
P. Livio Guerreschi IMC (1911-1980) entrò nell'Istituto nel 1924 , proveniente da Marnate di Varese. Ebbe così l'occasione di incontrare il Fondatore. Compì gli studi regolari e fu ordinato sacerdote nel 1934. Svolse il suo servizio missionario sempre in Italia. All'inizio fu insegnante in alcune case apostoliche. In seguitò, fino alla morte, fu impiegato nell'amministrazione. In questo servizio, che fu la sua occupazione prevalente, si distinse non solo per competenza, ma anche per finezza nel trattare e per generosità. Compose un trattatello sul metodo amministrativo in vigore nell'Istituto e, per diversi anni, tenne lezioni su questo tema ai chierici dell'ultimo anno teologico. Carattere sereno e tranquillo, di ottima compagnia, era contento di lavorare – come diceva – sui “moltiplicatori della missione”.
A 66 anni poté finalmente visitare le missioni del Kenya e ne ritornò felice ed entusiasta. Quasi un premio per la sua abituale disponibilità.
La sua attività sacerdotale, tuttavia, non si esaurì nei numeri. Aveva il dono del consiglio. Ecco perché era ricercato soprattutto dalle religiose di diverse comunità, sia a Torino che fuori. Fu il cappellano ufficiale, per un numero incalcolabile di anni, del Noviziato delle Terziarie Carmelitane. Così la sua fotografia, da quando è mancato, è esposta nella sacrestia della cappella.
Qui pubblichiamo la commemorazione che tenne ad Alpignano, il 16 febbraio 1969, nella casa dei Fratelli Coadiutori.
È con gioia e con impegno che quest'oggi mi trovo a parlare con Voi: non considero queste commemorazioni come una parata di prammatica, qualche cosa che in certe occasioni si deve fare; ma le considero un sereno gioioso incontro col Padre della nostra Famiglia, per rinnovare il ricordo, per riaccenderne lo spirito, per sentirci uniti nel nostro Istituto missionario e consola-tino, in un solo spirito, in un solo ideale, proprio come nella famiglia umana e naturale ci si sente uniti dallo stesso sangue.
Il Canonico Giuseppe Allamano è il Fondatore ed il Padre della nostra Famiglia e come tale deve rivivere in mezzo a noi nel nostro ricordo, nel nostro affetto, nella nostra volontà di esserne degni figli.
Leggendo gli atti del Capitolo generale dei salesiani ho colto un'espressione che mi ha colpito: « la prosperità e lo sviluppo della nostra congregazione dipendono molto dalla fedeltà con cui la pia Società Salesiana si manterrà fedele al proprio Fondatore ».
Più alto richiamo che non sia l'esempio delle altre congregazioni, è la voce della Chiesa che nel concilio Vaticano secondo, elencando i principi di rinnovamento delle famiglie religiose, dopo aver detto che il Vangelo è la regola suprema di ogni congregazione, come secondo elemento di rinnovamento dice: « Torna a vantaggio della Chiesa stessa che gli Istituti abbiano la propria fisionomia e la propria funzione. Perciò si cerchi fedelmente di far propri e di conoscere lo spirito autentico dei Fondatori ed i loro intenti ».
Già S. Paolo difendeva con vivacità e con calore la sua paternità della Chiesa di Corinto da Lui fondata: « abbiate pure diecimila pedagoghi e maestri, ma al Vangelo vi ho generati Io ».
Mi pare di sentire questa protesta sulle labbra stesse del Canonico Allamano.
Il Fondatore è l'uomo destinato da Dio a dare vita e fisionomia ad una Congregazione, e come un padre di famiglia dà il sangue ai propri figli, così il Fondatore di una istituzione religiosa dà lo spirito e l'atteggiamento di formazione. Solo Lui ha questo diritto, perché a Lui è stata data da Dio questa grazia: gli altri che vengono dopo, hanno il sacrosanto dovere di conservarlo e di svilupparlo.
Forse un garbato rimprovero possiamo fare ai nostri Fratelli anziani: non dico che abbiano trascurato di tramandarci la figura ed il ricordo del nostro Fondatore, ma forse la sua figura è stata un po' lasciata nella penombra.
