
Mons. José Cottino svolse per lunghi anni il servizio di Prefetto della Real Basilica di Superga. Fu pure attento studioso di storia religiosa. Pubblicò diversi libri, con particolare attenzione alle biografie di santi e di eccellenti personaggi della Chiesa. Nel 1947 fu primo direttore del giornale “La Voce del Popolo”. Scrisse un profilo dell'Allamano per la “Bibliotheca Sanctorum”.
Qui pubblichiamo la commemorazione che tenne nella casa delle Missionarie della Consolata a Grugliasco (TO), il 16 febbraio 1972, 46° anniversario della morte del nostro Fondatore.
La figura dell'Allamano non bisogna prenderla alla leggera; dobbiamo cercare di approfondire la sua testimonianza ed il suo messaggio.
Gesù, il Verbo del Padre si è fatto per noi testimonianza e messaggio. La Chiesa proietta nel tempo e nello spazio la testimonianza ed il messaggio di Cristo. « Essendo Cristo la Luce delle genti, questo Sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di Lui, splendente sul volto della Chiesa, illuminare tutti gli uomini annunziando il Vangelo ad ogni creatura » (L.G. n. 1). Ogni cristiano, è chiamato ad essere testimone di Cristo e trasmettitore del Suo messaggio.
Nella varia ricchezza dei carismi della Chiesa, noi vediamo la prevalenza della testimonianza che, quanto più è impegnata, tanto più si confonde con il messaggio. Pensiamo alla Madonna, la testimonianza autentica che diventa nello stesso tempo messaggio.
Anche il messaggio da solo è santo, perché è messaggio di Cristo. Questa riflessione fa coraggio alla debolezza degli annunciatori del Vangelo, secondo la sapienza del vecchio proverbio piemontese, che si diceva anche al tempo dell'Allamano: « A fè come 'l preive a dis, as va 'n paradis; a fè come '1 preivi a fà, a cà del diao as va [fare come il prete dice si va in paradiso; fare come fa il prete a casa del diavolo si va]».
Ma nel carisma del sacerdozio ministeriale noi vediamo intimamente congiunte e richiamantisi l'esigenza della testimonianza e quella del messaggio. (Cfr. Documento sul sacerdozio ministeriale del Sinodo dei Vescovi 1971). E ci fermiamo commossi quando troviamo questa fusione continua, quasi perfetta in un uomo come quello che commemoriamo stasera.
L'Osservatore Romano del 12 gennaio riportava la notizia della morte di un missionario cappuccino travolto dalle acque dello Zambesi con una ammalata che stava per trasportare all'ospedale. Il Vescovo di Livingstone ha fatto di lui quest'elogio: « È stato un sacerdote ed un religioso che ogni giorno attuava il Vangelo che predicava ». E quanto possiamo affermare dell'Allamano.
È la luce di Cristo riflessa sul volto della Chiesa! Non dobbiamo dimenticare questo fondamentale dato cristo-logico nella venerazione dei santi e nel ricordo dei fondatori. Non possiamo esclamare soltanto: « Don Bosco, l'Allamano, il Cafasso! » Dobbiamo riconoscere Cristo in don Bosco, nell'Allamano, nel Cafasso.
La testimonianza è incarnata, localizzata in un determinato periodo storico, ma è presente e operante nella vita della Chiesa. Non possiamo quindi condannare tutto il passato. Non c'è un anno zero nella Chiesa. Mi suggeriva maliziosamente qualcuno un mistero... ecumenico, nel quale « si contempla la pazienza di Nostro Signor Gesù Cristo, il quale ha aspettato duemila anni che finalmente qualcuno si accorgesse del vero significato del Suo messaggio ».
Non c'è anno zero nella Chiesa. Dobbiamo guardare con comprensione a quanto la Chiesa soffrendo ha sperimentato e anche con umiltà, perché domani faranno storia i nostri errori attuali.
Il messaggio purificato dalle scorie inevitabili, dai limiti, dalle modalità storiche, dal genere letterario, colto nei suoi valori essenziali, nella sua portata, certamente profetica, rimane anch'esso vivo nella Chiesa; è una ricchezza spirituale da far fruttificare soprattutto da quanti, per vocazione o per affinità spirituale, si sentono legati all'eccezionale figura.
Vorrei cogliere questa sera alcuni aspetti profetici della testimonianza e del messaggio dell'Allamano.
