
P. Damiano Fea IMC - Nel 39° anniversario della sua morte
P. Damiano Fea IMC (1903-1976), originario di Savigliano, cittadina non lontana da Torino, fu accolto a 17 anni nell'Istituto, vivente il Fondatore. Ordinato sacerdote nel 1925, continuò gli studi a Roma, laureandosi in teologia. Insegnò dogmatica nel nostro seminario teologico di Torino, fino alla sua destinazione in Etiopia, nel 1939.
Purtroppo, la sua missione venne interrotta molto presto a motivo della seconda guerra mondiale. Dopo un breve internamento in Sud Africa, fu rimpatriato nel 1942. Da allora esplicò diversi servizi in Italia e, per qualche anno, anche in Canadà. Fu Prefetto degli studi per un lungo periodo. Si faceva ascoltare volentieri per il suo dire chiaro e brillante, ed era ammirato per la testimonianza di vita coerente e generosa, disponibile a qualsiasi servizio, anche umile.
Qui presentiamo la commemorazione che p. Fea tenne a Torino nel il 16 febbraio 1965, 39° anniversario della morte del Fondatore.
« Non mi stancherò mai di esortarvi a ben considerare l'affare della vostra vocazione,
onde crescere nella stima della medesima,
ringraziarne ogni giorno il Signore
e procurare di corrispondervi con animo forte e costante »
(La vita spirituale, pag. 44)
Nella sua Circolare (N. 105) indicativa del Santo Protettore e della virtù propria per l'anno 1965, il nostro Reverendissimo Padre Superiore Generale sottolinea con poche, ma chiare parole, i tre impegni fondamentali della virtù annuale proposta: « Fedeltà generosa nella vocazione missionaria »; e sono:
- Sentire e credere come attuale l'invito di Gesù Redentore: "andate, predicate il Vangelo a tutte le genti".
- Amare ed essere fedeli a questa nostra Vocazione, così come deve essere attuata oggi, secondo le esigenze dei tempi e la guida della Chiesa.
- Accettare con generosità, senza riserve e tentennamenti, i sacrifici e le situazioni attraverso le quali si perpetua il contributo di martirio della Chiesa per l'estensione del Regno di Dio.
Questo triplice impegno che, nella mente della Circolare, riflette la preoccupazione profonda causata dalla troppo rapida e totalitaria evoluzione dei popoli e dalle ripercussioni sovente gravi e deleterie sulla vita e attività delle Missioni, è davvero quanto costituisce il senso profondo delle esortazioni del nostro Ven.mo Padre, la linea che Egli ha tracciato per sempre ai suoi figli, lo spirito che Egli ci ha lasciato e che ha guidato l' Istituto attraverso le non facili vicende della sua storia fino ad oggi.
Il R. P. Sales scrive nella vita del Padre, dopo aver ricordato le molteplici premure per il bene dei Missionari richiamati alle armi durante la guerra 1914-1918: « Tante paterne sollecitudini, unite ad incessanti preghiere, valsero ad ottenere ciò che più di ogni altra cosa gli stava a cuore: chè i suoi figli si mantenessero all' altezza della propria vocazione. Di ciò Egli si rallegrava grandemente: e questa grazia stimava sopra ogni altra: majorem hac non habeo gratiam quam ut audiam filios meos carissimos in veritate ambulare ».
1) Attualità della nostra vocazione
Stiamo assistendo in questi ultimi tempi, particolarmente attraverso la grandiosa manifestazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, ad uno straordinario risveglio dell'impegno missionario della Chiesa.
I molteplici dialoghi attualmente in atto tra la Chiesa cattolica, da una parte, e gli Ortodossi, i Protestanti, gli Ebrei, i non cristiani, dall'altra, testimoniano la presenza di nuovi fermenti che urgono nell' interno della Chiesa stessa.
Gli interlocutori però di questo gigantesco dialogo non sono soltanto le varie commissioni, Congregazioni o segretariati e gli « altri », come li ha definiti il Padre Congart, ma sono i Missionari, i quali con la loro opera capillare di carità e di istruzione portata fino nell'interno della casa degli "altri" fanno conoscere anche ai più lontani, ai disattenti, agli avversari più ostinati la profonda vitalità della Chiesa cattolica, il carattere soprannaturale, divino della sua istituzione.
L'impressione più profonda riportata dal Santo Padre Paolo VI nel suo recente viaggio missionario a Bombay, ci dicono i suoi più vicini collaboratori, non è stata quella determinata dalla visione diretta di una miseria estrema ed estesa. A questa impressione della povertà si è voluto, Egli ha voluto e non a torto, dare il maggior risalto come quella che avrebbe potuto colpire più profondamente l'attenzione del mondo.
