
Nel 48° anniversario del « dies natalis » del Servo di Dio Giuseppe Allamano
Don Alessandro Pronzato è nato a Rivalba (Alessandria), sulla sponda destra del Po, nel 1932. Ha compiuto gli studi liceali e teologici presso il seminario di Casale Monferrato ed è stato ordinato sacerdote nel 1956, da mons. Giuseppe Angrisani, che l’avrebbe poi incoraggiato, insieme a don Barra, e successivamente Paolo VI, a intraprendere il servizio della penna. Si è dedicato all’insegnamento nelle scuole di Stato e al giornalismo.
È autore di centoventi opere tradotte in varie lingue. Presta il suo servizio nella Chiesa, oltre che con la penna,con la predicazione e le conferenze. In particolare, svolge attività pastorale nel campo degli anziani. Collabora a diverse riviste e tiene rubriche radiofoniche.
Qui pubblichiamo la commemorazione, tenuta a Torino, nel salone “L. Prinotti”, il 16 febbraio 1974, 48° anniversario della morte dell'Allamano.
Espropriato per pubblica utilità
Novembre 1876. Un pretino pallido, dall'aria un po' smarrita, entra in Seminario. Qualcuno, poco prima, l'aveva dipinto così: « Sottile come uno stecco, sembrava non potersi reggere in piedi... ». Certo, la sua salute non era granché. Ed era giovanissimo: poco più di venticinque anni.
Eppure l'arcivescovo di Torino, mons. Gastaldi, aveva affidato proprio a quel pretino inesperto, dalla salute cagionevole, l'incarico di Direttore spirituale dei chierici.
In Seminario lo conoscevano tutti, perché era già stato Assistente. Molti gli davano del tu.
Senza dubbio, la scelta dell'arcivescovo doveva aver sbalordito i più. Comunque, l'ammirazione, lo stupore, il dubbio si mescolavano insieme e si raggrumavano in un senso di curiosità generale. Alla sera, certamente, ci sarebbe stata la presentazione ufficiale del nuovo Direttore spirituale. Nessuno aveva dubbi al riguardo. Invece, niente.
Sarà per domani mattina, in occasione della meditazione... Ma neppure il mattino seguente successe nulla di particolare.
Sarà per giovedì, in occasione della scuola di cerimonie, pensò ancora qualcuno.
Ma nemmeno in quella circostanza abituale: « Che cosa avrei dovuto dire? — spiegò poi — E a che cosa sarebbe valso perdersi in querimonie sulla propria incapacità? I superiori mi avevano messo, dunque ci pensassero essi ».
E attaccò a lavorare, nel delicato ufficio, come non avesse fatto altro nella propria vita... Ovviamente, avvertiva in maniera dolorosa la pesante responsabilità. Non era incosciente. Confidandosi a un Confratello, confesserà di aver tremato più volte al pensiero che « l'avvenire della Diocesi dipende dal seminario da me diretto ». E lo scongiurava di pregare perché non avesse a rimanere sul candelabro, dove il Signore l'aveva posto, semplicemente « a far fumo », ma ad illuminare.
Comunque non ci furono presentazioni ufficiali. E, nel caso specifico, erano del tutto superflue. Don Giuseppe Allamano aveva l'abitudine di presentarsi da solo. Coi fatti, s'intende. Mica con le parole. Le credenziali se le sarebbe acquistate, pazientemente, a poco a poco, nello svolgimento della sua attività. Lui preferiva spiegarsi con le azioni Non con le cerimonie. Gli altri avrebbero capito chi era vedendolo all'opera.
Ancor oggi abbiamo bisogno di un tipo così.
Nel mondo, nella Chiesa, nella vita religiosa non scarseggiano certo i dotti maestri. Non mancano i libri, i documenti, le parole, le discussioni e neppure... le chiacchiere.
Ciò che manca sono i modelli
E noi, invece, abbiamo bisogno individui capaci di incarnare un cer to ideale, in modo da renderlo visibile, controllabile, verificabile, e quindi credibile, e quindi alla nostra por tata.
Con le parole ce la caviamo sempre a buon mercato. Possiamo evadere, sciamo a scovare giustificazioni, a trovare comodi alibi. Coi fatti, invece, siamo costretti a fare dei conti estremamente impegnativi.
Un santo tra i piedi è qualcosa di scomodo e... salutare. Non si può scantonare.
Ti sbarra il cammino verso facili evasioni e pretesti assortiti. Ti obbliga a decidere.