In questi momenti in cui tutto si contesta, che tutto viene messo in discussione, in cui tutti hanno delle nuove teorie e nuove norme di vita, momenti gravi in cui sembra che gli uomini vogliano dividersi in due parti: giovani ed anziani: jejé e matusa, come scherzosamente si dice; la carità vuole che noi cerchiamo ciò che unisce e non ciò che divide; secondo il programma dell'indimenticabile Papa Giovanni XXIII « I giovani ricordino che il mondo esisteva anche prima di loro, gli anziani ricordino che il mondo dovrà continuare an' che dopo di loro ».
Dove troveremo noi, nella nostra Famiglia, il punto d'incontro, il modo di vivere e di pensare in cui la Carità, segno lasciatoci da Gesù: « in questo conosceranno che siete miei, se vi amerete l'un l'altro » sia una realtà di vita, e non soltanto una bella espressione da ricordare nelle prediche e nei momenti di poesia, dove troveremo questo punto che unisce, se non il ricordo dell'ideale lasciatoci dal nostro Veneratissimo Padre?
Ecco perché dicevo che queste commemorazioni non sono parate di prammatica, cose che in certe circostanze, nelle date stabilite si debbono fare; le ritengo invece momenti essenziali dell'anno in cui ci rendiamo conto di appartenere ad un organismo vivo e vitale, determinante della nostra vita religiosa missionaria. Sono un rinnovamento di impegno di voler essere figli e continuatori del Servo di Dio Giuseppe Allamano.
Non posso dire di avere conosciuto il Canonico Allamano; è morto nel 1926, quando avevo quindici anni; ed un ragazzo di quindici anni non può pretendere di saper distinguere un Santo, un sacerdote da un'altro: ho soltanto la gioia di poter dire d'averlo visto e di averlo incontrato alcune volte. Avendo pero constatato la venerazione ed il i i- spetto con cui era stimato nella Comunità, la gioia e l'aspettativa con cui lo ricevevano i compagni più anziani, ogni volta che veniva a trovarci, lo osservavo con rispettosa curiosità.
L'ho visto parecchie volte dal settembre 1924 fino alla morte. Non' veniva già più regolarmente come aveva sempre fatto negli anni precedenti ogni domenica; era già molto anziano e malaticcio. Venire dalla Consolata fino in Corso Ferrucci gli era gravoso.
Prendeva il tram in via Garibaldi, giungeva fino in piazza Bernini davanti al palazzetto del dazio. C'era sempre qualche chierico ad aspettarlo, per accompagnarlo fino a Casa Madre. Lo ricordo un venerando Sacerdote: allora mi sembrava alto di statura, un po' curvo per l'età. Veniva talvolta con un dignitario della curia o con altro degno Sacerdote: « ve li conduco, diceva, perché vi conoscano e vi vogliano bene ».
Quando invece veniva solo, noi studenti lo circondavamo forse con un po' troppa vivacità, tanto che ancora una volta si è ripetuto quanto Padre Chiomio ricorda quando era assistente. Gli assistenti ci avevano raccomandato di dimostrarci più calmi e più educati, tanto che hanno creduto bene metterci su due file nei portici antistanti la portineria, per applaudirlo. « No, no, disse, non sono una dignità che dovete accogliere con gli applausi, sono vostro Padre che dovete accogliere con semplicità ».
Se era domenica, veniva nello studio grande che ora si trova accanto all'aula magna del Seminario maggiore, e là ci teneva una breve conferenza. Abitualmente, alla sua età era già stanco sia per la lunga passeggiata per arrivare a noi, sia perché aveva già parlato alla comunità dei Chierici ed a quella delle Suore; non c'era la comunità dei Sacerdoti perché erano pochi e quei pochi erano quasi tutti in missione. In Casa Madre c'erano: Padre Gays, il Direttore, che abitualmente faceva gli onori di casa; nel 1925 anche Padre Rosso, Padre Aimo, Padre Sales; c'erano certamente altri Padri, ma noi non li vedevamo quasi mai.
