esattamente come gli anziani avevano descritto nelle loro lettere, facessero pettegolezzi, si lamentassero o li prendessero in giro. Per cui, in alcuni, si era creata una certa ritrosia ad inviare lettere al Fondatore, per paura che le leggesse in pubblico. Il Camisassa si permise di suggerire al Fondatore di troncare l’uso di leggere in pubblico le lettere dei missionari[37]. Ho esaminato le conferenze del Fondatore susseguenti alla lettera del Camisassa, spedita il 23 novembre 1911. Nel 1912, mi pare che ne abbia lette poche, ma poi ha ripreso il suo stile ed ha continuato a leggerle in pubblico, forse addirittura con più entusiasmo. Credeva troppo alla propria paternità come ragione di conoscenza e di unità di ogni suo figlio con tutti gli altri.

e. Le reazioni dei singoli. Nell’Istituto si sono tramandate le reazioni dei missionari sia alle conferenze che alle lettere del Fondatore. Sono tutte reazioni positive.

Per quando riguarda le conferenze, è indicativo l’entusiasmo che si scorge nella testimonianza di P. L. Sales: «Quanti ebbero la fortuna d’ascoltarlo, sono unanimi nel dichiarare che, dopo ogni conferenze, veniva spontaneo il ripetere con i discepoli di Emmaus: “Non ci ardeva forse il cuore in petto mentr’Egli ci parlava e ci spiegava le Scritture”?»[38]. Anche P. V. Sandrone è sulla stessa linea: «Al termine della conferenza si sentiva il bisogno di intrattenerci con Gesù Sacramentato e domandargli la grazia di riuscire e di essere santi sacerdoti»[39].

Anche le reazioni alle lettere sono molto positive, in particolare a quelle inviate ai missionari in Africa. Ad inquadrare subito bene la situazione è P. F. Perlo: «La rare lettere [N.B.: essendo all’inizio, non erano affatto rare, ma questo aggettivo indica l’aspettativa] del Sig. Rettore sono naturalmente lette le prime; e quando sono indirizzate a ciascuno in particolare allora ciascuno le legge quasi misteriosamente, temendo perfino che il vento gliene possa portar via qualche parola; e dopo la prima lettura ogni frase viene studiata e analizzata»[40]. Mi pare acuta ed esatta la conclusione cui giunge P. I. Tubaldo: «In queste lettere l’Allamano si rivela soprattutto l’esperto direttore di spirito; scrive per incoraggiare, illuminare, indicare i fini superiori delle fatiche apostoliche»[41].

Circa i contatti epistolari dell’Allamano con i suoi figli, mi piace sottolineare la libertà con cui poteva esprimersi senza offendere la loro suscettibilità. Questo atteggiamento indica che da entrambe le parti c’era confidenza e rispetto e grande libertà. In altre parole: il padre poteva parlare chiaramente, perché il figlio conosceva con quale cuore lo correggeva. Porto come esempio emblematico, un brano di lettera del 1918, scritta a Mons. G. Barlassina, quando era già Prefetto Apostolico del Kaffa: «Mi scrivi che ti senti ispirato in quel che fai, e quasi ti appelli al tribunale di Dio. Mio caro, la via sicura della volontà di Dio è l’obbedienza […]. In ogni caso non avrai mai da pentirti di aver anche ritardato un progresso non voluto dai Superiori. Sta a cuore anche a noi il progredire, ma con prudenza e secondo le direttive di Propaganda»[42].

 

4. La comunità luogo di formazione

Nella pedagogia dell’Allamano esiste un mutuo influsso e un equilibrio di rapporto formativo tra individuo e comunità. Egli aiuta la persona a formarsi nella comunità, con l’ausilio della comunità, in vista di una vita e di un apostolato comunitario (spirito di famiglia e spirito di corpo). Inoltre, forma la comunità partendo dalla concretezza delle persone, non in modo anonimo o teorico. Per il Fondatore ogni individuo è importante non solo in sé, ma anche in connessione con gli altri della comunità. Cerco di esprimere i principi salienti della pedagogia dell’Allamano al riguardo.