Ti offre uno specchio, e in quello specchio inquietante non puoi fare a meno di vedere ciò che sei e, nello stes so tempo, avvertire le tue deformazioni.
Il santo non ti chiede ammirazione, ma partecipazione alla sua stessa avventura. Abbiamo bisogno di santi. Non per le presentazioni o le commemorazioni ufficiali. Non per gli archivi riservati agli specialisti. Non per la storia. Ma per la nostra modesta cronaca quotidiana.
Quando scarseggiano i santi, noi ci sentiamo privati di qualcosa di essenziale. Ci sentiamo defraudati in un'esigenza vitale. Veniamo privati della nostra dimensione più autentica, del nostro certificato di grandezza. Veniamo impoveriti delle nostre possibilità.
Dunque, abbiamo bisogno del canonico Allamano. Perché siamo poveri di modelli, perché abbiamo fame di « fatti ».
D'altra parte, qui siamo fortunati. Basta fare il suo nome, ricordare il suo paese — Castelnuovo, dove è nato il 21 gennaio 1851 — per entrare in una storia, in una geografia, in una logica, perfino in una parentela di santità.
Castelnuovo è la patria di don Bosco.
A Castelnuovo è nato san Giuseppe Cafasso, zio materno del can. Allamano. Castelnuovo è il paese natale di un mons. Bertagna — noto insegnante di teologia morale al Convitto ecclesiastico di Torino e successivamente arcivescovo di Claudiopoli —; ed è il paese natale del cardinal Cagliero.
Non c'è che l'imbarazzo della scelta, dunque.
Chiediamo, perciò, alle Missionarie e ai Missionari della Consolata, di poterci impossessare del loro Fondatore.
Appartiene anche a noi (d'altra parte, non è mai appartenuto giuridicamente all'Istituto da lui fondato... quindi non ci dovrebbero essere complicazioni canonico-burocratiche!).
Un esproprio per pubblica utilità.
Trattandosi di caso di urgenza, poi, non c'è da pensarci su troppe volte. Si prende ciò che è indispensabile per vivere!
Le credenziali umane del santo
Abbiamo bisogno di lui per vedere di che cosa è fatta la santità.
Così ci accorgiamo che il santo viene costruito dalla grazia, reca il marchio di fabbrica divino. Qualcuno ha detto scherzosamente — ma cogliendo una profonda verità — che « i santi sono canaglie di cui Dio si è occupato in modo particolare ».
Ma il santo è costruito anche con materiali umani. C'è una stoffa umana, la cui funzione è insostituibile.
Ora, tra i materiali umani di prim'ordine che compongono la personalità del can. Allamano, mi piace sottolineare la franchezza, la schiettezza del suo linguaggio, il suo amore per la chiarezza, il suo rifiuto di ogni ambiguità.
Basterà citare alcuni episodi particolarmente significativi.
Quando aveva undici anni, andò a frequentare gli studi ginnasiali presso l'Oratorio salesiano. Don Bosco era il suo confessore, e certo cominciò ad accarezzare qualche progetto su quel ragazzino ammodo e intelligente.
L'interessato, però, di fronte alle proposte — sia pure espresse delicatamente — di entrare nella famiglia salesiana, oppose un netto rifiuto. Intuiva che non era quello il suo genere
di vita. Così, per evitare eventuali insistenze, pensò di andarsene senza neppure salutare, dopo quattro anni trascorsi là.
Quando, più tardi, incocciò don Bosco, questi non mancò di riprenderlo per quello strano comportamento.
- Me l'hai fatta grossa!
- E perché?
- Sei andato via senza ..
- Non..
- E poi sei andato via di domenica!
- Era una necessità... — tagliò corto il ragazzino.
Parecchi anni dopo, alla Consolata, l'arcivescovo mons. Gastaldi gli permise di riaprire il Convitto (che era stato fonte di tante polemiche recenti), a patto si incaricasse personalmente di tenere le conferenze di morale.
Il can. Allamano accetta, ma non manca di chiarire immediatamente un particolare piuttosto delicato. E ciò senza troppe cautele diplomatiche:
- Monsignore, assumo la scuola, ma non adotterò i suoi trattati come libri di testo!
- Non importa, fa come credi... Di te mi fido!
Lo stesso arcivescovo, poco prima, gli aveva annunciato che, in fatto di finanze, alla Consolata, non ci sarebbe stato da tirare avanti sino alla fine dell'anno. Il nuovo Rettore fa i suoi bravi conti e non manca di mettere i puntini sugli « i »:
– Vedo che non c'è neppure da incominciare...
