SPUNTI PER RIFLESSIONI

 

 

«TANTO PIÙ COME MISSIONARI»

1. La vocazione missionaria, per l’Allamano, è la più perfetta: «La vocazione del missionario è sublime perché è la continuazione della stessa Missione di N. S. Gesù Cristo, di quella degli Apostoli e dei santi missionari che vi precedettero. Questa vocazione vi eleva sopra i cristiani, i religiosi e gli stessi sacerdoti dei nostri paesi, ai quali non è dato di fare conoscere ed amare Dio da tanti che mai l’avrebbero potuto conoscere ed amare» (Lett., V, 408-409; Cf. Conf. MC, I, 428).

2. Ne consegue che la “santità di vita” è un’esigenza per il missionario, facendo parte della sua identità: «Bisogna che procuriate di essere tutti della terza classe, quella dei generosi che non escludono niente, di quelli che ho detto domenica, poiché quello che ho detto domenica scorsa mi veniva proprio dal cuore, l’avevo meditato prima, ed ho creduto di dire il vero, ed è vero» (Conf. IMC, II, 204. [200]). «E quale dev’essere questa santità (del missionario)? Maggiore che quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, più distinta che quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionari dev’essere speciale, anche eroica ed all’occasione straordinaria da operare miracoli». (Conf. IMC, I, 616-617).

3. Alcuni suggerimenti particolari, che implicano un “di più” per il missionario:

- Circa la formazione: «Quello che (nelle istruzioni del Cafasso) leggete riguardo al Sacerdote, triplicatelo riguardo al Missionario» (Conf. IMC, I, 240).

- Circa la preghiera: «Il nostro Ven. Cafasso del Sacerdote, e noi diciamo tanto più del Missionario, diceva che doveva essere un uomo di preghiera […]. Un sacerdote se non fa molta orazione, non è vero Sacerdote. E un missionario? Che volete che possa fare uno che non conosca nemmeno il mezzo che l’aiuti a tenersi unito a Dio?» (Conf. IMC, II, 417-418). «Abbiamo bisogno di pregare molto, anche ed appunto perché siamo missionari» (Conf. IMC, III, 722).

- Circa lo spirito di sacrificio: «Un missionario che non abbia l’abitudine, lo spirito di mortificazione, non può niente» (Conf. III, 635). «Terzo ricordo (ai partenti): spirito di distacco…”Ma! Mi direte, che ci siamo distaccati dai parenti, da questa casa […] da tutti!…”, lo so! Ma fate ancora di più…Distaccatevi anche da voi stessi, da tutte le comodità, e da tutte le piccole miserie. Il Signore penserà sempre a voi, come ha pensato allora agli Apostoli, quando li ha mandati a predicare “sine pera”, senza niente» (Conf. IMC, III, 498). «Ora se è tanto necessaria la vita di sacrificio per i semplici sacerdoti, che diremo dei missionari?» (Conf. IMC, I, 111-112). «Se un cristiano non deve cercare le comodità, tanto più non deve cercale un missionario» (Conf. IMC, III, 18). «Eppure è vita di sacrifici la nostra, come uomini, come cristiani, come religiosi, come sacerdoti e più come missionari» (Conf. IMCIII, 291).

- Circa la mansuetudine: «L’esperienza prova che i nostri missionari fanno del bene in quanto sono mansueti» (Conf. IMC, II, 159). «Ah, quanto è necessaria [la mansuetudine]. Non se ne ha mai abbastanza. E quando dovremo avere questa mansuetudine? Sempre e con tutti […]. Allora il Signore benedirà le vostre fatiche (Conf. IMC, III, 497). «La nostra Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati» (Conf. IMC, III, 414).

- Circa la concordia nell’apostolato: «Altro carattere del lavoro di missione è la concordia. L’unione di mente e di cuore mentre rende leggera la fatica, fa la forza ed ottiene la vittoria. Guai al missionario che tenace del proprio giudizio non sa rinunziare alle proprie viste per accettare cordialmente quelle della maggioranza dei compagni e più ancora quelle dei superiori» (Lett. V, 410).

- Circa la consacrazione religiosa: «Dovremmo avere per voto di servire alle Missioni anche a pena della morte. Dovremmo essere contenti di morire sulla breccia… Quando farete i voti ricordatevi che in mezzo ai tre voti c’è pure questo quarto voto…» (Conf. MC, I, 434).

4. Ecco la conclusione: ognuno può sentire come rivolte a sé le parole del Fondatore: «Permane in vocazione qua vocatus es; la quale supera ogni altra, perché battuta da N.S.G.C.» (Lett., VIII, 451); «Diceva un Vescovo […]: “chi avvicinandosi a Pasqua non si sente infervorato nella vocazione non ha vocazione da sacerdote”, ed io aggiungo: tanto meno da Missionario. Non dire: “Io non sento”. Guarda di sentire: scuotiti e prega» (Conf. IMC, III, 709).

 

SENZA ENERGIA NON C’È MISSIONARIO

Di sicuro il Fondatore voleva gente energica, forte, impegnata, che non si abbattesse facilmente. Ecco la sua convinzione di fondo: «L’energia è una dote necessaria, caratteristica, indispensabile al missionario. Il missionario che non ha energia e non l’acquista non è un vero missionario; vada a nascondersi» (Conf. IMC, III, 410). Questa convinzione è stata espressa in tanti modi, recepiti e tramandati nei due Istituti. Ecco i principali: «Fortezza, allora saremo missionari in regola» (Conf. IMC, III, 669). «Chi spera nel Signore è come una montagna di fortezza» (Conf. MC, II, 447). «Dunque, ci vuole energia: il Paradiso non è per quelli molli» (Conf. MC, II, 499). «Ah! I mulanciù (caratteri senza energia)…quella roba lì non la voglio; che cosa fa quella roba lì? Imbroglia» (Conf. MC, III, 126; cf. anche 214). «Chi non ha energia è inutile che venga a farsi missionaria» (Conf. MC, III, 317). «Ci vuole energia, sempre energia, costi quel che vuole» (Conf. MC, III, 361). «Il missionario abbia energia» (Conf. IMC, III, 435).«Questa è la casa dell’energia» (Conf. MC, III, 328).

Quando parla di “energia” il Fondatore si ricollega alla “fortezza”, dono dello Spirito, e comprende anche quelle virtù che rendono il missionario attivo, deciso, costante, tutto d’un pezzo: «Per fare un vero missionario ci va spirito e volontà, perpetua costanza ed equilibrio di spirito» (Conf. IMC, I, 61). «La prima dote del missionario (ce ne sono molte altre) è l’energia, la costanza. Ah! Quell’uguaglianza d’animo! Non un giorno tutto entusiasmo, un altro tutto fiacco. Non essere testardi, no, ma una volta conosciuto che una cosa è di dovere, andar sino in fondo» (Conf. IMC, I, 161). «Quello che avreste voluto fare, fatelo adesso, incominciare con energia […]. Certa gente vivo sempre di “farò…farò…cras…cras (domani)…” che brutta parola! Oggi, adesso, adesso, in questo momento. È questo che bisogna proporre» (Conf. MC, II, 690; cf. anche MC, III, 25). E questa decisione porta alla generosità estrema, fino al martirio: «Abbiamo bisogno della fortezza che ha fatto i Martiri» (Conf. IMC, III, 685). «Fortezza è quell’energia soprannaturale, è ciò che sostiene per vincere tutte le difficoltà fino al sacrificio. Senza il dono della fortezza i martiri non avrebbero potuto resistere» (Conf. MC, II, 87; cf. anche 89). «Fortezza d’animo […] da sopportare il martirio; ma ricordatevi: questa è una grazia che il Signore concede a quelle anime generose nel compiere i piccoli sacrifici» (Conf. MC, I, 482; cf. anche Conf. IMC, I, 20). «La missionaria deve possedere in alto grado la fortezza, la quale è quella virtù che la renderà sempre vittoriosa nelle lotte che vengono ad assalirla e tenteranno di abbatterla» (Conf. MC, I, 41). «Questo l’ho sempre detto a tutte. Chi non ha energia è inutile che venga a farsi missionaria perché corre il pericolo di non adempierei doveri del proprio stato. Ci vuole energia in tutto» (Conf. MC, III, 317). «Santità vuol dire fermezza; ci vuole una santità energica» (Conf. MC, III, 154; cf. anche 152, 206, 325, 527).

Il Fondatore insiste sulla “fortezza” proprio perché intende formare missionari e missionarie.