Conoscete meglio di me la sua vita iniziata a Castelnuovo d'Asti il 21 gennaio 1851 e chiusa in Torino, presso il Santuario della Consolata, il 16 febbraio 1926, anche allora un mercoledì delle Ceneri.
Penso utile premettere una rapida inquadratura storica. Se togliamo gli anni della formazione di Giuseppe Allamano, della sua attività abbiamo grosso modo mezzo secolo. Rettore della Consolata nel 1880, muore nel 1926.
Passata ormai la buriana più forte del Risorgimento, sono morti Pio IX, Vittorio Emanuele II, Cavour, Mons. Franzoni.
(L'Allamano farà la vestizione clericale sede vacante con il Vicario capitolare, Mons. Giuseppe Zappata, uomo che non viene più ricordato, perché noi non ricordiamo troppo il passato, ma un uomo che ha portato per tanti anni il peso dell'archidiocesi di Torino e con il suo equilibrio, con la sua apertura è riuscito a fare derequisire il Seminario Metropolitano occupato per ordine del Governo; per questo l'Allamano ha potuto frequentarlo).
Non si guarda troppo al passato; c'è un senso di ripresa e di apertura. Consideriamo soltanto le grandi aperture, troppo spesso dimenticate, di Leone XIII; pensiamo al travaglio dell'epoca di Pio X, alle coraggiose aperture di un grandissimo Papa, Benedetto XV, ed ancora a quelle del Papa missionario, Pio XI. Se ci rivolgiamo a considerare i Vescovi, con i quali l'Allamano ha esercitato il suo ministero troviamo: Alessandro Riccardi di Netro che è stato accusato di essere un antinfallibilista ed era soltanto uno di quei vescovi che riteneva non opportuna allora la definizione dell'infallibilità, che pure con tutta la Chiesa riteneva; il Gastaldi aperto ai problemi del nuovo, anche per la sua ispiriazione rosminiana, che aveva diretto un giornale con il quale si cercava di fiancheggiare il cammino del progresso, di non opporre una resistenza oltranzista, intransigente; l'Alimonda che fu, come tutti sappiamo, un conèiliatorista; il grande Riccardi, l'arcivescovo degli operai, che per primo permise l'esperimento di conquista del comune di Torino da parte delle forze cattoliche, purtroppo alleate con i moderati, ed infine il Richelmy che, della sua vita e del suo lungo episcopato, fece un tramite di comunicazione tra la chiesa e lo stato.
Vorrei fare una citazione di Alfredo Laple, dal suo « Réportage sulla storia della chiesa », Ed. Paoline - Roma, 1971, p. 305.
« Nel secolo XIX, quando la chiesa sembrava una fortezza incrollabile di fronte agli attacchi del relativismo, e del liberalismo, del scetticismo e dell'agnosticismo, dell'ateismo, del materialismo e comunismo (quanti ismi! qualcuno diceva che sono malattie quando finiscono in ismo!) e quà e là nel pensiero e nella vita dei cristiani cominciava a diffondersi una paralizzante psicosi difensiva, si è verificato un fenomeno religioso che molto spesso viene trascurato (specialmente nella biografia ufficiale laica): la inattesa fioritura delle congregazioni religiose... Nella stessa epoca in cui nei manifesti e nei proclami politici si parlava clamorosamente della lotta di classe e dell'oppressione dei lavoratori (e aggiungiamo noi, nessuno parlava ancora del Terzo Mondo!) la cristianità cattolica, senza, troppo sfoggio di parole, ha compiuto un'opera sociale, molto estesa e sostenuta dallo spirito di carità e di sacrificio nel campo della scuola e dell'assistenza caritativa sotto ogni aspetto (ospedali, asili, ricoveri per invalidi e vecchi) come anche nelle missioni (i lebbrosari) ».
Dobbiamo lanciare ora uno sguardo non soltanto all'aspetto ecclesiale, ma anche all'aspetto della società civile. Ecco l'Italia umbertina, protesa alle conquiste coloniali; l'industrializzazione crescente e l'espansione urbana, particolarmente rilevante a Torino; il ciclone della guerra 15-18; il sovversivismo ed il fascismo. Questo lo sfondo, il contesto ancora da studiare, che soltanto ricordiamo per sottolineare la componente di animazione spirituale rappresentata dalla santità in complessi fenomeni sociali, economici, culturali. Non dobbiamo cedere alla facile tentazione del cliché, della stereotipia (a certe vite di santi o di personaggi devoti si può facilmente cambiare il nome dell'eroe, tanto si rassomigliano). Non c'è la catena di montaggio per le personalità! Ma neppure dobbiamo cedere alla tentazione trionfalistica di vedere sempre l'antesignano, il pioniere ad ogni costo.