Padre Rosso è poi divenuto il nostro Direttore quando furono distinti il direttore di Casa Madre e dei chierici, ed il direttore degli studenti. Padre Gays accompagnava il Padre nello studio, poi si ritirava per lasciare solo il Padre con noi. Il Padre si sedeva al centro dello studio, nella sua lunghezza, noi più piccoli gli voltavamo la schiena dai nostri banchi; ed allora ci faceva uscire dal posto e ci invitava attorno alla cattedra: « non ho più la voce per parlare in un salone così grande: è meglio che veniate qui, ci comprenderemo meglio ». Si faceva un po' di chiasso per prenderci il posto più vicino a Lui, ma Lui sorridendo ci faceva subito tacere con: « vedete, sono vecchio e non ho tanta voce, se fate rumore voi, non posso parlare io ». Era tanta la bontà e la naturalezza con cui lo diceva che subito si faceva perfetto silenzio. Non voleva neppure che gli assistenti intervenissero, l'ordine lo otteneva lui con la sua presenza.
L'ultima volta che lo ricordo in mezzo a noi è stato a Camerletto, nelle vacanze del 1925. L'Istituto che fino allora possedeva soltanto Casa Madre, aveva comprato il castello di Casellette per le vacanze degli studenti; eravamo già una settantina, credo, — quando ero stato accettato io nel settembre 1924, ero il 29° studente —, nelle vacanze eravamo già cresciuti, l'anno dopo la morte del Padre gli studenti del ginnasio erano già trecento circa. Eravamo partiti a piedi verso la fine di giugno con il nostro passo di carica, che i seminaristi di Torino conoscevano molto bene; quando ci incontravano in fila per le vie di Torino dicevano che andavamo alla caccia dei leoni; dimostravamo così il nostro entusiasmo di essere missionari.
Alcuni giorni dopo che ci eravamo accampati, — la parola l'ho scritta per indicare la frugalità e lo spirito di adattamento con cui vivevamo a Camerletto —, è venuto a trovarci il Padre. Lo ricordo come fosse oggi. L'abbiamo incontrato sulla piazzetta antistante alla chiesetta, sotto un altissimo albero; e siccome eravamo tutti lì, non entrò neppure in casa, mi pare gli abbiano servito qualcosa in piedi mentre i più intraprendenti avevano pescato chissà dove una povera poltroncina di vimini, su cui avevano steso qualche cosa che voleva essere un drappo verde ma che aveva tutto l'aspetto di uno straccio.
Il Padre sorridendo lo andava staccando dalla sedia col suo bastoncino e lo faceva portar via: « mi volete far cadere, voialtri » ed invece era perché amava la semplicità dei nostri incontri. Ci invitò attorno a sé, seduti per terra, sulla poca erba che era rimasta perché calpestata da noi con le nostre ricreazioni giornaliere, ed ascoltammo le sue parole. Non mi ricordo che cosa ci dicesse: ricordo soltanto che si dimostrava compiaciuto che l'Istituto potesse darci una Casa di vacanza, in cui potessimo ritemprarci dall'anno di studio.
Alla visita della casa l'hanno accompagnato Padre Rosso, gli assistenti allora Chierici Ghilardi e Monticone e mi pare abbia voluto attorno a sé anche un gruppo di ragazzi, quelli di quarta ginnasio: noi più piccoli l'abbiamo aspettato sulla piazzetta e l'abbiamo visto poi partire benedicente su di un calessino, dopo un lunghissimo affettuoso applauso. Dopo questo incontro non lo ricordo più in visita a Casa Madre, forse è venuto ancora qualche volta, ma non io ricordo.
Lo ricordo invece sul letto di morte, a Torino si faceva il carnevale. Ogni sera gli assistenti ci davano notizie del Padre ed erano sempre gravi: al 15 febbraio verso sera ci hanno accompagnati alla Consolata; il Padre era moribondo. Per strada, in via Consolata abbiamo incontrato il Cardinal Gamba, a piedi, con un Sacerdote di curia. Era stato a visitare il nostro caro Infermo; ci salutò con un segno di benedizione e non si fermò, dimostrò soltanto di conoscerci, sorridendo.
