
Educare, secondo il pensiero di alcuni autori, significa anzitutto aiutare l’educando a rendersi responsabile del suo proprio processo di umanizzazione lungo tutto l’arco dell’esistenza, mediante il rapporto con sé stesso, con gli altri, con le cose e con Dio.
Educare, infatti, è stabilire rapporti di qualità impegnandosi a “camminare a tempo pieno”, accanto a colui che è accompagnato.
I rapporti umani possono essere superficiali, indifferenti o di qualità; alcuni sono essenziali e lasciano impronte profonde, indelebili, così da plasmare la personalità, indirizzare le scelte fondamentali, o semplicemente dare senso alla quotidianità vissuta, molte volte, all’insegna dell’incertezza e della sofferenza.
Tutti portiamo in noi le “orme” di quanti abbiamo permesso di camminare sulla nostra “terra”… e tutti lasciamo sul “terreno altrui” i segni del nostro passo più o meno leggero, carico di ricchezze e di debolezze, di ferite aperte e di altre guarite con fatica, di speranze e di drammi, di fango e di acque tranquille…
L’Allamano ha coltivato chiaramente rapporti di qualità e, se ha lasciato una profonda impronta umana nei giovani missionari e missionarie del suo tempo, non è perché applicava specifiche norme pedagogiche…, ma perché educava attraverso la sua personalità ricca di doni spirituali e umani e la sua vita vissuta con coerenza e fedeltà alla scelta fatta.
Le strategie per accompagnare i giovani (oggi come ieri) possono essere molte e diversificate, più o meno adeguate alle realtà che i giovani vivono… è necessario quindi conoscerle, vagliarle, assumerle, applicarle e perfezionarle sempre più.
L’accompagnamento dei giovani
(e di tutte le persone nelle loro diverse fasce etarie),
suppone anzitutto personalità e coerenza in chi accompagna! E questo lo sappiamo tutti!
L’Allamano nell’accostare i giovani e le giovani come formatore, apportava tutta la sua ricchezza umana, plasmata, si potrebbe dire, dalla ricchezza spirituale del suo essere sacerdote. Forse, senza accorgersi, i giovani cercavano e accoglievano la sua direzione perché percepivano in lui una personalità ricca, dinamica, senza incoerenze né tentennamenti. Educava perché autentico sacerdote, pienamente realizzato nel suo ruolo.
Sulla personalità dell’Allamano come educatore - formatore molto è stato scritto e riflettuto lungo gli anni, e molte sono pure le testimonianze rilasciate dai suoi figli e figlie al riguardo. Oggi mi soffermo particolarmente su uno degli aspetti che si riferiscono alla sua qualità di rapporti e che, personalmente, ritengo fondamentale e molto importante per quanti e quante si propongono come animatori o animatrici della gioventù.[1]
L’Allamano ha accompagnato amando
“Il Ven.mo Padre ci diceva che il Signore,
per fondare l'Istituto, avrebbe potuto scegliere
uno più dotto, più santo… che avrebbe fatto meglio di lui,
ma «uno che vi amasse più di me - diceva - non credo».[2]
“Uno che vi amasse di più non credo”! Non sono parole retoriche da fondatore… ma rivelano piuttosto una qualità essenziale del suo modo di rapportarsi, la sintesi di una vita che andava snodandosi lentamente all’insegna di un amore vero, oblativo, concreto.
Un rapporto educativo di accompagnamento non può realizzarsi all’infuori di un amore che dona tutto di sé: tempo, energia, creatività, benevolenza…
Le giovani missionarie non si stancavano di parlare dell’Allamano come “Padre”. Lui stesso, d’altronde, era consapevole di esserlo. Sr. Chiara afferma che egli “amava i suoi figli come un padre e sentiva moltissimo la separazione quando essi partivano per le Missioni. Diceva: “Sono sempre lì attorno e non sanno distaccarsi… queste cose si sentono… il sangue di un padre non è acqua”.[3]
Mi sembra opportuno rilevare come nella personalità del Fondatore le sue naturali doti maschili di “padre” si fondessero armoniosamente con una spiccata prerogativa femminile di “madre”, imprimendo in lui la capacità di tessere rapporti improntati a fortezza/tenerezza da tutti, in qualche modo, colti ed apprezzati.