Ci sono nell'intimo di questi uomini, o di queste donne (non facciamo un razzismo di sesso!), dei sentimenti, dei pensieri, delle previsioni, delle decisioni, delle folgorazioni dello Spirito Santo, di cui alcune crescono, fioriscono, giungono a maturazione, altre sbocciano e poi inaridiscono, altre restano latenti oppure si ripiegano come una vela che altri farà di nuovo gonfiare al vento, quando sarà l'ora.
Sappiamo quanto il Concilio Vaticano II abbia rivalutato il concetto di chiesa locale. Ora vorrei sottolineare la piena disponibilità di Giuseppe Allamano alla sua Chiesa locale.
Venuto dalla scuola del compaesano don Bosco, entra nel Seminario di Torino. È stato osservato che i Santi torinesi hanno fatto poco seminario, quasi a deporre a sfavore di queste istituzioni.
Pensiamo ai tempi difficili che non hanno permesso loro di stare in seminario, pensiamo al Teol. Murialdo che non avendo fatto seminario, almeno come allievo interno, ha voluto, già sacerdote, andare per un anno in seminario a S. Sulpizio a Parigi.
L'Allamano, fatto il ginnasio all'oratorio a Valdocco (quindi in un seminario minore), rimase per tutta la vita in seminario, passando da seminarista a formatore di seminaristi, a formatore di sacerdoti, fondando e dirigendo il seminario dei missionari.
Mi si permetta qui una citazione, un po' lunghetta, ma interessante di don Giuseppe De Luca, il grande studioso della spiritualità italiana, sul seminario dell'ottocento.
« Al seminarista si guarda con orrore malcelato, e quando si vuol essere gentili, con un compatimento non scevro di indignazione. Povero figliolo, sem bra che si pensi e si dica, povero figliolo cacciato dentro una vecchia casa dalla miseria ambiziosa dei genitori, alleatasi con la faziosità subdola dei preti! Povero giovane, parato come si para una bestia e tra richiami e sassate fatto entrare in una prigione mascherata e lì segregato dalla vita, e fuori dalla giovinezza e dall'amore! Chissà che giorni e quanto infernali si debbono trascorrere in seminario! Così dicono ».
« Sta di fatto invece (è sempre il De Luca che parla) che il seminario è una delle rare istituzioni che, resistendo al tempo, crea ancora degli uomini. Diciamo uomini, che una volta creati, una volta fatti, non possono, non sanno essere altro e tali saranno finché sono...
[In seminario] nulla vi è di eroico, nulla di bello, quel bello che i contemplanti ed entusiasti vogliono, nulla di duro come esigerebbero i volitivi ed i profondi. No, ma tutto vi è molto comune, molto quotidiano, senza offendere nessuno, molto opaco. Come sono in fondo le cose sincere, naturali, reali. Com'è la vita naturale e soprannaturale stessa quando sono veramente vissute, e non solamente vissute o studiate...
Quella vita comune che non è stata possibile, né pare possibile per i sacerdoti, è impiantata e nel modo più austero per il candidato al sacerdozio (badiamo, dell'ottocento!) con criteri press'a poco identici dappertutto. Per diventare sacerdoti si comincia ad essere monaci per dodici anni: S. Basilio e S. Agostino ne sarebbero lietissimi! Quanto un'istituzione ed una formazione del genere abbia valso e valga tuttora per la chiesa non è chi non intenda, se qualche cosa intende della vita degli uomini e della loro storia ». (De Luca Giuseppe, Il Card. Bonaventura Ceretti, Roma 1971, pagg. 27, 28).
Non vorremmo caricare di sottintesi polemici questa citazione, ma soltanto rimeditare il valore perenne di certi orientamenti, anche se applicati in modo diverso. Il Can.
Allamano, sacerdote diocesano, responsabile per cinquant'anni della formazione di tutto il clero della sua chiesa locale, fondatore e padre di religiosi e religiose, ha vissuto in pieno l'esperienza formativa del seminario, ha dimostrato di essersi fatto uomo. E quale uomo! Con il Seminario, il Vescovo. Sappiamo che la teologia della chiesa locale prese consistenza dalla teologia del vescovo rivalutata dal Vaticano II.
Ci viene incontro la grande figura di Mons Lorenzo Gastaldi, figura ancora discussa, che attende i suoi biografi, poiché per studiarla appieno occorrerà una équipe di storici.