Siamo arrivati alla stanza ove giaceva il Padre: ci fermarono davanti alla porta, poi in fila indiana passammo al suo capezzale a baciare la mano. Egli con la mano sorretta da Mons. Perlo, benediceva ad uno ad uno. C'erano già stati i chierici, era spossato, tentava di dire qualche parola, ma la Suora che l'assisteva, mi pare Suor Emerenziana, gli sussurrava di non stancarsi: Mons. Perlo gli suggeriva le parole di benedizione sacerdotale e qualche giaculatoria che l'infermo accompagnava col movimento delle labbra.
Il giorno dopo era morto.
In quale stima fosse tenuto nella diocesi l'abbiamo compreso il giorno dei funerali; già il giorno prima in cui la salma è stata esposta nella Cappella interna del Palazzo della Consolata, una processione continua di Sacerdoti, Religiosi, Religiose, semplici fedeli, dignitari, passavano a ossequiare la salma e fare una breve preghiera. Le anime semplici facevano toccare la corona del Rosario o qualche oggetto alla sua mano: « perché era un santo », commentavano. Le nostre Comunità a turno facevano a gruppi un po' di veglia. Il commento più eloquente l'abbiamo inteso da un anziano Sacerdote: « Neppure se fosse morto il Cardinale si sarebbe mossa tanta gente ».
Erano i poveri che aveva beneficati, gli assistiti dalla sua carità, i diretti spiritualmente, i consigliati dal grande. Rettore della Consolata a cui anche la più eletta nobiltà di Torino ricorreva per direzione e consiglio.
La processione d'accompagnamento della bara dal Santuario al Duomo è stata imponente: oltre alla partecipazione al completo del Seminario diocesano di cui per molti anni ne era stato il direttore spirituale, numerosissimo era il clero torinese e diocesano. La processione di suore e di istituti femminili era già arrivata al Duomo mentre la bara non si era ancor mossa dal Santuario. L'Istituto sia delle Suore che il nostro, apparve molto numeroso. Mons. Perlo aveva fatto vestire da chierichetti tutti gli studenti più alti che, uniti alla comunità dei chierici filosofi, teologi e novizi, formavano una lunga fila. Noi più piccoli seguivamo la bara al posto che abitualmente è occupato dai parenti dell'estinto.
Da quel momento è incominciata la presenza spirituale del Canonico Allamano nella sua Istituzione; da quel momento è incominciato il dovere dei figli a mantenere viva la figura, lo spirito, la presenza del Padre.
SPIRITUALITA'
Certo non sono sufficienti i ricordi di un ragazzo quindicenne per commemorare il Veneratissimo Fondatore: è dovere penetrarne la figura spirituale ed umana, perché anche da morto possa continuare a parlarci.
La sua spiritualità è frutto di un diuturno tempestivo lavoro di conquista.
Nel 1932 l'allora Padre Nepote Pus, maestro dei Novizi e Vicario generale della visita Apostolica, che era depositario del taccuino personale del Padre nella commemorazione in Casa Madre, ne leggeva alcuni appunti dai quali emerge la lenta e decisa conquista di una spiritualità semplice, chiara, soda, con cui fino da chierico si preparava, meglio la Divina Provvidenza preparava il Canonico Allamano ad essere Fondatore di una Casa di Apostoli.
Giovane chierico, ebbe subito chiaro il suo programma: « Tutto per Gesù, —farmi Santo
—, non soltanto buono ». E di carattere riflessivo, e tenace quale era, mantenne la parola. Padre Nepote tratteggia appunto in poche parole questo temperamento volitivo e deciso: « Uomo che non aspettava, ma faceva ».
Nei propositi fatti negli esercizi annuali e nelle circostanze decisive della sua vita emergono alcune direttrici costanti, oltre l'umana conquista della virtù e la correzione dei difetti, naturale conseguenza della riflessione seria sulla propria vita, vi sono atteggiamenti che si ripetono e formano la caratteristica della sua spiritualità.