Nella sua mente, c’è un rapporto diretto tra missione e fortezza: «Senza energia non c’è Missionario» (Conf. IMC, I, 206). «Fortezza nel vincere le difficoltà, nel prepararvi con la disciplina e poi per lavorare bene nelle Missioni» (Conf. IMC, I, 163). «Se questo dono (della fortezza) è necessario nei Diaconi in genere, l’è tanto più nei Missionari» (Conf. IMC, I, 164). «Dunque energia; senza energia non farò bene in Africa; non vi è da fare cose poetiche, no, bisogna cominciare a lavorare adesso! Energia grande. Trovo lungo il Rosario? Coraggio! O per un po’ di maluccio? Su, non essere molli! […] E chi non l’ha qui non l’avrà laggiù. Volontà di ferro» (Conf. IMC, I, 575; cf. anche IMC, II, 74-75). «Abbiamo bisogno di tutti i suoi (Spirito Santo) doni: della pietà, del timor di Dio, ma soprattutto della fortezza per vincere i nostri difetti, sopportare le miserie di questa vita, specialmente poi le fatiche della vita di Missione» (Conf. IMC, III, 575-576).«(La fortezza) è tanto necessaria, massime in Africa» (Conf. MC, II, 87, 89). «Non ci vuol poltronite per farci sante, ma energia spirituale» (Conf. MC, I, 64). «Domandate (al Signore) fortezza da non lasciarvi andar giù» (Conf. MC, I, 264). «Lavorare con energia; […] le cose farle energicamente: è il carattere del missionario» (Conf. MC, III, 55).

La fortezza è la via sicura che fa progredire nella vita spirituale, fino alla santità: «Energia di carattere: Chi è energico si santifica, non come quelli che hanno un po’ di male e non stanno più in pace, per una cosetta da nulla, quelli hanno sempre un bubù…» (Conf. IMC, I, 575). «Energia, non panada e neppure pan bagnà. Povero Monsignore, se si aspettasse solo delle mezze volontà, che si lagnano di tutto: “Bubù”» (Conf. IMC, II, 13). «Quando sentiamo poca voglia di fare una cosa, farla lo stesso […]. Quando non abbiamo voglia di pregare, scuoterci […].Credetemi, senza forza non si può acquistare nessuna virtù» (Conf. IMC, II, 459; cf. anche II, 74). Bisogna venir su forti, non mulanciù! Uomini! Sia nel giudizio, sia in tutto; allora il signore ci benedice» (Conf. IMC, II, 578; cf. anche III, 410). «Ci vuole energia, bisogna fare come l’acciarino che si accendo in un momento» (Conf. MC, I, 449; cf. anche I, 354). «Quando siamo gnec (fiacchi) domandiamo a questo santo (S. Stefano) che ci ottenga fortezza; fortezza per vincere tutti i ghiribizzi, tutti i bubù (malucci), massime i bubù spirituali» (Conf. MC, I, 499). «S. Carlo era prudente, ma fermo. Il carattere della missionaria: ferma con sé, paziente. Si tratta di far del bene, eh! Avanti; non dire: farò, ma: faccio» (Conf. MC, II, 172). «Il Signore non favorisce le plandronaggini (la pigrizia); ci vuole energia, energia, massime per delle missionarie» (Conf. MC, II, 272). «Bisogna camminare con energia (non battere l’aria ma in modo da riuscire i primi). […] Bisogna correre sempre. Costi quel che vuole, bisogna riuscirvi. Dunque ci vuole energia» (Conf. MC, II, 502). ««Ai predicatori (degli esercizi spirituali) ho raccomandato di cacciare da voi la mollezza, la sdolcinatura; che cosa ne facciamo noi missionarie di quella roba lì? Attività! Attività!» (Conf. MC, II, 575; cf. anche II, 591). «Una cosa soprattutto è necessaria per la missionaria: l’energia. Siamo fatti così, che proponiamo ma non sempre dimostriamo l’energia continua in tutte le cose. […]Io vorrei energia continua in tutte le cose. Certune si perdono in un cucchiaio d’acqua» (Conf. MC, III, 54). «Dunque, fare tutto con energia, con entusiasmo, con volontà; ci vuole una volontà di ferro» (Conf. MC, III, 105; cf, anche III, 106). «Dà una scrollata di spalle; e via in Domino. Ascoltami. Ti benedico» (Lett., IX/1, 303).

Per il Fondatore, la Madonna è modello di energia, specialmente sotto il titolo di Addolorata: «La devozione a Maria SS. Addolorata è una delle più profittevoli, delle più sode. Si tratta di dolori, di tribolazioni di energia. Maria SS. Nei suoi dolori non si lasciava abbattere, ma aveva energia: “stabat juxta crucem Jesu mater eius”. L’energia era una dote caratteristica della Madonna: partecipava a quella di Gesù. […] Domandiamo questa grazia all’Addolorata» (Conf. IMC, III, 410). «Domandiamo quest’energia oggi, festa dell’Addolorata. Stabat…Sì, che era energica. Stabat juxta crucem…È divenuta Madre dolorosissima. Energica nel fare il sacrificio di N. Signore. E quando vedete (nelle immagini) la Madonna che cade, non è vero, la Madonna non è caduta. La devozione all’Addolorata è forte: il nostro Venerabile la prediligeva e lì prendeva tutta quella energia. È una devozione soda, non solo di sensibilità«» (Conf. MC, III, 56).«La conclusione è poi sempre la stessa: Volontà di ferro» (Conf. MC, I, 351). «Promettetemi di essere generose. Energia in tutto» (Conf. MC, III, 211).

 

FEDE VIVA E PRATICA

Per il Fondatore la fede è il punto di riferimento della vita: «La perfezione ha due fondamenti, senza di cui non si può edificare niente: l’umiltà e la fede: l’umiltà è il fondamento negativo: toglie gli ostacoli che sono la superbia e tutte le sue figlie: tutta questa robaccia. E la fede è il fondamento positivo. […] Questa virtù ci è infusa nel battesimo da Dio, senza nostro merito» (Conf. IMC, III, 418; cf. Conf. IMC, I, 126).

La fede ha anche un indiscusso valore collegato alla vocazione missionaria. È virtù apostolica «una fede vivissima, vita di fede, affinché possiamo poi trasfonderla negli altri» (Conf. IMC, III, 394). «N. Signore omnes Homines vult salvos fieri. Quindi dobbiamo ringraziarlo di essersi fatto conoscere ai nostri parenti, e da essi poi noi abbiamo ricevuto la fede. Un altro ringraziamento che in questo giorno (Epifania) dobbiamo dare a nostro Signore è non solo di aver ricevuto la fede, ma di averci scelti a portarla agli infedeli. […] Voi anche siete chiamati a spargere la fede, e far conoscere N. Signore. Perciò ringraziatelo non solo per aver chiamato voi alla fede, ma ancora di avervi chiamati a portarla agli altri, e ringraziatelo anche per quelli là che non lo conoscono ancora, che lo possano conoscere presto; essi ve ne saranno riconoscenti» (Conf. IMC, II, 472-473; cf. Conf. IMC, III, 419).

«Che cosa fare per aumentare questa fede, fondamento di tutte le virtù?» (Conf. IMC, III, 419). Ecco i suoi principali consigli pratici del Fondatore:

Incominciare dalla preghiera: «Come fare per avere questa fede? […] Prima di tutto, (la fede) è un dono, quindi bisogna domandarlo. N. Signore ci ha fatto vedere la necessità che abbiamo di domandare la fede: Prima di cacciare il demonio dal figlio di quell’uomo ha voluto che credesse. […] Così noi dobbiamo dire sovente al Signore: Signore, aiutami a credere; se credessi proprio, farei diverso. Altre volte si può dire: “Ad auge nobis fidem! Son freddo…”. Altre volte: “Da fidei augmentum” […]. Dunque prima cosa bisogna domandarla al Signore» (Conf. IMC, III, 261). «Quindi ripetere sovente quelle giaculatorie: “Ad auge fidem nostram – Ad auge nobis fidem – Da fidei augmentum – Credo, Domine, sed adiva incredulitatem meam”» (Conf. IMC, III, 419).

Recitare spesso il “Credo”: «S. Agostino raccomandava tanto di recitare sovente il Credo. Nel Credo ci sono tutte le principali verità della fede. Recitatelo adagio, gustatelo, così otterrete sempre l’abbondanza della fede […]. Ah, che cosa è mai avere la fede viva, pratica! Chiedetela questa fede: Signore, io non voglio sentire; ma che io abbia la fede! Datemi fede, datemi fede!» (Conf. MC., II, 420; cf. Conf. IMC, I, 454; III, 419).

Lasciarci coinvolgere dalle verità di fede: «Bisogna amare le verità della fede. Chi ha proprio fede gusta le sue verità. Quando per esempio è la festa dell’Immacolata, gustarla questa festa. E così pure il Venerdì Santo, questa è una Solennità triste, è vero, per conseguenza si soffre, ma godiamola, gustiamola…Dir tante volte: Io credo, Signore, io credo» (Conf. MC, II, 420).