Quello che ha toccato più dolorosamente il suo spirito, lo spirito e il cuore del Sommo Pontefice, del Padre universale, fu il sentirsi quasi estraneo in un paese di estranei. La grandiosità dei ricevimenti, la massa dei manifestanti che accorrevano al suo passaggio, il calore di affetto con cui venne circondato dai cattolici indiani, non hanno potuto velare o far dimenticare al Santo Padre il quadro spirituale della vera India, nella quale di fronte ai 6.500.000 cattolici stanno ben 370.000.000 di induisti,' 50.000.000 di maomettani, 7.000.000 di buddisti. parsi e sikhs, 5.000.000 di protestanti.
Queste cifre certamente Egli le conosceva attraverso rapporti e statistiche; ma il trovarsi quasi improvvisamente di fronte a questa tremenda realtà, lo scorgere al di là delle linee dei curiosi, che si assiepavano al suo passaggio, la massa enorme di uomini lontani, assenti, indifferenti o forse anche ostili al suo messaggio di amore e di pace, questo dovette penetrare profondamente nel suo cuore di Padre, di Pastore: « Alias oves habeo, ma quante!, quae non sunt ex hoc ovili ».
L'attualità della vocazione missionaria! E chi oserebbe metterla in dubbio e proprio al giorno d'oggi?
« Je n'ai pas choisi l'heure de ma naissance », ci dice il P. Charles in una sua meditazione missionaria.
Voi, o Signore, avete voluto che io apparissi nella vostra Chiesa in un'epoca nella quale essa deve ancora crescere.
Membro di una Chiesa che cresce, io non posso sottrarmi al dovere di questa crescita. Non basta che io provveda alla mia vita spirituale; io devo contribuire ad ampliare i confini geografici della Santa Chiesa e la preoccupazione missionaria, perpetua e operante, lungi dall'essere un lusso o una mania, è una obbligazione di primo piano.
Io non corrisponderei alla grazia del mio battesimo e vivrei come un parassita nella Chiesa, se trascurassi questo compito, perchè si fa un torto immenso a qualsiasi organismo in via di sviluppo, quando si impedisce o si ritarda la sua crescita.
La Chiesa alla quale noi 'apparteniamo non è soltanto un ovile confortevole, nel quale le pecore si trovano al sicuro sotto lo sguardo vigile del pastore; essa non è destinata solamente a farci fare anticamera, nell'attesa dell'ora suprema eli. resa dei conti... Essa non ci installa ella grassa terra di Egitto, a fianco di marmitte piene e in tutta l'abiezione del semplice conforto materiale. Neanche si può considerare un popolo in marcia verso la Terra Promessa, come le tribù d'Israele attraverso il deserto del Sinai. Dov'è questo popolo che costituisce la sua eredità? Essa deve ancóra raccoglierlo, deve ancora crescere fino a ricoprire il mondo intero.
Membri di una Chiesa che non ha ancora terminato il suo processo di crescita, tutti dobbiamo prendere parte a questa operazione, e questa nostra partecipazione non può considerarsi un accessorio o un piccolo dettaglio secondario. Se noi tentiamo di sottrarci a questo compito, noi siamo infedeli alle esigenze del nostro battesimo (Pierre Charles, « La Prière Missionaire »).
Partecipazione al processo di sviluppo della Chiesa !!!
Pochi uomini nella storia di questo sviluppo possono vantare una contribuzione così efficace e così attuale come quella offerta dal nostro Ven.mo Padre Fondatore.
E tornano spontanee alla nostra mente le parole di S. Paolo ai suoi fedeli di Corinto contro coloro che mettevano in dubbio la validità della sua predicazione: « Ricominciamo noi ora a raccomandare noi stessi? ovvero, abbiamo forse bisogno, come certuni, di lettere commendatizie presso di voi o da parte vostra? La nostra lettera siete voi: una lettera scritta nei nostri cuori, che è conosciuta e può essere letta da tutti gli uomini; poichè è evidente che siete una lettera di Cristo, redatta da noi suoi ministri e scritta non, già con inchiostro, bensì con lo Spirito di Dio vivo; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono i vostri cuori di carne » (II Cor. 3, 1-3).
La vocazione missionaria fu la vocazione del nostro Padre, realizzata e perpetuata in noi, suoi figli.
Il R. P. Sales ci ricorda la fondazione delle Scuole Apostoliche fatta dal Can. Ortalda, e osserva: « L'istituzione ebbe vita breve, ma non priva di frutti; come quello di destare nuovo fervore di vocazioni missionarie, specialmente nei seminari, di dove infatti alcuni partirono per le Missioni, mentre altri, ugualmente volenterosi, ne furono impediti da cause diverse.
Fra questi ultimi vi fu il chierico Allamano. Sin dal primo anno di seminario aveva egli risoluto, con due altri compagni, di entrare nel Collegio Apostolico di Brignole Sale, e s'era già financo congedato dalla mamma. Ma per la malferma salute venne consigliato dai superiori e dal confessore a differire l'andata, e così l'anno dopo e negli anni seguenti, finché, fatto sacerdote, lo fermarono in diocesi » (Vita, pag. 141).
