La spiritualità cristologica dell’Allamano

Per crescere nella propria identità spirituale e apostolica, come pure per svolgere il servizio di educatore di missionari, l’Allamano seguiva quella che possiamo chiamare la “pedagogia dei modelli”. Oltre che sui principi, egli fondava il suo impegno personale e le sue proposte di vita sull’esperienza positiva di grandi personaggi, donne o uomini di Dio, del passato lontano o recente. Da qui si spiega il suo frequente ricorso all’esempio dei “santi” durante le sue conversazioni domenicali con i missionari e le missionarie.
Il modello per eccellenza, però, era Gesù, seguito subito dopo da Maria. Di qualsiasi virtù parlasse, l’Allamano trovava sempre nel vangelo come Gesù l’avesse vissuta e proposta. È chiaro che gli veniva spontaneo ricorrere all’esemplarità del Signore, perché – come diceva – diceva: «Egli è modello di tutte le virtù» (Conf. MC, I, 282). Era profondamente convinto che «Gesù venne su questa terra per essere nostro modello» (Conf. MC, I, 417). Le sue citazioni non erano affatto forzate, anche se qualche volta lavora più con il cuore che con la ragione, in quanto nel vangelo non è possibile trovare tutti i riscontri che si vorrebbero. L’indirizzo generale della sua pedagogia era quello proposto ai giovani nella conferenza del 6 gennaio 1917: «Non solo dovete avere lo spirito di nostro Signore; ma dovete avere i pensieri, le parole, le azioni del Signore» (Conf. IMC, III, 16). Suggeriva di avere una grande devozione al Cuore «che non consiste solo nei sentimenti di amore verso Gesù, ma nell’imitare le sue virtù» (Conf. MC, III, 77). E si appoggiava all’autorità del Cafasso: «Come diceva il Venerabile: Bisogna che facciamo tutte le cose come nostro Signore quando era su questa terra. Diciamoci sovente: farebbe così il Signore?» (Conf. MC, III, 86).
Non sono da trascurare, in questo contesto, due forti influssi che hanno sicuramente spinto l’Allamano a maturare questa tipo di spiritualità. Il primo è quello di san Paolo, a motivo della sua abitudine di nominare continuamente il Signore nelle sue epistole: «L’amore ardente che Paolo aveva per il Signore! Nelle sue lettere nomina Gesù almeno 300 volte» (Conf. IMV, I, 575).
Il secondo influsso, subito dopo la S. Scrittura, è stato esercitato dal famoso volumetto del medioevo, che ancora oggi troviamo nelle librerie: “De Imitatione Christi” [L’imitazione di Cristo]. Ne conosceva molti brani a memoria, ne aveva fatto un compendio con criteri propri, ne regalava copie in quantità, senza mai cedere la sua; lo raccomandava vivamente come fonte di fervore, prescrivendone la lettura a tavola. Il motivo di questo speciale interesse va cercato nella natura stessa di questa opera ascetica, che, partendo dall’esempio di Cristo, crea e favorisce una mentalità cristologica: «ah questo libro bisogna leggerlo, rileggerlo in latino, in italiano, e anche in altre lingue; e uno si forma un corredo, non solo per la mente ma anche per il cuore» (Conf. II, 529).
A questo punto lasciamo parlare l’Allamano, che ci invita a seguire Gesù come nostro primo modello. Mi limito a riportare le sue parole dirette, senza commenti, riordinandole secondo diverse virtù e impegni.
Modello in tutto. «In questi giorni [durante gli esercizi spirituali], mediterete gli esempi di nostro Signore Gesù Cristo, che è il nostro specchio, il nostro esemplare a cui dobbiamo conformarci. […]. Bisogna fare attenzione alla voce del Signore che ci dice: “Vedi quello che ho fatto io nella mia nascita, nella vita pubblica… e poi nella morte… E quindi esaminiamoci un poco. Lo imito io nostro Signore? Lui era umile ed io sono pieno di superbia, lui era povero ed io sono attaccato alla roba. Egli era tutto caritatevole ed io sono ancora maligno con i miei fratelli. Egli pregava delle notti intere ed io mi annoio subito… E così via» (Conf. IMC, II, 715-716). «Voi lo vedete che Dio vuole che tutte le grazie passino per Gesù, nel quale si compiace. Dunque imitazione e imitazione di Gesù» (Conf. MC, II, 257).