Qualche tentativo è stato fatto. Ma non è facile mettere in luce la complessità di un personaggio, che deve essere visto in tutto il contesto della sua attività e non soltanto sotto certe angolazioni.
Mons. Lorenzo Gastaldi è stato per l'Allamano il « suo » Vescovo. Trenta volte l'ha citato nelle conferenze raccolte nella « dottrina spirituale », opera sapiente del P. Sales, recentemente scomparso. Ma quante volte fiorivano sul suo labbro, come su quello di quanti erano stati con lui, le espressioni: « Mons. Gastaldi diceva... Mons. Gastaldi faceva! ».
L'Arcivescovo non aveva avuto dal governo l'exequatur; gli era quindi proito di entrare nell'arcivescovado. Scelse come dimora il Seminario rimanendo accanto ai chierici, mangiando con loro, aiutandoli a crescere, istruendoli, correggendoli con quella energia che talvolta sembrava esagerata, mentre era scuola di fortezza cristiana, come dimostrò la corrispondenza di quelli migliori.
Mons. Gastaldi dimostrò all'Allamano larga fiducia nominandolo giovanissimo direttore spirituale del Seminario con il forte, serio Can. Soldati, e poi affidandogli l'incarico di richiamare a nuova vita il Santuario della Consolata, che era diventato soltanto più uno scheletro.
Mons. Gastaldi ha insegnato all'Allamano la povertà. Quando lo mandò alla Consolata, gli disse: « Soldi ce ne sono pochi; forse non hai da arrivare alla fine dell'anno ». L'Allamano gli rispose, dopo alcuni giorni: « Monsignore, non c'è neppure da incominciare ».
L'ultimo messaggio alla vigilia di Pasqua, quel Sabato Santo, del 1883 quando, guardando l'esterno del Santuario, Mons. Gastaldi esclamò: « Quant'è brutto! » L'Allamano rispose:
«Eh, sì! E vorrei mettermi attorno per restaurarlo ». « Ebbene, concluse l'Arcivescovo, incomincia. Tu hai denari di famiglia; metti prima del tuo e poi la gente ti aiuterà ».
Era l'ultimo consiglio del Vescovo, che il giorno dopo moriva improvvisamente.
Era un insegnamento che il Vescovo dava, perché l'aveva già praticato. La chiesa del Sacro Cuore, alla periferia della Barriera di Nizza, era stata costruita sopra un terreno della famiglia Gastaldi. Il denaro personale dell'Arcivescovo era stato speso per costruirla, come per finire S. Secondo, come per rimodernare il Seminario di Giaveno. Mons.
Gastaldi tutto aveva dato per la sua diocesi. Questo è stato l'indirizzo che ha sempre seguito l'Allamano. « Non ho mai cercato i soldi. I soldi mi sono corsi dietro ».
Ammiriamo la nobiltà di quest'uomo, staccato da tutto, che poteva da un momento all'altro chiamare un gruppo di Torinesi e farsi consegnare dei capitali e non ne approfittò mai neppure per le sue opere di apostolato.
Mons. Gastaldi gli ha insegnato la fraternità. Quando gli diede qualche consiglio per la guida dei seminaristi, il forte mons. Gastaldi gli disse: « Correggi sempre, ma ricordati che correggere non vuol dire rimproverare ». A proposito dei vecchi sacerdoti allora ospiti della Consolata lo ammonì: « Abbi pazienza; se in seminario avevi delle pianticelle da raddrizzare e da far crescere, alla Consolata avrai delle vecchie piante da sostenere che non crollino ». L'Allamano capì e dopo poco tempo, all'arcivescovo, che gli chiedeva: « Quali regole ha messo », rispondeva: « Monsignore non ne ho messa nessuna; ho tolto anche quelle poche che c'erano ».
Quando sorse il problema dei quattro vecchi frati minori osservanti, an cora addetti al Santuario, che non servivano più, che bisognava allontanare, il Gastaldi disse all'Allamano: « Hai il coraggio di farli fuori? ». Aveva questo coraggio l'Allamano, perché aveva il coraggio di amare. Li mise fuori con dolcezza, pensando al loro avvenire e assicurando loro la pensione di 500 lire all'anno, che per allora era un lusso.