Ma quella era una fiaccola che non doveva spegnersi; Egli l'aveva avuta in consegna dal suo santo Zio, S. Giuseppe Cafasso. Attesta Mons. Michele Grassi: « Nel novembre 1892, essendomi recato dal Can. Allamano per ragioni di ministero, lo trovai che ordinava alcune carte che ritengo fossero le regole dei futuri Missionari della Consolata; giacchè, dopo di aver discorso di ciò che mi riguardava, mi confidò essere nei suoi desideri la fondazione di un Istituto missionario per l'Africa: e mi spiegò che già Don Cafasso aveva ideato di mandare sacerdoti ad evangelizzare l'Etiopia: e che, anzi, a questo scopo aveva lasciato una somma di denaro » (Vita, pag. 139).
E come i giocatori di Olimpo si trasmettono l'uno all'altro quella fiaccola che simboleggia l' ardore dello spirito teso nelle competizioni sportive, il nostro Padre ha trasmesso la fiaccola della sua vocazione al suo Istituto, a noi suoi figli, alimentandola col suo spirito, lasciandola in consegna a noi perchè la portiamo alta attraverso il mondo a infiammare e illuminare le anime "lucerna ardens et lucens".
Ma 1'Istituto non corpo inerte; esso è un organismo vivente, attivo, una pianta che cresce, che stende i suoi rami ovunque, che è sensibile agli stimoli dei tempi, che adatta le sue forme alle condizioni ambientali del suo sviluppo, per sempre attuale in tutti i tempi e in tutti i luoghi.
Con quanta ragione e comprensione quindi poteva scrivere, in occasione del Giubileo d'Oro sacerdotale del nostro Ven.mo Padre, S. Em. il Card. G. M. Van Rossum, Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide: « La fausta ricorrenza del giubileo di cinquant'anni di sacerdozio che la Paternità Vostra ha per grazia di Dio il bene di celebrare in mezzo ai Suoi figli, non poteva lasciare indifferente il Prefetto della Sacra Congregazione di Propaganda Fide. Come sarebbe possibile dimenticare in questa occasione che i migliori anni del Suo sacerdozio furono in modo speciale consecrati al bene delle Missioni ? L' Istituto missionario della Consolata rimarrà monumento perpetuo dello zelo sacerdotale, delle forze, energie e mezzi generosamente dati da Lei alle sante Missioni della Chiesa. Per esso si verificherà la parola: Defunctus adhuc loquitur: poichè continuerà esso nel santo spirito del suo fondatore ad essere un drappello eletto di sio ari e salvatori di anime » (Vita, p: g. 491).
Ma non possiamo astenerci dal citare le stesse parole del naselli Padre: «Quante responsabilità gravarono sul mio capo ! Ma è Dio che così volle e la sua grazia era con me: "Gratia Dei mecum". Fu Egli che mi volle Direttore spirituale in seminario, poi Rettore del Convitto ecclesiastico e del Santuario della Consolata e più tardi strumento della vostra santificazione e per mezzo vostro della salute di tante anime infedeli » (Vita, pag. 495).
Fratelli e Sorelle, ecco la nostra fiaccola!
In un recente articolo dell'Osservatore Romano (22 gennaio 1965) illustrante l'opera di S. S. Benedetto XV, vi è una conclusione, che noi potremmo con tutta ragione fare nostra e applicarla all'opera del nostro Ven.mo Padre: « La Provvidenza domina in ogni modo. O per 1' una o per altra via Iddio è Signore degli uomini, e pone ognora a servizio di questi la Chiesa. O sono gli uomini che la chiamano ed essa risponde; o è dessa che li desta, li scuote, li conduce a superare ogni ostacolo, a creare vigorose energie, a porle al passo del nuovo progresso. Chi fu scelto ad agire, esempio generoso ai singoli e alle Nazioni, all'intera società merita grata memoria ».
2 ) Stima della nostra Vocazione
Mi sentirei colpevole se non vi leggessi questa perla uscita dalla penna di Pierre Charles: «Il me semble parfois que si les anges pouvaient étre jaloux, nous les verrions penchés aux balustrades du Paradis et regardant avec envie la foule des hommes ».
« Noi siamo la razza che si affatica per voi, o Signore, che soffre e che muore; noi soli possiamo offrirvi questi doni strani e patetici che sono lacrime e sofferenze, notti di veglia e digiuni prolungati. Al disopra della nostra culla un angelo custode sta compiendo la sua vigilanza tutelare, ma a fianco della culla io vedo una delle nostre donne « une femme de chez nous », che ha gli occhi arrossati dalla fatica e la testa pesante per l'insonnia; gli angeli non hanno mai conosciuto questi modi di servirvi, o Signore. Allorché la flotta cristiana incontrò a Lepanto quella dei turchi, con le vele costellate di mezzelune, gli angeli volteggiavano al disopra della .battaglia, ma quelli che caricavano i cannoni, coloro che ricevevano in pieno petto le bocce infiammate dei musulmani e che morivano invocando il soccorso dei cristiani, erano i nostri o Signore, quelli della nostra razza, ed essi sono i soli a poter rendervi questo omaggio. I nostri martiri e i nostri anacoreti, i vecchi S. Paolo primo eremita, e la piccola Santa Cecilia, con la gola squarciata dalla corta spada di, un littore, e S. Stefano, sepolto sotto i ciotoli della lapidazione, tutti questi sono la nostra Chiesa, la Chiesa dei militanti, di coloro che sanno che occorre morire e vi offrono la grande sofferenza dei loro corpi.