«E come si fa a vivere di questo spirito di Dio? Col fare ogni cosa ad imitazione, sotto la dipendenza, ed in unione di N.S.G.C. - L'Eterno Padre ha mandato N. Signore in questa terra, non solo per salvarci, ma perché fosse il nostro specchio, la nostra regola, il nostro esemplare. Quindi il Signore non è venuto solo per salvare gli uomini, ma anche per essere loro modello. E’ venuto per unirsi alle sue creature. Tutte le nostre azioni, se vogliamo farle bene, bisogna farle sotto la dipendenza ed in unione di N. Signore» (Conf. MC, II, 303). «Imitiamo N. Signore; con questo mezzo non faremo a nostro capriccio, ma dipenderemo sempre da Lui. Interroghiamolo: Che cosa devo fare? Che vuoi che io faccia? E poi far proprio così, non solamente a sua imitazione, non solo dipendere da Lui, ma fare una cosa sola, affinché possiamo dire: Non sono io che vivo, ma è Gesù che vive in me» (Conf. MC, II, 304).
«Fare ogni cosa come la farebbe nostro Signore Gesù Cristo. Oh! Se pensassimo così! [Alle suore] Quando lavo i bicchieri: come farebbe il Signore? Li laverebbe bene, non romperebbe tutto… Si tratta di scopare? Il Signore guarderebbe ogni ragnatela… tutto faceva bene e per amor di Dio. Facendo le cose bene si è proposto per nostro modello: “Io sono la via, la verità e la vita”; guarda e fa secondo il modello. Se doveva morir sulla croce per salvarci poteva farlo subito, invece doveva essere nostro modello e si fece bambino e passò per tutte le età. Non dovete dire: il Signore è un modello troppo difficile: no! Quando lavorate pensate a nostro Signore. […]. S. Basilio dice: ogni azione del salvatore è una Regola. Tanto è vero che l’Eterno Padre disse che nessuno si può salvare senza essere simile all’immagine del suo Divin Figlio… Fare come S. Paolo che operava come se il Signore fosse in lui: “Vivo io, ma non io…”. Ora, se nostro Signore lavora, pensa, parla in me, per mezzo mio, bisogna che, per non fargli far brutta figura, io parli e operi bene. Dunque, per passar bene e giorno e mese e anno e tutta la vita è fare come faceva il Signore» (Conf. MC, I, 420).
«S. Paolo dice che bisogna rivestirci di N.S. Gesù Cristo. Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che bisogna lasciare tutti i nostri difetti per quanto si può con la nostra buona volontà. Chi non ha carità stia attenta, ché N. Signore ne aveva tanta. Chi non è umile, stia attenta: il Signore era mansueto ed umile di cuore. Insomma bísogna imitare le virtù di N. Signore» (Conf. MC, III, 135). «Bisogna copiare le virtù del Signore. Sta scritto: Chi non ha lo spirito di nostro Signore Gesù Cristo, non è di Cristo» (Conf. MC, III, 137; cf. 138).
«Anche noi almeno in questi santi giorni [del Natale] portiamoci a Betlemme e tratteniamoci con spirito di fede davanti al S. Presepio. Quivi impareremo, dopo adorato il Santo Bambino tutte le virtù, particolarmente la nullità dei piaceri, delle ricchezze e degli onori, ed apprezzeremo i patimenti, la povertà e l'umiltà» (Conf. IMC, III, 375; Conf. MC, II, 706). .
«N. Signore si propose a nostro esempio e ha detto: Exempluni dedi vobis [vi ho dato l'esempio]. Mi son dato a voi come esempio affinché come ho fatto io facciate anche voi. E S. Paolo disse: Imitate me come io imito N.S. Gesù Cristo: imitatores mei estote, sicut et ego Christi» (Conf. MC, III, 370).
Nel suo schema manoscritto: «Nostro Signore venne su questa terra per redimerci, ed insieme come mezzo principale farsi nostro modello. L'Eterno Padre: Quos praescivit, praedestinavit conformes fieri imagini Filii sui. Gesù: Exemplum dedi vobis, ut quaemadmodum Ego feci, ita et vos faciatis. E S. Paolo diceva: Imitatores mei estote, sicut et ego Christi. Dunque Gesù è nostro esemplare: Ego sum via, veritas et vita; e noi dobbiamo ricopiarlo in noi. In Lui habemus quem miremur, quem amemus, quem imitemur. Orbene Gesù volle essere modello specialmente di Povertà» (Conf. IMC, III, 31).