L’influsso femminile/materno l’Allamano lo aveva ricevuto, senza dubbio, fin dai primi anni di formazione della sua personalità, dall’amore di sua madre, donna “con occhi di cielo”, come lui stesso ebbe a definirla. “Quando parlava di essa - afferma sr. Chiara Strapazzon - dall’espressione stessa del volto si vedeva chiaramente quanto l’amasse e venerasse. Talvolta diceva, ridendo, che era il suo “checco”.
Dalla mamma aveva imparato anche a comunicare tutto, creando quel senso di famiglia tanto caro al suo cuore. Diceva ai missionari: “Tutto questo è per contarvi tutto… così faceva anche la nostra buona madre, quando veniva a Torino a trovare il Venerabile… quando poi veniva a casa ci contava proprio tutto, e così faccio io”[4]. Lei era parte inscindibile del suo impegno sacerdotale. Ricorda con tenerezza: “Non posso mai dimenticare il bel pensiero della mia buona mamma: “di tanti miei figli, chi sarà di qua e chi di là… studieranno e poi via... e pregheranno per me? Ma! pregheranno, faranno l’anniversario... tu invece, tutti i giorni che sarai all’altare, io ne avrò parte!” [5].
Oltre che dalla mamma si lasciò modellare da quella grande educatrice, sua maestra, che fu Benedetta Savio alla quale riservò profonda riconoscenza fino alla sua morte avvenuta quando l’Allamano contava quarantacinque anni di età. E subì profondamente l’influsso benefico di un’altra Donna che possiamo chiamare la “Donna della sua vita”: la Consolata. Dal suo rapporto improntato a grande tenerezza con questa Donna dal “volto mite e sereno” imparò la contemplazione del Figlio di Dio, Missionario per l’Umanità[6].
Se i giovani missionari e missionarie gli hanno permesso di varcare la soglia del proprio cuore è proprio perché accogliendo in sé, fin dall’inizio - forse inconsapevolmente - la prerogativa dell’amore femminile/materno vivendola in semplicità e gratitudine, accanto all’energia del “padre”, seppe far emergere la grandezza della “madre” che sa accogliere, capire, perdonare…
L’arte di accompagnare, educare, formare amando, si esprime attraverso atteggiamenti e modi di essere e di fare. Significa anzitutto capacità di empatia, di coltivare atteggiamenti di presenza e di assenza nello stesso tempo, di ascolto, di attenzione qualificata… significa creare rapporti improntati a energia e mitezza, a fiducia e confidenza, ad affidabilità e rettitudine. [7] Tutti atteggiamenti che meritano di essere approfonditi da quanti e quante hanno a che fare con i giovani della nostra epoca. Essi sono “reduci”, in qualche modo, da una lunga battaglia mediatica che banalizza il significato vero dell’ amare come qualità di rapporto educativo e che accompagna e aiuta a crescere, trasformando l’egoismo in donazione e gratuità.
Attraverso alcune testimonianze delle Sorelle desidero far emergere alcuni aspetti concreti dell’amore con cui il Fondatore ha guidato le sue giovani missionarie e il modo come loro lo hanno percepito e apprezzato. Forse gli animatori e le animatrici possono ispirarsi ad essi per un accompagnamento di qualità dei giovani di oggi…
Amore paterno/materno che nulla risparmia di sé
Alla base dell’amore totale dell’Allamano sta la consapevolezza di voler vivere il tempo che gli è concesso non in qualsiasi modo, ma alla scoperta progressiva della volontà di Dio su di lui, e questo volta per volta e giorno dopo giorno. Molti dei suoi piani personali furono - per così dire - messi a tacere…, fu impegnato a dar vita ad altri progetti certamente non pensati…; non parroco di un piccolo paese…, non missionario in prima linea…, ma direttore di seminaristi quasi della sua stessa età…, superiore di “querce annose” al Convitto…, fondatore di una congregazione femminile…, pioniere della prima missione del suo Istituto in Kenya anziché nella sognata Ethiopia…
Possiamo dire che nulla abbia risparmiato di sé nel rapporto con i suoi giovani missionari e missionari e mirando anzitutto a stare bene al suo posto, facendo bene il bene là dove Dio lo chiamava e nel momento opportuno.
