
Mons. Antonio Bretto (1920-2007) proveniente da Rivoli, compì la sua preparazione al sacerdozio nel seminario dell'archidiocesi di Torino. Ordinato sacerdote il 27 giugno 1943, venne inviato come addetto al Santuario della Consolata nel 1944. Fu nominato vicerettore nel 1960 e rettore nel 1966. Concluso il suo mandato di rettore del Santuario nel 1981, continuò il suo ministero alla Consolata come addetto ai vari servizi, fino al novembre 2006 quando, per motivi di salute, dovette essere ricoverato all'ospedale del Cottolengo.
Durante il suo lungo ministero sacerdotale, fu pure assistente diocesano degli Uomini di Azione Cattolica e consulente del Membri della Vecchia Guardia di Azione Cattolica. Fu canonico onorario della Collegiata di Santa Maria della Stella in Rivoli. Nel 1993 venne nominato Cappellano di Sua Santità. In tutto, trascorse 64 anni di vita sacerdotale al Santuario della Consolata. Nell'arco di questi oltre sei decenni, molte cose hanno segnato tempi nuovi. Con gli occhi vedeva poco, ma con il cuore scrutava molto e comprendeva! Era cercato per il dono del discernimento umano e spirituale.
Animo sensibile, ma determinato con sé e con gli altri. La sua carità era conosciuta da tanti che facevano capolino al suo confessionale o che lo attendevano per una parola e per un aiuto: poveri, famiglie, carcerati, emarginati… Nella fragilità dell'ultimo tempo ha fatto esperienza - come diceva - di quanto Dio lo amava e della premura che gli manifestava attraverso la vicinanza di persone che lo servivano con amicizia e dedizione.
Qui pubblichiamo la commemorazione dell'Allamano tenuta il 16 febbraio 1971 nella casa delle Missionarie della consolata a Grugliasco (TO).
Il giorno 16 febbraio, ricorrendo il 45° anniversario della morte del Canonico Allamano, abbiamo ricordato il nostro grande predecessore, rettore impareggiabile del Santuario che tanto amò e si è anche celebrato per lui la Santa Messa. Come tutti gli anni i Missionari e le Missionarie della Consolata hanno tenuto la solenne commemorazione del loro Padre Fondatore. Si festeggia dunque il "dies natalis" del santo sacerdote, ben persuasi che il giorno della sua morte fu il giorno della sua nascita alla vita eterna, e che dal cielo egli è ben vivo e operoso accanto ai suoi figli e alle sue figlie per l'opera missionaria e a noi per l'attività al Santuario.
Giuseppe Allamano: consacrato sacerdote di Dio al servizio della Chiesa il 20 settembre 1873.
Che dirò di lui? In quale prospettiva cercherò di collocarlo? Direttore spirituale del Seminario? Canonico del Duomo?
Rettore del Convitto Ecclesiastico? Amministratore dell'ospedale San Giovanni? Superiore delle Suore Giuseppine?
Esaminatore prosinodale? Preside della Facoltà Legale?
Fondatore delle due grandi famiglie dei Missionari e delle Missionarie che qui ci accolgono?
« Rettore della Consolata? ». Ecco: qui mi fermo e di qui parto: perché così in questo suo servizio al Santua-rio, me lo sento più vicino (permette-temi « più mio ») per studiarlo e amar-lo e imitarlo e consegnarlo a voi in un ricordo più caldo e più efficace.
Premessa
Diciamo subito che l'Affamano è già fuori del periodo burrascoso del dissi-dio patente fra il governo e l'Arcivescovo mons. Franzoni. Entra anzi, in pieno, nel riordinamento voluto dalla tempra adamantina del grande Arcivescovo, mons. Gastaldi, che mirò soprattutto al Seminario, cuore della diocesi. I preti erano numerosi, numerose le vocazioni. I Seminari, riaperti dopo il travaglio di tanti anni, avevano bi-sogno di studio e di disciplina. Mons.
Gastaldi scelse il can. Soldati, uomo che suscitò grandi affetti e grandi inimicizie.