Le battaglie sono sempre vinte dalla fanteria. La vostra Chiesa non avanza nel mondo che per l'offerta senza limiti dei vostri cristiani. Siamo noi che vi portiamo, letteralmente, sulle spalle, come un tempo gli Ebrei portavano attraverso i campi l'arca dell'alleanza. La vostra/ Chiesa è entrata in Giappone il 15 agosto 1549, quando Francesco Saverio saltando dalla sua giunca cinese, toccò le rive di Kagoshima; e i nove cori degli angeli non avrebbero potuto modicare alcun che di questa necessità di fare appello a degli uomini.
...Noi siamo la razza di coloro che soffrono e che muoiono, ed è per il nostro sacrificio che la vostra gloria può ancora crescere quaggiù. E polche noi siamo continuamente sotto i colpi della malattia, delle prove, della fatica, dell'infermità, il nostro servizio acquista un valore unico e strappa l'ammirazione dal cuore stesso di Dio » (La prière missionnaire, pag. 86-87).
Qual più bella immagine della grandezza e bellezza della nostra vocazione di quella espressa con quelle- .arale: « Noi portiamo sulle nostre spalle la Chiesa, come gli Ebrei porta ano attraverso i campi l'Arca di Dio »?
Potrebbe essere un buon suggerimento per gli artisti! Ma, guai a noi, se si riducesse soltanto a questo!
E peggio ancora se tutta la nostra stima per la nostra vocazione missionaria poggiasse unicamente sulla ammirazione della quale talvolta gli uomini si degnano gratificarci, come quando l'on. Geuna, incontrando per la città il sottoscritto insieme con P. Moncher, venne a stringerci la mano dicendo con calore: « Ah! voi missionari siete veramente meravigliosi! ». Oppure quando il vigile addetto alla circolazione arresta il traffico per far passare la macchina delle Suore, che guidano in abito bianco.
Oh! no! Sarebbe troppo facile trovare subito il rovescio della medaglia, come quando io arrivai ad Addis Abeba e P. Giorgis si recò al Governo Generale per avere quanto stabilito dalla convenzione; si sentì dire dall'impiegato del governo: « Ma che cosa viene a fare questa gente nell'Impero? ». Questa gente eravamo noi missionari. O anche, quando venivamo rimpatriati, nel passaggio in un campo di concentramento, alla persona che si era interessata per ottenere al sottoscritto, che bruciavo dalla febbre, qualche cosa di particolare, il comandante inglese del campo rispose bruscamente: « Pas de tout; corame tout le monde ».
La nostra stima per la nostra vocazione ha delle radici ben più profonde e sante.
Queste radici ce le scopre il nostro Ven.mo Padre con quel suo stile piano, senza ricerca di effetti artistici, ma chiaro e preciso.
« Bisogna che stimiate grandemente la vostra vocazione. Quante volte non avete udito decantarne l'eccellenza! Voi stessi, prima di venire nell'Istituto, stimavate tanto questo stato, da non vedere nulla di più bello, di più grande, di più santo. Ond'è che formaste il proposito di farvi Missionari a tutti i costi; e, pur di raggiungere lo scopo, v'imponeste i più gravi sacrifici.
La vocazione all'apostolato vi appariva fin d'allora come la più santa delle vocazioni. San Dionigi la dice l'opera divina per eccellenza: Divinorum divinissimum! Leggendo il Vangelo, quante volte non concepiste forse il desiderio: Ah, fossi anch'io stato nel numero degli Apostoli! Ebbene, lo siete. A ciascuno di voi in particolare il Signore ha rivolto lo stesso mandato che ai dodici: "Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura".
Egli, a così esprimerci, ha assoggettato ai Missionari tutta la terra, tutte le nazioni, tutti i popoli. Che cosa volete di più onorifico, di più grande? Considerate pure le varie vocazioni con cui una creatura può legarsi a Dio, non ne troverete una più perfetta della vostra. Il Signore per voi ha come esaurito il suo infinito amore in fatto di vocazione. Non saprebbe non potrebbe darvene una più eccellente, perchè vi ha dato la sua stessa missione: « Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi ». L'identica missione che Gesù ricevette dal Padre, è da Lui trasmessa a voi. E con la missione, la stessa divina potestà : « E' stata data a me tutta la potestà in cielo e in terra. Andate dunque, istruite tutte le genti ».