IL SANTO
Una persona superficiale che avesse visto il Canonico Allamano, non avrebbe potuto credere alla vastità dell'azione da Lui svolta. Era di atteggiamento grave e sereno, si muoveva sempre con dignità, senza fretta, come persona rac' colta in Dio e nella preghiera: attuava il proposito fatto da chierico: « vita mea abscondita cum Christo in Deo». La mia vita nascosta con Cristo in Dio. Eppure le opere compiute sono testimoni della sua attività: per parlare soltanto di quelle materiali, la costruzione del Santuario che quando l'ha ricevuto in consegna i Torinesi chiamavano: « la travà d'la Cunsulà »; ne ha fatto un tempio di marmi e di ori secondo un programma che s'era fatto: « voglio che Torino abbia un Santuario degno della Madonna ».
La fondazione di due Istituti Missionari; la costruzione delle rispettive Case Madri; la preoccupazione di trovare le Missioni per i missionari; la direzione che ha voluto tenere fino alla morte delle due comunità missionarie; mentre manteneva la direzione spirituale di diverse comunità religiose, attendeva al suo confessionale nel Santuario, riceveva personalità, religiosi, Sacerdoti, neo Sacerdoti, Laici a cui dava il consiglio e la direttiva. Era consigliere del Cardinale, specialmente nella designazione del clero della Diocesi.
Come facesse ad esplicare tanta energia nella sua dignità e calma non si spiega che con una constatazione: l'amore che attingeva dalla sua unione con Dio in una interiorità profonda e custodita, diveniva fuoco che lo faceva agire con metodo e continuità.
La rettitudine di voler tendere alla perfezione gli faceva cercare la perfezione anche nelle opere esterne, le cose fatte voleva fossero fatte bene. Ne è testimonio la Casa Madre costruita sotto la sua alta direzione, nonostante accusi l'epoca in cui è stata costruita, è un'opera ancora valida attualmente.
Ma non è sulla sua opera esteriore che intendo rinnovare quest'oggi il suo ricordo, desidero invece ricordare lo spirito, l'atteggiamento spirituale che lo informava, perché questo è l'eredità più preziosa ed insieme più impegnativa per noi.
Potremmo domandarci: su quali punti programmatici ha fondato la sua spiritualità? A me pare di scoprirli in questi tre punti:
- La consapevolezza della sua vocazione al Sacerdozio gli faceva porre il proprio centro in Gesù Grazia, in Gesù Parola, in Gesù Eucaristia.
- Discepolo della dottrina di Bernardo, di S. Alfonso, dello zio S. Giuseppe Cafasso trovava nella devozione alla Madonna una fonte di santità e di formazione.
- Il suo temperamento, calmo, dignitoso, sereno, trovava nell'ordine e nell'orario, prima della comunità in cui viveva, il Seminario, poi quello impostosi da se stesso, una fonte di attività e di dedizione che gli permetteva di essere di tutti senza dimenticare di essere se stesso.
SACERDOTE DI CRISTO
Il Canonico Allamano viveva il suo Sacerdozio, come l'essenza della sua vita vissuta. Era Sacerdote di Cristo, e Gesù era il suo centro, il suo amore, la sua vita. La sua vita aveva le sue tappe nei Sacramenti che aveva ricevuti. Commemorava ogni anno il suo Battesimo, la sua Prima Comunione, la sua Cresima; la sua ordinazione la ricordava con la gioia del coronamento delle grazie che il Signore gli aveva fatto.
Ma la sua devozione a Gesù non era una espressione di ascetismo, era la pratica di ogni giorno. Gesù nella sua carola: per sé si imponeva: « Ogni sera mezz'ora per la Sacra Scrittura ». Per gli altri: « Mercoledì, un'ora alla predicazione, al sabato almeno dieci minuti per ricordare la predica ».
Già nel 1875 preveniva il Concilio Vaticano secondo: « I religiosi, in primo luogo, abbiano quotidianamente fra le mani la Sacra Scrittura affinché dalla lettura e dalla meditazione dei libri Sacri imparino la sovraeminente scienza di Gesù Cristo ».