“Non trovo parole - dice una missionaria - che possano adeguatamente esprimere la inesauribile carità del Ven.mo Padre verso i suoi figli. Per loro sacrificò tempo, salute, energie e consumò tutti i suoi averi, tanto che in punto di morte poteva dire: «Vi ho dato tutto… non ho più neppure da fare testamento…». [8]
Stralcio da alcune testimonianze scritte:
“Il tempo passava, e nostro malgrado dovemmo separarci [per partire verso il Kenya, era il 2 novembre 1913]. Prima però c’inginocchiammo per ricevere l’ultima benedizione da Padre Fondatore… (e per la maggioranza di noi fu davvero l’ultima…), poi dovemmo chiuderci nei reparti del treno che fischiò e partì accelerando… e allontanandoci sempre più dai Suoi sguardi. Il nostro cuore era oppresso, nessuna ardiva proferire parole, tanto eravamo immerse nella meditazione di quelle ultime, paterne, preziose esortazioni. Lasciavamo colui dal quale tutto avevamo ricevuto e appreso, tanto apprendemmo; colui che nulla risparmiò di sé, né del suo…! Egli ci seguiva, lo sentivamo, con la Sua preziosa quotidiana preghiera, la sua benedizione, e più tardi anche con la sua corrispondenza”.[9]
“Quasi alla vigilia della sua morte, la sorella che assisteva il Ven.mo Padre gli disse che mi avrebbe scritto. Padre soggiunse: «Non dirle che non sto bene, le farebbe troppa pena, domandale piuttosto se ha bisogno di denaro». Nella sua carità paterna dimenticava le proprie sofferenze per sollevare quelle degli altri”[10].
Amore paterno/materno che valica lo spazio e il tempo e rinforza nelle difficoltà
Il percorso storico delle nostre Famiglie missionarie, soprattutto in certi periodi, lo sappiamo, ha conosciuto anche momenti di sofferenza e di malessere. I Diari, le lettere lasciano trapelare tante gioie e speranze missionarie, ma anche sentimenti di nostalgia, solitudine, incertezze… Il Fondatore seguiva con trepidazione i suoi giovani e molte volte si è appellato al ricordo del suo amore per aiutarli a superare i momenti di afflizione (A fratel Benedetto scrive: “quando senti nostalgia pensa a me…”).
“Quanto è stata buona! - scrive dal Kenya una Sorella - Che bel regalo mi fece con il suo caro scritto! Le parole del nostro Santo Padre scritte di sua propria mano a me sua indegna figlia!… Cara Sorella… le baciai e ribaciai, mi hanno fatto e mi faranno un gran bene. […] Creda, cara Sorella, che anche dalla lontana Africa il solo ricordo di quel Santo Vegliardo dà forza, energia e costanza per superare le continue peripezie e darci senza riserva alcuna!”[11].
“Sorella, - scrive un’altra - abbia la bontà di ringraziare tanto l’Amatissimo Padre a nome della Superiora [Sr Chiara Strapazzon] (ed anche mio). È veramente commossa e non sa più cosa dirsi, della gran bontà del caro e Venerato Padre; sovente legge e rilegge i Suoi scritti e per la commozione non può trattenersi dal piangere… E se potesse avere per un istante le ali volerebbe subito, da quell’amato Padre che dopo Dio, è il suo Tutto”[12].
Alla partenza verso il Kenya, nel congedarsi, una missionaria ricorda: “Il ciglio bagnato di lacrime, ma lo sguardo forte e sereno del Padre diede a tutte energia e forza per fare da generose il doloroso distacco [da lui]”. [13]
Nei Diari di Casa Madre, che riportavano per le sorelle del Kenya le Conferenze del Fondatore, si legge: “Vorremmo su queste pagine tradurre, se fosse possibile, il gesto, la voce, lo sguardo del nostro buon Padre, perché le sue parole con il solo scritto perdono molto. Ma voi, con i ricordi che portate in fondo al cuore, saprete supplire a questa mancanza alla quale non si può trovare rimedio!!![14] “Dunque anche oggi venne il “Desiderato” di ogni domenica, venne per portarci con le sue vive parole, nuovo ardore, nuovo slancio nella via del bene”. [15]
Amore paterno/materno che incoraggia, che stimola, che accoglie con compassione
La pazienza, accompagnata dalla compassione e dal coraggio della verità, sono elementi essenziale nell’accompagnamento educativo dei giovani, delle giovani di ieri e di oggi. L’equilibrio tra l’esigere coerenza e, nello stesso tempo, accogliere con compassione l’umana debolezza, è stata una spiccata caratteristica del modo di essere dell’Allamano; non permetteva trasgressioni, ma neppure annientava le persone. Accoglienza dei limiti/stimolo a superarli, fu uno dei binomi inscindibili del suo modello educativo.