Questa fraternità si manifestò nell'essere a disposizione di tutti, con il consiglio che dava a tutti quelli che venivano a lui da mezza Torino. Non era la Torino di adesso, intendiamoci. Bisogna fare ridimensioni, tenendo presente il numero degli abitanti. Non c'era il numero che potrebbe esserci adesso. Tuttavia il Rettore della Consolata era a disposizione di tutti; e non solo, come si andava sussurrando in certi ambienti, delle contesse e delle marchese, da potere attirare quali benefattrici del Santuario, ma anche delle popolane, delle semplici ragazze di campagna, della povera gente che dal parroco o da un sacerdote ricevevano questa esortazione: « Vai a chiedere consiglio al Can. Allamano ».
Una ragazza — mi hanno raccontato — va a chiedere consiglio al Can. Allamano, prima di sposarsi. Il Rettore le chiede che mestiere farà il suo futuro sposo. È proprietario di un caffè. Il Can. Allamano commenta: « Certo sarà un lavoro molto impegnativo, che la occuperà tutta la giornata ». Eppure non era certamente un frequentatore di caffè, come pure andava di moda per tanti preti dei suoi tempi.
E poi si dice che i santi sacerdoti non conoscono il mondo!
È stato certamente l'Allamano di una fraternità grande verso il suo antico maestro, don Bosco, facendo da ponte nei delicati e difficili rapporti fra il Gastaldi e il Fondatore dei Salesiani.
Il suo Arcivescovo l'aveva educato alla libertà. La dimostrò di fronte all'Arcivescovo stesso, quando gli chiese la riapertura del Convitto Ecclesiastico. Il Convitto era stato chiuso e doveva essere chiuso quasi come un gesto di condanna verso l'insegnamento del Bertagna. Viene riaperto da quest'umile che chiede il permesso all'arcivescovo di potere riaprire e nello stesso tempo gli dice: « Ma non adotterò i suoi testi ». E non è facile dire ad un autore, tanto più se autorevole: « Non ritengo adatti i suoi libri ».
La collaborazione con l'arcivescovo fu anch'essa permeata di spirito di libertà. Sapeva che c'era del fermento attorno. Avrebbe potuto prudentemente ritirarsi. Collaborò pienamente pagando di persona, ma senza servilismi. Difatti quando cadde come una quercia il Castaldi e venne la grande epurazione, fu mandato via sui due piedi, immediatamente, il Can. Soldati, rettore del seminario, ma non si osò rimuovere l'Allamano dal Convitto, anche se gli furono lanciate delle accuse proprio dove non lo si poteva attaccare, cioè contro la sua amministrazione. Egli presentò i conti e con dignità pensò che in quel momento gli conveniva dare le dimissioni. Stava andando all'Arcivescovado quando incontrò il P. Carpignano, che scrutandolo in volto, gli disse soltanto: « No! ». Egli, che aveva l'autentica libertà di figli di Dio, ha saputo accettare con pronta umiltà il consiglio del venerando filippino.
Anche con il Card. Alimonda, poi con Mons. Davide Riccardi, fu sempre disponibile; in modo diverso, perché nella vita ci sono dei momenti di sereno, e ci sono dei momenti di nuvolo, anche di tempestoso. Chi ha conosciuto la vita e guarda soltanto con lo sguardo di fede accetta qualsiasi impegno, qualsiasi relazione. Poi il sole risplendette di nuovo con il Card. Richelmy, suo compagno di. Seminario con il quale il Can. Allamano avrebbe anche potuto far valere la sua autorità morale. (E non è detto che non l'abbia fatta valere quando occorreva la sua autorità morale sul Card. Richelmy, ché sapeva di dover collaborare anche in questo modo con il suo arcivescovo).
Egli ha avuto nella chiesa locale verso i suoi Vescovi una disponibilità assoluta; disponibilità assoluta, che noi abbiamo quasi paura di chiamare con il suo nome autentico e nobile di obbedienza.
Obbedienza ai superiori, perché obbedienza a Dio. « Factus obediens usque ad mortem ». La sua obbedienza partiva dal fondo del cuore che era totalmente dedicato a Dio.
Quando il Rettore della Consolata è colpito da una malattia mortale, ci pare quasi di vedere il Card. Richelmy che arriva sorridendo e chiede: « Che cosa facciamo, canonico?
» — « Andiamo in Paradiso.! ». « E l'Istituto? » « L'Istituto lo farà un altro! ». Così con semplicità; l'Allamano aveva già cercato del resto di affidare ad altri la realizzazione di quell'idea, che era tutta sua. Il Card. Richelmy, deciso: « No, no. Devi guarire; lo devi fare tu ».
