1969 Allamano

 

P. Agostino Allamano OFM, cugino in terzo grado del nostro Fondatore, fu invitato a tenere la commemorazione il 16 febbraio 1969, nella comunità del seminario filosofico, che allora viveva nel castello di Uviglie, Rosignano Monf.to (AL). Ne risultò una interessante conversazione.

P. Agostino ebbe alcuni contatti con l'Allamano, fin dall'età di 15 anni. Di lui conservò dei simpatici ricordi e una grande stima ereditata fin da bambino in famiglia, dove si parlava del canonico con ammirazione. Qui pubblichiamo la conversazione tenuta ad Uviglie, nella quale p. Agostino riporta alcune frasi in piemontese dell'Allamano, che in seguito sono diventate famose nel nostro ambiente.

 

Non ho alcuna pretesa di dire cose nuove.

In casa sentivo spesso parlare del canonico Allamano, ma in termini generici, come di chi ha molta autorità in diocesi, che è molto stimato.

Andando a Castelnuovo la settimana scorsa, ho incontrato parecchie persone che hanno conosciuto il sig. Canonico, gli hanno parlato molte volte; avrei voluto sentire qualche frase detta da lui e conoscere qualche episodio particolare; ma non mi è stato facile raccogliere qualche cosa come avevo desiderato.

Senz'altro, vengo ad esporre i miei contatti avuti con il loro Padre Fondatore. Ero alla vigilia della mia vestizio ne religiosa, ed ero andato a trovarlo alla Consolata. Ricordo che mi ha ricevuto con molta affabilità, e nella conversazione nel suo studio ricordo una frase che mi ha detto e che ho mai più dimenticata. Non-ho più presente di che cosa si parlasse, ma ad un certo punto mi ha detto in piemontese: « Nui 'd Castelneuv suma attiv, laburius, intraprendent ». Ho ancora presente il gesto che aveva accompagnato queste parole: aveva alzate le mani e le agitava assumendo l'atteggiamento di chi si dà da fare, vuol lavorare.

Di un'altra frase mi sono sempre ricordato che mi ha detto alla porta nell'atto di congedarmi: « Guarda: lè mei an bun paisan che 'n preive mac lì parei ». (E' meglio un buon contadino che un sacerdote solo lì a metà). Sapeva che la mia famiglia era di contadini: per questo aveva avuto quell'allusione.

Allora, a 15 anni quelle frasi non mi fecero molta impressione; ma in seguito, a distanza di anni, mi son sembrate molto giuste e rivelatrici da parte di chi le aveva dette di tutta una vita vissuta in quella luce e in quella direzione.

Penso che una delle caratteristiche del can. Allamano sia quella della schiettezza e massima sincerità.

Racconterò, a titolo di cronaca, due piccoli episodi. Il primo avvenne nella basilica di S. Pietro, in occasione della beatificazione dello zio S. Giuseppe Cafasso. C'era un bel gruppo di parenti del Santo nel posto loro riservato. Arriva il sig. Canonico: lo salutano ; però essendosi accorto della mancanza di alcuni parenti prossimi abitanti in quel di Pino d'Asti, dopo che ebbe saputo della loro voluta assenza, sorridendo dice in piemontese: « A sun propi ciuci 'd Pin » Questa breve frase detta in quel momento fa conoscere il fare lepido e bonario del loro santo Fondatore.

A dimostrare che conservava affetto ai parenti e alla sua terra di Castelnuovo ricordo di aver sentito dire che avrebbe volentieri affidato una parrocchia ad un mio zio sacerdote, se avesse goduto della salute sufficiente.

Non ho più avuto occasione di parlare al canonico Allamano; e così l'ultimo ricordo che conservo e che ho presente tuttora è il ricordo di lui morto e della sua salma esposta nella cappella del Convitto della Consolata, e di noi chierici inseriti in una lunga fila di gente che passava accanto e faceva toccare corone, oggetti religiosi e altri oggetti.

Per completare la figura del sig. Canonico vorrei riferire quello che ho sentito da un sacerdote di Castelnuovo. Mi diceva questo sacerdote che quando era convittore alla Consolata il can. Affamano all'inizio dell'anno era solito scendere nello studio e ai sacerdoti riuniti leggeva il regolamento del Convitto. Al termine della lettura di esso non faceva alcun commento, nessuna raccomandazione speciale: si limitava a dire: Siete uomini. Poi si alzava, recitava l'Agimus e si ritirava. Vedo anche in questo fatto quasi insignificante un lineamento della sua fisionomia: uomo pratico che sa dar fiducia a chi ormai giustamente richiede che si dia a lui fiducia perché è alla vigilia di assumere delle responsabilità. Raramente, quasi mai scendeva in mezzo ai Convittori: aveva detto loro: Siete uomini, e voleva far vedere in pratica che si fidava di loro.