Accostare i contenuti della fede con umiltà e semplicità, anche nello studio: Certuni studiano con superbia e questo non va. Bisogna studiare queste verità (della fede) che son superiori alla nostra intelligenza, ma studiarle con umiltà. […] Il Signore ai superbi resiste e parla alle persone umili, semplici. […] Ah! Quelle persone che vogliono sempre sofisticare. In secondo luogo per conservare, aumentare la fede ci vuole semplicità. S Agostino dice: Sorgono i non dotti e rapiscono il Regno dei cieli, ed a noi, con tutta la nostra dottrina, si lascia la terra. […] S. Anselmo diceva: Io non bramo d’intendere per credere, ma bramo di credere per intendere» (Conf. MC, II, 420-421; cf. Conf. IMC, I, 196, 257; III, 261, 420). «D. Cafasso una volta passeggiava sul piazzale di S. Ignazio parlando con D. Bosco, il quale gli fece una questione sul piccolo numero degli eletti. E D. Cafasso gli rispose secco: Non farmi mai più di queste obiezioni. Lo raccontava poi D. Bosco e mi pare d’averlo sentito dalla sua bocca. Non plus sapere quam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem» (Conf. IMC, III, 262-263).

Stare con la Chiesa e il Papa: «Nello studiare queste verità (della fede), come nello studiare il catechismo, bisogna studiare con umiltà, semplicità e conforme all’autorità della Chiesa» (Conf. MC, II, 420). «”Ubi Petrus ibi Ecclesia”. Chi non sta attaccato alla Chiesa è impossibile che stia attaccato; si staccherà da sé. Certa gente, ai nostri tempi, vogliono sempre parlar male del Papa. […] Questa gente che sentono o dicono male del Papa bisogna evitarli» (Conf. IMC, III, 262). «Invece noi dobbiamo attenerci in tutto alle opinioni ed ai desideri del Papa. Questo è lo spirito del nostro Istituto» (conf. IMC, III, 420).

Ecco la conclusione: «Dunque fate così; domandate al Signore che vi aumenti la fede: Credo, Domine…Signore, dammi un po’ di fede. Dunque, studiamole le verità della fede, ma senza quel ghiribizzo…; Sempre con umiltà, semplicità e poi si sta a quel che dice la Chiesa…Dove c’è il Papa c’è la Chiesa. Questo è il fondamento del nostro edificio spirituale. Se non c’è questo fondamento la nostra casa spirituale cade; viene un po’ di vento e la manda a spasso!…» (Conf. MC, II, 423). «Cerchiamo dunque di ravvivarci nella fede viva, operativa perché sapete che la fede sine operibus morta est» (Conf. IMC, I, 454).

 

NON SI SPERA MAI TROPPO

Vi voglio”uomini di speranza”. Per il Fondatore la speranza è necessaria soprattutto in missione, a motivo della solitudine e degli insuccessi nell’apostolato. In particolare, è necessaria per mantenere alto il livello dell’impegno spirituale, proprio perché impedisce lo scoraggiamento dopo gli sbagli o le cadute.

Ecco alcune sue convinzioni sulla speranza, con le quali esprime la sua pedagogia:

La speranza è una virtù necessaria «per far piacere a Dio che tutto accorda a chi confida» (Conf. IMC, I, 456). «Sperare per far piacere al Signore; mai aver paura di averne troppa» (Conf. MC, II, 448). «Ricorrere colla memoria alle verità della Scrittura Sacra, che in tanti luoghi ci mostra chiaramente che non restò mai confuso chi confida in Dio» (Conf. IMC, II, 157). «Non si spera mai troppo, perché la confidenza in Dio non toglie, anzi aumenta il bene che si fa. E quindi perché non confidare in Dio? Dio può e vuole aiutarci, ma vuole che siamo spogli di noi» (Conf. IMC, II, 157).

«Certuni hanno la fede abbastanza viva, ma sperano poco, non sono buoni ad allargare il cuore: […]. Quando si spera poco si fa torto a Nostro Signore, che ha e può dare, vuole e può farci del bene. […] Non dobbiamo aver paura di sperare molto» (Conf. IMC, III, 339). «Pensare sovente al Signore che può, sa, e vuole aiutarci» (Conf. IMC, III, 267). «Il Signore dà da mangiare agli uccelli e ne darà anche a noi!» Conf. IMC, III, 188. «Fare sovente atti di confidenza: In te, Domine, speravi» (Conf. IMC, III, 267). «Lasciamo tutto nelle mani di Dio, senza timore: Egli non lascia mai le opere a metà» (Conf. MC, I, 52). «Confidiamo tutto in Dio» (Conf. MC, I, 93). «Dio interviene in tutte le cose anche minime e le governa a nostro bene; sottomettersi alle sue disposizioni dirette o permesse» (Conf. IMC, II, 341). «Quando questa speranza è più esimia, più robusta, si chiama confidenza» (Conf. MC, II, 441). «Bisogna avere molta confidenza in Dio e voler sempre quello che Egli vuole» (Conf. MC, II, 447). «La speranza è tutta rivolta al Paradiso, e non fa caso delle cose terrene» (Conf. IMC, III, 42).

Sperare molto, proprio perché siamo missionari: «La confidenza in Dio è necessario averla […] per l’avvenire, quando sarete in Missione. Lassù non vi aspettano solo gioie, ma vi saranno qualche volta scoraggiamenti per la solitudine, per il poco frutto. È necessario avere il cuore ripieno di confidenza in Dio, perché piace al Signore» (Conf. IMC, III, 267). «Come essere degni Missionari? Bisogna che abbiamo speranza in Dio, per togliere quella sproporzione che passa tra il nostro nulla e l’altezza della nostra vocazione religiosa, apostolica. […] Se non ne avete molta, se non ne avete un deposito, un sacco, ahi! Quando sarete in missione sarete poi tristi. […] Sempre avanti. In missione avrete tanto bisogno di questa virtù» (Conf. MC, II, 442-444).

Sperare quando si prega, senza dubitare, sicuri che Dio interviene sempre  per il nostro bene, nonostante le apparenze contrarie:

«Dobbiamo avere un sacco di speranza, non scoraggiarci, se anche […] non otteniamo tutto» (Conf. IMC, II, 339). «Pregare con fiducia. Chi prega dicendo: Chissà se il Signore mi dà quella grazia…come può ottenere? […]. Pregare, ma con fiducia» (Conf. MC, III, 310). «Se uno domanda le grazie senza speranza d’ottenerle, non le ottiene sicuramente. Bisogna domandarle con fede, con quella confidenza da fare miracoli. Bisogna importunarlo, nostro Signore, fare come quel tale della parabola del Vangelo che andò durante la notte a domandare del pane all’amico…a forza di importunarlo glielo diede. […] Per ottenere le grazie ci vuole costanza[…]; non bisogna mai scoraggiarci» (Conf. MC, III, 314; cf. anche 316). «Certe persone però pregano con paura di non ottenere quanto domandano. No, ci vuole fiducia e dire: lo voglio […]. Riguardo alle cose temporali, quando non sono contrarie al bene, il Signore molte volte ce le concede nella sua infinita bontà» (Conf. MC, I, 129-130). «Il Signore dà le grazie; siamo noi che manchiamo di confidenza» (Conf. MC, I, 148).

Sperare di poter sempre progredire nella vita spirituale, fino alla santità, nonostante i difetti, senza lasciarci condizionare dal passato, anzi riprendendoci subito dopo ogni caduta:

«Nessuna cosa, né i difetti, né gli scrupoli, né il peccato deve toglierci la confidenza» (Conf. IMCIII, 266). «Non dobbiamo scoraggiarci per i peccati della vita passata. Ricordarli per umiliarci sempre più, ma non esserci sempre sopra come se il signore non ci avesse perdonati. […] La speranza deve sempre guidare i nostri passi specialmente se ci vediamo imperfetti, o se troviamo difficoltà» (Conf. IMC, I, 457). «Mai scoraggiarvi, nunc coepi (ora incomincio, Sal. 76,11); direi che è lo stemma del nostro Istituto: sempre incominciare» (Conf. MC, I, 360).«S. Teresa diceva il Nunc coepi quaranta o cinquanta volte al giorno; domandava perdono al signore, diceva: Roba del mio giardino, del mio orto; Signore un po’ di pioggia perché venga su roba buona» (Conf. MC, III, 83; Cf. IMC, II, 11). ».«Coraggio dunque e dì ogni mattina: Nunc coepi: Incomincio. Ti benedico di tutto cuore» (Lett., VIII, 12).

Ecco la conclusione: «Senza confidenza in Dio non si può far niente» (Conf. IMC, II, 156); «Dunque aver fiducia in tutto. Vi son certi tipi che temono sempre, hanno sempre paura […]. Andiamo avanti nel Signore, diciamo col salmista in Verbum tuum supersperavi, non solo ho sperato, ma supersperavi» (Conf. IMC, I, 457); «Non si spera mai troppo» (Conf. IMC, II, 157). «Io non perderò mai la mia confidenza in Voi, mio Dio» (Conf. MC, II, 443). «Mettere in Lei , (in Maria) tutta la nostra speranza pei bisogni spirituali e temporali» (Conf. IMC, III, 443).