Un altro episodio assai eloquente è quello relativo alla famosa eredità Robilant. Fra lo stupore dei familiari di don Luigi, il canonico Allamano dichiarò di voler rinunciare all'eredità. Siamo nel 1904. I primi missionari erano partiti da soli quattro anni e l'Istituto, appena fondato, aveva ovviamente grosse necessità anche economiche.
Ma la sua decisione venne espressa in termini di assoluta chiarezza: « Io rinuncio a questo lascito. Non vi offendete. Son sempre venuto qui per ministero e non voglio si possa dire che lo facevo per speculazione. Le Missioni hanno bisogno più del buon nome che del denaro ».
Il notaio, interpellato per redigere l'atto di rinuncia, non riusciva a capacitarsi:
- Ma questa è proprio bella! Non mi è mai capitato di udire una cosa simile! E l'Allamano, tranquillamente:
- Ebbene, un'altra volta non potrà più dire così. Anche l'arcivescovo si mostrò esterrefatto:
- Come! Hai fatto questo? Ma non era per te, bensì per le Missioni!
- Sì, Eminenza, ma io debbo tutelare il buon nome dell'Istituto!
Vorrei citare ancora una frase che traduce il linguaggio estremamente franco, senza falsi pudori, del can. Allamano: « La smania del numero è la vera peste degli Istituti religiosi ». Ritengo sia importante annotare, in mezzo alle numerose altre, anche questa lezione: la lezione di un linguaggio semplice, schietto, che va diritto allo scopo, senza fronzoli, senza equilibri smi. In una parola: un linguaggio evangelico.
La santità, dicevamo, è fatta anche di stoffa umana. E quanto più il tessuto umano è robusto, tanto più tutta la costruzione offre garanzie di solidità.
Certi crolli, prima di essere cedimenti spirituali, denunciano l'inconsistenza della base umana. Non è possibile costruire sulle macerie dell'uomo.
Se c'è una robusta spina dorsale, tutta la persona « tiene ».
Perché il mondo prenda sul serio la nostra santità, occorre che abbiamo le carte in regola anche su un piano umano.
Qualcosa di nuovo
Da poco ordinato sacerdote, don Allamano venne chiamato al capezzale di uno zio, parroco di Passerano, presso il quale era solito trascorrere le vacanze.
Allorché giunse, c'era un prete che sventagliava sul moribondo una filza impressionante di giaculatorie, senza soluzione di continuità.
Il vecchio parroco appariva visibilmente infastidito, e appena scorse il nipote gli disse in tono perentorio:
- Toglimi un po' quel noioso!
Don Giuseppe non dimenticherà più l'episodio. E, più tardi, ne trarrà un insegnamento pratico per i suoi alunni: « Non bisogna stancare i moribondi con tante parole, perché, invece di aiutarli, corriam pericolo di indurli a fare atti di impazienza. Diciamo, sì, ad intervalli, qualche giaculatoria rivolta all'infermo, ma poi lasciamoli in pace. Preghiamo invece molto noi... ».
Ma io colgo nell'episodio, abbastanza banale, un valore di simbolo.
« Toglimi via quel noioso ».
Quanta noia nella nostra vita. Il mondo stesso è malato di noia e cerca disperatamente tutti i surrogati per sconfiggerla.
Le solite cose, la solita mediocrità, le solite mezze misure, i soliti compro- messi, le solite stupidaggini, i soliti bisticci a tutti i livelli...
Si invecchia per noia, a forza d'abitudine.
Corriamo il rischio di diventare tutti un po' noiosi. Ripetiamo stancamente parole, formule, slogans, espressioni logore dall'uso. Non un guizzo di novità. Non un lampo di originalità.
E non siamo gran che interessanti (dico « interessanti » proprio in fatto di messaggio cristiano). Pochi ci prendono sul serio. Pochi si aspettano, ormai, qualcosa di nuovo da noi.
Fallimento è precisamente quando nessuno aspetta più niente da noi.
Diventiamo incapaci di sorprendere, di stupire. Diventiamo insignificanti, irrilevanti.
« Toglimi via quel noioso... ».
C'è un urgente bisogno di qualcosa di nuovo, di inedito, di bello, di affascinante, di inaudito.
Il canonico Allamano si è incaricato di produrre lui qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso.
