
In occasione della beatificazione, anche con la scelta della data, la Chiesa ha ufficialmente riconosciuto che l’Allamano è stato un insigne educatore di sacerdoti e di missionari. Lui stesso ha avuto la coscienza, fin dal primo anno della fondazione dell’Istituto, di avere questo carisma: «Sono io, e chi vi pongo io a guidarvi, che dovete solamente ascoltare […]. La forma nell’Istituto è quella che il Signore mi ispirò e mi ispira» (Conf. IMC, I, 15). Queste parole sono forti e fanno capire come il Fondatore considerasse questo impegno una “responsabilità” personale affidatagli da Dio stesso, con il compito di trasmetterla, in modo che diventasse carisma dell’Istituto. E tutto realizzato in clima di famiglia, con grande amore, come lui stesso confidava: «Il Signore avrebbe potuto scegliere un altro a fondare questo Istituto, uno più capace, con maggiori doti, con più salute, ma uno che vi amasse più di me…non credo» (D. Ferreo, IV, 494). Anche nel processo di beatificazione, i testimoni hanno colto bene questa caratteristica dell’Allamano e ci hanno trasmesso sue espressioni molto significative.
Anzitutto, per i sacerdoti del convitto ecclesiastico mirava ad una formazione integrale: «Voglio che si persuadano – e lo dico loro – che non sono in Convitto solo per studiare la morale, ma che sono per formarsi alla pietà e allo spirito ecclesiastico» (p. D. Ferrero, IV, 456). Quando, per seri motivi, doveva riprendere qualcuno, concludeva incoraggiando: «Là! Ora mettiamo una pietra su tutto…Si metta d’impegno, e procuri di essere un buon sacerdote…» (can. G. Cappella, I, 194). Per le conferenze formative ai convittori si preparava diligentemente e valorizzava la pedagogia dei modelli: «Scrivo così quando mi vengono dei pensieri che fanno a proposito. Quando vado e torno da S. Giovanni (la cattedrale), penso a queste cose; tornato a casa prendo appunti. Così per domani sera (giovedì) ho già pensato di parlare loro dello spirito ecclesiastico. Darò la spiegazione dello spirito ecclesiastico e poi dirò, che più che definirlo, si può meglio descriverlo vedendolo in un sacerdote che lo possiede. Mons. Gastaldi diceva agli esercitandi: “Supponete un poco di vedere un giorno sul piazzale (di S. Ignazio) Don Cafasso e il Teol. Guala passeggiare colla pipa in bocca! Non credereste a voi stessi, perché non vi parrebbe vera una tal cosa in quegli uomini…”» (p. D. Ferreto, IV, 457).
Per la formazione dei sacerdoti diocesani e dei missionari seguiva il metodo educativo di Don Bosco: «Meglio non lasciarla piegare la pianta, che dover poi studiare di raddrizzarla, perché tale operazione lascia sempre un reliquato, cioè i segni della deviazione e del taglio operato» (can. G. Cappella, I, 193). «È meglio impedire gli inconvenienti che essere obbligati a rimediarvi dopo». (p. G. Gallea, III, 132).
A tutti proponeva l’impegno, la serietà e la retta intenzione: «Non è stando neghittosi che si acquista meriti dinanzi a Dio, ma dimostrando buona volontà nell’adoprarsi al lavoro per la gloria di Dio, e per il bene delle anime. Poiché il Signore premia la buona volontà e non il successo» (Baravalle, IV, 65).
Consigli per i formatori. A p. G. Nipote nominato maestro dei novizi: «Procura di dire a tutti ogni giorno una buona parola – Raccomanda ogni giorno ogni tuo soggetto al suo Angelo Custode. Prega ogni giorno per ciascuno e per tutti i tuoi soggetti» (mons. G. Nepote, II, 706). A p. G. Gallea, nominato assistente mentre era ancora chierico: «Fa pure tranquillamente. Ora la grazia dell’assistente l’hai tu» (p.G. Gallea, III, 75). A p. L.. Sales animatore vocazionale: «Sta attento a non entusiasmarli poeticamente…» (p. L. Sales, III, 356).