a. Individuo e comunità non sono separabili. In diverse occasioni il Fondatore ha espresso la convinzione che tra individuo e gruppo (comunità, Istituto) c’è una relazione inscindibile e sono da concepirsi in modo unitario, senza separarli. Non ha formulato il principio teorico in modo espresso, ma lo ha affermato in diverse occasioni per risolvere casi particolari. Per esempio, insistendo sulla necessità di non criticare, ma di ubbidire, ad un certo punto osserva: «Non dico che vi dobbiate affatto disinteressare della casa, no; il bene e il male dell’Istituto riguarda tutti indistintamente» [43]. Oppure, spiegando alle suore perché aveva dimesso una certa Sr. Prassede, che aveva nascosto di essere sorda, dice: «Mentre si cerca il bene dell’Istituto, si cerca pure il bene della suora […]. Guai a me se non l’avessi fatto, vedendo il bene dell’Istituto e della suora» [44].

b. Alla qualità dell’individuo corrisponde la qualità della comunità. Certamente il Fondatore intendeva avere un Istituto di qualità, con caratteristiche proprie. Per ottenere ciò mirava alla qualità degli individui, che voleva appunto di “prima qualità”. L’Istituto sarebbe risultato come di fatto erano gli individui. Esemplifico questo principio con un’espressione detta alle suore il 15 settembre 1918: «Per non aver nulla di diverso dalle altre potevate andare tutte in altre case religiose e non fabbricarne una nuova. Bisogna che si distingua questa dalle altre comunità. Ma l’essenziale sta qui: lasciarvi formare allo spirito dell’Istituto» [45].

c. Se gli individui sono santi l’Istituto è santo. È il punto culminante del principio precedente. Per il Fondatore questa insistenza va evidenziata. Solo se ogni individuo tenderà alla santità, c’è la garanzia che l’Istituto sia santo. Bisogna, perciò, aiutarsi vicendevolmente nell’impegno della perfezione. Ecco un’espressione significativa, detta spiegando il fine primario: «”Santificazione dei membri” non di qualcuno, ma di tutti; “oh, là ci sono tanti, io andrò un po’ più un po’ meno dietro”. No, tutti e tutto deve essere disposto a fare tutti santi …. Di tutti per non fare un torto, tutti sono membri e devono farsi santi, devono aiutarsi» [46]. P. V. Dolza offre questa testimonianza: «E ogni volta ci diceva che potevamo ben differire l’uno dall’altro, ma che nella santità dovevamo essere tutti uguali» [47].

d. La comunità dà autenticità e fa crescere l’individuo. Questo principio, probabilmente, è il più forte. Per l’Allamano la preferenza è per la comunità, nel senso che ogni individuo doveva saper dare la precedenza alle espressioni comunitarie, sia di vita che di apostolato. Il motivo è che le espressioni comunitarie sono le migliori per aiutare a vivere bene, a crescere e ad essere efficaci. Porto solo due esempi per confermare ciò, ma il Fondatore si è espresso allo stesso modo in altre occasioni. A P. F. Perlo, il 6 maggio 1904, approvando la prima conferenza di Murang’a: «L’uniformità in tutti, a dispetto di qualche idea migliore in qualche caso, deve vincere»[48]. Alle suore, parlando della preghiera, pronuncia parole quasi incomprensibili se non conoscessimo le sue idee: «Le preghiere comuni devono sempre essere preferibili alle nostre particolari. […] Non vi rincresca di lasciar di finire il Pater o qualche altra preghiera che state dicendo, per rispondere anche solo un Amen con le altre»[49].

In sintesi, possiamo dire che l’Allamano ha molto valorizzato il concetto della “vocazione comune”: siamo chiamati dallo Spirito per vivere il carisma concesso all’Allamano e che lui ci ha trasmesso. È un carisma che ognuno di noi, per vocazione, è chiamato a vivere non da solo, ma con tutta la comunità e con ognuno dei confratelli componenti la comunità. Ce lo fa capire quando afferma: «Quanto l’apostolo scongiura ai Cristiani Efesini […] molto si conviene a noi che formiamo un corpo superiore per l’unione spirituale della vocazione religiosa, sacerdotale e missionaria»[50].

 

Conclusione

Credo che la migliore conclusione ci sia offerta dalle parole del Fondatore. In occasione di una partenza, il 16 dicembre 1920, così si confidò: «[…] il luogo è solo una materialità, è niente l’essere piuttosto in un posto che in un altro…Siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo tutti una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa, tutti all’Iringa»[51].

In un colloquio alla Consolata per il suo compleanno, il 21 gennaio 1925, fece un’altra confidenza: «Nel mio esame non penso solo a me, ma anche agli altri, alle responsabilità mie, perché facciamo un “corpo solo”. Voglio vedere in voi la volontà costante di vivere una vita più che si può perfetta, senza paura di esagerare…Questa è sempre stata la mia idea»[52].