 

LA CONSOLATA “VITA DELLA SUA VITA”

 Le donne che hanno avvicinato l’Allamano sono state capaci di comprendere bene il suo rapporto con la Consolata. La magnifica affermazione riportata nel titolo è della maestra Pia Clotilde, nipote dell’Allamano, molto affezionata allo zio: «[…] professava una devozione filiale alla Vergine SS.ma. Si può affermare che questa devozione fu la vita della sua vita». (Precessus Informativus, I, 941) E non è la sola ad avere compreso così bene il cuore dell’Allamano. Per esempio, Sr. Francesca Giuseppina Tempo attesta: «[…] si può dire che non viveva che per la Madonna e della Madonna» (Processus Informativus, I, 439ss.). Un’altra figlia molto vicino al Fondatore, Sr. Chiara Strapazzon, mette sulla sua  bocca queste parole: «Non avere mai paura di amare troppo la Madonna e di onorarla troppo. Se non siamo devoti della Madonna, non faremo mai niente…Come non potere sentire il gusto  della Madonna? Se lo si sente della mamma terrena, e per la Celeste?…Fra tutti quelli che onorano la Madonna, dovete essere le prime». (Processus Informativus, II, 844ss.)

LUI E LA CONSOLATA

«Nessuna grazia il Signore ha voluto che venisse a noi, se non per mezzo di Maria, essa è tesoriera e dispensatrice» (Conf. II, 555). Certamente il nostro Padre ha raggiunto un’intesa con la Madonna tale che noi riusciamo solo ad intravedere. Egli ha immaginato di collaborare con la Consolata così da vicino da ritenersi addirittura suo“segretario” o “tesoriere”, il che è tutto dire. Commentando le Costituzioni alle suore, egli spiegava il titolo dell’Istituto con queste parole: «Prima di tutto sono io che ho diritto di dare all’Istituto questo titolo, perché sono io che ho il potere alla Consolata; sono io il segretario, il tesoriere. […].» (Conf. MC, III, 17). E in altra occasione, ecco le sue parole, che sembrano quasi uno sfogo: «Pregate la Madonna che ci faccia questo regalo (il miracolo per la beatificazione del Cafasso). Del resto non perderemo la pace per quello se la Madonna non crede di darcelo. In sostanza io sono qui (al Santuario) tesoriere, segretario, e dovrei avere il diritto di prendere le grazie principali ed invece…Tutti vengono a dire: Io ho ricevuto questa grazia…; io ha avuto questa… Ed io? Io registro sempre… Ma pregate che il Signore faccia la sua santa volontà: è poi tutto lì, vedete!» (Conf. MC, III, 436). Infine, confida di avere fatto questo patto con la Madonna: «Tutte le preghiere che oggi i Missionari e le Missionarie faranno per (la beatificazione di) Don Cafasso, rivolgetele a loro e fateli santi, subito…incominciando dagli ultimi entrati…, e credo che la Madonna avrà fatto così…io sono il Suo Segretario…il suo tesoriere ed ho il diritto di essere ascoltato prima degli altri» (Lett., X, 51, n.3).

Non possiamo ignorare che l’Allamano, nella sua coraggiosa semplicità, riteneva la Consolata come “sua”. Sentiamolo: «Oggi non ho ancora visto la Madonna: stamattina, quando sono venuto via, ( la chiesa della Consolata) era ancora chiusa; stasera sarà già chiusa, ed io non ho visto che la Madonna del Duomo, perché ho celebrato la Messa cantata. Ho visto quella del Duomo, ma…non è la mia…» (Conf. MC, II, 556-557). Altrove aggiungeva: «benché poi sia sempre la stessa Madonna» (Conf. IMC, II, 465).

NOI E LA CONSOLATA

; Anche per noi l’Allamano si è espresso con non minor coraggio, insegnandoci a vivere la pietà mariana con espressioni semplici, ma profonde e per noi indimenticabili, come queste: «Quanti ci vogliono bene, perché ci chiamiamo Missionari della Consolata»; «Quanta gente viene a pregare e portano via le grazie e i miracoli, e noi che siamo i suoi figli prediletti? Ne portiamo il titolo come nome e cognome. Sotto questi titolo è nostra Madre particolare» (Conf. IMC, I, 568); «Noi figli prediletti della Consolata, e non solo a parole, ma in realtà. […] Non è infatti la Ss. Vergine sotto il bel titolo di Consolata la nostra Madre e noi i suoi figli? Sì, Madre nostra tenerissima, che ci ama come la pupilla dei suoi occhi, che ideò il nostro Istituto, lo sostenne in tutti questi anni spiritualmente e materialmente, sia qui in Casa Madre che in Africa, ed è sempre pronta ai nostri bisogni, per cui io posso dormire i sonni tranquilli…» (Conf. IMC, II, 308); «Per voi quando si parla della Madonna si sottintende sempre la Consolata» (Conf. MC, III, 17); «Vi farei un torto a parlarvi di fare bene la novena della Consolata, il cuore stesso ci deve insegnare. Noi siamo Consolatini, figli prediletti della Consolata» (Conf. IMC, II, 602); «La nostra Consolata è delicata e vuole che i suoi figli siano delicati» (Conf. IMC, III, 414, 415).

LA “CARA” CONSOLATA

La Consolata, sulla bocca dell’Allamano è “cara”. Questo affettuoso aggettivo non è ridondante, ma dice l’atteggiamento suo e nostro verso la Madonna. Ammiriamo questa delicatezza del nostro Padre, quando nomina la Consolata, particolarmente quando conclude le sue lettere a noi: «Il Signore vi benedica, come io prego per tutti ai piedi della cara Consolata» (Lett., 617); «Prego la cara Consolata di compiere presto la tua guarigione» (Lett., VII, 511); «Ti benedico ai piedi della cara Consolata» (Lett., VIII, 236).

Il nostro Padre, vivo in cielo e spiritualmente vicino a noi, ci assicura: «Non vi dimentico mai presso la cara Consolata» (Lett., X, 156).

 

«NON VI CREDO ANCORA SANTI»

Il Fondatore, educatore attento e realista, non si illudeva riguardo ai suoi figli e figlie. Sapeva di che pasta erano fatti e non temeva di offenderli ricordando loro con molta franchezza, sia pure talvolta quasi scherzando,che avevano dei difetti e che dovevano correggersi: «Faccio per voi più di quanto voi pensiate…e vi credo più di quello che siete veramente» (Conf. IMC, III, 691).

«È MEGLIO CHE MI SBAGLI SEMPRE»

Ascoltiamo diverse curiose espressioni del Fondatore, dette sia ai missionari che alle missionarie, che aiutano a tenere i piedi per terra: «Io vi credo tutti buoni, ma non ancora santi. Fate gli Esercizi Spirituali; ma io ho un timore; ho paura che siate un po’ dissipati…» (Conf. IMC, III, 713). E alle suore, con le quali si esprime con una speciale confidenza: «Domani incominceremo gli Esercizi; e poiché credo che nessuna di voi è santa, così ne avrete tutte bisogno» (Conf. MC, I, 352); «Non voglio mica dire che i nostri siano così [che si attacchino alle piccole comodità], ma può capitare…ed io non vi credo tutte sante (detto con convinzione) (Conf. MC, I, 250); «Tagliate, Tagliate, perché non vi credo tutte sante» (Conf. MC, I, 318); «Andate avanti nella virtù? Oppure andate avanti come i gamberi?! Qui delle sante non se ne trovano ancora, e se qualcuna crede già di essere tale, non è vero» (Conf. MC, II, 8); «Io temo, e con fondamento, che tra voi ci siano di quelle che non sono generose, son lì…moise (fiacche), sempre al medesimo punto…guardate io penso sempre male. (Non pensi così, esclama una suora). È meglio ch’io pensi male e che mi sbagli sempre…L’intenzione del Signore è che qui dentro ci siano tante anime eroiche» (Conf. MC, II, 30, 32); «(Il nostro Ven. Padre legge sulla lavagna: estote perfecti; e dice:) Estote perfecti [siate perfetti] non vuol mica dire che siete perfette; non siete mica perfette; neanche le più anziane sono perfette…vuol dire che cercate di essere perfette. Estote perfecti!…attaccarci lì…essere testardi in questo; picchiar lì…costi quel che vuole…» (Conf. MC, II, 682 e 687).

«Siccome non vi stimo ancora perfette» (Lett, VI, 496); ecc.

Chissà che cosa pensavano i nostri primi confratelli e consorelle quando si sentivano ripetere questo ritornello? Da nessuna parte appare che si dimostrassero offesi. Anzi! L’intesa tra di essi e il Fondatore era troppo profonda perché non si comprendessero fino in fondo.

