1964 TORINO Santa Croce 

Conversazione al Seminario Teologico I.M.C. Il 16 febbraio 1964

 

Don Cesare Matta (1881-1970) originario di Moriondo Torinese, fu pronipote di S. Giuseppe Cafasso e cugino in secondo grado dell'Allamano. Ordinato sacerdote nel 1905, fu alunno del Convitto Ecclesiastico nel biennio 1905-1907. In seguito esercitò il servizio pastorale come vice curato in diverse parrocchie della diocesi. Fu Prevosto di Balangero (Torino) dal 1931. Nel 1954 rinunziò alla prevostura e si ritirò a vita privata a Moriondo. Negli ultimi tempi fu anche Rettore di S. Croce in Torino.

In occasione del 50° di sacerdozio, da Brandizzo, ove era vice curato, il 17 settembre 1923, inviò all'Allamano una lettera di auguri, nella quale si nota una profonda stima per il suo illustre cugino. Tra l'altro scrisse: «Ricordando con diritto e con gioia i vincoli di parentela che, grazie al Cielo, mi stringono tanto a Vostra Signoria Rev.ma quanto al Venerabile Zio [il Cafasso], vorrei anch'io ambire il privilegio di assistere alla Solenne Funzione che allieterà l'avvenimento in codesto Suo Santuario; ma poiché ne sono trattenuto forzatamente, prometto fin d'ora di parteciparvi in spirito concorrendo, con le mie deboli forze, a che Dio e la Madonna Consolatrice, per intercessione di un tanto nostro Zio, abbia a colmarle il Calice di ogni più soave consolazione e a conservare, per lunghi anni ancora, l'esistenza Sua preziosissima per tante Opere di cui fu Fattore, e ne è Guida così illuminata».

Qui pubblichiamo la sua conversazione ai chierici del nostro Seminario Teologico di Torino, tenuta il 16 febbraio 1964.

 

Fino ad oggi avevo sempre resistito al vostro invito di venire a parlarvi per soddisfare al vostro desiderio filiale di conoscere notizie particolareggiate sul vostro Fondatore, e sulla sua vita così ricca di insegnamenti, parendomi di aver nulla da aggiungere a quanto -è contenuto nella sua Vita che è nelle vostre mani e che provvede abbondantemente al bisogno. Ora finalmente, dopo tante insistenze da parte vostra, e tante obbligazioni da parte mia, ho dovuto cedere al vostro desiderio, e cercherò di fare quello che so e posso per accontentarvi, mantenendomi nelle esigenze del vero e della mia coscienza, e di lasciarvi insieme un concetto conciso e preciso su quanto può interessare la vostra sana curiosità.

Per riuscire nel mio intento, seguendo la traccia che mi avete suggerito, ho pensato bene, non solo di esporre a voce, ma di tracciare brevemente per iscritto i miei punti principali, e cioè:

  1. darvi un breve cenno sulla figura esteriore del vostro Fondatore;
  2. toccare di volo la sua figura 'morale;
  3. parlarvi della stima che ha incontrato nel pubblico;inalmente ricordarvi un episodio particolare nei contatti che io ho avuto con lui.

 

LA FIGURA ESTERIORE

La prima curiosità che nasce nella mente e nel cuore di un'anima desiderosa di conoscere da vicino la persona che ama e che non ha conosciuto personalmente, è di sapere per quanto possibile quali erano i suoi lineamenti, la sua forma esteriore, il suo portamento, e simili particolari; quindi eccomi alla mia prima descrizione.

Il canonico Allamano, nelle sue fattezze esteriori si presentava così:

1. Statura superiore alla media, sebbene all'età in cui l'abbiamo visto noi incominciasse a curvare le spalle. Ritto però nella persona per quanto gli era possibile, dimostrava esteriormente di possedere una superiorità sia nel portamento che nel suo modo di fare; quando quindi era più giovane di anni, doveva, come si dice comunemente, fare una bella figura di sacerdote.

2. Le mani aveva piuttosto robuste e sviluppate: per farvene una idea, giudicate da quelle della salma di S. Cafasso. Di solito le teneva coperte in parte dalle maniche del vestito, come usavano fare allora le persone ecclesiastiche per bene.

La fronte ampia, coronata da ,una fitta capigliatura; ravvivati e ordinati i capelli, senza mai dimostrare vanità. Aveva un occhio un po' difettoso, per cui lo teneva quasi sempre socchiuso, specialmente quando si fermava a fissare qualche (soggetto od oggetto interessante) il che poteva dare soggezione a colui che non lo conosceva da vicino.

La sua spalla destra era un po' più alta dell'altra, simile anche in ciò allo zio S. Cafasso. Il colorito del viso era abitualmente pallido. Nelle solennità portava il bavero canonicale, che gli dava un aspetto piuttosto signorile. La bocca bene sviluppata era leggermente composta ad un lieve sorriso.

I difetti fisici accennati non •menomavano per nulla l'attrattiva e l'imponenza dell'uomo; anzi in certa qual maniera ne accrescevano la grazia e la superiorità.