 

Note:

[1] Cf. M. BIANCHI, Il Fondatore e la formazione, in ‘Documentazione IMC’, N.4, 1982, pp. 4 – 30; I. TUBALDO, Il Fondatore formatore, in ‘Incontro internazionale dei formatori dei seminari maggiori e noviziati’, Roma, 27 giugno –

[2] luglio 1983, pp. 55 – 71; F. PAVESE, Formazione al carisma dell’Istituto, in ‘Quaderni di formazione’, 2, Roma 1990, pp. 3 – 29; Sr. WAMBUI MUGOKU Jane, Towards an Integral Formation, Rome 1992, pp. 10 – 19 (tesina all’Università Gregoriana); Sr. MANTINEO Modesta de los Angeles, Il Canonico Giuseppe Allamano Formatore delle Suore Missionarie della Consolata, Roma 1985, 230 pp. (tesi alla Facoltà di Scienze dell’Educazione, Auxilium); A. BELLAGAMBA, La pedagogia formativa dell’Allamano nelle lettere ai missionari e missionarie della Consolata, in “Documentazione”, luglio-dicembre 2006, n. 68, pp. 41-80.

[3] Volutamente è stata scelta, per la beatificazione, una data che coincidesse con la Sessione Generale del Sinodo dei Vescovi sulla formazione sacerdotale.

[4] Conf. IMC, I, 15; è il suo manoscritto per un ritiro del 2 marzo 1902.

[5] «Sicuro che io ho la responsabilità vostra, del vostro avvenire, ma quanto il Signore mi darà da fare con la mie deboli forze, cercherò di adempierlo»: Conf. MC, I, 330; «Quando di laggiù viene qualche notizia non troppo buona mi esamino subito e penso: è colpa mia? Ah! Quando penso alla responsabilità che ho di voi…alle volte di notte va via persin il sonno»: Conf. MC, III, 118.

[6] Deposizione, vol. III, p. 351; Cf. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, Il suo tempo – La sua vita – La sua opera, II, p.535 – 536.

[7] Si possono riportare diverse espressioni che confermano come il Fondatore sentisse forte questo senso di paternità: per es.: «Lasciai in certo modo da parte le mie attribuzioni per non ricordare che la mia qualità di padre di questa nuova Famiglia», ai missionari del Kenya commentando le feste del centenario: Lett., IV, 276; «Scusatemi questo sfogo paterno che stimai necessario per rimettere tutte in carreggiata», alle suore del Kenya, 27 dicembre 1914: Lett., VI, 683; cf. anche: Lett., IV, 67; X, 126, 317, 261, 398, 410, 495. 7 Cf.I.  TUBALDO, Il Fondatore formatore cit, p. 60.

[8] Lettera al P. F. Perlo, l 22 gennaio 1903: Lett., IV, 23.

[9] Lettera al P. F. Perlo, 4 marzo 1904: Lett, IV, 67.

[10] Lettera a Sr. Giuseppina Battaglia, 28 agosto 1924: Lett., X, 126.; cf. anche Lett., III, 444; IV, 77, 285, 473, 627; V, 613, 762.

[11] Ecco una delle tante espressioni al riguardo, pronunciata l’11 dicembre 1906, dopo una partenza di missionari: «La funzione e la partenza dei nostri Missionari avrà suscitato in voi tutti un vivo desiderio di partire ed al più presto. E questo è bene, poiché questo è lo scopo a cui dovete tendere e pel quale siete qui entrati: a questo mira tutta l’educazione che s’impartisce in questa casa. Il vostro cuore dev’essere in Africa, ve lo dico tante volte. Tuttavia questo desiderio non dev’essere solo, ma accompagnato dallo spirito di timore. Non basta desiderare di partire; ma alla partenza è assolutamente necessario essere preparati: sia quanto agli studi, sia principalmente quanto alle virtù»: Conf. IMC, I, 131; cf. anche I, 26-27; 182, 237; 321; 329; III, 648; ecc. Sono famose le sue esortazioni a riempire il “fagotto”. Riporto una constatazione che P. I. Tubaldo fa a questo riguardo: «Non c’è dubbio che l’Allamano è in un certo senso guidato dalla creatura, a cui per volontà di Dio egli stesso diede vita. È un aspetto importante della docilità alla voce che da lontano gli fanno giungere i suoi figli, facendone proprio lo zelo, le aspirazioni, i progetti […]. Se è vero che l’Allamano fu l’educatore e il formatore dei suoi missionari, è ugualmente vero, come avviene nel rapporto tra genitori e figli, che anche i suoi missionari contribuirono in un certo senso alla sua formazione. […] E, così, guida ed è guidato, forma ed è formato»: I. TUBALDO, Giuseppe Allmano cit, III, 150.

