
Fr. Natale Bosio (1913-1994), proveniente da S. Carla Canavese, a 19 anni fu accolto nell'Istituto come aspirante Fratello ed emise la professione religiosa il 2.2.1934. Dopo 4 anni di servizio in casa madre, raggiunse la missione di Gimma (Etiopia). Il suo apporto fu importante specialmente sul piano delle opere, in quanto era provetto falegname, elettricista, muratore.
La seconda guerra mondiale lo strappò dalla missione, in quanto di origine italiana e così dovette conoscere, come tanti altri missionari, la prigionia (1941-1946). Liberato, rimpatriò e trascorse il resto dei suo anni in Italia. Qui svolse importante attività, soprattutto come insegnanti di arti e mestieri agli aspiranti Fratelli, nella casa di Alpignano. Fu pure amante della musica sia sacra (organista in comunità) che profana (suonava bene la fisarmonica e rallegrava la comunità). Diede pure una collaborazione all'ufficio dell'amministrazione generale.
Missionario d'un pezzo, fu molto legato al Fondatore, all'Istituto e alla sua comunità. Morì il 22.1.1994 ad Alpignano.
Qui riportiamo il suo breve intervento durante una speciale commemorazione del Fondatore tenuta a Torino il 24.4.1969, con la presenza dei padri capitolari. Durante quella commemorazione intervennero più persone, in questo ordine:
P. Domenico Fiorina IMC, superiore generale
Sr. Zaveria Pasqualini, MC, vice superiora generale
P. Luigi Barbanti, IMC, superiore della Regione del Tanzania
Fr. Natale Bosio, IMC, fratello coadiutore
Ch. Antonio Avagnina, seminarista.
« Nel fondo di ogni anima vi sono tesori nascosti che solo l' amore fa scoprire ».
La storia di tutte le vocazioni che P. Fondatore Servo di Dio Giuseppe Allamano ha valorizzato per le Missioni è storia di scoperta delle ricchezze per Noi i Coadiutori, che più di una volta ha chiamati « Beniamini » che ci sentiamo un dono fatto dal Fondatore all'Istituto, di questo gli siamo grati; di averci aiutati a scoprire le nostre ricchezze, di averci data una famiglia in cui valorizzarle, una missione in cui spenderle.
Siamo grati al Padre per averci dato una grande prova della sua bontà, fidandosi di noi, della nostra volontà, del nostro coraggio, della nostra possibilità di capirlo; di averci affidato compiti 'e prospettive grandi e aperte, di averci considerati indispensabili al suo Istituto in cui ci ha inseriti partecipi di un unico spirito per un'unica missione.
Colpisce i giovani Fratelli, l'attaccamento, il ricordo fino alla commozione, la forza con cui difendono lo spirito del Padre, i nostri Coadiutori anziani; intuiscono la profondità con cui l'amore del Padre si è radicato in loro; si sono sentiti amati.
In pochi mesi di contatto, unico maestro, li trasformava in autentici missionari; il segreto: l'amore; perché l'amo re non governa ma educa, e questo vale di più. L'amore del Padre per i Coadiutori è indiscusso; l'averci chiamati « Beniamini », l'aver parlato forse poco di noi ma molto con noi lo conferma.
Questo lo sanno comprendere anche i giovani Fratelli che pur non avendolo conosciuto e sentito, apprezzano in Lui il padre buono, dalla mentalità pratica e dalle idee aperte ad ogni esigenza apostolica, premuroso' nel senso più completo della parola, fino alla delicatezza, soprattutto una buona guida che segue il Fratello, si interessa di lui aiutandolo a risolvere tutti i suoi problemi, soprattutto spirituali.
Una cosa è praticamente evidente nel Fondatore: evidente dalla lettura delle sue conferenze, chiara soprattutto dai contatti personali di chi fu formato da lui. Il Padre volle il suo Istituto una famiglia in cui le diversità delle mansioni non distruggesse l'unità dello spirito; ed allo stesso tempo l'obbedienza fosse l'elemento d'ordine e la forza di ogni attività.
Se giudica conveniente, più forse per ragioni pratiche, una certa distinzione, questa è da intendersi come diversità di ministero, d' impieghi e di lavoro, non di doveri e di responsabilità.
