
P. Igino Tubaldo (1024-2010) è un Missionario della Consolata che ha conosciuto molto bene l'Allamano senza averlo mai incontrato. Tutta la sua vita fu impegnata nello studio e nell'insegnamento della teologia dogmatica, coltivando peraltro anche tanti altri interessi sia nel campo dello studio che in quello del ministero sacerdotale. Dai superiori dell'Istituto ebbe tre importanti richieste: la prima fu quella di collaborare con il Postulatore Generale dell'Istituto, per chiarire e dare una risposta a certi dubbi emersi durante la causa di beatificazione dell'Allamano presso il tribunale della Santa Sede; la seconda fu di raccogliere, ordinare e pubblicare le conferenze domenicali del Fondatore ai missionari; la terza di scrivere una biografia approfondita dell'Allamano, inquadrandolo nell'ambiente socio-ecclesiale del suo tempo. Questi impegni, durati diversi anni, lo obbligarono ad approfondire la personalità del Fondatore, tanto da diventarne uno dei più grandi conoscitori.
P. I. Tubaldo non si limitò alla sfera della conoscenza dell'Allamano, ma maturò anche una profonda comunione con lui, si potrebbe dire un entusiasmo del cuore, tanto da riservare quasi tutte le energie della sua maturità intellettuale a studiare temi che lo riguardavano. Le opere (articoli, libri, conferenze, ecc.) di P. Tubaldo sull'Allamano sono numerosissime, quasi da non contarsi. Molte sono pubblicate pro-manoscritto in numero limitato di copie. Nel nostro ambiente costituiscono come una miniera dalla quale estrarre a piene mani.
Qui pubblichiamo la commemorazione dell'Allamano, nel 47° d4ella morte, tenuta il 16 febbraio 1973 nel salone della casa di Grugliasco (TO) delle Missionarie della Consolata; e il 27 successivo nella casa generalizia dei missionari a Roma.
« Il bene va fatto bene... senza rumore»
Giuseppe Allamano nacque a Castelnuovo d'Asti (oggi Casteinuovo Don Bosco) il 21 gennaio 1851, da Maria Anna Cafasso, sorella di S. Giuseppe Cafasso, e dall'agricoltore Allamano Giuseppe. Già tre fratelli l'avevano preceduto e un altro lo seguirà due anni dopo.
Alla sua educazione provvide la madre, santa donna, e un'altra saggia ed esperta educatrice, Benedetta Savio, maestra e direttrice dell'asilo infantile. All'età di 11 anni entra nell'Oratorio S. Francesco di Sales, fondato da Don Bosco a Torino: per quattro anni Don Bosco fu il suo confessore. Sentendosi chiamato al sacerdozio, non senza superare qualche difficoltà, entrò, quasi fuggendo da Don Bosco, nel seminario di Torino. E significativo che durante gli anni del seminario espresse il desiderio di consacrarsi alle missioni estere, ma che ne fu dissuaso a causa della gracile salute.
Ordinato sacerdote il 20 settembre 1873, è subito adibito in seminario come assistente (18731876). Per tre mesi attende come economo parrocchiale a Passerano dopo la morte dello zio parroco, Don Giovanni Allamano, di cui divenne anche erede. Nel 1876 il suo vescovo, Lorenzo Gastaldi, lo nomina Direttore Spirituale del Seminario. Per meglio adempiere la sua missione in mezzo ai chierici, rubando il tempo libero alle sue occupazioni, si rimette a studiare per conseguire presso la Facoltà Pontificia Teologica di Torino la laurea in Teologia. Superò brillantemente tutti gli esami (12 giugno 1877), ma la fatica gli causò un grave esaurimento, con sbocchi di sangue; cosa veramente seria, tanto che gli fu amministrato il Viatico.