[12] P. L. Lales, nella terza edizione della biografia, alle pp. 243ss., presenta una serie di strumenti pedagogici propri del Fondatore, sui quali tutti i testimoni e gli studiosi sono d’accordo. Si possono così sintetizzare:

In pubblico: Conferenze domenicali
                    Lettura delle lettere dalle missioni
                    Interventi in particolari occasioni
                    Omelie per professioni, partenze, ecc.
                    Lettere circolari

In privato: Incontri all’Istituto alla Consolata
                 Scritti: letterine confidenziali per qualsiasi motivo (libere e riservate)
                            letterine per la festa di S. Giuseppe (obbligatorie)
                            foglietti con i propositi degli esercizi spirituali

Per i militari: Incontri a Torino e scritti vari

In missione: lettere circolari
                     lettere individuali
                     diari giornalieri
                     relazioni dalle missioni degli incontri e delle decisioni e sue risposte.

[13] “Ricordi”, Sanfrè 1946, scritti dietro richiesta del Superiore Generale P. G. Barlassina.

[14] P. A. Bellani afferma: «La prima accoglienza così cordiale mi rubò il cuore; dissi tra me: questo santo sacerdote certo mi accoglie […]. Senta, soggiunse, c’è la difficoltà che l’Istituto è Regionale, però dovrà diventare Internazionale. Lei quindi potrebbe essere il primo non piemontese che entra nell’Istituto, poi ci penserà la Provvidenza»: “Testimonianza” del 1963. P. V. Dolza, entrato nel 1904, così afferma: «Venivo dal commercio e non da una casa religiosa; eppure quanto mi colpì l’amabilità del suo tratto e la grazia penetrante delle sue parole! Fin da quei primi incontri compresi tutta la straordinaria bontà del venerato Sig. Rettore e l’impressione rimane anche oggi»: “Commemorazione” del 1945. In questa prima accoglienza, si deve tener presente il coinvolgimento dei parenti. Sono numerose le testimonianze al riguardo. Riferisco quella di P. G. Gallea riportata da P. L. Sales nella citata biografia: «Verso la fine della conversazione la mamma [che aveva tentato di fare recedere il figlio dal proposito di entrare], vista l’insussistenza dei suoi argomenti, si rivolse a me stizzita: “Ma allora, se questa era la tua intenzione, potevi dirlo prima, e non adesso che abbiamo fatto dei debiti”. Abbassai il viso arrossendo. Il Canonico intervenne subito: “avete fatto dei debiti? E quanto?”. Mi pare rimanessero 150 lire di pensione da pagare al seminario. “Ci penserò io”, dichiarò l’Allamano. La mamma non sapeva più che dire e cominciarono a piovere le lacrime. Allora il Canonico, per consolarla: “Là, si faccia coraggio, vedrà che si troverà contenta. D’Altra parte, il figlio deve ancora sperimentare la vita ed è sempre libero di tornare in famiglia. “Ah - interruppe la mamma – quel testardo lì!? Non cambia più, non cambia più! A quell’uscita l’Allamano rise di cuore, poi dopo altre buone parole, le concesse di darmi solo quel tanto di corredo di cui poteva disporre. Giunti a casa, mio padre l’interrogò sull’esito del suo tentativo. Ed essa: “Che vuoi? Rispondeva in modo che non si poteva più dire niente. Tra gli altri sacerdoti e quello lì c’è una differenza grande”»: pp. 240 – 241.

[15] Una delle pene più gravi per l’Allamano, negli ultimi tempi, fu la proibizione agli alunni di andare a trovarlo al Santuario, con la scusa di non disturbarlo: «Non vogliono più che vada trovarvi all’Istituto. Mi dicono che mi stanco troppo […] Non è tanto per la salute, non vogliono che veda, che sappia come vanno le cose da voi, ma so tutto ugualmente. Lo so che voi non potete venire a trovarmi; dicono che non è bene che veniate a disturbarmi. Non è un disturbo per me trovarmi con voi»: P. B. Moriondo, “Relazione”, in I. TUBALDO, Giuseppe Allamano cit, p. 613.