Ecco come ha detto queste idee secondo quanto ripreso da p. Alberatone: «Una cosa che voglio dirvi, ed è che questa virtù dobbiam praticarla non solo come religiosi, come cristiani, ma anche solo come uomini; tanto più poi per noi!... Basterebbe l'esempio di N. Signore. Noi dobbiamo imitarlo; è il nostro esempio. N.S. Gesù Cristo è venuto in terra non solo per salvarci, ma anche per essere nostro esempio; e l'eterno Padre ha stabilito che coloro che dovranno salvarsi si conformino a N.S. “Quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imaginis Filii sui”. Vuole che tutti quelli che devono salvarsi siano conformi al suo Divin Figlio. Egli è il nostro esemplare e noi dobbiamo essere simili a Lui.
Lui stesso l'ha detto: “Ut quemadmodum ego feci ita et vos faciatis”. Nostro Signore ci ha dato l'esempio e vuole che facciamo come ha fatto Lui. E S. Paolo dice di sé: “Imitatores mei estote sicut et ego Christi”. Siate miei imitatori come io lo sono di Gesù Cristo. Questo è uno dei principali fini per cui N.S. è venuto su questa terra e si è fermato 33 anni.
E in che cosa dobbiamo imitarlo? Egli ha praticato tutte le virtù; ma c'è una virtù che Egli ha prediletto sopra tutte le altre, e questa virtù è la povertà» (Conf. IMC, III, 34 – 35).
Modello di santità nelle cose ordinarie. «A questo fatto guarigione del sordomuto in Mc /,37] le turbe meravigliate..., esclamarono: “bene omnia fecit”, fece tutte le cose bene. Pare che, come conseguenza dell'accaduto, dovessero dire: fece cose grandi, miracolose... No, ma: “bene omnia fecit”. Con queste tre parole fecero l’elogio migliore, affermando che Gesù non solo nelle cose straordinarie, ma anche nelle ordinarie e comuni faceva tutto bene. Vediamo come veramente il Signore in tutta la sua vita fece bene ogni cosa; per poi vedere se noi pure, imitandolo, facciamo tutto bene» (Conf. IMC, II, 668). «La vostra santificazione presente consiste nel fare tutte le azioni ordinarie bene. Che cosa ha fatto il Signore nei 30 anni di vita? Bene omnia fecit, ha fatto bene tutte le cose» (Conf. MC, II, 296).
Modello per la vocazione missionaria. «E noi la nostra vocazione la stimiamo e amiamo come dobbiamo amarla? […]. Non si dice per superbia, ma voi lo sapete che lo stato di missionaria è lo stato più perfetto che ci sia. Tant'è che N. Signore se avesse sulla terra trovato uno stato più perfetto, l'avrebbe abbracciato. N. Signore ha unito la vita attiva alla vita contemplativa, ha predicato la sua santa fede, ha esercitato la carità... proprio tutto quello che dobbiamo far noi! Ora, lo stato che è più imitazione di N. Signore, che si avvicina di più -a Lui, è il più perfetto» (Conf. MC, I, 428).
Modello di preparazione alla missione e di missionarietà. «Nostro Signore venne dal cielo sulla terra per salvare le anime. […] Perciò si preparò alla divina missione con trent’anni di vita nascosta, praticando l’umiltà, la povertà,l’ubbidienza, ritiratezza… Come mai Gesù volle impiegare 30 anni per santificare, per così dire, se stesso e soli tre nella vita pubblica? Ciò per insegnarci che non bisogna aver fretta a lavorare per la salute delle anime; che prima dobbiamo santificare noi…, e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti con gran frutto» (Conf. IMC, I, 27).
«Sicuro, sta tutti lì, nell’imitazione di nostro Signore. […]. Ché, se tutti devono essere imitatori di Gesù, tanto più dovete esserlo voi, missionarie, apostole. La conversione, la santificazione degli infedeli dipende dalla vostra santità» (Conf. MC, II, 570 – 571; cf. 572).
Modello di laboriosità: «Bisogna lavorare. Ricordiamoci del Signore a Nazareth. Egli si preparava all’apostolato lavorando» (Conf. IMC, I, 52); «Lavorava e pregava» (Conf. MC, I, 309). «Il Signore appena che è stato più alto ha subito incominciato ad aiutare san Giuseppe a lavorare. E poi, quando san Giuseppe era vecchio, era lui che manteneva la famiglia. Infatti dicevano tutti: “Egli è falegname, il figlio del falegname”» (Conf. IMC, III, 36).