Il suo passo era grave ma non lento, come quello di chi ha tante cose da fare. L'Allamanò era così, e lo si conosceva a distanza.

 

LA FIGURA MORALE

Dall'esterno passiamo all'interno. Potremmo dire anche noi come si usa dire di altre cose:

«De internis non judicat praetor ». Eppure da un fisico così fatto trapelava la personalità spiccata di cui parla da Vita. Ne troviamo la prova più chiara nelle mansioni insigni che tenne 'nell'archidiocesi di Torino.

Un giorno parlando egli con me confidenzialmente della Superiora delle Sacrarnentine di allora, Suor Serafina di S. Michele, nostra parente, mi diceva: « Vedi, l'Arcivescovo Gastaldi Che era tanto intelligente ebbe buon naso nella scelta della nostra Superiora:' l'ha fatta nominare nel monastero per sei anni di seguito, sebbene fosse una contadina, tanta era la stima che aveva di lei. Infatti in tutti i suoi lavori riusciva sempre meravigliosamente, anche nello stesso allevamento delle piante che fruttavano tanto per il monastero. Sfido io! Era stata mandata direttamente da Don Cafasso che gliene aveva predetta l'entrata: "a 21 anni entrerai nel monastero delle Sacramentine; io non ci sarò più" ».

Il giudizio dato dall'Allamano sulla zia Sacramentina si confaceva perfettamente anche a lui. I primi incarichi importanti li ebbe dall'Arcivescovo Mons. Gastaldi. Gli onori e gli oneri, in continuo progresso, gli venivano in parte da lui, in parte dal Card. Richelmy.

Dal Seminario maggiore passò alla Consolata; da semplice Sacerdote al Capitolo della Metropolitana; da semplice teologo al Collegio dei Dottori Collegiati, dimostrando dappertutto grande sapere e discrezione.

In queste mansioni niente era in lui 'di burbero e altezzoso; anzi era voce comune che sia nelle dissertazioni come nei casi di morale composti dall'Allamano non c'era che chiarezza e onestà. Ecco l'uomo santo, sapiente e modesto.

Permettete che accenni qui ad un giudizio espressomi da un mio nipote avvocato, fratello del Rettore attuale del Seminario arcivescovile di Bra, Can. Matteis. Codesto mio nipote un giorno mi diceva: « Sai che ho avuto il piacere di avvicinare il canonico Allamano; e, cosa vuoi? volevo 'prendermi una soddisfazione. L'ho voluto interrogare su ,una questione spinosa; e la sua risposta fu talmente pronta e precisa che ne fui 'meravigliato. Ho conosciuto l'uomo! ».

Il Can. Allamano non perdeva mai tempo, né in casa né fuori di casa. La via che Io portava ogni giorno al Coro, nel Duomo di S. Giovanni, era sempre la più breve; e nella stessa Cattedrale, coi colleghi non si perdeva in parole. Ecco una prova. Un giorno io mi portai al Duomo con dei parenti per parlare con lui. Non era ancora l'ora dell'Ufficio. Ci presentammo in sacrestia e là ci incontrammo con il Can. Sorosio.

  • Chi cercano?
  • Cerchiamo del Allamano.
  • Oh, I'Allamano é sempre puntuale in tutto, e lo sarà anche adesso; ma, si ricordino, non arriva mai che agii ultimi momenti per non perdere tempo.

La puntualità e la stima del tempo sono sempre buone qualità, ed il Can. Allamano le possedeva. Anche questo va notato.

Credo bene di mettere in evidenza la prudenza e l'energia usata dal Rettore nel tener lontana dal Convitto la piaga del Modernismo, così contrario alle dottrine della Chiesa. Questa piaga aveva lasciato orme fatali nel Seminario Metropolitano di Torino, dove il serpe velenoso serpeggiava di nascosto e aveva fatto le sue vittime in diversi chierici come un Salza, un Ghisio, un Della Croce, un Tarica, un Fornari e altri che buttarono la talare, se ne andarono dal Seminario e passarono al Protestantesimo. Passata la bufera, l'Allamano dichiarava apertamente che riteneva una grazia speciale della Consolata che da un tanto male restasse immune il Convitto, nonostante le subdole arti degli infelici gregari che cercavano di farne la propaganda.

 

LA STIMA DEL PUBBLICO: CLERO E SECOLARI

Tutto il Clero torinese aveva in somma venerazione il Rettore della Consolata e del Convitto, cominciando dai suoi più vicini.

1. Il suo degnissimo coadiutore nella direzione del Convitto e delle Missioni della Consolata, il prof. Camisassa, uomo di valore, pur così intimo con lui, ogni volta che lo accompagnava al S. Giovanni, si faceva sempre un dovere di dargli la destra e di usargli ogni attenzione.

Tale era pure la stima che avevano i Canonici suoi colleghi nei momenti che passava con loro al Duomo.

2. Il Vice Rettore del Convitto, Can. Boccardo, vera stoffa di santo, gli usava le stesse attenzioni; e noi convittori ci stupivamo nel vedere il suddetto Vice Rettore, quando alla porta interna del Convitto lo aspettava con la berretta in mano (quando veniva a predicare ai sacerdoti) e gli porgeva l'aspersorio dell'acqua benedetta come si fa ad un vescovo.