Si può dimenticare tutto del Card. Richelmy, il suo governo più o meno felice in determinate circostanze, ma, ricordando questo episodio, noi sentiamo che egli sapeva entrare nell'atmosfera meravigliosa della grazia.
Così quando il Cardinale ebbe in mano la lettera del Rettore della Consolata, che gli esponeva il progetto delle Missioni, non tergiversò. « Hai messo più contro che in favore della fondazione », commentò sorridendo. « Tuttavia, aggiunse sicuro, devi farla, perché Dio la vuole ». « Ebbene, Eminenza, rispose obbediente il canonico, nel Tuo nome getterò le reti ».
Si confermò la sua piena disponibilità ai disegni di Dio, quando, mandati in Africa quattro missionari, due preti e due fratelli coadiutori, mentre egli segue ansiosamente quei quattro che lavorano in trincea, deve chiudere la Casa Madre per mancanza totale di soggetti e mettersi in tasca la chiave. Egli torna tranquillo alla Consolata e dice alla Madonna: « L'Istituto è Tuo, pensaci Tu! ».
Così, pure nell'acerbo dolore, quando gli morirono ai primordi il direttore, P. Umberto Costa e poi, alla fine, quand'egli ormai era stanco e logoro, il confondatore, il Can. Giacomo Camisassa.
Egli avrebbe certamente continuato questa disponibilità, anche per i fatti successivi alla sua morte; quando ci fu la visita apostolica e vennero defenestrati i Vescovi Perla; quando vennero le defezioni dalla vocazione specifica e quelle ben più dolorose del sacerdozio.
Ancora oggi egli avrebbe questa disponibilità assoluta, quando furono tra volti i giovani chierici sulla Bisalta; quando caddero P. Calleri, P. Mossoni, P. Cornetto, P. Bessone; quando offrirono il loro puro olocausto Sr. Prisca, Sr. Benedettina, Sr. Sandra.
Alla piena disponibilità del Can. Allamano alla chiesa locale, fa riscontro il suo impegno, perché si affermasse il senso della cattolicità della chiesa locale.
Il Can. Allamano era preso dalla restaurazione spirituale e materiale del Santuario in due grandi restauri, dalla direzione del Convitto (erano 120 i convittori allora), da molti impegni nell'amministrazione diocesana. Come poteva quest'uomo anche soltatnto accettare l'incarico di fondare un Istituto missionario?
Non l'ha accettato, l'ha voluto lui, perché aveva un animo missionario. Non mi pare conveniente dire a suo elogio che egli è riuscito dove altri avevano tentato e non erano riusciti. Lui è riuscito, perché altri avevano tentato, perché l'humus missionario del Piemonte e della diocesi torinese si era nutrito attraverso l'impegno apostolico dei vecchi ordini e delle giovani congregazioni religiose, che avevano già portato in terra lontana il Vangelo.
La figura del Massaia (suo conterraneo, perché Piovà è poco distante da Castelnuovo), a cui si affiancherà la figura del Card. Cagliero, rivestiti della porpora romana a riconoscimento dell'impegno missionario della chiesa, non ci dice nulla?!
La Cresima Giuseppino Allamano l'ha ricevuta da un vescovo missionario, da Mons. Giovanni Balma, già Vicario Apostolico di Ava-Pegù in Birmania. Questo figlio del Lanteri con un piccolo gruppo era partito verso l'Oriente. Era partito dalla Consolata ed aveva portato laggiù la devozione verso la nostra Madonna. Poi la bufera della persecuzione aveva soffocato nel sangue le nuove cristianità. Rimangono ancora là delle tombe disperse a ricordare il tentativo generoso di questi missionari.
Mons. Gastaldi stesso, il vescovo che l'ha ordinato, fu missionario in qualche modo in Inghilterra, quando abbracciando l'Istituto della carità del Rosmini, volle andare a lavorare in mezzo ai fratelli separati.
L'Allamano sentì il bisogno di essere missionario. Non si può ridurre il problema missionario ad una raccolta di fondi da offrire agli « addetti ai lavori » per la propagazione della fede; bisogna sentirsi solidali, coinvolti, pagare di persona.
Per questo l'attesa lunga, perseverante, con quella sua calma, frutto di equilibrio soprannaturale e di sacrificio. Soprattutto con la sua preghiera. Mi permetta, P. Motter. Ho letto stamattina proprio, su « Da Casa Madre » che Lei è andato in Colombia. Qual è stato il Suo ultimo consiglio ai missionari? Lei ha terminato la visita dicendo ai missionari di essere « uomini di intensa e sentita preghiera ». E aveva ragione. Se questo si ottenesse sarebbe tutto, poiché ci allineerebbe con la figura orante dell'Allamano.