E le promesse fatte da Gesù agli Apostoli? Ah, il Paradiso di un Missionario che abbia sempre fatto il suo dovere, che abbia corrisposto a tutte le grazie del Signore!
« Coloro che insegnano a molti la giustizia, saranno come stelle nell'eternità senza fine». V'è a stupire che tutti i Santi abbiano desiderato di essere missionari?... Fate dunque bene a ringraziare ogni giorno, mattino e sera, il Signore per il dono della vocazione : « Vi ringrazio d' avermi chiamato per sola vostra bontà all'a sto ato tra gli infedeli ».
« Queste parole non sono state messe a caso; ditele di cuore. bisogna proprio che sentiate di aver ricevuto una grazia singolare e quindi il dovere della riconoscenza verso Nostro Signore.
Nostro Signore ha fatto questa grazia a voi, senza avere bisogno di voi. Egli vi ha chiamato all'apostolato —per sola sua bontà —. Egli non ha bisogno di niente e di nessuno. L'ha fatta a voi, questa grazia, a preferenza di tanti altri che n'erano più degni e che vi avrebbero forse corrisposto meglio. E perchè proprio a voi? Perchè vi ha amato di un amore particolare; ha fatto con voi ciò che fece con quel giovane del Vangelo: « E Gesù, miratolo, gli mostrò affetto e gli disse... vieni e seguimi ». Ecco che cos'è la vocazione! E' questo sguardo di predilezione di Gesù all'anima. Vi può essere cosa più desiderabile del sapersi prediletto da Gesù? Ah, davvero: Non fecit taliter omni nazioni. A milioni e milioni di altri uomini, a intere nazioni non ha fatto la grazia che ha fatto a voi. Vedete dunque che non fate una carità al Signore abbracciando lo stato missionario, ma è il Signore che la fa a voi. E quale carità! » (Vita spirituale, pagg. 64, 65, 66).
« Dovremmo stare in ginocchio tutta la vita, con la testa china, per ringraziare il Signore della vocazione ». (Conf. alle Suore, 27 aprile 1910).
« Solo nell'eternità comprenderete il dono che è la vocazione... Non crediamo di essere noi a fare un atto di degnazione verso Dio se corrispondiamo alla sua chiamata, ma è Dio che si degna sceglierci, fra tanti, a suoi apostoli » (Conf. ai Missionari, 22 gennaio 1922).
Queste parole, e tante altre che il nostro Padre ci ripeteva nelle conferenze domenicali, nelle conversazioni private, nelle sue lettere, ma soprattutto le grandi cordiali premure che Egli dimostrava per sostenere lo spirito missionario dei suoi figli, determinavano in tutti un grande entusiasmo e creavano nella Casa Madre un'atmosfera di fervore e di ardore, che oggi ancora gli anziani ricordano con un senso di nostalgia.
Oggi, quelle parole possono suonare alle orecchie di molti come frasi vecchie, stereotipate, ripetizione di concetti sfruttati; ma non era così quando le si udivano sgorgare dal suo cuore grande, vivificate dal suo immenso spirito apostolico, e arrivavano a darci il vero senso della grandezza missionaria del nostro apostolato.
E questa non è retorica! Le testimonianze autentiche dei migliori tra i suoi figli, ne sono la riprova più efficace.
Il 15 giugno 1917 moriva, dopo l'aspra battaglia del Vodice nella quale era stato colpito gravemente da una granata, il Ch. Eugenio Baldi, sottotenente del 95° Reggimento Fanteria. II 16 settembre 1916 scriveva al P. U. Costa da S. Daniele nel Friuli: « Oh! l'Istituto! lo si conosce quando si è lontani, quando il mondo appare nella sua nuda e terribile realtà... Le sarei gratissimo se volesse salutarmi tanto, tanto il mio buon papà, il sig. Rettore. Oh! il signor Rettore! lascerei un mese di cinquina per poterlo vedere! Sì, gli voglio più bene che a mio padre; solo mi rincresce che molte volte non gli ho corrisposto, ma spero che mi perdonerà e continuerà a voler bene a quest'ultimo dei suoi figli ».
Il 17 febbr. 1917 scriveva al Ven.mo Padre: « Mi accorgo che la lontananza dall' Istituto e da tutti i carissimi compagni, il 'continuo contatto col mondo, tutto serve a diminuire, a raffreddare il mio spirito. Temo che il mio carattere debole e pur così impetuoso si pieghi alle massime del mondo e che la mia vocazione faccia naufragio ».
Pochi giorni prima della battaglia che ce lo doveva rapire per il cielo, scriveva ai Confratelli: « Pregate che io perda la vita ma non la vocazione.... Se potessi ottenere col mio sacrificio che tutti i miei confratelli fossero salvi, sa: be ma l'olocausto è troppo mie. ».