“Nella sua grande paternità –afferma sr. Margherita- ci portava con grande bontà a riconoscere i nostri sbagli. Ci incoraggiava sempre, anche dopo una caduca. A ricevere notizie non tanto belle, soffriva assai, e anche di notte, nel ripensarvi ne provava tanta pena, che gli impediva di prendere sonno. Pregava, raccomandava, esortava, pronto non solo a perdonare, ma a dimenticare tutto, appena una si metteva a posto”. [Come superiora mi diceva]: «Abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando, e sempre correggendo maternamente ...» [16].
“Egli era per noi e voleva essere un padre, una guida, un aiuto. Tutto premura per il nostro benessere specialmente spirituale; ci seguiva in tutto minutamente, comprensivo della nostra piccolezza; essendo ancora agli inizi della vita religiosa non temeva di scendere a particolari, a ripetere, ad incoraggiarci[17].
Amore paterno/materno che coltiva ed esige rispetto per le differenze e armonia nei rapporti
I giovani oggi non hanno di fronte a loro molti “modelli di comunione”… Il sistema individualista che loro (e noi) “respirano” e nel quale sono nati, difficilmente li aiuta a vedere nell’altro non il concorrente con cui entrare in competenza…, ma il fratello o la sorella da rispettare e accogliere con le sue differenze (di sesso, di cultura, di lingua, mentalità…).
Come animatori e animatrici della Famiglia Consolatina non possiamo ignorare l’importanza e l’influsso che il nostro più o meno riuscito cammino di comunione ha sui giovani che accompagniamo. In diversi momenti l’Allamano ne aveva parlato con i suoi giovani missionari e missionarie: a volte serenamente, altre preoccupato. Penso che conosciamo i testi espliciti al riguardo.
Riporto la testimonianza di una Sorella che nell’ambito di questo Corso può aiutarci a riflettere:
“Durante questo triste periodo [prima guerra mondiale 1915-18], quando Padre riceveva lettere dal fronte nelle quali i nostri fratelli missionari esprimevano parole di gratitudine per il riordinamento dei loro zaini e indumenti durante i loro brevissimi rimpatri ovvero del ritorno a casa, ce ne rendeva partecipi. A Padre piaceva questa nostra delicatezza fraterna ma senza moine o individualismi, cioè non era la singola sorella interessata ma tutta la comunità che partecipava al loro benessere. E soggiungeva: «È così che vi voglio, sollecite per i loro bisogni, proprio come fanno le nostre mamme». E questo modo di trattare era reciproco. Anche i chierici erano molto rispettosi verso le suore. […]. Il sistema di convivenza tra le due comunità, familiare ma riservato come voleva Padre, l’abbiamo mantenuto anche in Abissinia. Nel 1932, dopo otto anni dal nostro arrivo in Etiopia, lo prova con testimonianza sr. Teofana Berbenni un anno dopo il suo arrivo in missione. Un giorno mi disse: «Ho capito qui, durante questo mio primo periodo in missione come Padre voleva che vivessimo con i nostri RR. PP.». Si viveva veramente in serena cooperazione e zelante vita apostolica”[18].
Amore paterno/materno che si esprime nei gesti semplici e concreti
I gesti concreti sono, molte volte, il linguaggio più esplicito dell’amore di un padre o di una madre. E tutti siamo sensibili a questo linguaggio…, e non solo i giovani! Educare, accompagnare offrire gesti adeguati, personalizzati e al momento giusto, possono ben esprimere i rapporti di qualità che come animatori e animatrici della gioventù siamo chiamati a coltivare.
Padre Allamano era un grande conoscitore dei giovani e delle giovani missionarie e i suoi gesti arrivavano alla realtà di ognuno di essi.