Comprensivo e realista. Ad un novizio che aveva dimesso disse: «Senti, se mi prometti di non portarmi disturbo nell’Istituto, ti permetto di rimanere fino a che tu abbia ultimato i tuoi studi» (sr. Emerenziana, II, 560). Non riaccettò un seminarista mandato via dall’Istituto e ritornato piangendo con il padre: «Sentivo come il cuore a pezzi, ma non cedetti, perché non dovevo cedere» (p. L. Sales, III, 440). A tutte le raccomandazioni per i militari aggiungeva: «Se poi avrai bisogno di qualche cosa, scrivimelo liberamente» (mons. G. Nepote, II, 742). Ad un missionario che aveva lasciato il sacerdozio, «Guarda che firmando questa dichiarazione, firmi una grave accusa per il giorno del giudizio! Ad ogni modo ricordati che qui hai sempre un padre pronto a riceverti» (p. G. Gallea, III, 133).
Quando il direttore di casa madre ha suggerito di inginocchiarsi per baciargli la mano, egli rifiutò: «perché io temo che aumentando i segni esterni di rispetto, diminuiscano quelli di confidenza. Io preferisco che mi continuiate la vostra confidenza a tutti questi segni esterni» (p. D. Ferrero, IV, 486).
Verso i coadiutori aveva un atteggiamento paterno: «Poveretti, hanno minori soddisfazioni degli altri, e maggiori fatiche! Bisogna adunque trattarli con molto riguardo…”» (sr. Giuseppina Tempo, I, 474).
Padre ed educatore sempre. Di fronte alla prospettiva di dover lasciare santuario e convitto per le pretese degli Oblati di Maria Vergine di rientrarne in possesso: «Se ciò dovesse accadere, col Can. Camisassa cercheremo un modesto appartamento nelle vicinanze del Duomo, e continueremo ad aiutarvi come abbiamo fatto per il passato» (I, 366, P. T. Gays).
EDUCATORE DI MISSIONARIE
L’Allamano ha usato la stessa cura e gli stessi metodi per la formazione sia dei missionari che delle missionarie. Sicuramente sentiva l’identica responsabilità personale di comunicare alle figlie, nate dieci anni dopo, lo spirito che stava comunicando ai figli. Li ha voluti formare allo stesso modo perché, nei suoi progetti, dovevano collaborare nella missione. Ovviamente teneva presente che la psicologia femminile non è identica a quella maschile, per cui il suo approccio educativo con le missionarie ha delle sfumature molto appropriate e simpatiche. Come questa, per esempio:«Ho notato che a Roma ci stimano troppo, mentre non siete altro che quattro fanfaluche». «Meglio pensino bene anzi che male di noi» (sr. Maria degli Angeli, IV, 193).
Anche alle figlie era affezionato e non aveva difficoltà ad esprimerlo: «Il sangue di un padre non è acqua» (sr. Chiara, II, 873). «Vedi, dopo qualche giorno che voi siete entrate nell’Istituto, io vi considero come mie figliole. Perciò , soffro immensamente quando sono obbligato a dimetterne qualcuna dall’Istituto stesso» (E mentre così parlava, gli spuntavano negli occhi le lacrime) (sr. Emerenziana, II, 560).
Padre ed educatore fin dal primo incontro. Ecco un’esperienza: mi disse: «Ebbene, vuoi farti santa?». E dopo avermi accettata: «È davvero una bella grazia che ti ha fatto la santa Madonna! Vai a ringraziarla». Riguardo al corredo: «Stai tranquilla, la Provvidenza ci penserà». Dopo essere stato disturbato durante il coro dalla stessa suora: «Oh! Non fa niente, non fa niente! Siamo qui per questo» (sr. Giuseppina Tempo, I, 383).