La gioia del Canonico Allamano era la Comunione e la Messa. Da chierico, quando ancora non era permessa la Comunione quotidiana, si proponeva: Ogni sabato accostarsi al Sacramento della penitenza, nella settimana almeno quattro Comunioni e, tra parentesi l'obbedienza alla Chiesa, se mi sarà permesso. Ogni mattina però « la prima messa » e sottolineava la parola prima. Con quale spirito voleva fare la Comunione? « Assistere alla messa in compagnia di Maria al Calvario. Alla Comunione avere i sentimenti di Maria al momento del "Verbum caro factum est" ». È. stato fedele al suo proposito: voglio celebrare ogni Messa come se fosse la prima e l'ultima della mia vita.
Discepolo del Canonico Soldati esprimeva il suo culto alla liturgia con l'impegno di una scrupolosa osservanza delle cerimonie liturgiche, e l'esattezza dell'osservanza delle cerimonie era il distintivo che aveva lasciato alle nostre due Comunità. Il santo sacerdote che aveva visto due Religiose entrare in chiesa, dall'esattezza con cui hanno fatto la genuflessione ed il Segno di Croce aveva esclamato: « io non so di quale congregazione siate, certo siete figlie del Canonico Allamano »; erano infatti due missionarie della Consolata, testimonia come questa sua prerogativa fosse conosciuta tra il clero torinese.
Era il modo con cui al suo tempo dimostrava l'amore alla liturgia.
Anzi, nelle cerimonie aveva fama di essere severo. Oltre al fatto riportato da Padre Sales del rimprovero spedite d'urgenza a Padre Gamberutti perché aveva mandato in Italia una foto con cui appariva insegnare il segno di Croce con il pollice aperto, ho avuto occasione di sentire dal Canonico Elia, morto che è poco, ultranovantenne, e che conservava l'abitudine di celebrare la Messa come glielo aveva insegnato il Rettore, ricordava i predicozzi ché faceva il Padre ai neo Sacerdoti per i piccoli sbagli che commettevano nella celebrazione della Messa. Mi raccontava con l'ingenua malizia che ogni discepolo ha verso il suo maestro quando lo trova un po' troppo severo, mi raccontava di avere ricevuto una solenne lavata di capo perché nella Messa da morto aveva data la benedizione — Però, diceva, alcuni giorni dopo è capitato anche a Lui. —. Mi sono permesso di rispondere: ciò significa che il Rettore non predicava se stesso, ma un ideale; anche se era fedelissimo nel praticare ciò che insegnava, non cessava però di essere uomo.
La devozione al Santissimo Sacramento era una convinzione interiore che saziava la sua pietà, ma anche esternamente trovava la sua attuazione pratica nell'amore alla SS. Comunione, nella celebrazione devota ed esatta della Santa Messa, nella visita e nell'adorazione quotidiane del SS. Sacramento. I Torinesi sapevano che a quelle date ore trovavano il Rettore in Chiesa; se non era in confessionale era in adorazione davanti al SS. Sacramento, al suo posto fisso nel Santuario.
DEVOTO DELLA MADONNA
Parlare della sua devozione alla Madonna è entrare nel cuore della specializzazione della sua pietà, della fisionomia interiore della vita del Canonico Allamano.
Mi pare sia sua l'espressione: « Mio Dio, non datemi grazie se non per le mani di Maria ». Se non è sua, la ripe: teva frequente nei suoi discorsi. Con San Giuseppe Cafasso, nella formazione alla predicazione del giovane clero, suggeriva: « Non terminate mai una predica senza avere ricordato la Madonna ».
In Maria vedeva l'attuazione perfetta della vita evangelica, l'attuazione perfetta e pratica della vita nuova portata dal Cristo quindi se la scelse come Modello di perfezione.
Sapendo poi il posto d'affetto che Maria occupa nel Cuore di Gesù, la riteneva l'onnipotente interceditrice di ogni grazia.
La devozione a Maria era connaturata col suo temperamento: affettuosissimo verso la madre terrena, tanto da ricordare come la tentazione più grave alla sua vocazione, la difficoltà di doversi separare dalla mamma, sublimò, spiritualizzò questo sentimento naturale nella tenerezza verso la Mamma di Gesù, la Madre della Chiesa.