“Mentre uscivamo [per andare in Sicilia] – ci testimonia una Sorella - il Padre mi chiamò in disparte e mi disse: «Tu lo sai che la Superiora Sr Chiara non sta bene e ha bisogno di riguardi, cerca di aiutarla», e mi consegnò in busta lire 300 dicendomi: «con questi soldi tu le comprerai qualche conforto, non vino, non frutta, non uova o latte, cose che la Comunità deve provvedere, ma un po’ di marsala, cioccolato, biscotti cioè di quello che vedrai aver bisogno; quando non ne avrai più mi scriverai e te ne manderò altri»[19].
“La paterna bontà di Padre giunse con me a questa finezza: durante la [epidemia]spagnola essendo particolarmente debole di salute mi mandò alcune volte un pentolino con pollo e brodo dalla Suora che si recava all'Ufficio della Consolata.”[20]
“Il suo paterno cuore vigilava su tutto. Eravamo in tempo di vacanze, era il 15 agosto, festa dell’Assunta. In Casa Madre vi erano pochi padri e poche suore […]. Per il timore che essendo in pochi non facessimo festa, mi chiamò al telefono […] chiedendomi che minestra facessi per detto giorno. Gli risposi che facevo una minestrina da festa. «No - mi rispose - faccia la minestra asciutta e usi la pasta bella grossa, perché è festa e i missionari sono uomini; bisogna che la sentano sotto i denti»[21].
“Così pure l’8 settembre, festa della Natività della Madonna, mi chiamò al telefono e volle sapere se eravamo allegre, serene e, sempre per lo stesso motivo, cioè perché eravamo poche in casa. Avuta la risposta affermativa aggiunse: «Oggi fate così: esponete in laboratorio la statua di Maria Bambina, adornatela, e poi io oggi verrò a trovarvi». Povero Padre, temeva soffrissimo la malinconia perché poche, e suppliva lui a tutto”[22].
Rifletti
- Cosa significa per te oggi coltivare rapporti di qualità con i giovani che accompagni?
- Cosa dicono a te personalmente e al tuo cuore, le parole educare, formare, accompagnare con la coerenza di vita, testimoniando la gioia di una vita realizzata?
- Cosa significa per te “accompagnare amando”?
- Cosa significa per te accettare di integrare armonicamente nella tua vita le qualità paterne e materne nell’accompagnare le persone che ti sono affidate?
- Fra gli aspetti concreti dell’amore paterno/materno dell’Allamano verso i giovani missionari e missionarie, quali risuonano in te più profondamente? Amore che: - Nulla risparmia di sé
- Incoraggia, che stimola, che accoglie con compassione
- Valica lo spazio e il tempo e rinforza nella difficoltà
- Coltiva ed esige rispetto per le differenze e armonia nei rapporti
- Si esprime nei gesti semplici e concreti
Note:
[1] Per la riflessione ho usato specificamente testimonianze delle Missionarie, pur sapendo che a quanto espresso, fanno eco (con la propria sensibilità) le molte testimonianze dei Missionari dell’epoca.
[2] Testimonianza di sr. Chiara Strapazzon
[3] Ivi
[4] Cf. Conferenze ai Missionari, II, 113. Le sue parole sulla madre, si trovano in diverse Conferenze dei Missionari e delle Missionarie.
[5] Ivi, 724.
[6] Cf. Relazione di sr. Simona Brambilla, MC, all’ incontro di AMV Europa: “Verso una pedagogia Allamaniana”.
[7] Conf. Ivi, dove sono sviluppati tutte queste caratteristiche del modello educativo dell’Allamano.
[8] Testimonianza di sr. Chiara Strapazzon.
[9] Testimonianza di Sr. Agnese Gallo.
[10] Testimonianza di sr. Chiara Strapazzon.
[11] Lettera di sr. Costantina Mattalia a sr. Emilia Tempo, novembre 1925.
[12] Lettera senza data di sr. Teodora Cerato, dalla Sicilia, a sr. Emilia Tempo.
[13] Testimonianza di sr. Margherita Demaria.
[14] Diario di Casa Madre, 12 settembre 1915.
[15] Ivi 19 settembre 1915.
[16] Testimonianza di sr. Margherita Demaria.
[17] Ivi.
[18] Testimonianza di sr. Vittoria Lazzaro.
[19] Memorie di sr. Teodora Cerato.
[20] Testimonianza di sr. Chiara Strapazzon.
[21] Testimonianza di sr. Michelina Abbà
[22] Ivi.