Il primo fiore che la SS. Consolata volle raccogliere tra i suoi figli della Prefettura Apostolica del Kaffa, fu il P. Mario Botta, deceduto ad Addis Abeab il 4 novembre 1923. Egli era entrato nell'Istituto giovanissimo nel 1909, ma era stato poi nel 1911 costretto a rientrare in famiglia a causa della opposizione della mamma, la quale visti inutili tutti gli argomenti per farlo recedere dal suo proposito di farsi missionario, aveva mandato i carabinieri perchè lo portassero a casa con la forza. Egli continuò tuttavia col pensiero e col cuore a vivere nell'Istituto della Consolata e a tenersi in relazione epistolare con il Venerato Padre Fondatore, mentre lavorava per superare le opposizioni della famiglia.
Al Can. Allamano il 18 dicembre 1912 poteva scrivere: « Lunedì, 23, se Dio così vorrà, farò ritorno fra i suoi figli missionari. Il mio cuore non si dà pace tant'è la gioia che gode ».
In una lettera da Addis Abeba al Venerato Padre, scritta il 24 febbr. 1923, dice: «... Dalla Procura di Addis Abeba sento il dovere e il bisogno di dirLe tutta la mia devozione e riconoscenza. L' ultimo strappo che dovetti fare dal suo fianco mi riempì il cuore di profonda mestizia, tanto più che la salute di V. S. non era troppo buona... Lei ci diceva, Padre amatissimo, che la vita apostolica è piena di sacrifici e di spine, ed ora lo proviamo; così io la pensavo ed è appunto per questo che l'ho abbracciata con slancio; ma è pure piena di consolazioni, perchè è con noi sempre « qui consolatur nos in amni tribulatione »... Le confesso che ho mai sentito di amarLa come ora, amatissimo Padre, perchè mi ha aperta la via diu desiderata". DirLe che La ricordo sempre e La raccomando a Gesù Sacramentato è cosa superflua, perchè questo è un dovere tanto sentito dai suoi figli. Io poi tanto beneficato e consolato da V. S. non posso non esternarLe tutto il mio cuore e dirLe, Padre, che voglio esserLe fedele fino alla morte, agendo sempre secondo i suoi consigli e insegnamenti e procurando di vivere povero e nascosto per consolare Gesù ». « E questo fia suggel ch'ogni uom sganni ».
3) Amore alla propria vocazione
Dalla stima all'amore c'è solo un passo, e talvolta così breve, che stima e amore si confondono sovente nelle loro espressioni e manifestazioni di intima e sincera adesione.
Ma non è sempre, così, e il Ven.mo Padre insiste quindi: « Non basta però stimare il proprio stato, bisogna amarlo; amarlo praticamente, nonostante tutte le miseriucce che vi possono essere e che il Signore permette per accrescere i nostri meriti. Amarlo di cuore, dimodochè tutto ciò che il mondo potrebbe offrirci di allettante, ci sembri un nulla di fronte alla bellezza e grandezza della nostra vocazione. Se qualcuno vi dicesse: « Hai dei talenti, potevi farti onore nel mondo, potevi far carriera, ecc. », voi dovreste rispondere con S. Paolo: « Io riguardo tutte le cose come perdita rispetto al-l' eminente cognizione di Gesù Cristo mio Signore: per il quale ho rinunciato a tutte le cose, e le stimo come spazzatura per poter guadagnare Cristo ».
Dall' amore alla propria vocazione scaturisce spontaneo ed ugualmente forte l'amore al proprio Istituto. Stimarlo e amarlo più di ogni altro; sen- tirsi santamente orgogliosi di apparte- nervi, di essere non solo Missionari, ma Missionari «e a Consolata: ritenere questo titolo quale privilegio d'onore.
Quindi ancora vivere della vita dell'Istituto, come dice il Direttorio: « Gli alunni devono considerarsi membri vivi ed interessati di una nuova famiglia, perciò prendere a cuore gl'interessi dell' Istituto e riguardarne i successi come bene proprio ed individuale » (Vita spirituale, pag. 66).
Amare il proprio stato, amare la propria vocazione, amare il proprio Istituto significa essere sinceramente convinti che, dal momento in cui noi lo abbiamo abbracciato o lo abbiamo seguito, in esso e per esso noi possiamo e dobbiamo santificarci. Sentiamo a questo proposito un commento del Padre Bonaventura Rebstock O.S.B.:
« Exercitia a regola praescripta proprie et primario constituunt pensum servitutis, quod ab operario suo in claustri officina exigit Dominus, illamque astruunt sanctitatis formam, ad quam gratia vocationis omniaque status nostri auxilia tendunt. Hac via necessario debes, hac facile potes ad Deum pro ficere. Alia si pergis, laboras, erras » (De vita regulari, pag. 15).
Amare la propria vocazione significa, nel caso nostro specifico, sapersi formare uno spirito e un cuore che siano immedesimati, con gli scopi, i compiti della vocazione stessa, perchè solo così si può rispondere positivamente alle sue esigenze.
Vorrei qui trovare la traduzione esatta di una espressione del P. Charles: « Quand on s'est fait une áme d'accord avec sa tâche, celle-ci devient bonne et attachante ».