Un educatore attento e che incoraggia: «Ti dico queste cose non perché tu ti disanimi, ma perché tu prenda coraggio e dica a te stessa: Dio solo! Dio solo! – Lo dici mai: Dio Solo? – Guarda, ripeti tre volte: Dio solo…e basta». E dopo aver sentito risposta affermativa: «Ecco, questo è quello che desidero io: che ti produca questo effetto» (sr. Giuseppina Tempo, I, 419). Alla suora che gli aveva confidato una pena: «Hai fatto bene! Se potessi interrogherei tutti ogni settimana per conoscere bene l’andamento della comunità» (sr. Emerenziana, II, 542). Per confortare: «Pur con questo ti potrai ancora fare santa!» (sr. Emerenziana Tealdi, II, 580). «Tu, da sola non sei capace, ma tu con Gesù ci riuscirai». Un suo slogan per infondere fiducia: «Dio, ed io» (sr. Emerenziana, II, 557).
Principi educativi per la vita. Anzitutto occorre semplicità: «Se abbisognate di qualche cosa andate dalla Superiora a manifestare sinceramente le necessità» (sr. Emerenziana, II, 542). Guai alle doppiezze: «Non va bene. È un difetto delle comunità. Voglio in comunità spirito lindo netto e chiaro; il vostro parlare sia come dice il Vangelo: Sì, sì, no, no;…la spia non la voglio; non ho mai interrogato uno per sapere di un altro!» (sr. Chiara, II, 882). Non era d’accordo che si desiderassero doni speciali, quali rapimenti ed estasi. «Perché le cose di cui siamo certi come Dio, ecc…. non abbiamo bisogno di vederle con i nostri occhi. Siamo beati appunto perché crediamo senza vedere» (sr. Maria degli Angeli, IV, 204). «Dalle piccole cose si va alle grandi, sia nel bene che nel male» (sr. Maria degli Angeli, IV, 227).
La missione è il punto di partenza per la formazione. Non diede le suore per un asilo: «Se non si sta più che attenti, si sviano i fini delle Istituzioni; io le ho fondate per i neri d’Africa e non per gli altri scopi» (I, 362, P. T. Gays). Non voleva che andassero in missione coi voti perpetui: «Non voglio che siate forzate a rimanere in missione prima che abbiate provato» (sr. Maria degli Angeli, IV, 183).. Circa l’impegno di comportarsi in modo dignitoso durante la preghiera: «Gli indigeni faranno secondo il vostro esempio» (sr. Emerenziana, II, 551).
Consigli alle collaboratrici nella formazione: «Adesso correggila pure…non lasciargliene passare nessuna; ma…non schiacciarla. Falle sempre conoscere quando sbaglia…Così pure non stancarti mai, batti per la semplicità, e se dimostrano durezza, fa subito vedere che sono superbe…» (sr. Chiara, II, 813). «No, tu devi essere disposta a dirmi tutto, ma qualche cosetta che non implica né la comunità, né la vocazione delle consorelle, devi tenerla per te; e le Suore debbono sapere che tu sai mantenere il segreto, altrimenti non avrebbero più confidenza» (sr. Chiara, II, 815). Alla proposta che due suore che avevano bisticciato si presentassero a lui per chiarificarsi: «Questo non lo farò mai, ricordati; non è il mio sistema» (sr. Chiara, II, 882).
Uno sguardo più ampio riguardo l’accettazione di vocazioni provenienti da altre regioni: «Temevo che la diversità di carattere fra le settentrionali e meridionali fosse un ostacolo alla convivenza, massime in Missione. Invece siete così di tutte le parti» (sr. Giuseppina Tempo, I, 407). Per la promozione vocazionale: «Noi non andiamo a cercare le postulanti per Torino […]; le vocazioni le otterremo anzitutto con la preghiera e col buon esempio. Quest’anno vi è necessità di vestizioni e di professioni…che importa? Prenderemo quando il Signore ci manda; segno che il Signore, se siamo pochi, vuole quel tanto di bene e non di più» (II, 853, Sr. Chiara)
La sua conclusione: «Preferisco dodici suore di buon spirito a cinquanta di spirito mediocre» (sr. Emerenziana, II, 542).