Modello di preghiera. «L’orazione è necessaria. […]. Gesù ce l’ha comandato e ce ne dà l’esempio: “Bisogna pregare sempre senza cessare”, “Vigilate e pregate”, Passava la notte a pregare”, Nell’agonia pregava lungamente”» (Conf. MC, I, 228). «Gesù passava le notti in preghiera e stando inginocchiato, perché imitandolo vivessimo anche noi come viveva Lui» (Conf. MC, I, 230). «Nostro Signore in Nazareth mentre lavorava pregava» (Conf. MC, I, 309).
Modello nella S. Messa. «Gesù nella S. Messa dà a noi tre lezioni; di obbedienza assoluta; - di sacrificio completo; - e di ardentissimo amore.
- Non è tanto d'ammirare nella transustanziazione il miracolo del cambiamento della sostanza del pane e del vino nel corpo e sangue di N.S.G.C.; piuttosto ammiriamo la sua obbedienza alla parola del sacerdote, che lo chiama dal Cielo in terra. Avendo Gesù dato il potere al sacerdote di celebrare la S. Messa colle parole: Hoc facite in meam commemorationem, Egli discende sui nostri altari alle parole sacramentali; e non può non obbedire alla voce che lo chiama; e riflettete: ubbidisce a tutti i sacerdoti. quante volte essi lo vogliono, ubbidisce ai santi sacerdoti, anche ai tiepidi ed anche ai cattivi e sacrileghi; obbedisce sempre ed a tutti. Che rimprovero per noi […].
- La seconda lezione di N.S.G.C. è di perfetto sacrificio di se stesso al suo Eterno Padre. Egli si è qui annientato sino alla morte per la sua sacramentale separazione del corpo e del sangue, benché realmente uniti. L'immolazione di Gesù vuole che noi lo imitiamo. […]. Gesù Cristo ci insegna una vita totale di sacrifici…
- Terza lezione è l'offerta che nella S. Messa Gesù fa di tutto se stesso a noi nella più intima unione di cibo e bevanda; e ciò fa perché noi pure ci doniamo tutti a Lui senza riserva. E noi come Gli corrispondiamo? Amore esige amore, unione unione (Conf. IMC, III, 326 – 327; Conf. MC, II, 656 – 657).
Modello di povertà: «Nostro Signore venne su questa terra per redimerci, ed insieme come mezzo principale farsi nostro modello. […]. Orbene Gesù volle essere modello specialmente di Povertà (Conf. IMC, I, 31); «L’eccellenza [della povertà] ce la mostra il Signore coll’esempio e colle parole. […].Egli ha praticato tutte le virtù; ma c’è una virtù che Egli ha prediletto sopra tutte le altre, e questa virtù è la povertà» (Conf. IMC, I, 509); «Nel discorso che ha fatto sulla montagna, per prima cosa ha detto: “Beati i poveri di spirito”. […]. La povertà è una di quelle virtù che il Signore ha insegnato di più mentre è stato su questa terra. […]. Non ci deve essere che ci spinga di più alla pratica di questa virtù che l’esempio di nostro Signore. Egli nacque povero, visse e morì povero» (Conf. IMC, III, 36). «Il Signore aveva sempre tutto quanto era in questo mondo? E in Egitto aveva sempre tutto il necessario?... […]. Gesù fu sempre povero; morì con uno straccio sulla croce; e in Nazareth?...» (Conf. MC, I, 168 – 169). «Questo esempio deve bastare a farci concepire una grandissima stima della santa povertà; tanto più che noi dobbiamo imitarlo in tutto il Signore. Il mondo gode delle ricchezze e di tutte queste cose; ma il Signore tutto al contrario» (Conf. IMC, III, 36).