«VI PARLO COME UN PADRE»

Non c’è dubbio che il Fondatore, nella sua arte pedagogica, ha sempre garantito un rapporto di chiarezza e di estrema sincerità con i figli e le figlie. Li amava troppo per non comportarsi così. Questo tipo di rapporto emerge soprattutto da quelle lettere che contengono una specie di “sgridata”. Sentiamone tre: «Mi scrivi che ti senti ispirato in quel che fai, e quasi ti appelli al tribunale di Dio. Mio caro, la via sicura della volontà di Dio è l’obbedienza […]. In ogni caso non avrai mai da pentirti di aver anche ritardato un progresso non voluto dai Superiori» (a Mons. G. Barlassina, quando era già Prefetto Apostolico del Kaffa: Lett. VIII, 140); «La tua ultima lettera me la scrivesti certamente in un cattivo momento. Non mi aspettava da te certe espressioni, che spero ti siano cadute per sbaglio della penna. Leggi la mia lettera e vedrai ch’essa non ti dà ragione di rispondere a quel modo. […] Ti parlai con amore di padre, e tu accetta il mio scritto con buon animo. Ti benedico…» (a P. G. Balbo: Lett. V, 207-208); «Perdonatemi questo sfogo paterno, che stimai per rimettere tutte in carreggiata […] e così la nostra Ss. Consolata sarà contenta delle Sue figlie predilette» (alle missionarie in Kenya: Lett. VI, 683).

«SIETE QUI PER FARVI SANTI»

Domandiamoci: perché il nostro Padre ha voluto ricordare tante volte ai suoi figli e figlie la loro condizione di limite? Forse per scoraggiarli? Certamente no! La sua proposta di santità è stata convinta e continua, dal primo all’ultimo giorno. Ancora verso la fine della vita, diceva ai professi che erano andati a porgergli gli auguri di buon compleanno: «Vedo tra voi molte anime generose, ma lo sono tutti? […] Voglio vedere in voi la volontà costante di vivere una vita più che si può perfetta, senza paura di esagerare…Questa è sempre stata la mia idea». (Conf. IMC, III, 719). Il suo obiettivo di formatore era di tenere alto l’impegno per garantire la “qualità” dei suoi missionari e missionarie. Questo suo obiettivo è valido anche oggi. «E poi foste anche già santi, […] non avete ancora la perfezione del Padre, perfezione che ci propone a modello Gesù…Chi può arrivare fin lì? Ci ha fissato una meta sì alta, perché non ci credessimo di essere troppo. […] Siete qui per farvi santi. Non è il numero che faccia, né di individui, né di Missioni, ma l’avere soggetti che se non sono ancora perfetti, almeno tendono alla perfezione sempre!». (Conf. IMC, III, 713-714).Alle suore diceva: «Io vi credo buone, ma così sante no, eppure bisogna essere così. Io dal Paradiso manderò poi il mio Angelo Custode a ricordarvelo…Se farete così, il Signore deve ascoltarvi; dipende tutto da noi» (Conf. MC, I, 154). Anche oggi il Fondatore ci ricorda il nostro ideale di santità e, quando occorre, ci richiama con amore di padre.

 

«L’ESSENZIALE È DI FARCI SANTI» (Conf. IMC, III, 347)

Il Fondatore, dal primo all’ultimo giorno, ha incoraggiato i figli e le figlie a farsi santi: «Siete qui per farvi santi» (Conf. IMC, III, 714); «L’essenziale è di farci santi» (Conf. IMC, III, 347); «Il fine e lo scopo di quest’opera è che qui dentro ci siano tante anime eroiche» (Conf. MC, II, 30); «L’aria qui è buona solo per quelli che vogliono farsi Missionari […]. Perciò bisogna farsi santi» (Conf. IMC, II, 82); «Ogni Casa ha il suo spirito: qui bisogna prima di tutto volere farci santi» (Conf. MC, II, 521).

LA FANTASIA DELLA SANTITÀ

Nella proposta di santità fatta dall’Allamano, è interessante notare due cose. La prima è la perseveranza e la tenacia con cui si esprime. Non molla mai! La conoscenza dei limiti dei suoi figli e figlie non lo scoraggia. La seconda cosa interessante è la “fantasia” con cui formula, in tanti modi diversi, la sua proposta. Notiamola questa fantasia, che dimostra la freschezza interiore del nostro Padre. Ecco alcune espressioni sue caratteristiche, sembrano sgorgate più dalla sua esperienza personale di vita, che da una dottrina valida per tutti: «La santità dei missionarii dev’essere speciale, anche eroica ed all’occasione straordinaria da operare miracoli» (Conf. IMC, I, 617; Conf. MC, I, 39; cf. anche Conf. IMC, III, 229-230; 371; 664): «Lasciate quindi che io con tutto l’animo vi esorti e scongiuri […], perché riusciate santi, più santi, santissimi, come richiede il vostro stato» (Conf. IMC, I, 383; cf. Conf. MC, 291; II, 518); «Gli apostoli o missionari devono farsi santi in grado superlativo» (Conf. IMC, I, 383); «Ecco come si fa a farsi sante […]; tutte quelle cose in-issime, al grado superlativo» (Conf. MC, I, 260; II, 518; 520; 524); «Non dovete accontentarvi di divenire […] missionari solo per metà; ci vuole proprio il superlativo» (Conf. IMC, III, 372; cf, Conf. MC, I, 292; II, 335); «Voglio farmi un santo, gran santo e presto santo» (Conf. IMC, I, 148; II, 80; Conf. MC, II, 518; 521; Conf. MC, II, 335; 339; 518; 521; III, 367); «Mettetevi (a farvi santi) proprio sul serio» (Conf. IMC, II, 694); «(santi) più che si può, senza paura di esagerare» (Conf. IMC, III, 719); «Ci dobbiamo fare santi, ma nel modo che il Signore vuole da noi. Dobbiamo farci santi in conformità agli insegnamenti dati» (Conf. IMC, II, 210); «Santi qui, subito, adesso, con le regole che sono qui» (Conf. IMC, I, 148; 237; 329; 383; 385;II, 200; 375; 378; 384; 694; III, 173; 294; 480; 483; 659; Conf. MC, II, 521; III, 469); «Dunque fate un fermo proposito: Voglio farmi santa subito e qui, qui, qui» (Conf. MC, III, 473; 515); «Bisogna che procuriate di essere tutti della terza classe» (Conf. IMC, II, 2004); «La terza classe è quella dei generosi che non escludono niente» (Conf. IMC, II, 200); « è la più bella; quella non fa eccezioni al Signore» (Conf. MC, III, 205); 208; 305; 308); «Vorrei poter dire di voi: Tutta gente di prima classe» (Conf. MC, I, 368); «Bisogna farsi santi […]. Tutte dovete riuscire» (Conf. MC, I, 51); «Guardiamo di essere più bravi che si può. […] Non bisogna mai perdere la mira […]. Miriamo bene il fine per arrivare più in su» (Conf. MC, III, 197); «Andiamo avanti, andiamo avanti, non sarà mai troppo. […]Facciamo tutto quel che si può per andare in su» (Conf. MC, III, 386); «Date m’po’ pi d’ardris (scuotiti un po’ di più)» (Conf. MC, I, 202); «Nella via della perfezione più si fa, più si farebbe…» (Conf. MC, II, 9); «Nello spirituale, mangiando aumenta l’appetito; uno non si stancherebbe più» (Conf. MC, III, 23;25). Eccetera!

PRIMA SANTI, POI MISSIONARI

Nel nostro ambiente, però, conserviamo una specie di slogan veramente caratteristico, così bello da fare invidia. È il famoso: “Prima santi, poi missionari”. Il Fondatore lo ha ripetuto sotto tutti i toni, in occasioni diverse, soprattutto quando spiegava il cosiddetto fine primario e secondario dell’Istituto. Risentiamolo dalla viva voce del Fondatore, come lo hanno sentito i nostri primi confratelli e consorelle: «Siamo per farci santi in questa Casa: non per farci Missionari, ma per farci santi e poi Missionari» (Conf. IMC, I, 619); «Prima cosa farci santi, seconda cosa salvare (gli africani)» (Conf. IMC, II, 540); «Siete qui per farvi sante: Non dite: “Io sono qui per farmi missionaria”, no, prima santa e poi missionaria» (Conf. MC, 290); «Sempre coraggio in Domino, conservando e propagando il buon spirito fra i confratelli. Prima santi voi, poi bene ai neri: in tutto N S Gesù Cristo…» (Lett., VIII, 731); «[…] prima dobbiamo santificare noi… e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti e con gran frutto» (Conf. IMC, I, 27); «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi» (Conf. IMC, I, 279); «Tutti dicono che siete venuti a farvi missionari; invece no: prima di tutto voi dovete dire: son venuto a farmi santo. Questa deve essere la cura principale vostra […] perché se non sarete santi, invece di convertire gli altri in missione vi pervertirete perfin voi» (Conf. IMC, III, 659); «Il primo fine dell’Istituto è la santificazione propria, poi quella degli infedeli. Non dobbiamo invertire: noi prima, gli altri poi. […] Chi non ha non può dare» (Conf. MC, I, 197). Anche qui bisogna aggiungere un bel: eccetera!

