COLLEGIO “GIUSEPPE ALLAMANO” DI BOGOTÀ

 

 

Il p. Luigi Duravia, Missionario della Consolata, dietro nostra richiesta, ci ha gentilmente inviato una interessante descrizione della “pedagogia allamaniana”, che da alcuni anni è diventata il punto di riferimento fondamentale per l’educazione della gioventù nel “Collegio Giuseppe Allamano” (Bogotà - Colombia), di cui egli è Rettore. Si tratta di un grande collegio, fondato dai nostri missionari nel 1962, che attualmente ospita circa 1500 alunni, distribuiti in 36 classi: elementari, medie e superiori, propedeutiche all’università. I professori, tutti laici, sono una cinquantina. Dallo scorso anno, il collegio è diventato bilingue, avendo adottato l’inglese come seconda lingua. Le richieste di iscrizione superano sempre di gran lunga la possibilità di accettazione. Per noi è una grande soddisfazione constatare come il nostro Fondatore, con i suoi principi e la sua testimonianza di vita, sia considerato una preziosa fonte ispiratrice per la crescita umana e cristiana di tanta gioventù nella capitale della Colombia.

Assunsi l’ufficio di Rettore del Collegio “Giuseppe Allamano” nel 2004. L’ambiente, però, non mi era nuovo, perché da 3 anni ero direttore generale, cioè incaricato dalla comunità della Consolata per “vigilare” e “orientare” il cammino della scuola, che era totalmente in mano ai laici.

Come Rettore dovevo affrontare molte situazioni, perché avevo una responsabilità non solo verso la mia comunità, ma anche nei confronti del Ministero della Pubblica Istruzione. Per cui, come primo passo, ho dovuto subito mettermi d’impegno per conoscere a fondo la legislazione della Colombia circa l’educazione della gioventù.

Il secondo passo è stato imposto da una domanda che mi è sorta spontanea: qual è l’identità di questo collegio? In che cosa si distingue dagli altri collegi? Non solo dagli statali, ma anche dai privati, in particolare da quelli cattolici. Notai che tutti i collegi avevano molto in comune, almeno sulla carta: oltre ai programmi accademici obbligatori per tutte le istituzioni educative, avevano pure, tra i loro obiettivi, la “formazione integrale” degli studenti.

In più, i collegi cattolici avevano in comune, come loro obiettivo specifico, l’educazione sulla base dei principi evangelici, come pure la conoscenza della dottrina cristiana e l’accompagnamento nell’impegno di una vita coerente alla fede.

Però, qual era la nostra “caratteristica specifica”? In questo processo di riflessione, i miei collaboratori ed io abbiamo incontrato Giuseppe Allamano, di cui portavamo il nome fin dalla fondazione. Che cosa avrebbe potuto apportare l’Allamano al nostro compito di educatori? Insieme, ci siamo proposti di conoscerlo di più, attraverso un’attenta lettura dei testi che avevamo in spagnolo: prima i componenti la Direzione e poi i coordinatori di ogni area educativa. Così, abbiamo scoperto che l’Allamano aveva molto da dirci sul piano educativo attraverso la sua dottrina, la sua attività concreta e la testimonianza della sua vita.

Il lavoro non è stato tanto semplice, perché non possedevamo testi che trattassero esplicitamente di questa dimensione dell’Allamano. Oltre tutto, egli non aveva una sua teoria pedagogica specifica. Tuttavia, abbiamo scoperto in lui un grande educatore e dal suo modo di agire abbiamo imparato molto.

Dunque, avevamo scoperto la nostra identità. Si trattava solo di esprimerla in un documento concreto che servisse da guida per tutti quelli che componevano la nostra istituzione, incominciando dal corpo docente, per giungere a tutti gli alunni e, infine, alle famiglie.

Messo su carta quanto avevamo scoperto, abbiamo pubblicato un opuscolo dal titolo “Principi Generali”, nel quale sono espressi i due assi che servono da ispirazione e illuminano tutte le dimensioni del collegio: l’asse dei principi cristiani e quello dei principi “allamaniani”. Così, ogni progetto pedagogico generale, o di area o di classe, come pure ogni programmazione o documento dovevano riferirsi sempre a questi principi generali cristiani e “allamaniani”, che qui espongo in sintesi.