Nel 1880 l'Arcivescovo lo nomina rettore del Santuario della Consolata e dell'annesso Ospizio per sacerdoti anziani. Sia il Santuario come l'ospizio si trovavano in uno stato di estremo decadimento. Scegliendosi degli ottimi collaboratori, specie il Can. Giacomo Camisassa, il quale per tutta la vita sarà il suo braccio destro, e con un lavoro di 43 anni, condurrà e manterrà il Santuario mariano a centro della vita spirituale torinese.
Nel 1882 riapre, dopo tristi vicende, il Convitto Ecclesiastico per la formazione dei giovani sacerdoti, seguendo lo spirito dello zio, Giuseppe Cafasso, che al Convitto vi aveva atteso dal 1848 fino alla morte.
Acceso di vero zelo apostolico, in seguito ad una guarigione insperata da una grave malattia, nel 1901 fonda l'Istituto della Consolata per le Missioni Estere; nel 1910, seguendo il consiglio di Pio X, al ramo maschile aggiunge quello femminile, delle Suore Missionarie della Consolata.
Per tutta la vita, spendendo forze e ingenti beni materiali, impegnando ili meglio di se stesso, dal Santuario della Consolata, quasi senza mai uscire dal Piemonte, ad eccezione di pochi viaggi a Roma, attese a queste sue opere, allo sviluppo dei due Istituti, alla formazione dei suoi membri, alla pianificazione del lavoro dei primi missionari in Africa. Nel 1925, un anno prima della morte, un'altra sua attività ebbe compimento: la Beatificazione della zio, Giuseppe Cafasso; vi attese per 30 anni; raccogliendo le memorie, pubblicando due importanti opere e seguendo la causa nelle sue varie fasi.
Non senza gravi amarezze spirituali, dovute — specie negli ultimi anni — a diverse incomprensioni da parte di alcuni suoi più diretti collaboratori nella direzione dell'Istituto, spirò serenamente il 16 febbraio 1926, all'età di 75 anni.
IL TEMPO E L'AMBIENTE POLITICO
Una vita così prolungata nel tempo — se non nello spazio — dev'essere collocata nel suo contesto ambienta le: storico, politico, religioso e socia le della Torino, del Piemonte e del l'Italia risorgimentale e post-unitaria.
Molti fili, a volte più visibili a volo meno, s'intrecciano nella vita dell'Allamano. « I più grandi centri di viti religiosa nel secolo XIX sono: Roma Torino e il triangolo Verona, Berga mo e Brescia » (D. BARSOTTI, Magistero di Santi, Roma 1971, p. 9). Ma di questi centri il più caratteristico è cera tamente Torino e il Piemonte: è tutti una fioritura di ricche personalità i alcune molto note, come S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, S. Giuseppe Cafasso, S. Giovanni Bosco, S Leonardo Murialdo, altri un po' meno, come i B. Michele Rua, Don Marchisio, Casalegno, P. Carpignano, P. Bruno Don Albert, Faà di Bruno, Mons. GhIlardi, il Can. Luigi Boccardo, Don Paleari, Mons. Gastaldi, il Card.
Richelmy. L'Allamano non sfigura in questa compagnia, ne è anzi una componente integrante e — a suo modo — originale.
Il periodo in cui l'Allamano visse è politicamente complesso; tempo di rivoluzione politica ed industriale; è il periodo in cui si forma lo stato moderno, il tempo dell'Italia risorgimentale ed unitaria, delle lotte tra Chiesa e Stato, della « questione romana », dell'esplodere della « questione operaia »; è il periodo in cui si procede alla laicizzazione della scuola e della vita pubblica; il periodo in cui si affermano i primi movimenti organizzativi dei cattolici.
LA « NON POLITICA » DEI SACERDOTI PIEMONTESI
È noto come in questo periodo, dopo il 1848, anche tra il clero si sollevò un gran « polverone » di idee e di atteggiamenti politici. La schiera dei « preti patrioti » nel 1862 era ancora molto numerosa; dopo il 1870 si riduce a pochi elementi. Fu in queste circostanze che un certo numero di sacerdoti torinesi fecero proprio il motto: « Tacere e fare ».