«Avete letta la lettera sulla povertà? Che cosa vi deve animare all'osservanza della S. Povertà? L'esempio di N.S.G.C. S. Paolo dice: Quelli che il Signore colla sua previdenza ha visto che si salverebbero, volle che fossero conformi a suo Figlio. Il Signore ci dice: Io vi do l'esempio; e S. Paolo: Guardate di essere imitatorí di me, come io sono di N.S.G.C. Gesù ci è modello in tutto... e venne per essere nostra norma. In che cosa ci diede per prima l'esempio? Nella po- vertà: la povertà non essendo in Paradiso, Gesù venne a cercarla in terra (S. Bernardo) e se la prese per sua compagna e sposa durante tutta la vita. Poiché N. Signore era ricco si è fatto povero, e non c'è virtù più della povertà della quale ci abbia dato l'esempio. Gesù fu povero in nascita: Pauper in nativitate, pauperior in vita, pauperrimus in morte: povero nella nascita, più povero in vita, poverissimo in morte. Se N. Signore ha amato tanto la povertà, l'ha praticata, è segno che è una cosa ben importante! Il motivo principale per osservare quella lettera è l'esempio di N. Signore» (Conf. MC, II, 12-13).
«Nostro Signore aveva sempre il necessario? Incominciò dalla nascita fino alla morte a mancare del necessario. A Betlemme mancava di fuoco, e sulla croce morì nudo; era necessario che fosse almeno vestito!... E lungo la sua vita apostolica che cosa aveva? Egli diceva: La volpe ha la sua tana, ma il Figlio dell'uomo non sa dove posare il capo. E dietro questo esempio dobbiamo anche noi essere rassegnati e contenti» (Conf. MC, II, 370; cf. 375).
Modello di obbedienza. «L’obbedienza è la madre di tutte le virtù. Basta l’esempio di Gesù» (Conf. IMC, I, 43). «Il Signore stimò tanto la virtù dell’obbedienza che “si fece obbediente fino alla morte”» (Conf. IMC, I, 15). «Non tutti sanno apprezzare i beni dell’ubbidienza e ben pochi intendono quelle parole di nostro Signore dette a tutti quelli che vogliono seguirlo nella via del Paradiso, cioè salvarsi “chi vuol venire dietro a me… “; non tutti capiscono il valore dell’ubbidienza, per cui il Signore Gesù Cristo. “discese dal cielo” e, come dice S. Bernardo, “preferì perdere la vita, che l’ubbidienza”» (Predica ai seminaristi diocesani, archi. Postulazione).
«Allora ho detto: Ecco io vengo – poiché di me sta scritto sul rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà (Eb 10,7) Queste parole sono il compendio di tutta la vita di nostro. Signore Gesù Cristo su questa terra. […]. Gesù sia cogli esempi che coi detti dichiara che non c’è altra strada per salvarsi che quella di fare la volontà di Dio, dell’eterno Padre. Su questa terra Egli ha sempre fatto la volontà di Dio, mai la propria […].Basta leggere il S. Vangelo per vederlo: a tutte le pagine si trova che faceva la volontà del suo eterno Padre» (Conf. IMC II, 810. «Egli diceva: “Questa volontà io la posi nel mio cuore. È il mio cibo”. Il cibo si mangia, entra nel sangue, va a nutrirci, resta una cosa sola. Così la volontà di nostro Signore era di fare quella del suo Eterno Padre. Ecco, uniformarci è come il cibo che si trasforma in sangue» (Conf. MC, II, 407; cf. 410). «Nostro Signore ci diede l’esempio di perfetta ubbidienza» (Conf. MC, I, 488). «Essere sempre obbedienti dal mattino alla sera, e non solo alle occasioni… vada tutto quel che vuole, ma non l’obbedienza. Nostro Signore a preferenza fi disobbedire all’Eterno Padre, morì» (Conf. MC, II, 268).
Modello di distacco dalla propria volontà. «N.S.G.C. che cosa è venuto a fare se non la volontà del suo Eterno Padre? Ecce venio ut faciam voluntatem tuam [Ecco, vengo per fare la tua volontà] (Salmo 39, 8-9). Il Signore poteva dire: Vengo per pensare agli uomini, per salvarli ecc ... ; invece no; Gesù volle eseguire volontariamente la volontà del Padre; Non mea voluntas, sed tua fiat [non la mia volontà, ma la tua si faccia]; e Gesù non fece mai quanto gli piaceva, ma ciò che voleva l'Eterno Padre. Persino là nell'orto, all'amaro calice che gli veniva offerto, alle parole: “ Se è possibile passi da me questo calice ”, aggiunse subito: “ Però non la mia, ma la tua volontà sia fatta ”.