Impegnare nelle missioni le chiese locali, con i presbiteri ed i laici diocesani (non di avere dei fratelli laici religiosi, ma dei laici diocesani) della regione piemontese, questo era il progetto dell'Allamano.
Poi cambiò per necessità (è ancora aperta oggi la riflessione sui vantaggi di preparazione specializzata, di lavoro comunitario, di continuità nella impostazione da parte delle congregazioni religiose), ma resta l'idea che anticipa la « Fidei donum » di Pio XII, che fa supporre già una sensibilità alla problematica degli Istituti secolari.
I diciotto vescovi, che alla Consolata hanno dato la loro approvazione all'Istituto e che pregarono nel Santuario con il Servo di Dio, i diciotto vescovi sentivano di non essere soltanto dei vescovi piemontesi, ma di essere dei vescovi cattolici. Era un gesto di collegialità, anche se la parola non era ancora stata inventata.
Anche per le Suore l'Allamano cercò di animare la chiesa locale, quando chiese la collaborazione delle Suore del Cottolengo, delle quali era confessare e che erano una congregazione diocesana. Non era solo l'umiltà che lo faceva ritenere inadatto a fondare una congregazione femminile. L'episodio di S. Pio X (che diede all'Allamano la... vocazione di fondatore di religiose, avendo egli affermato di non sentirla affatto) va interpretato anche alla luce della sua lunga esperienza di monache e di suore. Mi perdonino le Suore Missionarie. Egli sapeva bene in che cosa andava ad imbarcarsi fondando una congregazione di suore!
Dall'ubbidienza e dal sacrificio nacque il miracolo. Il miracolo di avere delle suore dal « cuore così africano », come è stato detto di una vostra consorella. (Cfr. Amico, n. 2-1972, pag. 8).
Il miracolo di vedere fiorire in terra d'Africa le vocazioni femminili indigene, quelle Suore di S. Teresa del Bambino Gesù, che sono state fondate dall'indimenticabile mons.
Francesco Cagliero e che hanno recentemente pianto la scomparsa della loro Suor Delfina Vaisitti (Cfr. L'Osservatore Rom. 6-1172) che le aveva amate come una madre e che hanno rinnovato nella bufera l'esempio delle martiri dei primi secoli, di S. Agnese, cui era tanto devoto il Can. Allamano, perché era nato appunto il 21 gennaio.
Ancora una indicazione profetica: l'intuizione del significato redentivo e sociale del lavoro. È un aspetto da approfondire e che è stato sottolineato in occasione della scomparsa del venerato teol. Giacomo Alberione.
Bisognerà ancora riferirsi alla radice di don Bosco, al suo motto « lavoro e preghiera », traduzione moderna del programma benedettino; bisognerà tener presente l'apporto anche di un altro ex allievo di Valdocco, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita, don Luigi Orione.
Il giovane Teol. Alberione, direttore spirituale del Seminario di Alba esponeva al Can. Allamano i suoi grandiosi progetti. Ma che razza di buon senso, saremmo tentati di dire, affidare delle realizzazioni concrete di così largo raggio a due direttori spirituali di seminario! Andiamoci piano. Se l'Allamano era furbo (ed i santi lo sono sempre, anche quando meno pare) l'Alberione non lo era di meno; sapeva quale ascendente avesse il Rettore della Consolata sul suo vescovo, il dotto e volitivo Mons. Giuseppe Re, che oltre tutto gli era quasi conterraneo, essendo di Buttigliera d'Asti.
Si unirono così lo spirito di fede e la prudenza umana e la grazia ancora una volta fioriva sulla natura.
Chi era quest'uomo?
Non credo di avere mai visto nella mia fanciullezza il Can. Allamano. Nella mia famiglia, che viveva nella parrocchia del Carmine e circolava nell'orbita del Santuario della Consolata, ho sempre sentito parlare di lui. Era stato confessore di una carissima parente che egli assisté in punto di morte. Ma si parlava di lui come di un mito, tanta era la stima che lo circondava, si parlava di lui come di un uomo invisibile, dell'uomo del silenzio, come il cuore, che quando funziona bene, non si deve sentire.