[16] Biografia cit., pp. 234 – 235. Mi piace riferire anche una significativa testimonianza di P. V. Sandrone: «Quando poi giunsi a Roma [dall’Albania dove era militare] carico di malaria, non bastandomi la cinquina per aggiungere qualcosa al rancio, insufficiente per le mie condizioni di salute, avevo domandato alla famiglia un po’ di denaro che mi fu subito inviato. Lo seppe il Sig. Rettore: “E non sei più figlio dell’Istituto, che ricorri ai tuoi per aver denaro? Lo sai che sono necessità; non fare così un’altra volta”. E mentre mandava a me altro denaro ricompensava la famiglia per quanto aveva inviato»: ‘Memorie’, p. 16.

[17] In TUBALDO I., Giuseppe Allamano cit:, p. 652.

[18] Lett., IV, 287 – 288.

[19] “Testimonianza” del 1963.

[20] Biografia cit., p. 235. Un’altra stupenda testimonianza è quella di P. V. Sandrone: «Con brevi frasi, generalmente scritturali, pronunciate in tono volitivo tutto proprio, il Sig. Rettore riassumeva i suoi colloqui privati, animandoci nelle nostre difficoltà. Ecco alcune di quelle che mi ha rivolto più di frequente:

  • Nunc coepi
  • Regnum coelorum vim patitur et violenti rapiunt illud
  • Voglio farmi santo
  • Infirma mundi eligi Deus
  • Quod aeternum non est, nihil est
  • Etsi consistant adversus me castra non timebit cor meum
  • Vedi Dio in tutto e in tutti
  • Dio vuole anime generose
  • Chi vuol farsi santo deve pur essere singolare in qualche cosa
  • Tuta requies in visceribus Salvatoris
  • Age quod agis
  • Attende tibi»: “Memorie”, p. 10.

[21] L’edizione della Bibbia della CEI traduce: «Questo è il mio tormento: è mutata la destra dell’Altissimo».

[22] Conf. MC, I, 360.

[23] Conf. MC, III, 83. Questo versetto del salmo 76 lo possiamo definire uno dei cavalli di battaglia del Fondatore per incoraggiare. Nel volume a cura di Sr. Rachelia Dreoni: La Sacra Scrittura nelle conferenze del fondatore alle Suore, a p. 21 sono annotate ben 30 citazioni di questo salmo. Non credo che siano di meno nelle nostre. E poi quelle pronunciate ai singoli!

[24] Conf. MC, I, 300 – 301. È pure significativa la testimonianza di Sr. Veronica Puricelli, che confidava al Fondatore la sua pena di non aver mai nulla da dire ai superiori: «Il Padre sorrise ed io mi indugiavo a spiegare che tutto ciò che sentivo nelle sue conferenze mi andava in fondo al cuore, e cercavo di praticarlo del mio meglio. […] Il Padre mi pose una mano sulla testa, cosa che faceva molto raramente, e poi mi disse: “Ebbene, si vede che il Signore vuole che tu cammini coi tuoi piedi, e quando avrai bisogno ci penserà lui a farti chiedere consiglio se ne avrai bisogno. Intanto va avanti in nomine Domini, e invoca lo Spirito Santo. Sia lui il tuo maestro. E mi lasciò molto sollevata»: “Testimonianza”, Nyeri 1971.

[25] Biografia cit., p. 235.

[26] Ecco che cosa diceva alle Suore il 13 febbraio 1916: «Ho visto che mi arrivano lettere con l’indirizzo stampato… Avete adottato il metodo che hanno di là (i Missionari). Con questo metodo siete in libertà…Anzi non consegnate direttamente la lettera alle suore che vanno alla Consolata […], ma fate come fanno di là; scegliete un posto e le mettete lì […]. In quelle lettere lì non ci vogliono complimenti; lo sapete che non li voglio neppure a S. Giuseppe quando mi scrivete tutte…»: Conf. MC, I, 299 – 230.

[27] Conf. IMC, II, 522; cf. anche Conf. MC, II, 322 – 323.

[28] Biografia cit., p. 236; agli allievi, il 19 settembre 1915, diceva: «Ho letto tutti i vostri biglietti, aggiungendovi, togliendo o mutando qualche cosetta. Mi piacciono perché sono pratici e secondo il più pronto bisogno. Metteteli subito in atto, ricordandoli e facendone materia d’esame negli esami quotidiani, nelle visite al SS. E dopo la S. Comunione, e nei ritiri mensili»: Conf. IMC, II, 355. Alle suore, il 28 maggio 1916, diceva: «Vi restituisco i proponimenti: li ho letti tutti e deposti ai piedi della Madonna…che non fossero solo parole, ma fatti. […] Mi pare vadano bene; sono pochi, pratici, come piacciono a me. Se avessi avuto tempo li avrei dati a ciascuna in particolare»: Conf. MC, I, 364.

