
P. Igino Carnera IMC (1916- ), proveniente da Martellago (Venezia), entrò nell'Istituto ragazzo di dodici anni. Compiuti gli studi nei nostri seminari, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1939. A motivo di salute non poté essere destinato all'estero e svolse la sua lunga e generosa missione sempre in Italia.
Molto dotato e di profonda spiritualità, svolse diversi servizi nelle case dell'Istituto, quasi sempre a livello di formazione missionaria. Dopo un anno di degenza all'ospedale di Casale monferrato (AL) per una malattia ai polmoni, fu inviato cappellano delle Missionarie della Consolata a Venaria (TO) (1946-1952). Venne nominato direttore spirituale del seminario liceale a Varallo Sesia (VC) (1952-1956) e successivamente di quello teologico a Torino che svolse fino al 1964, quando gli fu assegnato il ruolo di Rettore. Durante questo periodo svolse anche il servizio di vice superiore regionale (1949-1951). Dal 1972 al 1978 fu superiore nella Casa Generalizia a Roma.
Nel suo ministero a Torino, oltre ai ritiri spirituali predicati in diverse comunità, va ricordato l'impegno di animazione missionaria, specialmente nei seminari diocesani d'Italia. Si deve a lui la fondazione della rivista “Amico”.
Un servizio di rilievo fu svolto da p. Carnera a Cavi di Lavagna, come superiore della comunità e animatore missionario, per due periodi successivi ((1981-1989 e 1992-1996). Durante quegli anni, diede un impulso straordinario alla presenza dei Missionari della Consolata in zona. Speciale ricordo merita la sua attività a livello di animazione missionaria attraverso la TV locale.
Superata la novantina, dovette ritirarsi nella casa per anziani ad Alpignano (TO). Qui presentiamo la commemorazione che p. Carnera tenne alle Missionarie della Consolata delle case di Diano Marina e Imperia, il 16 febbraio 1982, 56° anniversario della morte dell'Allamano. Il tema alloea era di attualità, in quanto il 1982 era stato dichiarato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite “L'anno dell'anziano”.
Due date e una circostanza mi suggeriscono il tema in questo 56° anniversario della morte del Servo di Dio Giuseppe Allamano:
Il 1982 è stato dichiarato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite l'Anno dell'Anziano e Giovanni Paolo II nella prima domenica di gennaio, all'Angelus, disse: « Il Papa si inchina con rispetto davanti agli anziani e invita tutti a farlo con lui ».
1902-1982. Quest'anno ricorre l'ottantesimo anniversario dell'entrata dei primi quattro Missionari della Consolata in Kenya: « Vi entriamo, scrive P. Filippo Perlo col suo stile inconfondibile, il 20 giugno 1902, l'ora in cui a Torino si chiude in tutto il suo splendore la festa della Consolata. Coll'immensa folla devota dei nostri lontani concittadini, ci prostriamo in ispirito all'are splendenti... della Vergine, e la sacra laude popolare che si innalza poderosa laggiù ai piedi delle nostre Alpi, ci suona in cuore come una marcia trionfale, che ci accolga sul campo aperto alle nostre fatiche » (L. Sales, Vita, p. 174). Le due date si accompagnano ad una circostanza che riguarda noi tutti e le nostre due famiglie missionarie. Oggi diminuiscono le vocazioni e cresce invece il numero degli anziani e dei malati. Se il nostro Fondatore tornasse tra noi, per i suoi incontri domenicali, non troverebbe più quel nugolo di ragazzi e di chierici che pendevano dalle sue labbra, gustando poi magari un pugno di castagne o una caramella; non incontrerebbe più quel drappello di aspiranti e di giovani professe che si preparavano con entusiasmo a raggiungere i Padri nelle missioni del Kenya o in Etiopia. Oggi la prima visita del Padre sarebbe nell'infermeria di Torino, oppure ad Alpignano per incontrare i missionari anziani e ammalati. Andrebbe a Venaria, o, in Kenya, al Mathari, a Getoro, al Nazareth Hospital oppure qui a Imperia, a Diano Marina per portare la sua abituale paterna parola di conforto e di fede a tante sorelle, che ad un lungo periodo di attività missionaria aggiungono i giorni di dolore e di malattia o gli anni non facili dell'anzianità.