Mi pare che per animarci a combattere la volontà dovrebbero bastarci le parole del S. Vangelo: Chi vuol venire dietro di me, abneget semetipsum [rinneghi se stesso]» (Conf. MC, I, 487).
Modello di pazienza. «Il Signore in tutto ciò che ha sofferto ha dimostrato pazienza» (Conf.IMC, II, 167).«È stato sulla croce 33 anni. È uno sproposito paragonare quello che ha sofferto il Signore coi nostri mali. […] Per avere la pazienza, uno sguardo al Crocifisso che ha sofferto tanto per noi» (Conf. IMC, II, 168,169).
Modello di mitezza, mansuetudine. «Questa virtù ha tanta importanza che S. Paolo la chiama virtù distintiva di nostro Signore: “Vi imploro per la mansuetudine di Cristo”. Basta leggere il S. Vangelo per vedere come Gesù amasse e amasse a praticasse la mansuetudine. I giudei lo dicono indemoniato, ed Egli si contenta di rispondere alla bestemmia col dire semplicemente: “Io non ho un demonio”. Nella passione tace, e se parla vedete quali parole miti: “Perché mi percuoti?...”. Quanta mansuetudine colla Samaritana, coll’adultera, colla Maddalena, cogli Apostoli rozzi e ignoranti, con S. Pietro dopo il peccato, che mai glielo ricorda, e con lo stesso Giuda, che chiama amico nell’atto stesso che lo tradiva» (Conf. IMc, II, 143). «Gesù ha dimostrato mansuetudine nel modo di trattare con le gente» (Conf. IMC, II, 165).
«I cristiani come seguaci del Signore debbono avere questa virtù. […] Dunque impariamo. S. Gregoria Magno dice di porci dinnanzi gli esempi di nostro Signore» (Conf. IMC, II, 161, 163). «”Non sapete di che spirito siete” ha detto il Signore agli Apostoli quando volevano chiederre il fuoco dal cielo su quella città che non li aveva ricevuti: “Non capite che spirito ho io e che voglio che abbiate anche voi… Il Signore ha sempre avuto questa mansuetudine» (Conf. IMC, III, 497). «Preghiamo il Signore, diciamogli sovente: Gesù mite ed umile di cuore, fa il mio cuore simile al tuo. E poi calma in ogni cosa» (Conf. IMC, II, 164). «S. Alfonso dice che nostro Signore vuol essere imitato più nella mansuetudine che nell’umiltà, perché la mansuetudine aiuta l’umiltà» (Conf. MC, II, 463). «Imparate da me che mite ed umile di cuore. Non solo pregare, ma imitare» (Cnf. MC, II, 609).
Modello di umiltà. «Il Signore non aveva bisogno di umiliarsi e s’è umiliato» (Conf. MC, II, 639). «Quando andò a morire, gli Angeli non han mica gridato: È un innocente! No, il Signore andò a morire come un malfattore comune» (Conf. MC, II, 641). «Lo stesso Signore Gesù ci è di modello in questa virtù, che da Santi Padri è detta “virus Christi” [virtù di Cristo]. Egli solamente è umile. Si dimostrò umile nelle parole, nei fatti, e quel che è più nell’affetto alle umiliazioni» (Conf. IMC, I, 252). «L’umiltà è la sua virtù caratteristica, e difatti egli ce la propone per imitare: “imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore”» (Conf. IMC, I, 276).
«Il Signore che cosa ha detto? Forse: imitate me a far miracoli, a guarire infermi, a risuscitare i morti? No, non l’ha detto a nessuno, perché non potevano ubbidire, ma ha detto: “Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore”» (Conf. MC, I, 158; cf. III, 159, 162, 164). «Prima di tutto, noi dobbiamo essere umili per imitare Gesù., che fu il vero umile. […] Quando noi ci umiliano, ci facciamo solo quali siamo veramente; invece Gesù, umiliandosi, si abbassò sotto quello che era, perché Egli era Dio» (Conf. IMC, I, 369). «Il Signore “exinanivit semetipsum”. La parola “exinanivit” vuol dire farsi piccolo”; vorrei che la ricordaste bene. È lui stesso che si è abbassato, non un altro, e di sua spontanea volontà. Il Signore vuole che lo imitiamo nell’umiltà. […]. Domandiamo perciò al Signore di essere umili» (Conf. IMC, II, 445, 446).