Le novità non le aspettava dagli altri. Si sentiva impegnato, quasi obbligato, a produrle in proprio. E la sua vita, la sua opera, le sue fondazioni, non sono state altro che una stupefacente fioritura di novità per la Diocesi, la Chiesa, il mondo intero.
In una sua conversazione ascetica, con il realismo che sempre lo distingueva, dirà: « Una condizione necessaria per giungere alla santità è quella di non lasciarsi rimorchiare... Non dite perciò che non tocca a voi essere i primi nel fervore, nella puntualità, nell'osservanza; che tocca ai più anziani dare il buon esempio e precederci nel bene... Che ciò avvenga o no, nessuno è dispensato dal tendere alla perfezione, nessuno è scusato se non lo fa.
Ciascuno pensi a sé, all'obbligo che si è assunto entrando nell'Istituto...
« Talora si sente dire: "Credevo trovare tutti santi qui dentro, invece!...". E non pensa costui ch'egli è il primo a non essere santo... Che ciascuno cominci dunque da se stesso. Se io pretendo la perfezione negli altri, è troppo giu sto che la procuri a me stesso, affinché quelli che verranno dopo di me l'abbiano a riscontrare in me... Se volete davvero farvi santi, l'Istituto ve ne dà i mezzi, e anche le miserie vostre e degli altri possono aiutarvi a conseguire il fine... ».
Ossia: ciò che aspettate dagli altri, offritelo voi. Ciò che pretendete dagli altri, fabbricatelo voi. Ciò che manca negli altri, cercate di produrlo voi.
Non aspettate a dare soltanto quando avrete trovato qualcosa di bello e di buono in una comunità. Date soprattutto quando trovate deficienze, miserie, insufficienze, incoerenze. Non fatevi rimorchiare, Siate trascinatori.
Lui, da parte sua, ha offerto questo stupefacente esempio di novità, di fantasia, di inventività. A livello personale e a livello di opere.
E pretendeva che anche i suoi chierici imparassero la lezione di inventività personale, non confondessero la docilità con l'inerzia. « Non vorrei che gli alunni se ne stessero lì come automi, senza iniziative proprie, e con paure di sbagliare ».
Il rischio maggiore, nella vita cristiana, è proprio quello di non voler correre rischi.
La peggior imprudenza è quella di essere troppo prudenti.
Il can. Allamano, uomo saggio, prudente, ponderato, uomo di preghiera e di profonda vita interiore, ha saputo accoppiare nella propria esistenza la riflessione alla fantasia, il realismo al coraggio, l'ubbidienza all'iniziativa personale, la calma alla decisione.
Proprio perché uomo di fede , ha saputo lanciarsi nelle avventure più rischiose. Sempre disposto a pagare di persona.
Il collaudo decisivo
Nella vita del can. Allamano notiamo uno sconcertante paradosso: un uomo fedele ai propri sogni, ostinato a realizzarli a tutti i costi, eppure sempre pronto a un'ubbidienza che gli comanda... qualcos'altro.
Tutta la sua esistenza è intessuta di questi singolari « incidenti » che sembrano bocciare i suoi progetti, dirottarlo su strade diverse da quella che intende seguire. Salvo poi « recuperare », per vie impreviste e attraverso deviazioni non programmate, il progetto, il sogno originale.
Gli episodi sono numerosissimi e sono collegati, vorrei dire, da una incredibile « logica della smentita ».
Appena sacerdote, si mette di buzzo buono a prendere appunti per le prediche che dovrà tenere. Si prepara, infatti, a esercitare il ministero come vicecurato e poi come parroco. Ed ecco mons. Gastaldi che gli comunica:
- Ti ho nominato Direttore spirituale del seminario di Torino; hai delle difficoltà?
- ... .. veda... La mia intenzione era di andare vicecurato e poi forse parroco in qualche paesello...
- Volevi andar parroco?... Se è sol per questo, ecco: ti do la parrocchia più insigne della diocesi, il seminario!
- Ma, Monsignore, io son tanto giovane e con molti dei seminaristi ci diamo del
- È vero, ma ti vogliono bene. E una rapida benedizione conclude il colloquio. Quattro anni dopo, mentre si trova coi chierici in vacanza, viene convocato d'urgenza dall'Arcivescovo, che lo nomina Rettore della Consolata e dell'Ospizio per preti vecchi.