L'Affamano, giovarle direttore spirituale (era prete da tre armi!) temperò e completò l'azione del Rettore ed ebbe la stima di tutti, amici e avversari. Alla morte dell'arcivescovo, i coesistetti « gastaldiani » furono estromessi da tutti i gangli vitali della diocesi. Il buon card. Alimonda, con la più retta intenzione fece delle vittime. Pochissimi gastaldiani rimasero al loro posto: tra questi san Leonardo Murialdo e il can. Allamano. Erano uomini di raro equilibrio, che riscuotevano la stima di tutti. Così l'Affamano divenne (parliamo in misure umane) insostituibile: la sua esperienza, la conoscenza del mondo religioso e civile di Torino, la fama di santità, la prudenza nei consigli, la serietà del suo comportamento, contribuirono a dargli quell'alone di rispetto e di timore da parte di tutti, superiori e inferiori. Fu una potenza (oggi si direbbe « un centro di potere »), ma fu una potenza buona: fu uomo di Dio nella luce della Consolata.
Rettore del Santuario
Al Santuario il can. Allamano era ar-rivato il 2 ottobre 1880, dopo aver onestamente mosso le sue difficoltà all'arcivescovo Gastaldi, come, per esempio, la sua giovane età. « L'essere giovani — aveva risposto l'arcivescovo — è un difetto che si perde a poco a poco: e del resto, se si sbaglia, c'è sempre tempo a correggere e ripara-re gli errori ».
« Avevo la febbre addosso quel giorno — confesserà più tardi l'Allamano -- e al Santuario vi andai solo per fare l'ubbidienza ».
E in questo stato di sofferenza e con questo dono di serena docilità il giovane sacerdote partì per quel ministero mariano che avrebbe dato il tono a tutta la sua vita: aveva 29 anni e alla Consolata rimase fino alla fine, per 46 anni.
« 2 ottobre 1880... - ... 16 febbraio 1-926 »: due pilastri su cui si colloca l'arco luminoso di una vita sacerdotale piena, fervida, feconda.
La vigilia di Pasqua del 1883 mons. Gastaldi si era portato, come tutti i sabati, a fare visita al Santuario. Uscito dal tempio l'arcivescovo si fermò: diede uno sguardo all'insieme della costruzione e disse al giovane rettore che gli era accanto:
« Quant'è brutto! ».
« Eh sì — rispose l'Allamano — e io vorrei darmi da fare per ripararlo. Ho già pronto il progetto ».
« Ma sì, incomincia! Tu hai del danaro: metti prima del tuo e poi ti rivolgerai ai fedeli ». E congedandosi dal rettore concluse: « Allora siamo intesi: io lunedì firmerò il contratto per l'altare maggiore del Duomo e tu firmerai quello per i restauri del Santuario ».
Il giorno dopo l'arcivescovo moriva improvvisamente e con lui cadeva il progetto per l'altare del Duomo, mentre l'Allamano, fedele al quasi testamento spirituale di mons. Gastaldi, firmava il contratto per i lavori del Santuario.
Restauro materiale
Sappiamo — e i torinesi e i fedeli della Consolata gliene sono riconoscenti — con quanto impegno, coraggio, intelligenza e perseveranza, l'Allamano si buttò nella non facile impresa. Servendosi della competenza di valenti architetti, quali il Ferrante, il conte Ceppi, il conte Vandone, il can. Allamano portò il Santuario, chiamato allora per il grave stato di deterioramento: « la travà d'Ia Consolà », allo splendore attuale. Senza alterare le linee del Guarini e del Juvara il tempio acquistò in ampiezza e bellezza e funzionalità: nel cuore del rettore il tutto orientato alla gloria di Dio e al bene delle anime.