«Il Signore, che era Dio, si è annientato, si è fatto piccolo, ha preso la forma di uomo: tutto per noi… Si che è umiltà questa! Si umiliò fino alla morte, ed alla morte di croce. Non fu umiliato da un altro, ma Egli stesso si umiliò. […]. L’umiltà di Dio, sì che è umiltà. Da quel che c’è di più alto a quel che c’è di pèiù basso… tutto ciò che potè umiliarsi, umiliò se stesso. Quando si pensa a questo… se c’è un esempio di umiltà è questo!» (Conf. MC, I, 253 – 255). «Il Cuore di Gesù ci dice di essere umili non solo a parole, ma di fatto» (Conf. MC, I, 386).
« Dice S. Ignazio: Se potessimo vivere su questa terra con la salute, con l'onore, con tutto il necessario, oppure con poca salute, pochi denari, molte umiliazioni, ebbene, per imitare N. Signore, noi dovremmo scegliere quest'ultima, anche se si rendesse a Dio lo stesso onore, la stessa gloria. Cercare di imitare N. Signore; Egli avrebbe potuto fare una vita gaudente, felice, e redimere lo stesso il genere umano, ed invece ha preferito i patimenti, le umiliazioni. […]. Questo sarebbe il terzo grado di umiltà: accettare umiliazioni, patimenti, tutte le traversie di questa vita, ed anche desiderarle, montare su un po', e per questo la grazia di Dio ci aiuta. Gesù è venuto su questa terra per essere nostro modello; il Padre Eterno vuole che ci conformiamo al Signore se vogliamo andare su in Paradiso. Tutta la vita di N. Signore fu di povertà, di ignominia, e noi vogliamo camminare per altra strada? Se non arrivano i secolari a questo grado, arriviamo almeno noi che siamo religiosi» (Conf. MC, II, 623 - 624)..
Modello di sacrificio, penitenza, mortificazione, distacco. «Il Signore ha patito per redimere i nostri peccati, sì, ma anche per darci un esempio» (Conf. MC, II, 547). «Nostro Signore digiunò 40 giorni. Ecco il nostro modello» (Conf. IMC I, 111). «S. Bonaventura dice: “Se vuoi, o uomo, progredire di virtù in virtù, di grazia in grazia, medita ogni giorno la passione del Signore”. […]. Dunque: “La passione del Signore Gesù Cristo sia sempre nei vostri cuori”, come dice S. Paolo”»
(Conf. IMC, III, 209). «Il Signore Gesù, raccolti gli Apostoli, disse loro: “Ecco saliamo a Gerusalemme…il Figlio dell’uomo sarà preso… e là lo uccideranno”. Quale fu l’effetto di queste parole? Lo dice S. Luca che essi non capirono nulla. […]. Grande lezione per noi, che dopo tante meditazioni sui dolori di Gesù e sul dovere che abbiamo di seguirlo per la strada del sacrificio, non comprendiamo questo spirito» (Conf. IMC, III, 291).
«Tutta la vita di nostro Signore fu una croce e dolore continuo. Volere o no, la nostra vita è seminata di dolori e patimenti, da cui nessuno va libero. Gesù disse ai suoi seguaci: “Prendi la tua croce e seguimi”. Non c’è altra strada per arrivare alla gloria che l’imitazione di Gesù paziente» (Conf. IMC, III, 324; cf. Conf. MC, II, 653). «Imitare nostro Signore Crocifisso, questa è la strada regia che ci conduce in Paradiso» (Conf. MC, II, 654). «Il pensiero del Crocifisso ci sosterrà nelle pene, nell’incorrispondenza delle persone. Si Paolo era innamorato del Crocifisso: “Vivo io, ma non io, perché vive in me Cristo…”. Il ricordo della Passione deve stare a cuore al missionario» (Conf. IMC, III, 672). «Il Signore ha sofferto tanto [durante la settimana santa] e noi siamo qui tranquilli. Bisogna fare tutti i sacrifici che ci sono permessi, e quelli piccoli sono tutti permessi» (Conf. MC, II, 550).
«Quando uno non ha più attaccamento a niente, nemmeno alle minuzie, va bene. Così si può imitare nostro Signore. Egli era attaccato a niente» (Conf. MC, II, 545). «[S. Teresa] capiva che per uniformarsi di più a nostro Signore bisogna imitarlo nel patire. Nostro Signore ha patito in tutta la sua vita e S. Teresa vedeva che non c’era altra strada…» (Conf. MC, II, 667).