Ancora una volta l'Allamano cerca di salvarsi con la giovane età. Ma l'Arcivescovo respinge l'obiezione:
- L'essere giovane è un difetto che si perde a poco a poco: e, del resto, se si sbaglia c'è sempre tempo a correggere e riparar gli errori.
E pare che neppure la sua intenzione di andare in Paradiso venga rispettata. Ciò accadde durante la grave malattia che lo colpì nel gennaio del 1900.
Arriva il cardinal arcivescovo e si informa:
- Che cosa facciamo?
- Andiamo in Paradiso...
- Ma... e la fondazione dell'Istituto?
- Ci penserà un altro...
- No, no, non non morrirai. Si deve fondare l'Istituto e devi fondarlo tu.
E anche stavolta gli toccò ubbidire. Così come dovette ubbidire al Papa che addirittura gli impose una vocazione che sentiva di non avere...
Durante un'udienza privata, nel 1909, Pio X dice al can. Allamano:
- Bisogna che voi stesso diate principio a un Istituto di suore missionarie, così come avete fondato quello dei missionari. Avrete maggior numero di personale a vostra disposizione, e, intanto, l'uniformità di spirito potrà contribuire ad ottenere risultati anche maggiori.
- Santità, vi sono già tante Famiglie religiose femminili!
- Sì, ma non esclusivamente per le Missioni.
- Ma io, Beatissimo Padre, non sento la vocazione di fondare delle Suore!
- Se non l'avete, ve la do io!
E non gli restò che rispondere anche a questa vocazione che gli aveva regalato il Papa... Dunque, accettazione dell'imprevisto, dell'ubbidienza che gli impone di modificare i propri progetti, di abbandonare qualcosa per accogliere e realizzare disegni che non rientravano nei suoi piani.
Accettazione, soprattutto, della croce.
Diceva Léon Bloy: « È evidente che Gesù intende, nella sua qualità di Pontefice, provarmi come gli ingegneri provano un ponte, ossia caricandomi addosso i più pesanti fardelli ».
Anche il can. Allamano ha subìto questo ruvido collaudo.
Sulla sua strada ha incontrato difficoltà di ogni genere: diffidenze, ostacoli, mediocrità, gelosie, pettegolezzi, sospetti (basti pensare all'increscioso episodio del controllo dei registri contabili da parte dell'arcivescovo per l'amministrazione del Santuario della Consolata), perfino calunnie. Le incomprensioni, specie all'inizio della sua opera, furono il suo pane quotidiano.
E non si può leggere senza commozione l'episodio delle chiavi. Erano già partiti i primi missionari. E il « Padre » pensava all'ulteriore sviluppo dell'Istituto. Sembrava che le difficoltà più grosse fossero ormai superate e fosse scoccata l'ora del raccolto.
Gli scettici, però, continuavano ad avanzare fosche previsioni per il futuro e ad accusare l'Allamano addirittura di presunzione e temerarietà.
A dar loro ragione si verificò un « fattaccio » che ha dell'incredibile: la defezione contemporanea di tutti i restanti membri dell'Istituto. Era un colpo da stroncare chiunque. I commenti « saputi » si sprecavano: « Lo dicevo io... » « Avete visto? » « Era inevitabile ». « Doveva finire così ».
Il Padre, invece, si limitò a chiudere la Casa Madre, rimasta deserta. Si mise le chiavi in tasca e se ne tornò alla Consolata.
Si inginocchiò davanti all'immagine della Vergine e pregò così:
- L'Opera è tua, pensaci Tu.
I frutti di quel dolore, di quella cocente umiliazione, non tardarono.
D'altra parte, il canonico Allamano era convinto che ogni opera, se vuol essere solida e duratura, deve subire questo impegnativo collaudo.
La croce è una realtà che cambia, capovolge tutti i calcoli umani. E il fallimento diventa successo, la debolezza si traduce in forza, il buio si trasforma in luce.
Anche quando i conti non tornano, se interviene la croce viene assicurato il « guadagno » più colossale.
« La vocazione di profeta viene accreditata allorché un individuo dimentica se stesso per lasciar parlare soltanto l'amore provato nell'umiltà » (P. Taléc).
In questo senso, il can. Allamano è un vero profeta.
E noi, appunto, malati di « efficientismo » di successi immediati, di fretta, abbiamo bisogno che questo profeta ci ricordi che ogni cosa grande e valida nasce e matura nelle profondità del silenzio, della pazienza, della sofferenza, dell'incomprensione.