Don Giuseppe Cafasso, seguendo il fondatore del Convitto Teol. Luigi Guala ( t 1848), fu un tipo di sacerdote « raccolto, di poche parole, schivo di apparire; sua cura fu di non essere trascinato nel campo della politica ». Diceva: « La politica dei preti è la salvezza delle anime »... « Chi sa che non siano le nostre colpe che abbiano dato la spinta, che abbiano svegliato una sì rabbiosa fame per i nostri beni, che abbiano reso il sacerdozio un oggetto di scherno e di sarcasmi » (NIcoLIs DI ROBILANT, Vita del Venerabile Giuseppe Cafasso, vol. I, Torino 1912, pp. 3839; 56; 112; 119). Nell'assumere la reggenza del Convitto si propose di far del bene a tutti senza occuparsi né di politica, né di partiti; in genere i convittori lo seguirono in questo atteggiamento anche nel periodo di euforico patriottismo del 1848.
Tenendo conto del come il nipote assimilerà lo spirito dello zio, questa posizione del Cafasso ci sembra significativa.
Pure interessante sotto questo punto di vista, ma certamente più complesso e sfumato, è l'atteggiamento di Don Bosco. Anch'egli si manterrà lontano dalla politica, che riteneva inconciliabile con la sua missione educativa; egli diceva che se voleva fare un po' di bene doveva mettere da parte ogni politica e prescrisse ai Salesiani di non fare politica. Ad eccezione di qualche sporadico intervento.
Tale fu pure il comportamento di Don Murialdo (1828-1900), pur così impegnato in campo sociale, specie nel movimento operaio, sì da essere in questo settore una delle figure più illuminate dell'800. Anche per il Murialdo l'Allamano ebbe una profonda ammirazione.
Lo stesso spirito si riscontra in Federico Albert (1820-1876), in Mons. Giuseppe Casalegno (1839-1916), in Don Clemente Marchisio (1833-1903).
Si potrebbe documentare un simile atteggiamento anche nelle eminenti figure dei vescovi di Torino: Lorenzo Gastaldi, Gaetano Alimonda, Agostino Richelmy, Giuseppe Gamba. Ci sembra importante tenere presente questo aspetto della « non politica » di una parte del clero torinese, per capire come e perché l'Allamano si sia comportato alla stessa maniera. Ciò fece, forse per temperamento, ma anche come scelta voluta e meditata, alla luce del suo grande modello, lo zio Giuseppe Cafasso, e forse perché capì, per i rapporti che aveva con moltissime persone, che questo era il modo migliore per influire anche in questo settore. In un periodo politicamente agitato, la vita dell'Allamano corse tranquilla e senza scosse, quasi fuori del tempo e dello spazio. Si è che anch'egli fece proprio il programma di tanti altri: « Tacere e fare ».
LA RELIGIOSITÀ DEL TEMPO IN CUI VISSE L'ALLAMANO
Una sia pur succinta descrizione della « mentalità religiosa » del tempo in cui visse l'Allamano è cosa molto impegnativa e forse impossibile. Qui tenteremo soltanto di individuare alcune caratteristiche, soffermandoci in particolare su una.
L'800 piemontese ha delle voci potenti ed evocatrici. Tuttavia, clero e fedeli non possono avvalersi di un pensiero religioso rinnovato, e che non sia semplice ripetizione del passato. La letteratura religiosa piemontese del 1'800 è abbastanza povera. Di nuovi anzi di totalmente nuovo, c'è una certa tensione, di origine forse francesi e un serio impegno pratico. La pietà è intensa, ma troppo sentimentale e distaccata dalla liturgia; l'apologetica è semplicistica e offesa. È un tempo in cui ci si diletta di metodi oratori romantici. Claudel stigmatizzò questa situazione, affermando: « Da un parte ci sono gli uomini colti, gli artsti, gli intelligenti, gli uomini di stato, di affari, di mondo che mi ass curano con perfetta serenità che Di non esiste; dall'altra ci sono i bacche toni, le vecchie, l'arte delle "viae eri cis", la soffocante inutilità delle prediche » (Lettera a Gabriel Frizeau, 2 gennaio 1904). Né si possono dimenticare le accorate pagine di Rosmin del Card. Manning e di Mons. G. Bonomelli sui mali della Chiesa. Spesi in Piemonte un moralismo ambiguo diventa pesante. Senza parlare del clericalismo da una parte e dell'anticlericalismo dall'altra circa la situazione di nuovo Stato italiano. Anche l'educazione cristiana era improntata ad un specie di « romanticismo cristiano i con una Provvidenza sempre in atto e che provvede direttamente a tutti Possiamo compendiare la natura della religiosità di questo tempo i queste caratteristiche:
- La religiosità piemontese, specie del clero, è marcata da un certo « rigorismo » morale e ascetico.