CONCLUDIAMO CON IL FONDATORE

«Non c’è mai stato alcun santo che siasi lamentato d’essersi fatto troppo santo, o troppo presto» (Conf. IMC, I, 386); «Non abbiate paura di farvi troppo santi» (Conf. MC, III, 205; 515); «Questa è la volontà di Dio: la nostra santificazione. Siate perfetti come il Padre Celeste che è nei cieli. E chi può essere santo come è santo N. signore? Nessuno. Ma questo vuol dire che dobbiamo sforzarci per avvicinare il più possibile la sua perfezione» (Conf. MC, 468; 469; 322); «Il farsi santi è la più bella felicità di questo mondo» (Conf. MC, III, 317; 322); «Anche in questo mondo, i santi sono i più felici» (Con. MC, III, 474; 468); «Non c’è niente di più consolante che volere farci santi» (Conf. MC, III, 416). «È una vergogna […] massime per un missionario e una missionaria, il non farsi santi» (Conf. MC, III, 473).

 

«COSTI QUEL CHE VUOLE

La proposta di santità missionaria fatta dal nostro Fondatore è sempre molto precisa e perseverante e, diverse volte, assume anche una tonalità per così dire “pressante”. È utile esaminarla con un po’ di attenzione, perché può arricchire quanto è stato già detto in passato, in questa stessa rubrica.

«VOGLIO, VOGLIO, VOGLIO»

Leggendo sulla lavagna nella sala degli incontri “Estote perfecti”, il Fondatore inizia la conferenza alle suore chiarendo che la scritta non significa che esse siano già perfette, ma che devono tendere alla perfezione. Poi così conclude l’introduzione improvvisata: «Attaccarci lì, essere testardi in questo, picchiar lì, costi quel che vuole. Voglio, soprattutto, voglio, voglio, tre volte voglio» (Conf. MC, II, 687). L’insistenza sul “voglio” va molto d’accordo con il carattere deciso del Fondatore, che intendeva trasmettere a noi la stessa decisione per essere missionari di qualità: volere, senza lasciarci frenare dalle difficoltà interne ed esterne. Ecco perché aggiungeva: «costi quel che vuole».

Che cosa intendeva il Fondatore dicendo questa espressione? Cerchiamo di comprenderlo dalle sue stesse parole: «Quante volte incominciamo con un po’ di desiderio e non con quel proposito che porta via il pezzo…costi quel che vuole…vada la vita» (Conf. MC, III, 10); «Per incominciare l’anno bisogna mettersi in questo proposito: costi quel che vuole all’anima e al corpo, voglio attendere al mio dovere […], che è: tendere alla perfezione. La nostra santificazione è quella» (Conf. MC, II, 333); «Quelli della terza classe non fanno nessuna eccezione al Signore; anche che vengano prove, tribolazioni, non temono niente, son sempre generosi, costi quel che costi, pur d’essere santi» (Conf. MC, III, 211); «È questo il tempo (per farci santi). E ci vuole energia, sempre energia, costi quel che vuole» (Conf. MC, III, 361); «Vivere soprannaturalmente, avere sempre di mira Dio, e costi quel che vuole» (Conf. MC, III, 448); «Saputo che questa è la volontà di Dio, costi quel che vuole, si tira avanti» (Conf. MC, III, 464); «Su, generosità, costi quel che vuole» (Conf. MC, III, 474); Il nostro spirito è tirar diritto, costi quel che vuole» (Conf. MC, III, 466); «Voglio, costi quel che vuole, andare alla radice» (Conf. MC, I, 361).«La parola santità esige fermezza di volontà. […] Bisogna dire: voglio farmi santo, costi quel che vuole» (Conf. MC, III, 156); «Santi ad ogni costo» (Conf. MC, I, 358; II, 47; 165).

Tra le righe della frase “costi quel che vuole”, stando al Fondatore, si possono leggere tante cose, i: non badare ai sacrifici, non dire mai di no al Signore, preferire la sua volontà, avere retta intenzione, riferirsi a Dio, essere generosi, avere energia e costanza, non cambiare direzione, ecc. Siamo sul piano della coerenza e della “totalità” (“ad vitam”, come direbbe l’Ad Gentes, parlando della vocazione missionaria).

«VOGLIO ARRIVARCI, ARRIVERÒ ANCH’IO»

Questo atteggiamento del Fondatore è molto positivo e si fonda sulla certezza dell’aiuto di Dio. Mettendoci dal suo punto di vista, abbiamo la garanzia di riuscire a diventare missionari e missionarie di qualità. Leggiamo ancora le sue espressioni, anche se si ripetono, perché ci aiutano a capire come egli ci voleva: «Quelli della terza classe non fanno eccezioni al Signore. Senza aver fatto il voto del più perfetto, fanno il più perfetto. Fanno sempre quello che davanti a Dio vedono che è meglio e che al Signore piace di più. Non guardano se costa o non costa. Quelli lì camminano sulla via della perfezione. Fanno dei passi da giganti questa gente» (Conf. MC, III, 385); «Oh, sì, diciamo: Costi quel che vuole; che abbia a far miracoli o no non fa niente, ma voglio corrispondere ed essere tutto di Dio; che la mia sia volontà e non velleità» (Conf. MC, I, 114; 360; 368; 480; II, 30; 210; 211; III, 25; 146; 206; 208; 465).

Ecco come il Fondatore, parlando alle suore, andava al sodo: «Ma sì, siamo venuti per farci santi, costi quel che vuole. Quindi non storie» (Conf. MC, III, 444); «Costi la vita, voglio farmi santa e usare tutti i mezzi necessari. È troppo comodo solo volere, volere: io voglio lasciarmi tagliare la testa (volontà) a pezzi a pezzi» (Conf. MC, I, 114); «Non ci vuole una santità di occasione, quella di dire: Se non ci fosse questa consorella mi farei santa, se non ci fosse quella superiora…perché mi hanno messa in quell’ufficio…perché sono stata un po’ ammalata! Oh! Potevo farmi santa in quel luogo, in quel tempo che voleva il Signore. Abbiamo la testa piccola, il cuore ancor più piccolo, poca energia e ci perdiamo in un cucchiaio d’acqua» (Conf. MC, II, 210); «Ora bisogna corrispondere; per far ciò bisogna prendere una vera risoluzione. Costi quel che vuole, voglio farmi santa, gran santa e subito santa. E perciò niente storie; non dire se non ci fosse quella compagna…quella Superiora…quell’occasione mi farei santa…Storie! Approfittiamo di tutti i mezzi che il Signore ci dà» (Conf. MC, II, 336; cf. 335); «Costi quel che vuole, sono venuta per farmi santa e voglio riuscire ad ogni costo» (Conf. MC, III, 317); «Sono venuta per farmi santa e tutto aiuta a armi santa, anche quel che costa» (onf. MC, III, 466); «Bisogna correre. La vita è correre, non andare mollemente, ma andare a gara chi corre di più, non per ottenere un premio corruttibile come quello dello stadio, ma un premio incorruttibile, il Paradiso. […] Tutti possiamo ottenere il nostro fine, ottenere la corona. […] Dite: no, costi quel che vuole, voglio arrivarci» (Conf. MC, III, 200).

Ecco la conclusione: «Non ci costerà mai tanto come è costato a Nostro Signore» (Conf. MC, III, 72).

 

SANTI COSÌ: FARE BENE IL BENE

Il Fondatore non si è limitato ad indicare con convinzione e chiarezza l’obiettivo della santità missionaria, ma ha pure indicato il cammino per raggiungerlo. La sua pedagogia su questo punto è di una semplicità disarmante. È evidente che ha attinto più dalla sua esperienza che dai libri. È una pedagogia cosiddetta dei modelli. Gesù è il primo modello, seguono la Madonna e poi alcuni santi, e in particolare: S. Francesco di Sales e S. Giuseppe Cafasso.

GESÙ MODELLO DI SANTITÀ

Il testo valorizzato dal Fondatore, quasi come un cavallo di battaglia, per spiegare come Gesù sia il modello per eccellenza di santità è Mc 3,37: «Nel Vangelo […] si racconta il miracolo di N.S.G.C. della guarigione di un sordo-muto…(Conf. IMC, II, 668). A questo fatto le turbe meravigliate…, esclamarono: bene omnia fecit – fece tutte le cose bene. Pare che come conseguenza dell’accaduto, dovessero dire: fece cose grandi, miracolose…no, ma: bene omnia fecit. Con queste tre parole fecero molto miglior elogio, affermando che Gesù non solo nelle cose straordinarie, ma anche nelle ordinarie e comuni faceva tutto bene. […] E noi abbiamo finora fatto bene tutte le cose; e sulla nostra tomba si potranno scrivere queste parole: bene omnia fecit, e di tutta la vita?» (Conf. IMC, II, 668); «In questo consiste la santità; non consiste nel fare miracoli: ma in fare bene le piccole cose; non è necessario fare cose grandi. Dunque facciamo il proponimento di fare tutto bene d’ora innanzi ad imitazione di N.S. Gesù Cristo. E se pel passato non l’abbiamo fatto, ricominciamo di nuovo» (Conf. IMC, II, 679); «Ora, facciamoci questa domanda: Ed io, ho sempre fatto tutto bene? Se non l’ho fatto lo farò: Bene omnia facio. […] Quel che si cerca non è il fare, ma il fare bene» (Conf. MC, I, 418-419).