Il can. Allamano e la Consolata
Sono sempre rimasto perplesso di fronte alla questione: Consolata o Consolatrice? Mi pare soltanto di aver sentito che, anticamente, i torinesi veneravano la Vergine Consolatrice. Successivamente è diventata « La Consolata ». Allora: è la Madonna che ci consola? O siamo noi che La consoliamo? E Lei che è fonte di consolazione, oppure è oggetto delle nostre consolazioni?
Mi sono sempre rifiutato di rivolgermi agli « specialisti » per farmi chiarire la questione, per paura di ricevere qualche spiegazione troppo... dotta.
Preferisco risolvere da me il piccolo problema. E lo risolvo nella maniera più semplice. Ossia lasciando i due termini della questione così come sono. La Vergine è, a un tempo, Consolatrice e Consolata. Potrei dire anche: ci consola nella misura in cui noi la consoliamo, offrendole validi motivi per essere soddisfatta di noi, del nostro impegno. E ciò avviene soprattutto quando ci preoccupiamo di recare sollievo agli altri, di dare agli altri, di avvicinare il prossimo che ha bisogno di noi. In questo senso rimane sempre valido il paradosso secondo cui « si possiede soltanto ciò che si dà », si è ricchi di ciò che si offre agli altri.
Il can. Allamano ci offre un esempio quanto mai eloquente in questa direzione. Lui così devoto della Madonna,, ha dimostrato di contare sempre su di Lei (ecco la Consolatrice) proprio perché c'erano moltissime persone che potevano sempre contare su di lui: sulla sua carità, sul suo tempo, sulla sua pazienza, sul suo cuore, sulla sua intelligenza, sulla sua fantasia, sulla sua comprensione, sulla sua straordinaria ricchezza interiore. Per cui si sentita « consolato », nella misura in cui era « consolatore ».
Nella sua visione, l'uomo era sempre al primo posto.
È arrivato alla Consolata. Il Santuario era in cattivo stato. L'arcivescovo non aveva mancato di fargli osservare: « Quanto è brutto! ». E lui si era impegnato, pagando di persona — in tutti i sensi, anche quello letterale... -- di rammodernarlo, ampliarlo, abbellirlo.
Ma il suo primo atto, come Rettore della Consolata, non fu indirizzato ai muri della chiesa. Bensì alle persone. Infatti provvide immediatamente a migliorare il vitto del « Collegio », frequentato dagli studenti universitari (il « Convitto » sarebbe stato riaperto poco dopo). Si era accorto che il cibo era veramente troppo scarso e di qualità scadente. Quindi, prima le persone e poi i muri. Prima gli uomini, e poi i mattoni.
E questo « primato della persona » lo affermerà vigorosamente anche nella sua eccezionale disponibilità al confessionale. Lunghissime ore, interminabili colloqui.
E anche qui il can. Allamano rivela la sua caratteristica peculiare di fantasia. Solo un prete dotato di fantasia è capace di dedicarsi in quella maniera al ministero della « riconciliazione ».
Il can. Allamano è uomo di fantasia, non soltanto perché ha fondato l'Istituto Missionari della Consolata e Missionarie della Consolata, ma anche perché trascorreva parecchio tempo in confessionale.
Voglio dire: la capacità di scoprire, di « inventare » un individuo diverso. La capacità di vedere un « altro ». Ossia, tu mi dici ciò che sei, e io ti rivelo ciò che puoi essere. Tu mi offri le tue miserie, la tua immagine deformata, e io ti offro la tua immagine autentica. Tu mi parli della tua mediocrità, e io ti parlo della tua santità.
Era un prete capace di vedere al di là dei difetti, dei peccati, delle miserie, l'essere vero che sonnecchia in ognuno di noi. E sapeva risvegliarlo!
Anche e soprattutto per questo abbiamo bisogno di lui.
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica ciò che possiamo essere! Che ci solleciti a non accontentarci di ciò che siamo. Che ci spinga ad andare oltre. E che ci offra personalmente un esempio concreto, aprendoci in un certo senso la strada della... possibilità. Insomma: che ci riconcilii con le nostre possibilità.
Noi, apparentemente ricchi e soddisfatti, in realtà siamo poveri. Poveri di noi stessi, poveri del nostro essere autentico, poveri di coraggio, poveri di iniziativa. E siamo poveri di fede, di speranza, di carità.
Per questo abbiamo bisogno, oggi, del can. Allamano.
Abbiamo bisogno di lui perché abbiamo bisogno di credere di più, sperare di più, amare di più.