- Profondo senso di Santità e santificazione, imperniate sulla pratica delle virtù; grande importanza del tema della « vocazine » e della necessità di corrispondo vi (tendenza predestinazionista).
- Pullularle di devozioni.
- Infine, un sofferente trionfalismo ecclesiale.
Abbiamo detto che in genere la religiosità dell'800 è sincera, genuina, no anche sofferente per le situazioni dg ficili in cui la Chiesa è costretta avere a causa dei movimenti e delle lai te politiche e sociali. Per questo tivo, forse, la religiosità popolare 1'inficiata da superstizioni, da facile credulità, in un attendismo « messianico », ampolloso e trionfalista. Ai soprusi contro la Chiesa si rispose minacciando castighi da parte di Dio; in senso più generale avveniva che guerre, colera, malattie, morti, carestie e brine... venivano facilmente collegate con la lotta alla Chiesa, come castigo di Dio. Siamo in un tempo in cui si trova più che naturale che Dio debba assistere con «segni particolari » e con interventi speciali la sua Chiesa perseguitata. L'800 è tempo di lotta per la Chiesa, ma i cattolici, compresa la gerarchia e il clero, vivono in una certa psicologia del' trionfo del bene e della sconfitta del male. Opere grandiose, come quelle del Cottolengo e di Don Bosco, «incarnavano le aspettative dei cattolici italiani nel loro desiderio di rivincita » (P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I, Zurich 1968, p. 162). Uno sfondo ideologico del genere si può scorgere in parte anche nelle definizioni dell'Immacolata e dell'infallibilità pontificia. Nel 1871 le grandiose feste per il III centenario della vittoria di Lepanto sono anch'esse significative, come lo è la cosiddetta « grande musica » (del Cagliero e del Dogliani): musica espressionista, suggestionante, a 8 voci, eseguita al Santuario dell'Ausiliatrice, « musica che fa pensare al tuonare delle bordate di Lepanto, squilli di tromba che si levano dai galeoni veneziani. Rievoca le battaglie che segnarono il trionfo di Maria e preludono a quelle della Chiesa: in armi contro i nemici della Chiesa » (P. STELLA, o. cit., vol. II, pp. 332-333).
Anche l'Allamano — soprattutto in questo aspetto della « religiosità » —si dimostra figlio del suo tempo. Ma almeno in una cosa egli si caratterizza, andando contro corrente: egli è un uomo che agisce, ma nel silenzio, senza « trionfalismi ». Possiamo dire che in questo egli veramente si distingue.
Il tormento e il martirio degli ultimi anni della sua vita consisteranno precisamente nello scorgere che alcuni superiori del suo Istituto Missionario volevano porre la Congregazione in un attivismo esterno alquanto « trionfalista », ch'egli non condivideva, prediligendo la formazione interna dei membri e aborrendo il « rumore »; diceva: « Il bene va fatto bene, senza rumore! ».