Oggi si accentua a questo proposito la tendenza, diciamo così « antitrionfalistica »: si vuole la Casa di Dio semplice, spoglia, di estrema praticità. Non mi pronuncio in merito all'arte sacra moderna (non sono competente) e a quanto essa può avere finora espresso, ma pensando all'impresa e alle intenzioni dell'Allamano mi pare giusto e appropriato riferirmi a quanto il Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla vita religiosa e, al suo vertice, sull'arte sacra: « Fra le più nobili attività dell'ingegno umano sono, a pieno diritto, annoverate le arti liberali, soprattutto l'arte religiosa e, al suo vertice, l'arte sacra. Esse, per loro natura, hanno relazione con l'intima bellezza divina, che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell'uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all'incremento della sua lode e gloria, in quanto nessun altro fine è stato loro assegnato, se non quello di contribuire il più efficacemente possibile a indirizzare religiosamente, con le loro opere, le menti degli uomini a Dio. Perciò la Santa Madre Chiesa ha sempre favorito le arti e ha sempre ricercato il loro nobile servizio specialmente per far sì che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità, decoro e bellezza, segni e simboli delle realtà soprannaturali... Con speciale sollecitudine la Chiesa si è preoccupata che la sacra suppellettile servisse con la sua dignità e bellezza al decoro del culto... ».
In questo senso noi vediamo l'opera di restauro compiuta egregiamente dall'Allamano per il Santuario.
Restauro del Convitto
Un'altra cosa stava a cuore all'Allamano: il ritorno del Convitto alla Consolata. La storia ci insegna che dopo la prima contestazione nel Paradiso terrestre, le contestazioni non sono una novità della nostra epoca e ve ne sono di buone e opportune, di meno buone e meno opportune e ve ne sono di eccessive e sbagliate. Non è qui il momento di riproporre le vicende di quegli anni per cui il Convitto Ecclesiastico era stato chiuso e trasferito in Seminario. Sta il fatto che con una coraggiosa lettera all'arcivescovo mons. Gastaldi, in data 24 giugno 1882, l'Allamano affronta la situazione, ottiene l'autorizzazione, riapre il Convitto, di-venta il capo responsabile delle Con-ferenze di teologia morale, rettore e possiamo dire, nuovo fondatore di quest'opera che fu gloria del teologo Guala e di S. Giuseppe Cafasso, zio dell'Allamano. Amò immensamente il Convitto, che rifiorì sotto la sua direzione e non va taciuto come egli si adoperò affinché i convittori vi ricevessero una educazione completa in conformità ai bisogni del tempo. Nulla si doveva tra-scurare di quanto era necessario per rendere più efficace il ministero sacerdotale. Fu aperto, come poteva per quei tempi, ai problemi sociali. Abbia-mo al riguardo la testimonianza di mons. Cantono, noto sociologo a cui l'Allamano affidò un corso di studi sociali in convitto e quella di mons. Caselli il quale così riferisce: « Giunsi al convitto ecclesiastico preceduto dalla fama allora tutt'altro che simpatica nei nostri ambienti di democratico cristia-no: fama dovuta alla mia predilezione per gli studi di indole sociale. Mi presentai al can. Allamano con una comprensibilissima preoccupazione, che e-gli però seppe immediatamente far scomparire, non solo astenendosi da qualsiasi rimprovero, ma insistendo sulla necessità di approfondire i miei studi tanto di teologia e di diritto come di sociologia che egli riteneva di grande importanza nei tempi presenti... Ebbi l'impressione vivissima di essermi incontrato con un uomo dalle idee sociali molto larghe e di perfetto equilibrio ».
Il discorso al riguardo potrebbe continuare: comunque la restaurazione del Convitto fu un grande servizio reso alla diocesi per l'istruzione e la formazione del clero diocesano e fu anche, com'era nel desiderio e nelle speranze del rettore, un gran bel dono per il servizio al Santuario.
Rifioritura spirituale
In questo clima di fervore e di imprese si colloca la grande attività sacerdotale dell'Allamano: la devozione alla Madonna'. 'Essa è il centro, la ba-se, la sostanza del suo ministero: direi, la piattaforma di lancio della sua fecondità spirituale.
Con l'Allamano il Santuario della Consolata svolse più che mai la sua funzione di « casa della grazia ». Scriveva nel 1901: « Da vent'anni che noi serviamo indegnamente questo Santuario, giorno per giorno, abbiamo assistito all'espandersi della divina misericordia: e possiamo dire che questa benedetta corrente, pari ad alta ma-rea, andò man mano aumentando ».