4) Accettazione generosa delle esigenze della nostra Vocazione
La traduzione più facile e più sincera delle parole di P. Charles è questa: « Quando si ama, tutto diventa facile ».
E' in questa luce che noi dobbiamo vedere e interpretare l'ultimo impegna propostoci nella Circolare del Rev.mo Superiore Generale:
« Accettare con generosità, senza riserve e tentennamenti, i sacrifici e le situazioni attraverso le quali si perpetua il contributo di martirio della Chiesa per l'estensione del Regno di Dio ».
Nel presentarci questa sua ultima circolare, il Rev.mo Superiore Generale ci dava l'autentica interpretazione di questo impegno, valida soprattutto per gli attuali sviluppi delle nostre Missioni:
« Essere in ogni momento preparati e disponibili per qualsiasi compito per cui possiamo essere chiamati in questa fase evolutiva del lavoro missionario, anche se questo compito potrà imporre dei gravi sacrifici.
« Le condizioni attuali delle nostre Missioni, quelle d'Africa in special modo, rendono più evidente e più urgente questo impegno; tuttavia se il nostro Ven.mo Padre Fondatore venisse a parlarci ora, tornerebbe a ripeterci quello che ha sempre detto ai suoi Missionari e Missionarie ».
In una conferenza alle RR. Suore, 29 febbraio 1920, spiegando il Cap. 4 delle loro costituzioni « Ammissione delle postulanti » diceva, fra l'altro:
« E' necessario che l'aspirante sia mossa a farsi religiosa da una retta intenzione. Che cosa vuol dire questo? Che venga a farsi religiosa per il fine primario dell' Istituto, cioè per farsi santa: ma ciò non basta, occorre anche che venga per rendersi idonea a convertire gli infedeli. Chi ha solo una mezza voglia e non si mette in regola, se ne stia nel mondo e non venga a cacciarsi in un posto dove è tenuta alla perfezione.
Una che abbia ripugnanza ad andare in Africa, in Cina o altrove, dove potrebbe essere mandata dai Superiori, quella lì non è fatta per andare in Missione; vada in un altro posto.
Neppure dovete pensare di andare in Missione per girare il globo; questa non è retta intenzione » (Conferenze del Ven.mo Padre Fondatore alle RR. Suore).
Ai Missionari diceva con molta energia: « Non dimenticate mai che siete Missionari e che le anime si salvano col sacrificio. Nella vita apostolica ci sono tante rose, ma anche tante spine, sia riguardo al corpo che riguardo allo spirito. Qualcuno si figura l'ideale missionario tutto poetico, dimenticando che le anime non si salvano che con la croce e dalla croce, come fece Gesù ».
Vi voglio uomini! Allora il Signore benedice. Ricordate il fatto dei soldati di Gedeone; quei pochi scelti da lui, che s'erano accontentati di bere in fretta un po' d'acqua nel palmo della mano, furono vittoriosi; mentre gli altri non ebbero questo merito, perchè non ebbero questa virtù.
Così un Missionario di buona volontà, ripieno di spirito di sacrificio, può fare il lavoro anche di quattro o cinque » (Vita spirituale, pag. 425, 426).
Abbiamo tradotto il pensiero del Padre Charles con una espressione molto semplice: « Quando si ama, tutto diventa facile », anche la sofferenza, il sacrificio, la croce. Ma forse la traduzione è fin troppo semplice. Lo stesso autore pensa a chiarire il concetto:
«Sebbene ci sia rassomiglianza tra le due parole, un vasto abisso separa quella che noi diciamo servitù da quello invece che chiamiamo servizio, Nella servitù c'è qualcuno che mi prende, mi assolda, un datore di lavoro; nel servizio sono io che mi dono. E ciò che Dio vuole da noi è un servizio. I servizi possono essere complicati e fastidiosi. E neanche il servizio divino sfugge a questo pericolo. Se noi non sappiamo afferrarne il principio, esso non è più per noi che una sorta di "corvée" che noi andiamo compiendo senza entusiasmo e i suoi dettagli prendono l'aspetto di vessazioni. Questo principio non è necessario andarlo a cercare molto lontano, come facevano i vecchi filosofi della Grecia quando discutevano dell'origine delle cose. Da quando fummo battezzati questo principio è dentro di noi. Non abbiamo altro da fare che cercare di comprenderlo sempre meglio ogni giorno, e al posto delle "corvée" e delle vessazioni, il servizio di Dio ci apparirà come un felice splendore » (La prière missionaire, pag. 5-6) .
La nostra vocazione missionaria è dunque un servizio che noi rendiamo alle anime, alla Chiesa, a Dio, non una servitù mortificata e mortificante; il dono di noi stessi; senza limitazioni e restrizioni, in un libero scambio che noi facciamo con il Signore
Ad Abramo Dio aveva detto: « Parti dalla tua terra e dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Io farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome, che diverrà una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno, e maledirò coloro che ti malediranno. In te si diranno benedette tutte le tribù della terra » Gen. XII, 1-3).