È questo un aspetto complesso della vita dell'Allamano che va chiarito, non tanto con la contrapposizione o il confronto delle persone, ma semplicemente tenendo conto dell'ambientazione religiosa dì questo periodo così contrastante, e che l'Allamano armonizzò interiormente con un comportamento coerente: « Tacere e fare », senza battere i tamburi, perché « il bene non fa rumore e il rumore non fa bene » (Processo dioc. di beatificazione, IV, p. 340). Scrisse a Don Pietro Airaldi: « La Consolata ne la rimeriti. Particolarmente la ringrazio delle settimanali preghiere che intende stabilire per noi. È ciò di cui più abbiamo bisogno, perché il bene si faccia bene come voleva il nostro ven. Cafasso » (Torino, 19 nov. 1909). Ancora: « Farsi santo senza strepito » (Processo dioc. di beatificazione, III, p. 363); « Rifuggiva in tutti i modi da qualsiasi esibizionismo, anche spirituale » (Ibid., IV, pp. 8081); « Aveva l'arte di non farsi avanti » (Ibid., III, p. 212); « Compiva il bene nascondendosi » (Ibid., II, p. 953). Alla sua morte nel giornale «Il Momento » uscì questo giudizio sullo scomparso: « Non era l'uomo della ostentazione. Non era l'uomo eloquente. Era l'uomo del silenzio operoso. Noi crediamo che la caratteristica di tutta la sua vita sia stata questa: saper agire, vigilare, influire, manovrare uomini e cose, rimanendo il più possibile appartato, assente e presente» (17 febbraio 1926). « Era l'uomo che aveva più idee che parole » (Processo dioc. di beatificazione, II, p. 638); « Molto umile non si metteva mai in vista » (Deposizione scritta del can. Rossetti); « Non volle mai chiasso attorno a sé » (Deposizione scritta di P. Emilio Oggè); rifiutò il titolo di « monsignore », offertogli a più riprese (cfr. Processo dioc. di beatificazione, II, pp. 636, 650); S. Pio X chiese al can. Camisassa se l'Allamano fosse « monsignore »; « No », rispose il can. Camisassa, « ma non ci tiene affatto » (Ibid., I, p. 448).
È questo uno degli aspetti più oscuri, ma certo molto significativo, della vita dell'Allamano: « Fare il bene, be ne, senza rumore ». Sappiamo che l' 1 lamano lasciò l'Oratorio salesiano salutato ospite e pare che il motivo oltre l'insistenza alquanto pressante d Don Bosco per averlo tra i suoi, sia da ricercarsi più a monte, in un consi glio che Don Cafasso stesso diede alla sorella, madre dell'Allamano. Lo deduciamo dalla deposizione che l'Allamano fece al Processo di Beatificazione di Don Bosco (Lettera del Can. E. Colomiatti al Promotore della Fede Mons. A. Verde, 23 dicembre 1910, fo gli 2021 e Processicolo del 15 dice'''. bre 1916, foglio 94): Don Cafasso, contrariamente a quanto la pensava Don Bosco, era del parere che « il bene va fatto bene ». P. Lorenzo Sales nella sua Deposizione al Processo disse: « Faccio notare, che il non aver accolto l'in sistente invito di D. Bosco, si deve aie tribuire al fatto, che egli non si senti va chiamato per quella vita troppe movimentata e rumorosa » (III, p. 300).
Di questa differenza di stile dei due grandi Santi torinesi dimostra di averti conoscenza anche il salesiano Don Angelo Amadei: « Don Cafasso era solito dire che il bene va fatto bene, e che il meglio indugiare il principio di un'opera buona per poterla far bene. Bosco, invece, diceva che l'ottimo è mito del bene, e che è meglio far subito quel bene che si può, come si può, anziché ritardare per poterlo far meglio » (Prefazione alla vita del Cafasso scritta da Don Bosco nel 1860 e dita nel 1925 in occasione della beatificazione del Cafasso).
Anche negli ultimi anni della sua ta l'Allamano sente di dover essere dele allo spirito di Don Cafasso: « bene va fatto bene, senza rumore ».
Mi sembra che qui stia il segreto della sofferenza degli ultimi suoi di vita: nell'Istituto si faceva il be ma non lo si faceva bene: con trop rumore, poco silenzio, poco ordine.