Con l'Allamano è un fiorire di inizia-tive: celebrazioni delle S. Messe tutti i giorni dal mattino' presto fino alle ore 12; confessori a tutte le ore; fondazione del periodico del Santuario; pratica dei nove sabati della Consolata e dei sabati quaresimali; celebrazione delle feste mariane; puntualità e perfezione in tutte le funzioni.
Ogni tanto, nei molti anni del suo rettorato, rivolgeva alla Vergine queste espressioni: « Ringrazio voi, Vergine santa, di essere già da molti anni, custode del vostro Santuario. Che cosa ho fatto per voi in questi anni? Se ci fosse stato un altro al mio posto, quanto avrebbe fatto: ma non voglio investigare. Se fossi stato tanto cattivo, non mi avreste tenuto tanti anni: e questo io amo pensarlo come un consolante segno di predestinazione. Se non ho fatto tutto bene, pensateci voi, aggiustate voi e metteteci una pietra sopra.
Accettate tutto come se lo avessi fato perfettamente, prendete le cose come sono. Mi avete tenuto, dunque, dovete essere contenta... ». E con una semplicità grande diceva ai suoi ascoltatori: « ... e mi pare che la Madonna abbia sorriso ».
Più tardi poteva asserire: « Se avessi da fare la storia dei miei incontri con la Madonna nei 40 anni che sono al Santuario, direi che sono 40 anni di consolazione. Non è che non abbia avuto da soffrire: Io sa Iddio quanto! Ma lì, di fronte al tabernacolo e vicino alla Consolata, si è sempre aggiustato tutto ». « Avendo noi sacerdoti — continuava il rettore
— somiglianza di ufficio con la Madonna, dobbiamo pure somigliarle nella vita, nelle virtù. La nostra deve essere una devozione tenera e forte. Evitare quanto le può dispiacere, nulla negarle, operare in tutto e per tutto per suo amore e sotto il suo materno sguardo per costruire ognora un ritratto perfetto, per quanto possibile, del suo Divin Figlio ».
Mi sono dilungato un po' su questo punto, ma era necessario: sia perché, ripeto, la Madonna è il centro dell'attività dell'Allamano, sia perché è necessario — oggi — riconfermarci in questa realtà teologica, in questo punto vitale della storia della salvezza che alcuni vorrebbero ignorare, trascurare, declassare, o, magari (non riesco a ca-pirne il perché) condannare.
Maria e spirito missionario
Il Concilio Vaticano II nel capitolo 8' della « Lumen Gentuim » ha parlato chiaro, meravigliosamente e autorevolmente, della Madre di Dio e della Chiesa. Il Papa, più e più volte, ha ribadito questo aspetto luminoso e illuminante della fede che è il culto a Maria. Ricordo la brevissima frase, così carica di verità, del discorso tenuto nel suo pellegrinaggio mariano in Sardegna nell'aprile 1970: « Non si può essere autenticamente cristiani, se non si è mariani ». Ricordo, tra le molte cose bel-le che Paolo VI ha detto in questi ultimi anni ai rettori dei Santuari Mariani, questo: « I Santuari sono clini-che spirituali: e colui che forse non si arrende alla grazia di Dio nella sua parrocchia, volentieri va alla Madonna, al Santuario, là dove innumerevoli generazioni sono salite per onorare la Vergine e vi hanno trovato grazia e conforto, luce di fede e forza di con- versione, rifugio dalle avversità della vita e dalle crisi dell'anima ».
« Per questo vorremmo' — continua il Papa — che la devozione alla Madonna vi fosse coltivata secondo la teologia del Concilio. Il culto della Vergine deve avere per centro il Cristo: culto cristologico (e noi ricordiamo il can. Allamano che nel Santuario della Consolata imposta la devozione alla Madonna tutta orientata a una pienezza di vita eucaristica e sacramentale). In secondo luogo — dice il Papa — il culto alla Vergine deve essere anche ecclesiologico, cioè la Madonna non deve essere staccata dalla Chiesa, ma deve essere presentata sia come figlia della Chiesa e sia come Madre della Chiesa.