Se le nostre precedenti costituzioni stabilirono una formazione propria per le due classi di membri, sì che il Noviziato fatto per una classe non valga per 1'altra, ciò fu in conformità alle norme canoniche. Se il Padre fondasse ora il suo Istituto siamo certi che agirebbe in conformità alle nuove istruzioni che contemplano l'unica formazione per Coadiutori e Chierici in ordine alla vita Religioso-Missionaria e l'unico Noviziato valido per le due classi.
I Fratelli anziani ci confermano nella convinzione che la mente del Fondatore non era per la divisione ma per l'unità. Per tutti un solo nome di « Missionari della Consolata »; Padri e Fratelli in una famiglia, unica costituzione, un completarsi a vicenda nel raggiungimento dell'unico fine per tutti, pur tenendo presente che « nella casa del Padre ci sono molti e diversi compiti da svolgere ».
Abbiamo notato che poche volte il Padre ha parlato espressamente dei Coadiutori; quando parlava si rivolgeva a tutti i suoi Missionari ma dalle memorie di Cd. Benedetto, dagli appunti di P. Merlo Pich, è chiaro che sempre considerò e volle il Fratello membro attivo nell'Istituto, considerando la sua presenza altrettanto necessaria di quella del Padre per 1' apostolato Missionario.
E' nei colloqui intimi con i Fratelli che dimostrò veramente la sua paternità, il suo affetto, quanto apprezzasse il lavoro del Coadiutore ed il bene che si attendeva dalla sua generosa collaborazione.
La formazione spirituale dei fratelli per i primi anni, venne fatta personalmente in frequenti colloqui privati. Fin da allora volle che la loro preparazione all'apostolato, anche se accelerata, fosse sufficiente ed aperta. Conscio della utilità del Fratello, fa notare più volte la funzionalità della loro opera.
« Se i Coadiutori sono utili in tutte le religioni, sono indispensabili nelle Missioni... Essi sono i veri ausiliari dei sacerdoti, talora li eguagliano nel fare i catechismi, dare battesimi... ed anche possono superarli nel fare il bene con il loro esempio ».
Agli inizi la vita sociale, culturale e tecnica, presentava aspetti ed esigenze diverse da quelle d'oggi. La preparazione del Fratello sul piano tecnico e umano non poteva essere perfetta; mancava il tempo a disposizione, e la semplicità della vita non esigeva ancora una preparazione qualificata; del resto i mezzi erano pochi ed avevano come miglior garanzia di successo la buona volontà e la tenacia.
Fin da allora, però, il padre esigeva Missionari preparati ed insisteva perché i Fratelli fossero abilitati nelle arti e mestieri e la loro preparazione dottrinale e teologica fosse sufficiente.
Egli volle che il Fratello fosse anche catechista, cioè si inserisse direttamente nel lavoro di piantare la Chiesa. Ci sembra di poter dire alla luce del Concilio, che il Padre fu un precursore nel pensiero e nella impostazione dell'Apostolato.
Oggi sarebbe all'avanguardia nei metodi di lavoro, nell'adeguarsi alle nuove tecniche; per i Fratelli non mancherebbe di dare tutto ciò che potrebbe renderli più idonei ad affrontare le nuove esigenze, soprattutto con una partecipazione più attiva e responsabile alla vita dell'Istituto.
Quello che sicuramente rimarrebbe immutato in lui e nel suo insegnamento sono: l'attaccamento alla Chiesa, il rispetto dell'ordine, la sottomissione devota nell'obbedienza, lo spirito di servizio, soprattutto l'affetto per il suo Istituto e lo spirito che lo fanno uno fra i tanti nella Chiesa; ma unico e grande nel suo carattere di famiglia Missionaria in cui i membri, Padri, Fratelli e Suore, si integrano nel lavoro apostolico, amandosi e, rispettandosi a vicenda, senza rompere il filo che nel1' obbedienza lega ed affratella il più piccolo al più grande nella carità di Cristo e della SS. Consolata.
Anziani e giovani, così abbiamo visto e vediamo il Padre: un Santo che ci ha amati, ci ha dato un posto di predilezione nel suo cuore, una famiglia in cui vivere, un apostolato da compiere in nome di Dio.