[29] A. BELLAGAMBA, La pedagogia formativa dell’Allamano nelle lettere ai missionari e missionarie della Consolata, in “Documentazione”, luglio-dicembre 2006, n. 68, pp. 41-80.

[30] “Commemorazione” del 16 febbraio 1981.

[31] Conf. IMC, I, 182.

[32] Conf. MC, II, 610. In un’altra occasione, il 29 giugno 1919: «(Il nostro Ven. Padre entrando in laboratorio guarda una postulante entrata da poco e dice) Ebbene? Hai pianto? Non è mica male sai; piangi, piangi pure, io ti do il permesso. Anche N. Signore ha pianto»: Conf. MC, II, 610.

[33] “Testimonianza” del 28 gennaio 1949.

[34] “Commemorazione” del 16 febbraio 1945.

[35] “ Commemorazione” del 16 febbraio 1936. Per altre testimonianze, cf.: I. TUBALDO, Le Conferenze spirituali dell’Allamano, in ‘Documentazione IMC’, N. 4, 1980, pp. 7 – 13.

[36] “Commemorazione” del 16 febbraio 1946.

[37] Ecco le parole del Camisassa, dopo aver spiegato gli inconvenienti trovati: «Insomma per non tirarla troppo a lungo io sarei del parere che il metodo del silenzio sia il migliore…e non si accenni mai – anche non nominandolo – che qualcuno può aver fatto così e così in missione»: Lett., V, 742.

[38] Biografia cit., p. 234.

[39] “Memorie”, p. 9.

[40] Diario, 29 ottobre 1902. In I. TUBALDO, Giuseppe Allamano cit., III, pp. 196 – 199, sono riportate altre reazioni positive, tratte dai diari dei missionari. Per esempio, P.G. Cravero: «Una cosa che più di tutto mi rallegrò fu il ricevere la lettera dell’Amatissimo nostro Signor Rettore, le cui parole mi penetrano nel cuore e nella mente con soave dolcezza»; P. M. Arese: «[…] a mettere poi il mio buon umore a posto vi era una carissima lettera del Sig. Rettore, curta [piemontese] è vero, ma tanto più cara; […]. In conclusione la lettera del sig. Rettore mi fece un grandissimo piacere ed è certo che non mancherò di mettere in pratica i suoi consigli»; P. R. Bertagna: «[…] con le rose c’era una spina lunga che m’andò fino al cuore…vi mancava un desideratissimo e aspettato biglietto dell’amatissimo Si. Rettore e più che padre per me»; per ultimo Fr. Benedetto Falda: «Solo il Sig. Rettore sembra che si sia dimenticato di me, eppure leggerei tanto volentieri una sua lettera»; «Ma quella che mi consolò di più fu quella dell’amato Sig. Rettore, che rivive in queste poche righe»; ecc.

[41]  ID., o.c., p. 192.

[42] Lett. VIII, 140. Si leggano anche queste parole indirizzate a P. Berda Bossana il 5 maggio 1905: «Tuttavia colla libertà di padre in G.C. e di suo rettore mi permetto di osservarle che V.S. talora si lascia offuscare la mente da nebbie di amor proprio e d’invidia quasi che non sia stimato convenientemente costì e forse anche a Torino. Poveretto! Non creda a tali tentazioni. Costì so che tutti le vogliono bene; io poi V.S. sa quanto l’amai e tuttora l’ami! […]. Caro mio, se vuol fare miracoli nelle missioni sia umile, contento del puro necessario e anche goda di essere privo di tante cose, poi sia staccato da ogni cosa. V.S. non si offenda della mia libertà paterna»: Lett., IV, 390 – 391.

[43] Conf. IMC, II, 66.

[44] Conf. MC, I, 351 – 352.

[45] Conf. MC, II, 340.

[46] Conf. IMC, I, 619 – 620; cf. anche Conf. IMC, II, 212.

[47] “Commemorazione” del 16 febbraio 1945.

[48] Lett., IV, 108.

[49] Conf. MC, III, 299.

[50] Conf. IMC, III, 330.

[51] Conf. IMC, III, 499.

[52] Conf. IMC, III, 719.