L'amore alla Madonna unita alla Chiesa e soprattutto a Cristo, da cui tutto deriva, è il programma della nostra devozione mariana, lo è sempre stato, ma dobbiamo renderlo tanto più evidente e caro al popolo per l'avvenire ».
È su questo schema ortodosso, teologico, che con intuizione profetica si muove la devozione mariana dell'Allamano.
Nascono i missionari
Raccoglimento, preghiera, pietà filiale e tanta intensa vita eucaristica. Una pietà costruttiva: per cui da questa intimità sbocca la fecondità, nasce l'espansione, nasce la missione. L'Allamano ha restaurato il Santuario, lo ha ampliato, ha diffuso la conoscenza della Consolata. « Suona, suona forte la campana — diceva al sacrestano del Santuario durante la novena — che tutta Torino sappia che è la festa della Consolata ».
Ora questo non basta più: il suo cuore di autentico sacerdote batte con il cuore di Cristo in un ritmo che non ha soste, in una carità che non conosce confine e come Paolo, anch'egli sente « l'apostolica sollecitudine di tutte le chiese ».
Al n. 17 della Costituzione « Lumen Gentium » il Concilio Vaticano II precisa il carattere missionario della Chiesa. Sull'esempio di Cristo che mandato dal Padre manda gli Apostoli, così la Chiesa « continua a mandare missionari fino a che le nuove chiese siano pienamente costituite e anch'esse continuino l'opera di evangelizzazione...
Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di spargere, quanto gli è possibile, la fede. Ma se ognuno può battezzare i credenti, è tuttavia dovere del sacerdote di completare l'edificazione del corpo con il sacrificio eucaristico, adempiendo le parole dette da Dio per mezzo del profeta: « Da dove sorge il sole fin dove tramonta grande è il mio nome tra le genti e in ogni luogo si offre il profumo di incenso al mio nome con pura oblazione ».
Così il Santuario della Consolata ha la sua epifania. Il sacerdote della Chiesa locale, il can. Allamano, l'uomo del confessionale e degli Esercizi Spirituali, l'animatore del Convitto, il consigliere di vescovi e principi, di dotti e di semplici, di ricchi e di poveri, l'uomo che passa ore di preghiera in Santuario e di lavoro nel suo studio, il cittadino di Torino diventa cittadino del mondo: prete di Dio e della Chiesa universale. La santità locale dà spinta all'impresa mondiale: la « stabilitas loci » non crea la « stabilitas cordis »; come l'apostolo, sente che la « charitas Christi urget nos »: l'Amore di Cristo dilata i suoi orizzonti e lo spinge, lo stimola in modo incontenibile all'azione.
« Et praedicabunt gloriam meam cunctis gentibus », la parola del profeta Isaia diventerà la bandiera del suo nuovo apostolato.
Quest'ansia missionaria da anni ferveva nel cuore dell'Allamano: in un incontro a Roma, San Pio X gli aveva detto: « Avete fatto bello il Santuario della Consolata: fate belle anche le anime che nelle missioni canteranno le lodi di Maria Consolatrice ».
Il primo pensiero, anni addietro, era stato quello di formare dei sacerdoti allo spirito missionario e metterli a disposizione della Congregazione di Propaganda Fide. Poi attraverso la preghiera, il consiglio e l'appoggio del card. Richelmy concretizza il suo idea-le fondando l'istituto dei missionari della Consolata, attingendo le • prime forze dal clero locale e dalla Piccola Casa della Divina Provvidenza.
Il 29 gennaio 1901 il card. Richelmy promulga il decreto di approvazione: 1'8 maggio 1902 partono i primi missionari. Era il giorno dell'Ascensione: e al buon canonico che si rammaricava per aver dovuto effettuare la partenza in giorno festivo, il card. Richelmy sorri-dendo diceva: « Va bene così! Le processioni si fanno in giorno di festa ».