A ciascuno di noi il Signore ha detto :« Lascia la tua casa, la tua famiglia, il tuo paese, lascia anche te stesso, con tutto il fardello di miserie che appesantirebbe il tuo cammino, e vieni con me; sarai il mio apostolo, diverrai pescatore di uomini, ti benedirò, renderò grande il tuo nome, che diverrà una benedizione.
Anche noi, come Abramo, abbiamo accettato di fare questo scambio, e come per Abramo chi ha il vantaggio in questo scambio siamo noi.
Si è parlato tanto, si insiste, forse troppo, sul dovere della rinuncia, dello spogliamento di noi stessi, si predica forse troppo esclusivamente o prevalentemente sul carattere rinunciatario della obbedienza, della povertà, senza avvedersi che in tal modo si dà esagerata importanza all'oggetto della nostra rinuncia. E' un po' la vendetta del nostro amor proprio, che insorge proprio nel momento stesso in cui dichiariamo di voler rinunciare a tutto, di spogliarci di tutto, e ci dice quasi di soppiatto: « Però, quello a cui voi rinunciate, di cui volete spogliarvi, è qualche cosa, un valore che esige la sua ricompensa ».
Quando si costruisce un edificio, la escavazione del terreno, su cui dovrà sorgere l'edificio, non costituisce certo il problema esclusivo o prevalente per l'architetto, sebbene lo scavo sia assolutamente necessario, condizione assoluta, e possa anche essere qualche volta un grave fastidio. Non è questo l'oggetto primario del suo lavoro.
Vi accadrà certamente in missione di incontrare bambini semivestiti con stracci luridi. Allora li prenderete per un braccio, li porterete alla Missione, e dopo una energica lavatura, li rivestirete con un bel vestitino a fiori, oppure con un paio di calzoncini e giacchetta. Evidentemente essi si saranno spogliati e anche raschiati, ma nessuno penserà di aver rinunciato ai miseri stracci a brandelli... Ma lasciate che ancora una volta vi legga una bella meditazione: « Signore, Voi volete tutto, domandando lo spogliamento completo, perchè volete riempire tutto con un vino nuovo, e tutto trasformare in vita eterna. Voi domandate che si vuoti affatto il nostro cuore, come si pulisce bene una bottiglia piena di liquido inacidito prima di porvi il liquore che ridona la vita. Quello che ci offrite Voi non ha paragone con le nostre cose, che sono come una casupola di legno che dev'essere mutata in un palazzo di marmo. Tale trasformazione non si può fare senza cambiare tutte le parti della costruzione primitiva e corruttibile. E' inutile rivestire di oro un dente intaccato dalla carie, se prima non si toglie tutto il guasto e anche quello che sta per guastarsi. Non si deve lasciare neppure la più piccola inesattezza in un calcolo mal riuscito, e soltanto i pazzi si possono immaginare che si veda meglio il sole quando si accenda una candela. Quindi poichè Voi siete l'Essere per essenza, incomparabile, al di sopra e al di fuori di ogni genere, Voi venite a spegnerci le candele ad una ad una fino all'ultima e solo allora nella nostra notte spunta l'aurora, tutta vostra, che incomincia ad illuminarci.
...I vostri apostoli hanno dovuto abbandonare le loro reti non per essere più poveri, ma perché Voi li volevate subito pescatori di uomini, e gli uomini non si possono prendere nelle maglie delle reti di corda. Quando si vuol salir sul treno bisogna pur discendere dal carro; chi volesse combinare insieme le due maniere di locomozione mostrerebbe di aver perduto il cervello.
Le esigenze dello spogliamento che precede sono in proporzione dei bene-ci che seguiranno. Per possedere Dio -non bisogna possedere altro che Lui; così appunto sarà in cielo » (P. Charles, La preghiera vissuta, pag. 473-4).
E non è dottrina nuova...
Agli Apostoli, che con una certa compiacenza dicevano a Gesù: « Ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus Te, quid ergo erit nobis? ». Gesù rispose: « Vos, qui secuti estis me, sedebitis et vos super sedes duodecim... » ecc. (Matt. XIX).
E S. Paolo: « Non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram gloriam, quae revelabitur in nobis » (Rom. VIII, 18). Questo concetto il nostro Ven.mo Padre ce lo ha esposto in termini di asso- i luta chiarezza: « Non crediamo di essere noi a fare un atto di degnazione verso Dio se corrispondiamo alla sua chiamata, ma è Dio che si degna sceglierci fra tanti, a suoi apostoli ». E al- A tra volta « Vedete dunque che non fate una carità al Signore abbracciando Io stato missionario, ma è il Signore che la fa a voi. E quale carità... ».
E allora ripetiamoci ancora quelle sue parole: « Non mi stancherò mai di esortarvi a ben considerare l'affare della vostra vocazione, onde crescere nella stima della medesima, ringraziarne ogni giorno il Signore e procurare di corrispondervi con animo forte e costante ».