Mi pare di riscontrare anche qui molta dirittura. Forse con i ragazzi avrebbe agito diversamente. Don Bosco diceva che ai ragazzi le cose bisogna ripeterle cento volte e poi ricominciare daccapo; però a me pare che il sig. Canonico anche con i ragazzi non avrebbe detto tante parole. E qui mi pare che dobbiamo ammirare un tratto particolare della bella figura morale del canonico Allamano: il suo carattere, pur condito di molta signorilità, di gentilezza, di tanta bontà, era fermo, risoluto, tutto d'un pezzo.

Ho conosciuto molto la sua nipote, la maestra Clotilde, e la mamma di lei: frequentavo la loro casa. Pensandoci adesso, si sentiva in loro questo tratto condito di autorità e di fermezza: con questo voglio dire che l'Allamano poteva aver ereditato questa dote dalla famiglia, ma certamente l'avrà arricchita dopo con l'esercizio della virtù e della sua volontà. E poi questa costanza e perseveranza nel bene è sempre frutto della grazia di Dio: noi ammiriamo questa forza di carattere in modo speciale nel sig. Canonico per il fatto che non era tanto forte e robusto.

Mi pare a questo proposito, a profitto nostro, che venga opportuno ricordare la frase del Vangelo: « Chi mette mano all'aratro e volge indietro lo sguardo non è atto al regno dei cieli ». A questo riguardo vorrei fare un accenno a qualche sbandamento, a qualche incertezza che si verifica adesso anche nelle nostre file. Io penso che seguendo i principi che ci hanno lasciato in eredità i nostri santi, di obbedienza, di sottomissione alla Chiesa, al Papa, di amore al nostro Istituto, alle nostre regole, di zelo per la salvezza delle anime, adottando le loro massime, si andrà avanti bene e si godranno anche tante consolazioni.

Castelnuovo come altri paesi del Monferrato, è a ridosso di una collina: la chiesa parrocchiale è in alto e la casa del sig. Canonico era in basso ai piedi della collina. Mi pare di vedere come, specie negli ultimi anni, il sig. Canonico facesse con difficoltà quella salita ripida e lunga; e amo ricordare questa sua visita alla chiesa parrocchiale che ho sentito faceva sovente. Ho ricordato questo particolare, volendone fare un riferimento a noi tutti che amiamo il nostro paese e. ne conserviamo vivo il ricordo trovandocene lontano. Anche questo allontanarsi dal paese specialmente per loro che vanno in terra di missione Costituisce un grosso sacrificio.

Ma quello che volevo dire in modo particolare è che tra i ricordi che portiamo con noi del nostro paese un ricordo caro dovrebbe essere la nostra Chiesa Parrocchiale: può essere più o meno bella, questo conta fino ad un certo punto, quello che per noi la rende preziosa è il fatto di avervi ricevuto il santo Battesimo, lì abbiamo fatto la nostra prima Comunione, abbiamo tante volte pregato, abbiamo ricevuto il primo indirizzo alla vita Cristiana che ci ha portati a consacrarci completamente al Signore.

Da chierico ho fatto gli studi nel seminario di Chieri. Quando succedeva di andare a Torino potevamo, eravamo anzi invitati a visitare con tutta libertà l'Istituto delle Missioni in Corso Ferrucci che dopo la prima guerra riprendeva la sua vita rigogliosa.

Ricordo che sono andato anch'io: avevo già parecchi compagni che erano entrati nell'Istituto, P. Piovano, P. Musso, P. Fea, Mons. Bessone, P. Moriondo e parecchi altri; ricordo che c'era in tutti parecchio entusiasmo ed ero stato molto contento.

Termino la mia chiaccherata ricordando loro una fortuna, una grazia meglio : la grazia consiste nel far parte di una Congregazione giovane, e perciò ancora vicina alle fonti, alla spiritualità del P. Fondatore.

Così è più facile sentirne il benefico influsso, sentire il palpito del suo cuore, quel palpito che è ancora tanto vivo nelle regole e costituzioni, nelle tradizioni che sono ancora tanto vive perché raccontate e vissute da coloro che conobbero direttamente il Venerato Padre.

Ed è questo, conchiudendo e domandando scusa per la poca sostanza che avranno trovato nella mia conversazione, il mio compiacimento che rivolgo a tutti e l'augurio di approfittare di questa grazia per poter immedesimarsi sempre più di questo spirito genuino lasciato dal loro P. Fondatore per poter corrispondere sempre meglio alla loro santa vocazione ed essere in grado di tramandare un tale spirito ai missionari e missionarie che verranno, attratti dalla bontà, dalla santità, dallo spirito missionario del loro santo Fondatore il Can. G. Allamano.