Ove scopriremo la nota dominante della sua devozione? A me pare di vederla, nella semplicità della tenerezza.
La profondità della devozione era nella conoscenza teologica della figura di Maria, dei suoi privilegi, del posto che Ella occupa nella Chiesa; ma la espressione pratica era semplice e devota, nel senso più comune della parola.
Era già così da chierico e da Direttore Spirituale del Seminario; ma quando divenne custode del Santuario della Consolata, considerò la devozione alla Madonna come parte eminente del mandato del suo Vescovo.
Oltre alla preghiera quotidiana, non tralasciava mai di commemorare ogni festa della Madonna; e se veniva in Casa Madre, non tralasciava di fare il fervorino: in chiesa almeno era festa. Aveva fede semplice nelle pratiche di devozione che ora pare vogliano cadere in disuso, benediceva le medaglie e le imponeva ai bambini ed agli ammalati, dava importanza al portare la medaglia della Consolata o della Madonna miracolosa, come chiamavano la medaglia dell'Immacolata; dava importanza al-l'abitino ceruleo o dell'Immacolata ed all'abitino del Carmine; al sedici luglio lo imponeva a tutti i nuovi studenti che erano entrati nel piccolo seminario S. Paolo. Io ho avuto la gioia di essere stato nell'ultima nidiata a cui lui stesso l'ha imposto.
Era un teologo, tanto che Monsignor Gastaldi l'ha voluto professore del Convitto, anche se per la voce e la mancanza di attitudine all'insegnamento non si sentiva adatto e forse non lo era di fatto; lo Spirito diffonde i suoi doni come vuole, anche se non era una celebrità, era però consultato da una gran parte del clero.
Ebbene, non credo si sarebbe mai sognato di cambiare l'espressione — Ti adoro o gran Regina— nella preghiera di S. Alfonso; anche perché chi l'ha cambiata l'ha fatto molto poveramente.
Certo lo scrupolosissimo teologo S. Alfonso non ha confuso il culto di latria dovuto a Dio, con quello di iperdulia dovuto a Maria; ma l'espressione napoletana e non solo napoletana, — Ti adoro —, per — Ti amo teneramente —, era intuitivo per il senso religioso del nostro Padre, era intuitivo il senso affettuoso che voleva imprimere il Santo autore. Se per ragioni pastorali, non creare confusione nella mente dei fedeli, si fosse reso necessario cambiare espressione, l'avrebbe tradotto in — Ti amo teneramente, o gran Regina —, perché questo, e solo questo era il senso voluto da S. Alfonso.
Certo che il nostro Padre, pur scrupoloso teologo, non avrebbe mai sentito il bisogno di mettere in dubbio l'espressione: « vita mariana » — quasi come un contrapposto a vita cristiana o ad un suo ampliamento — nel suo senso artistico della virtù della religione, per intuizione spontanea e per approfondimento teologico; sentiva che — Vita mariana — non indicava altri) che vita cristiana vissuta nella perfezione con cui è stata vissuta da Maria.
Certo che il suo senso religioso non gli avrebbe mai messo in dubbio la validità del santo Rosario di cui era fedelissimo e molto devoto; e con S. Alfonso lo riteneva un mezzo di predestinazione. Il Rosario composto dal sommo teologo San Domenico, recitato da S. Tommaso e da tutti i santi posteriori alla sua istituzione, per non dimenticare S. Alfonso che in esso riponeva la sua certezza di salvezza, è la preghiera privata che più ricopia il senso teologico della preghiera liturgica: « Tutto dal Padre, per mezzo di Gesù Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, tutto al Padre ».
Salutare Maria piena di grazia è riconoscere che tutto in Maria è dono gratuito del Padre; riconoscere Maria benedetta fra le donne per il frutto del suo seno, Gesù, è riconoscere l'unico mezzo per giungere al Padre. E nella parola grazia è espressa l'azione dello Spirito Santo che è la grazia di Cristo comunicata al cristiano. La preghiera fatta per ottenere la grazia ora e nell'ora della morte, espressione del desiderio di ritornare al Padre.