Modello di pietà filiale e di distacco dai parenti. Gesù [smarrito a Gerusalemme] ci diede una lezione importantissima, specialmente a noi Religiosi e missionari. Ci insegnò e comandò una santa crudeltà verso i nostri parenti. Egli è modello di tutte le virtù, e però anche della pietà filiale, di cui diede prova luminosissima stando soggetto ed ubbidiente a Maria SS. ed a S. Giuseppe sino a trent’anni: “era loro sottomesso”. Questa volta si allontana da loro, senza dir loro nulla, ben sapendo il dolore che avrebbe loro cagionato pel timore di averlo perduto per propria colpa. Per darci l’esempio di distacco e di santa durezza verso i nostri parenti. E questo quando i parenti sono di ostacolo a seguire la volontà di Dio e di tendere alla perfezione; ma anche quando come Maria e Giuseppe non vi si opporrebbero» (Conf. IMC, II, 478; MC, I, 282). «Vedete, questo fatto del Vangelo è sempre una lezione per noi. Nostro Signore sapeva bene distinguere le cose, quelle del mondo e quelle che erano del suo eterno Padre. Così noi, bisogna che distinguiamo bene quello che riguarda Dio e quello che riguarda il mondo» (Conf. IMC, II, 480; cf. Conf. MC, I, 285; II, 468).
Modello di cura della chiesa. «Due volte pare che nostro Signore abbia perduto la pazienza, la mansuetudine (non l’ha mai perduta, l’ha sempre praticata da principio alla fine, ma in queste due volte pare a no che l’abbia perduta) ed è quando ha cacciato via dal tempio tutta quella gente. […]. Ora vedete se il Signore dava tanta importanza al tempio dei Giudei, ed ha castigato così severamente coloro che lo profanavano, e là c’era solo l’arca… tanto più castiga coloro che commettono irriverenze nelle nostre chiese. […]. Proponiamo di avere una vera venerazione di anima e di corpo non solo alla nostra cappella, ma anche a tutte le chiese. E se vediamo che una chiesa è mal tenuta, bisogna che ci rincresca e compensare con l’affetto del cuore» (Conf. IMC, II, 788-789).
Modello di pianto per i peccati. «Il Signore Gesù, nel suo ingresso a Gerusalemme: “Vide la città e pianse…”. A dire di Da Ponte, pianse su Gerusalemme per tre ragioni: per la sua ripugnanza agli onori che gli facevano; non per la sua prossima Passione, ma per l’ingratitudine di Gerusalemme e per i mali materiali e spirituali che le sarebbero venuti; pianse pure per i peccati nostri di tutti i tempi in avvenire, ed in particolare di me. Ad imitazione di Gesù anche noi dobbiamo piangere non solo colle lacrime esterne, ma nel cuore col dolore e la contrizione. E ciò per i peccati propri, per i peccati che si commettono nel mondo e sulla Passione del Signore» (Conf. IMC, III, 315).
Modello di fortezza e costanza. «Il Signore è nemico delle mezze volontà e queste non riusciranno a nulla. Specialmente per il missionario è necessaria la costanza; è un carattere suo proprio» (Conf. IMC, I, 104).
Modello di modestia. La modestia riguarda tutte queste cose; leggete la predica del Ven. Cafasso, leggetela bene. N. Signore non camminava da cavalas [cavallaccio], senza garbo ... ; faceva le cose con garbo. La modestia, dice il Venerabile, si può applicare dalla punta dei capelli fino all’estremità dei piedi. S. Paolo che voleva assomigliare tanto a N. Signore diceva:Io son confitto alla croce di N. Signore e quindi non son più io che vivo, è N. Signore che vive in me» (Conf. MC, III, 338 – 339).
Modello di carità, amore. «Gesù dimostrò carità generosa nei tre anni, stanco non sapeva dove posare il capo, affamato diceva: “meus cibus est…”» (Conf. IMC, I, 27). «Nella S. Messa Gesù fa di tutto se stesso a noi nella più intima unione di cibo e bevanda; E ciò fa perché noi pure ci doniamo a Lui senza riserva. E noi come Gli corrispondiamo? Possiamo noi dire in ogni Comunione: il mio diletto si dà tutto a me, e con S. Paolo: vivo io, non sono più io che vivo, ma vive in me Gesù Cristo» (Conf. IMC, III, 327).