  1. L’Allamano mise il nome della Consolata ai due Istituti missionari da lui fondati. Il tema della consolazione richiamò fortemente l’attenzione mia e dei miei collaboratori: in che cosa consiste il nostro lavoro educativo se non di “consolare”? Certo, non si può ignorare il concetto di consolazione che si realizza attraverso l’evangelizzazione: la maggior consolazione che si può offrire ad una persona è di aiutarla ad incontrare Gesù Cristo, perché il contatto con lui rende le persone «le più felici di questo mondo», come diceva l’Allamano.
    Però questo termine di “consolazione”, per noi, va oltre: i nostri studenti vivono in situazioni molto difficili per diverse ragioni: per l’ambiente di violenza che si riscontra nella società colombiana, la mancanza di opportunità, la distruzione delle famiglie, il bombardamento dei mezzi di comunicazione che propongono sogni impossibili e fanno cadere o sviliscono i valori tradizionali. Così i nostri giovani soffrono molto e si sentono soli e disorientati. Da qui l’impegno di “consolarli” attraverso l’educazione, insistendo che ogni professore deve essere educatore e consolatore. Come lo può fare?
  1. A questo punto subentra un altro principio importante desunto dall’Allamano: il contatto personale. Con il suo esempio e le sue esigenze proposte con amore, egli ci insegna che è indispensabile conoscere personalmente ogni studente nella sua realtà concreta e con la sua problematica personale, soprattutto se si tratta di studenti indisciplinati, aggressivi, o demotivati, perché i loro comportamenti sono indicatori di una problematica che è possibile risolvere solo a livello individuale e non di gruppo. Il contatto e il dialogo personale sono l’unico mezzo per avvicinare i giovani e dire loro una parola di consolazione, di sollievo e di incoraggiamento. È importante offrire loro sempre nuove opportunità, a riprendersi sempre, come l’Allamano voleva che si dicesse dopo ogni sbaglio: «Adesso incomincio di nuovo».
  2. L’attenzione costante agli studenti esige una particolare attitudine nei professori: cioè, devono avvicinare gli alunni con spirito e sentimenti di padre e di madre, come faceva l’Allamano. Un atteggiamento abbastanza comune nei professori è quello di accusare gli allievi di non studiare, di essere disimpegnati e indisciplinati, di non presentare a tempo i compiti. La colpa è sempre degli studenti. Forti di questa pedagogia “allamaniana”, i professori si sono convinti che, se sono padri, hanno la vocazione e la responsabilità di amare i loro figli, di correggerli, di dialogare con essi, di essere “fermi nei principi e soavi nei metodi”. I professori, inoltre, hanno maturato che, se un allievo si disanima, o perde un anno, o lascia il Collegio, la colpa è soprattutto loro, o per lo meno che non sono stati in grado di animarlo e integrarlo positivamente nell’ambiente. Tutto ciò impone una riflessione continua, domandandosi il “perché” delle situazioni e un continuo questionarsi sopra la qualità del proprio servizio pedagogico.
  3. Dall’Allamano, inoltre, abbiamo imparato a non adagiarsi nella mediocrità. Da qui deriva il titolo del nostro Progetto Educativo Istituzionale (PEI): “Eccellenza accademica”. L’Allamano insisteva molto sul primato della santità: «Prima santi…», riprendendo le parole di Gesù: «Siate perfetti come il Padre vostro». Così ha preso forma un “Progetto di vita” che, seguendo le tappe educative degli allievi, diventasse una guida capace di accompagnare i giovani, anno dopo anno, a diventare persone mature sul piano affettivo, spirituale e dell’impegno sociale. A tale scopo abbiamo insistito sulla spiritualità eucaristica e mariana, sull’onestà, solidarietà, servizio, con particolare attenzione agli emarginati. Questi aspetti della formazione fanno parte della missione del collegio e del profilo che devono raggiungere gli studenti “allamanisti”.
  4. Assieme a questo percorso di perfezione e santità, abbiamo scoperto che l’Allamano insisteva molto sulla necessità di una buona preparazione accademica. Non si accontentava di persone mediocri e ignoranti, perché diceva che «l’ignoranza fa molti danni» e che una persona ignorante è «come una lampada spenta, che non illumina nessuno». Sul principio della perfezione accademica abbiamo sempre insistito con i nostri alunni. Il collegio è accademicamente esigente e i risultati degli esami statali devono essere molto elevati. Quanto escono dal nostro Collegio, in genere, i nostri giovani non trovano difficoltà ad entrare nell’Università e ad intraprendere qualsiasi carriera.
  5. C’è un altro principio che l’Allamano ha fatto proprio e che noi abbiamo accolto: «Bisogna fare le cose bene, anche le più piccole e ordinarie». Bisogna essere «straordinari nell’ordinario». Fare le cose bene e conforme le esigenze accademiche necessariamente ci facilita ad ottenere risultati eccellenti.
  6. Il risultato, tuttavia, non è solo frutto dello sforzo degli interessati e né della buona volontà dei professori. L’Allamano ci insegna anche che la comunità è educatrice e che svolge un ruolo importante per sostenere, aiutare, correggere, indicare un cammino positivo per gli alunni. Quando una comunità è ben strutturata e si regge su principi di disciplina e in spirito di famiglia diventa necessariamente un ambiente educativo e si crea un clima dove tutti si sentono a loro agio e collaborano.
  7. Infine, abbiamo scoperto che l’Allamano aborriva non solo dalla mediocrità, ma anche dagli spiriti fiacchi e dalle volontà deboli. In vista della missione, voleva persone energiche e forti. Siamo convinti che questa è una dote indispensabile anche per i nostri alunni: maturare volontà forti, essere energici nell’affrontare i problemi, non lasciarsi abbattere dalle prime difficoltà. L’ambiente sia colombiano che quello del mondo di oggi richiede personalità non solo preparate, ma anche granitiche. Ecco perché cerchiamo di infondere nei nostri giovani la convinzione che devono essere “agenti di rinnovamento” in una società egoista, corrotta, spesso violenta e carente di valori. Sottolineiamo con insistenza quanto è già scritto nel nostro stemma: “Voluntas omnia superat” [la volontà può tutto].

In conclusione, dopo questa esposizione non certo esaustiva, sono sempre più convinto che la pedagogia dell’Allamano continua ad essere attualissima e del tutto idonea per educare i nostri giovani a maturare come buoni cristiani e eccellenti cittadini.