Pochi giorni fa, il venerando amico l'Arcivescovo Mons. Francesco Lardone, ex alunno del Convitto ai tempi dell'Allamano, mi faceva di lui questo ritratto. « Apparenza esteriore: uomo di media taglia, delicato di salute ma sempre in piedi, nitido; sempre ben rasato; scarpe lucide, ben vestito, voce nasale. Tratto: occhio penetrante; sorridente, cortese, pacato, di poche parole ma cordiale. L'uomo: intelligenza e cultura; molto attivo ma ordinato; sempre occupato; trovava il tempo per andare in coro al Duomo per la visita, bis quotidie (due volte al giorno) a piedi, anche nella brutta stagione; grande organizzatore sapeva scegliersi eccellenti cooperatori ai quali dava fiduc; riguardoso, ma esigente nel dovere. Fama: uomo di grande riputazione, molti laici lo consultavano in sacrestia o in parlatorio, il clero diocesano lo riputava uomo di consiglio ».
A quest'uomo, un sacerdote convittore furente, per un permesso negato, gridò in faccia: « Lei crede di essere un santo, ma non lo è ». Sappiamo la mite risposta: « Preghi che lo diventi e ne guadagnerà anche lei ».
Ricordiamo però la frase: Lei crede di essere santo, ma non lo è. Glie l'hanno ripetuta anche da morto.
E non si è riflettuto sufficiente su chi diceva questo e su chi invece riaffermava la venerazione più ammirata per l'Allamano.
Sono le grandi figure della tradizione sacerdotale torinese, da don Bosco al Murialdo, all'Anglesio, a don Rua, a don Clemente Marchisio, a don Eugenio Reffa ai Canonici Giovanni e Luigi Boccardo, a don Francesco Paleari; ci sono gli Arcivescovi Card. Richelmy, Card. Gamba, tutti i parroci e sacerdoti più zelanti dell'Archidiocesi, fino alle generose e silenziose figure del Vescovo Mons. Giovan Battista Pinardi e di Mons. Adolfo Barberis.
E ricordiamo un vivente, il venerato maestro del Clero, Mons. Attilio Vaudagnotti, che nel periodico della Consolata, ancora recentemente ha rievocato il Nostro; ci sono i missionari e le missionarie esemplari della prima generazione, che hanno veramente scoperto in quel volto emaciato la luce di Cristo, e l'hanno seguita per portarla alle genti.
Sappiamo che c'è anche contestazione circa il valore e l'opportunità delle canonizzazioni dei Servi di Dio. Già il Card. Suenens protestava in Concilio che sugli altari salissero soltanto preti, frati e monaci, e non laici, padri e madri di famiglia. E stanno avvicinandosi! L'Osservatore Romano della domenica ha pubblicato, proprio in questo mese di febbraio, un'intervista con i figli del dottor Vico Necchi, dichiarato recentemente Venerabile. È già avanti il processo di beatificazione del Servo di Dio Giuseppe Tovini, pioniere dell'azione cattolica italiana, apostolo della scuola cristiana, padre di dieci figli! Riflettiamo però ad una frase del Can. Allamano: « Io sono persuaso che in paradiso vi sono dei santi che sono più santi di quelli che veneriamo sugli altari. Non c'è mica bisogno del processo canonico: lo fa Nostro Signore dopo morte, in un momento. Quante cose vedremo lassù ». (La dottrina spirituale, vol. II, pag. 174).
Non dobbiamo avere la mentalità trionfalistica di volere la canonizzazione per un orgoglio strapaesano e di congregazione. Quando si parla o si scrive di... trionfo per l'umile personaggio collocato nella gloria del Bernini, facciamo ridere. Che cosa importa al santo dei nostri orpelli, degli stracci rossi, delle dorate cornici di legno o di bronzo?! Bisogna fare un discorso di fede. Come fece l'Allamano, quando promosse e guidò la causa di beatificazione del suo grande zio, San Giuseppe Cafasso. Egli non fu mosso « dalla carne e dal sangue », ma spinto dalla sua esperienza di educatore dei sacerdoti, pensò quanto bene poteva derivare dalla testimonianza di vita interiore e di apostolato di questo prete- prete, che non ha fondato nulla, che non ha lasciato scritti di polso, ma che ha vissuto intensa mente, nella preghiera e nel nascondi-mento, l'apostolato della cattedra, del confessionale, del pulpito.
In questa identica visuale di fede noi dobbiamo guardare al domani, per una maggiore conoscenza nella Chiesa della testimonianza e del messaggio dell'Allamano.
Intanto noi lo abbiamo conosciuto: imitiamolo! Ne abbiamo ricevuto il messaggio: ascoltiamolo!