IL CAMMINO DELLA MADONNA

Come per ogni singola virtù, così anche per l’impegno di fare tutto bene, il Fondatore indicava Maria come modello vicino ed imitabile, subito dopo Gesù. Sentiamolo: «Lo scopo di S. Francesco di Sales era che [le suore] conducessero una vita ordinaria, non aspre penitenze, non digiuni…[…]. Voi dovete condurre una vita ordinaria come la Madonna; sarà stato quello di assistere S. Elisabetta, […], accompagnare S. Giuseppe, quando tornava guardare il bambino, quelle cose lì…in quei tre mesi, la Madonna ha fatto la vita ordinaria. Ha fatto tutto lo straordinario nell’ordinario. Come il nostro Venerabile si diceva che vivendo ordinariamente faceva le cose in modo straordinario. Così la Madonna, faceva come le nostre buone donne, che vanno ad aiutare le vicine, comperare, faceva quello che deve fare una buona donna in casa, come una buona serva. Perciò non faceva cose straordinarie, e S. Francesco non voleva che le sue suore facessero miracoli, ma solo bene le cose ordinarie» (Conf. IMC, II, 626; cf. Conf. MC, I, 395).

IL “DETTO” DEL CAFASSO

Tra i santi, il modello più seguito e citato dal Fondatore è il Cafasso: «Il nostro Venerabile ha fatto pochi miracoli, e ancora non strepitosi, ma ha fatto tutte le cose bene. […] Il suo detto era questo: Il bene bisogna farlo bene. Una volta a S. Ignazio il Ven. Don Bosco disse a me che parlando egli con Don Cafasso circa l’istruzione della gioventù, diceva: Oh! Basta che in mezzo a quei giovani si possa fare un po’ di bene; e il nostro Venerabile: Non basta fare un po’ di bene, ma bisogna fare tutto bene. E soggiunse: Il bene bisogna farlo bene. Don Bosco poi contava a me che in quel momento avevano disputato un poco, si vede che avevano tutti due un po’ di prurito per disputare… E come fare il bene? […] Vediamo i pensieri del Ven. Cafasso […]: I. Fare ogni cosa come la farebbe N.S.G.C. […]. II. Fare le nostre azioni a quel modo che vorremmo averle fatte quando ce ne sarà domandato conto al Tribunale di Dio […]. III. Fare ogni cosa come se fosse l’ultima della nostra vita […]. IV. Fare le cose in maniera come se non se ne avesse a fare altra. […] 175 (Conf. MC, II, 419-421).

«L’eroismo della sua virtù (del Cafasso) consiste nella costanza. Non consiste nei miracoli l’eroismo, ma nel farsi violenza, nello star sempre lì fermo nel buon volere, nel non perder tempo: questo è roba nostra. Io ammiro ogni giorno più la vita di quest’uomo, perché non è andato a salti, no, è sempre andato diritto; la sua strada era quella e…avanti; e questo l’ha fatto per tutta la vita. Sempre la stessa fede, lo stesso amor di Dio e del prossimo; sempre prudente, sempre giusto, sempre temperante…non gli manca niente […], lui andava sempre avanti; faceva sempre tutto bene» (Conf. MC, III, 216). «Il nostro Ven. Cafasso era straordinario nell’ordinario. Era cosa ordinaria il confessare, il dar consigli, ecc., ma radunate tutto ciò in un uomo solo come il Venerabile e troverete lo straordinario nell’ordinario. Essere anche noi così: straordinari nell’ordinario» (Conf. MC, I, 396).

La conclusione, in sintesi, è: «La nostra santità consiste nel fare tutte le cose bene, […] solo per amore di Dio, interamente, in tutte le circostanze, dal mattino alla sera, ». (Conf. MC, III, 110)

 

«IO NON BADO AL NUMERO» (Conf. IMC, I, 116)

Ecco una frase del Fondatore che dovremmo scrivere in lettere d’oro. È del 1906, quindi dei primissimi anni dell’avventura missionaria del nostro Istituto: «I miei anni sono pochi, ma fossero pur molti, voglio viverli nel fare il bene e farlo bene; io ho l’idea del Ven. D. Cafasso, che il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente; io non bado al numero. Talvolta sono costretto a contare quelli che sono in Africa, perché devo renderne conto, altrimenti non si dovrebbero neppure contare; sono più di dodici, e dodici bastavano a convertire tutto il mondo. Se qui ci fosse pur uno solo, io ed il Sig. Prefetto useremmo attorno a lui la cura che usiamo a tutti voi» (Conf. IMC, I, 116). È come dire che la “qualità” delle persone è prima della “quantità”. Conosciamo questo ritornello del Fondatore, il quale sognava missionari e missionarie di prima qualità. Non ci rincresca risentirlo.

È LO SPIRITO CHE IMPORTA

«Non è il numero che fa. Mi spaventa pensare alla numerosità d’una comunità. Moltiplicasti gentem, sed non magnificasti laetitiam» (Conf. IMC, I, 211); «Questa casa andò sempre moltiplicandosi finora, ma non è il numero che importa, è lo spirito, che non vi sia fra noi nessun “amalecita” e poi potrò dire alla Consolata: “Pretendo tante grazie”» (Conf. IMC, I, 610); «Io non tengo al numero, ma allo spirito» (Conf. IMC, II, 111); «E quel bravo Rettore ci domandava se volevamo unirci; ma io gli ho detto che per unirci era necessario che noi o loro ci distruggessimo […]. In quanto poi ad affezione noi ci consideriamo come loro fratelli minori; non è il numero che faccia: Non è il numero, ma lo spirito» (Conf. IMC, II, 113); «Sarò sempre padre buono per quelli che hanno buona volontà, per quelli che non l’hanno la mettano, e chi non ha buona volontà e non vuole metterla non può più stare qua dentro. Il numero non mi ha mai dato pensiero. Vedete quando sono partiti per l’Africa i primi nostri Missionari, dopo la casa è stata vuota. Mi sono spaventato? Niente affatto; ho pregato la Madonna: “questa è tutta opera vostra, pensateci voi” – ed ecco che otto nuovi sacerdoti sono entrati. […] dunque siamo intesi: […] esaminatevi bene se avete proprio ferma volontà. […+ Qui devono stare solo quelli che hanno buona volontà» (Conf. IMC, III, 30); «Non è il numero, il Signore si contenta di pochi» (Conf. IMC, III, 124).

LA PORTICINA E IL PORTONE

È nota la stima dell’Allamano per il Card. G. Vives, Prefetto della Congregazione dei Religiosi, il quale amava ripetere la battuta della “porticina” per le accettazioni e del “portone” per le dimissioni dei candidati alla vita religiosa. Era un criterio di prudenza, che mirava alla qualità dei candidati. Il Fondatore si è richiamato a questo criterio più di una volta, soprattutto per incoraggiare ad impegnarsi o per correggere qualche difetto. Commentando un decreto della Santa Sede sui Laici degli Ordini Religiosi, concludeva: «Facciamo due considerazioni dal detto: 1) la verità delle parole del Cardinal Vives: la porticina e il portone […]. 2) Se la Chiesa vuole sì lunga prova nei laici chiusi in un Monastero, quanto più per missionari» (Conf. IMC, II, 30; cf. III, 183); «[…] la sapete la storia del portone…ve la racconterà poi il sig. Assistente. Bisogna che ringraziamo il Signore, che nella nostra piccolezza, in pochi anni ci ha benedetti in modo sì grande» (Conf. IMC, II, 62; 65); «Ci vuole un portone per uscire, ed una porticina per entrare. Il numero non è quel che faccia. Gli Apostoli erano appena dodici […], eppure hanno convertito il mondo!» (Conf. MC, II, 190; 192; 194; 196; I, 278).

Con altre parole, il Fondatore ha ufficialmente dichiarato questo suo criterio in una relazione alla Santa Sede: «La disciplina è rigorosa, basata sul principio che “longe melius est, ut aliqualiter claudantur ianuae ingredientibus, ne postea late reserentur exeuntibus” (è di gran lunga preferibile chiudere talvolta le porte a coloro che entrano, piuttosto che doverle poi spalancare a coloro che escono)». (Lett, V, 283).