3. Riguardo al pubblico laico basti dire questo: nella prima malattia in cui era caduto l'Allamano, tutto il popolo torinese pregava per lui; e fu allora che ottenne dalla Madonna la grazia segnalata della guarigione, e decise la fondazione delle Missioni.

Quando si portava in sacrestia, tutti facevano ala al suo passaggio e sostavano in religioso silenzio finché non c'era ,più.

Questo era l'ambiente in cui si viveva quando si era sotto la direzione del Can. Allamano; il quale però non causava un timore servile, ma una semplice soggezione, mitigata da una comprensione paterna. Anche qui valga questo fatto.

Due Sacerdoti convittori, legati da un'antica fraterna amicizia, il Teol. Frigeris, vicecurato di S. Secondo e segretario di Mons. Pinardi, ed il Can. Gambino, parroco di Testona, ambedue ora 'defunti, servendosi un giorno a vicenda la S. Messa per un caso fortuito, fecero il giro del Santuario, senza trovare un altare disponibile. Cominciarono a mormorare qualche parola tra di loro, ciò che causò tra loro una comune irresistibile risata a vista dei fedeli In 'mezzo ai quali passavano.

Finita poi la celebrazione della Messa, tornarono in sacrestia con le lagrime agli occhi, persuasi di aver provocato uno scandalo. Ci pensarono bene, e di comune accordo decisero di portarsi in persona dal Rettore ad accusarsi del fatto prima che lo facessero altri. Il Rettore Can. Allamano ascoltò con un senso di compatimento paterno, e poi concluse dicendo: « E' da compatire, é stata un'esplosione nervosa, Andate tranquilli; cercate soltanto di evitarvi perohé (non si ripeta la scena ». I due rimasero stupiti di tanta indulgenza e compresero il suo buon cuore di padre.

 

RICORDO PERSONALE

In parecchie circostanze ebbi occasione di trattare con il Can. Allamano e di avvicinarlo, sia durante gli anni del Convitto, che fuori, Cito un fatto che mi lasciò una impressione profonda.

Eravamo nel secondo anno scolastico, ed i Convittori erano numerosi: una sessantina. Nella vita interna del Convitto, i Convittori erano soliti dividersi in tanti gruppi, specialmente per passeggiare alla sera dopo cena nei corridoi superiori, non per altro che per evitare degli scontri. L'usanza aveva creato una specie di familiarità per ciascun gruppo, per cui il giro fatto su e giù era quasi sempre composto dei medesimi individui. lo mi ero unito con tre altri sacerdoti ben più degni di me: il prof. Bertolo che faceva da Direttore esterno di disciplina, mentre era pure Ripetitore di Morale e Casista impareggiabile; il Teol. Casassa di Mezzenile, ingegno elettissimo, Prefetto del Convitto e mio compagno e il Teol. Tessore di Moncucco Torinese e quasi compaesano, tuttora vivente presso i Padri Gesuiti di Genova. Tra di noi ce la intendevamo abbastanza.

Ebbene, un giorno il Can. Allamano improvvisamente mi mandò a chiamare, e su due piedi mi disse: « Senti, é bene che tu vada un poco a casa: là resterai finché richiamato, e così ti ristabilirai bene in salute ». Fui stupito di questa novità; ma feci volentieri il mio fagotto e me ne andai, pensando: chissà perché questa vacanza speciale? Dopo la mia partenza, nel Convitto della Consolata si sviluppò la malattia del morbillo con una violenza impressionante; e, strano, i colpiti quasi contemporaneamente erano precisamente i miei tre compagni di serate: il Prof. Bertolo, il Teol. Casassa e Fil Teol. Tessore.

Chiamato d'urgenza, il dottore dichiarò senz'altro trattarsi di malattia infettiva, per cui i colpiti furono trasportati all'ospedale Amedeo di Savoia e isolati in camere sottoposte a severa disinfezione. Le prescrizioni severe dei medici non fermarono il male che andava crescendo. Il Convitto, mi pare, venne chiuso per qualche tempo. Tra l'ospedale e la Consolata erano frequenti le comunicazioni telefoniche per sapere notizie dei degenti.

I tre si aggravarono, ed uno di essi soccombette, il Teol. Casassa, il quale domandava, sovente mie notizie, mentre io, sano a casa, commentavo il fatto doloroso.

A Torino se ne faceva un gran parlare ed i superiori erano affranti. Dopo la morte del Casassa, gli altri due migliorarono, e dopo tanto tempo riacquistarono la guarigione. Come spiegare il fatto del mio tempestivo invio a casa? Nessuno seppe dare una spiegazione della ispirazione che Io indusse a darmi una vacanza che mi salvò dal pericolo della grave epidemia.

Non vi ho detto cose nuove; e neppure pretendo di avere la privativa di quello che ho esposto, ma unicamente ho voluto avvalorare con la mia testimonianza "de visu" quello che é già stato pubblicato a riguardo di questo uomo di Dio.