E quella processione non si è più fermata, ma in una continuità crescen-te si è estesa, dalla prima tappa a Mombasa e Nairobi per la regione del Ghekoio nella zona del Monte Kenia, alle altre zone africane, e poi via via nel Canadà, in Inghilterra, negli Sta-ti Uniti, in Brasile, Argentina, Colombia fino alla privilegiata oasi presso il Santuario di Fatima.
Nascono le missionarie
E ben presto accanto ai missionari, le missionarie. La necessità di avere delle suore portò l'Allamano a rivolgersi alla Piccola Casa della Divina Provvidenza: la Chiesa locale scattava ancora: prima otto suore, poi dodici, fino ld arrivare ad una cinquantina. Ma, crescendo le esigenze della missione e -non potendo la Piccola Casa continua e ad alimentare con altre spedizioni li personale, si pose per l'Allamano il non facile problema di una nuova fon-dazione. Cosa fare?
Leggiamo nella vita di S. Leonardo Murialdo che, quando ricevette dal suo antico superiore di S. Sulpizio il consiglio di dare inizio alla Pia Società Torinese di S. Giuseppe, il Murialdo obiettò umilmente: « Allora io passerei per il fondatore di una congregazione: ma per questo il Signore ha scelto sempre dei santi ». Il venerando Sulpiziano lo fissò in volto: conosceva di quale tempra fosse quel prete torinese, umile e sacrificato. Per questo ribatté sorridendo: « Ecco una buona occasione per diventare santo ». E fu profeta: il Murialdo fondò la congregazione e noi oggi lo veneriamo santo.
Così all'Allamano che in una udienza particolare del 1909 esponeva queste difficoltà:
« Bisogna — dice il Papa S. Pio X — che voi stesso, come avete fondato l'Istituto dei Missionari, diate inizio ad un Istituto di suore missionarie ».
« Santità, vi sono già tante famiglie religiose femminili! ».
« Sì, ma non esclusivamente per le missioni ».
« Ma io, Beatissimo Padre, non sento la vocazione di fondare delle suore ».
« Se non l'avete, ve la dò io ».
E così, animato dalla fede e sorretto dalla parola del Papa, il can. Allamano si mosse per la nuova impresa e il 29 gennaio 1910 nasceva questa seconda famiglia delle suore missionarie. Anco-ra una volta la Chiesa locale si dilatava nel naturale, ampio respiro della Chiesa universale. Il 21 novembre 1910 si compiva la solenne funzione delle prime vestizioni alla presenza dell'arcivescovo card. Richelmy che godeva per questo nuovo istituto, vanto della diocesi e « si compiaceva che la Provvidenza accanto ai missionari avesse voluto le missionarie della Consolata per inviarle, quali piccole corredentrici, a portare nell'Africa la luce del Vangelo ».
Due famiglie sono dunque sorte dal grande cuore del can. Allamano, ma egli rimase sempre alla Consolata: ufficialmente il padre fondatore non fu mai membro dell'istituto da lui fondato e per tutti fu sempre il « rettore e avrebbe potuto ripetere: « hic domus mea, inde gloria mea: qui è la mia casa, di qui, dalla Consolata, la mia gloria ».
Piemontese al cento per cento, come il Cottolengo e il Cafasso, come Don Bosco e il Murialdo. Non cerchiamo fenomeni mistici né complicati piani di programmazione. Uomini precisi questi nostri santi, di estrema praticità, con forte volontà di concretizzazione, con tanta serietà di lavoro, con una ammirabile tenacia costruttiva. Il Cottolengo comincia con un letto per un'ammalata respinta; Don Bosco con quel suo monello; il Cafasso con i carcerati e i condannati a morte; il Murialdo con i suoi artigianelli: e l'Allamano con i primi quattro missionari.
Ma dentro c'è un fondo sicuro di spiritualità: una grande fede, un grande amor di Dio, una gran voglia di fare del bene. « Salus animarum suprema lex esto » - la grande legge della loro vita è la salvezza delle anime: e, in tutto e sempre, un'illuminata e appassionata devozione alla Madonna, Consolatrice degli afflitti, Regina degli apostoli, Madre della Chiesa.