Anche nella sua composizione il Rosario è la preghiera al Padre, nei cinque Pater a cui fanno corona le dieci Ave Maria, per pregare con Lei che invitiamo a pregare con noi e per noi nel ricordo del Cristo, nella commemorazione dei suoi misteri.
Queste realtà meravigliose, il Padre le intuiva, le meditava, le viveva e nella sua pastorale, le predicava con amore e convinzione.
Termino questo ricordo della sua devozione alla Madonna con le sue più incisive espressioni:
« Ciò che Dio può per la sua onnipotenza, la Madonna lo può con la sua preghiera ».
« Ricordatelo: se non siamo devoti di Maria SS. non faremo mai niente ».
« La devozione alla Madonna è necessaria (scriveva ad un figlio della Chiesa); non è di consiglio, ma di necessità. È segno di predestinazione ».
« La devozione alla Madonna non è solo pegno di predestinazione, ma anche di santificazione. Chi vuol giungere alla santità senza la Madonna vuol volare senz'ali. Senza di Lei non si fa nulla ».
Se nella vita dovessimo sentire dei teologi che hanno opinioni diverse, io mi sentirei di dover rispondere: « Anche il Canonico Giuseppe Allamano era un teologo, ed in più è mio Padre ».
FONDATORE
Ci resta da ricordare la figura del Fondatore.
Sarebbe una pretesa troppo grave voler descrivere tutta la figura del nostro Padre, ma non possiamo esimerci dal ricordare ciò che il Canonico Allamano è stato per noi.
Ogni Santo che si accinge alla fondazione di un'opera di Dio, secondo la grazia ricevuta dallo Spirito Santo, prende un atteggiamento suo particolare: chi si preoccupa, come Don Bosco, dell'organizzazione perfetta della sua opera, chi si preoccupa di lasciare una dottrina, chi si preoccupa di lasciare regolamenti di santificazione. Certo, ogni Fondatore fa sempre un po' di tutte queste cose, ma a me pare che ognuno si specializzi in qualche cosa di particolare.
Il nostro, a mio parere, si è specializzato nel suo senso di paternità verso l'individuo. Originariamente Egli non ha avuto l'idea di un grande numeroso Istituto, ma meglio ha preferito una piccola famiglia in cui lui potesse agire sui singoli, singolarmente. Temeva il numero, curava personalmente l'accettazione delle nuove vocazioni, ne curava lo sviluppo tenendosi a contatto di persona, anche quando i figli erano lontani. L'organizzazione materiale dell'opera in Italia nei particolari la affidava preferibilmente al canonico Camisassa; in Africa a Mons. Perlo. A sé preferiva riservare la formazione dei singoli missionari. Lontani li seguiva, voleva essere informato da ciascuno, manteneva una corrispondenza nutrita e particolareggiata.
Per le feste principali, Natale, Pasqua, San Giuseppe, suo onomastico, ci teneva moltissimo a ricevere la letterina da tutti i suoi figli, anche degli studenti ultimi arrivati. Ricordo che anche nell'ultimo anno della sua vita, per la festa di San Giuseppe, gli assistenti ci avevano invitati a scrivere ciascuno la propria lettera; ormai non poteva più conoscerci personalmente, ma pure era per Lui una immensa consolazione ricevere un pensiero anche da noi.
Già nel 1925 era un problema rispondere a tutte le lettere: « Mi rincresce di non poter rispondere alle vostre care lettere: scrivetemi tuttavia e se non potrò rispondervi, raccomanderò al Signore i vostri bisogni.
« Mi servirò dei vostri Angeli Custodi per farvi giungere i miei pensieri ed i miei desideri ». È commovente leggere alcuni brani delle sue lettere ai singoli: « Lo scrivermi spesso, più che un obbligo dovrebbe essere un bisogno del cuore ». « Ti ripeto: coraggio, e pensa che io ti amo, anche perché coi voti perpetui sei mio figlio in perpetuo ». « Il tuo silenzio non mi piace e mi fa temere. Scrivi più sovente ».
Egli amò la sua Congregazione non in modo teorico ed indefinito: l'amò nei suoi membri e sentì con loro un legame di paternità affettuosa e preoccupata di ciascuno.