LA SPERANZA SUL FUTURO

Poste queste premesse sulla qualità, dobbiamo riconoscere che l’Allamano ha realisticamente immaginato un Istituto di una certa consistenza e in sviluppo anche numerico, sia di persone che di campi apostolici. In occasione dell’addio ad alcuni missionari partenti, ebbe a dire: «Il Signore susciterà altri dopo questi; l’opera è di Dio. Questa casa andò sempre moltiplicandosi. […] Io non vedrò, ma forse andrete anche in Giappone, Tibet, come San Francesco Zaverio» (Conf. IMC, I, 610). In occasione delle ordinazioni, il Fondatore constatava volentieri che l’Istituto cresceva: «Pel nostro Istituto è segno poi che il Signore gli vuol bene, vuol sostenerlo e moltiplicarlo» (Conf. IMC, I, 162); «Preghiamo che il Signore moltiplichi l’Istituto e le ordinazioni […]. Così si moltiplicherà il bene…e poi si moltiplicano le missioni» (Conf. IMC, III, 502); «Il numero aumenta. […] Se non mi sbaglio, adesso siete 56 chierici: è un bel numero: è già un Seminario maggiore: È una grazia di Dio. Sebbene non sia il numero che faccia, tuttavia il numero fa molto, tanto più quando c’è anche il resto» (Conf. IMC, III, 544).

Ecco la più bella conclusione, da una conferenza alle suore: «Voi dovreste essere 500 almeno. Voi mi avete detto che non guardo il numero ma la santità; ma più grosso è il numero dei santi e meglio è…». (Conf. MC, III, 349)

 

«NUNC COEPI: STEMMA DEL NOSTRO ISTITUTO » (Conf. MC, I, 360)

La versione ufficiale della CEI del salmo 69 (70), 6 è: «E ho detto: questo è il mio tormento: è mutata la destra dell’Altissimo», mentre al tempo dell’Allamano, stando alla Volgata, si leggeva: «E io dissi: Adesso incomincio: questo cambiamento (viene) dalla destra dell’Altissimo». Il Fondatore, seguendo la spiritualità carmelitana, ha grandemente valorizzato questo versetto per insegnare ai suoi figli e figlie a non abbattersi, nonostante l’esperienza dei propri difetti e mancanze, ma a riprendersi sempre con speranza, perché è possibile raggiungere l’ideale della santità missionaria. Risentiamo dalla viva voce del Fondatore, il famoso «Nunc coepi», così familiare all’inizio dell’Istituto.

ANCHE 50 VOLTE AL GIORNO

Sembra un’esagerazione, ma questo ripetuto incoraggiamento del Fondatore è molto realistico: «Se poi dopo aver proposto mancassimo ancora, non dobbiamo mai scoraggiarci, ma sempre ricominciare; anche se cadessimo 50 volte al giorno, dice S. Teresa, dobbiamo sempre rialzarci dicendo: Nunc coepi!» (Conf. IMC, I, 380); «S. Teresa diceva: io rinnovo il buon proposito fino a cinquanta volte al giorno e se manco: terra dedit fructum suum: sono frutto del mio giardino, e ripiglio con coraggio – non bisogna perdersi d’animo» (Conf. IMC, I, 140); «Santa Teresa diceva: “Anche se cadessi 40 o 50 volte al giorno, mi rimetterei subito”» (Conf. IMC, I, 638); «Santa Teresa diceva di mettersi tutti i giorni anche 40 o 50 volte al giorno. Non domani, guai, stasera!» (Conf. IMC, II, 11; cf. II, 238); «(Quando sei caduto) rimettiti a posto; S. Teresa diceva il Nunc coepi [adesso incomincio] quaranta o cinquanta volte al giorno; domandava perdono al Signore, diceva: roba del mio giardino, del mio orto; Signore un po’ di pioggia perché venga su roba buona» (Conf. MC, III, 83); «Cominciate tutti i giorni e magari cinquanta volte al giorno senza perdervi di coraggio» (Conf. MC, I, 116); «Se pensiamo: in un mese quante grazie! Nunc coepi, dobbiamo dire se vediamo di aver mal corrisposto. S. Teresa deve la sua santificazione al continuo dire: incomincio…» (Conf. I, 67; cf. I, 72; 117; 377).

INCOMINCIO UNA VOLTA SUL SERIO

Per il Fondatore questo incoraggiamento del “Nunc coepi” non era una semplice consolazione, ma l’invito ad un serio impegno di migliorare. Praticamente, da un “nunc coepi” ad un altro si doveva registrare un progresso, almeno nella volontà. Sentiamone alcuni di questi dinamici incoraggiamenti, cercando di individuare le sfumature diverse in ognuno di essi. Potremo così comprendere meglio con quale spirito il Fondatore li ha ripetuti e li ripete ancora, perché vuole che i suoi figli e figlie siano sempre in cammino con voglia di migliorare: «Qui dentro è una pioggia di grazie, avete da renderne conto quindi: Ego Dixi? (e un coro risponde) Nunc coepi! Incomincio una volta sul serio» (Conf. MC, I, 430, 432; cf. II, 74; 462, 463; cf. Conf. IMC, II, 11; III, 715); «Esaminiamo noi stessi se siamo sempre allo stesso modo: A fermarsi, nella via della perfezione, i buoni diventano cattivi, i fervorosi, ahi! Si discende sempre…Se non ci teniamo su, su… Esaminiamo in che classe siamo e facciamo propositi. Ego dixi: nunc coepi. Haec mutatio dexterae Excelsi» (Conf. MC, II, 136; cf. II, 209); «Non siamo delle banderuole…ma quando si cade: incomincio di nuovo…tirarci su, non star per terra…La nostra sia una vita fervorosa» (Conf. MC, II, 211; cf. Conf. IMC, III, 229); «Nunc coepi…Adesso incominceremo una vita nuova (con gli esercizi spirituali). Bisogna uniformarci alla vita di N. Signore; lì ci sono tutte le virtù. […] Sicuro vedete, sta tutto lì, nell’imitazione di N. Signore. […] Bisogna incominciare proprio adesso» (Conf. MC, II, 570); Incominciate subito con una volontà di ferro, con una voglia non come le altre volte che andava giù, poco alla volta scemando…, ma che sia stabile, che sia la volta del “nunc coepi”» (Conf. MC, II, 646; cf. III, 9; 23); «Dovete rinascere ad una vita di fervore e tutti i giorni rinnovare i proponimenti. Eh! Siam sempre lì…Ego dixi: nunc coepi» (Conf. MC, III, 114); «Questo rinnovamento dovremmo farlo tutti i giorni, anzi tante volte al giorno, cioè sempre ricominciare. Eh!…siamo sempre lì…nunc coepi…Siamo così miserabili che se non rinnoviamo sempre i proponimenti e la volontà non riusciremo mai a niente» (Conf. MC, III, 134); «Questo è il modo di cominciare l’anno. Nunc coepi, e dirlo tutti i momenti» (Conf. MC, III, 180; cf. 183); «[…] avere questo impegno: di mettersi tutti i giorni, tutte le ore con volontà, senza mai scoraggiarsi: Nunc coepi; mai lasciarsi prendere dalla malinconia» (Conf. MC, III, 355, 358; cf. III, 416; 457).

«QUEL CHE È PASSATO È PASSATO»

Il Fondatore non solo incoraggiava ad impegnarsi, senza scoraggiarsi mai, ma anche a non lasciarsi deprimere dal peso del passato o di eventuali peccati. Anche questo è realismo e saggezza: «Passiamo anche noi la vita in modo che se avessimo da ritornare indietro, non avessimo a cambiarla. Incominciate adesso e quel che è passato è passato. La perfezione è una montagna, c’è sempre da salire e non c’è mai la fine. Estote perfecti…Non arriveremo mai là, ma tiriamo il colpo (proviamoci)» (Conf. MC, III, 460); « […] allora si chiede perdono al Signore e poi: nunc coepi» (Conf. MC, III, 23); «Dice S. Agostino che anche i peccati ci aiutano a farci santi, perché ci umiliano, perciò si prende più confidenza in Dio, perché non siamo buoni a niente. Vedete?! Dunque bisogna farci santi: proponetevelo tutti i giorni, anzi tante volte al giorno» (Conf. MC, III, 469); «E quando per debolezza cadrò in peccato, subito mi metterò a posto. (Nessuno dica) non ho bisogno di incominciare…E se si è ferventi s’incominci ad esserlo di più» (Conf. MC, II, 210).

Ecco la semplice e logica conclusione suggerita dal Fondatore stesso: «Non perderci, non cras (domani)…[…] No, hodie – nunc (oggi – adesso). Nessun “ma”; nessun “se”; senza “ma”, senza “se”» (Conf. MC, III, 25; cf. Conf. MC, II, 690); «Proponimento fermo da ricordare direi tutti i momenti. Sempre incominciare, mai scoraggiarsi: Nunc coepi, già lo sapete, direi che è lo stemma del nostro Istituto» (Conf. MC, I, 360 e 361).