Egli — l'Allamano — rimane in diocesi, rimane nel suo Santuario; ma i suoi figlioli e le sue figliole camminano per ogni dove ad annunciare che Dio è l'amore incarnato e che la Madre sua è la nostra Consolatrice, in un soffio di Pentecoste che, come allora nel Cenacolo, così qui, a Torino, trova Maria, Madre di Gesù, al centro del gruppo missionario.
E c'è un ritorno alle sorgenti, oggi forse più di ieri: c'è .uno scambio di energie e di vitalità ecclesiale. Penso alla diocesi che continua a dare elementi ai due istituti o comunque ad inviare sacerdoti in terra di missione e penso all'istituto che offre il suo aiuto pastorale alla diocesi, sì, alla diocesi, alla Chiesa locale, dalla quale gli istituti sono nati. Penso al servizio o nel Santuario della Consolata o nei vari impegni di ministero o alla nuova erigenda parrocchia in barriera di Francia: e così penso alle suore, pur sempre missionarie, anche se in un asilo di città o in una scuola o nell'ospedale o là dove una necessità spirituale richiede una tempestiva collaborazione.
È l'amoroso mistero del Corpo Mistico di Cristo: è il giusto respiro dell'apostolato che non si sclerotizza in una gelida forma immutabile, ma si dona — subito, quando e dove e come — .il Regno di Dio lo richiede: sia l'Africa o l'America o questa nostra Torino d'oggi con tutte le sue non piccole e non poche esigenze del momento che viviamo.
Sì, aperti alla Chiesa che è cattolica, aperti e disponibili. senza incertezze, agli immani problemi del terzo mondo, ma anche vigilanti ed operosi e solleciti per questa nostra terra che, possiamo pur dirlo, è terra di missione. terra di evangelizzazione.
Con i suoi problemi materiali e morali: problemi di ammalati e sofferenti, di poveri che stentano la vita. di immigrati in difficoltà ad inserirsi, di giovani inquieti del presente e desiderosi di un avvenire migliore; problemi ardui di costume di fronte ad un'immoralità sfrontata; problemi di scuole, di case, di chiese, tormentate questioni di lavoro. di giustizia e pacificazione, crisi di fede e di speranza.
Non che tutto sia male, Dio ci scampi dall'essere pessimisti; ma guardando con sereno realismo al mondo che ci circonda sentiamo che la Chiesa deve offrire una testimonianza valida, un apporto concreto, più forte della diffidenza o dell'amara critica che, non di rado, demolisce troppo senza nulla costruire.
Per questo guardiamo all'esempio dei nostri santi torinesi che hanno saputo operare con coraggio e, quando fu necessario, anche con dei gesti di evangelica rottura di fronte a ingiustificabili immobilismi.
Per questo guardiamo alla Consolata, Patrona di Torino; « alla Madre di Gesù che — dice il Concilio — come in cielo già glorificata è immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla ora, innanzi a4 peregrinante popolo di Dio, quale segno di sicura speranza e consolazione » (Lumen Gentium, n. 68). Forse è questa la consegna del nostro Rettore, del Padre Fondatore dei Missionari e Missionarie!
L'8 dicembre dello scorso anno moriva il card. Benno Gut, benedettino, grande liturgista, prefetto della Sacra Congregazione per il culto. Nel suo testamento spirituale esprimeva il desiderio di essere seppellito nell'abazia Santuario di Einsiedeln e lasciava come ricordo ai suoi monaci di essere devoti della Madonna. È un esempio offerto oggi a quanti — con un'incoscienza assurda! per dir poco — polemizzano contro la devozione alla Madonna, quasi che impoverisca il tono della fede e la legittimità del culto a Dio. L'abate di Einsiedeln ricevendo all'ingresso del Santuario la salma del defunto cardinale si espresse così « Ecce servus tuus, Domine: et filius ancillaé tuae! ».
Mi pare che, concludendo, a pieno titolo, questo noi possiamo dire del canonico Allamano: « Ecco, o Signore, il tuo servo fedele e il figlio della tua Ancella: figlio di Maria, figlio della Chiesa in un sacerdozio perfetto vissuto per l'avvento del tuo regno »