A tutte queste persone io penso che oggi il Servo di Dio ripeta, col profeta Isaia, le parole programmatiche del vostro Capitolo generale: « Allarga lo spazio della tua tenda... Non temere, il Signore è con te e consola il suo popolo ».
Anche l'ammalato e l'anziano deve trovare spazio in quella tenda dove il « Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi », in quella tenda, « dove due o tre sono radunati nel suo nome » perché lì ha promesso la sua presenza e la sua grazia.
L'Allamano ammalato e anziano
L'Allamano non è mai stato un uomo di grande salute. t risaputo che già da giovane dovette sospendere gli studi per la malferma salute. Il biografo lo dice « di costituzione gracilissima »; indebolito ancor più da una malattia contratta nel primo anno di seminario e nel corso della quale gli erano stati praticati non meno di dieci salassi. Pare sia stata questa perdita di sangue il motivo del ripetersi in tutta la vita di quelle emicranie che tanto lo facevano soffrire. I colleghi di lavoro al santuario della Consolata potevano attestare che, quando ne era colpito, « il volto restava sfigurato, si chiudeva in camera e praticava la dieta più assoluta_ Non potendo occuparsi degli affari o dare udienze, si teneva raccolto alla presenza di Dio e pregava con frequenti giaculatorie. Mai che si lagnasse di questa croce » (L. Sales, Vita, p. 444).
Egli stesso confessava con semplicità: « Quando uno ha di questi mali non può più far nulla, sta nella passività, ma offrendoli al Signore gli si dà gloria » (p. 445). Del resto, l'esempio egli l'aveva appreso da quella santa donna di sua mamma. Gli ultimi sette anni erano stati di martirio, prima seduta su di un seggiolone, immobile; poi divenuta cieca e sorda senza alcun movimento, tanto da far dire a chi l'avvicinava: « non ho mai visto una creatura con tanti mali addosso ». Ebbene, Giuseppe « passava le ore e i giorni delle sue vacanze seduto vicino a lei, con qualche libro in mano, circondandola di tutte le più delicate attenzioni, fino a darle il cibo in bocca, ciò che di regola faceva la persona che l'assisteva abitualmente. Quando l'inferma aveva ancora l'udito buono il figliuolo le faceva delle letture che essa gustava assai, quando poi fu privata dell'udito, egli ascoltava quant'ella le veniva dicendo e rispondeva con segni toccandole le mani » (L. Sales, p. 32).
È da questa cattedra che Giuseppe imparava « l'arte di farsi debole coi deboli, tutto a tutti » nella carità di Cristo. In una conferenza ai novizi sul valore e sui metodi di far meditazione, ha una felice digressione circa la preghiera dei malati.
Vedete, narra col suo linguaggio dell'intensità spirituale (come si esprime il P. Tubaldo - cfr. Conferenze I, XXII) poco tempo fa sono stato a visitare un'ammalata, che mi diceva appunto "A me piace molto quel pensiero di S. Francesco di Sales quando dice: entriamo in un palazzo antico (allarga la tua tenda): per lo scalone, nelle sale vi sono delle statue che magari da cento anni sono sempre lì, non hanno mai mosso, direte dunque che sono inutili? No, danno gloria al loro padrone. Ora immaginatevi che uno voglia buttarle giù; no, gli si dirà, fanno figura, danno gloria al loro padrone. Così io che sono qui malata e non posso più far niente, non posso più pregare a lungo (e questo è lo stato ordinario degli ammalati) faccio come quelle statue: do gloria a Dio..." ». E il Padre aggiungeva: « Così, che cosa fanno quei candelieri lì sull'altare tutta la settimana? Si accendono solo una volta la settimana, la domenica, perché dunque lasciarli lì tutta la settimana? Danno gloria a Dio con la loro presenza, ornano l'altare » (27 gennaio 1915).
È grande atto di saggezza, sembra voler dire l'Allamano, saper accettare noi stessi, nella salute esuberante come nella malattia, negli anni giovanili come nell'anzianità. Senza vittimismi né scoraggiamenti, sempre pronti a « dar gloria a Dio ».
« Anch'io, confessò un giorno (25 gennaio 1920), quand'ero in terza teologia (dunque a vent'anni!) dovevo morire. I compagni mi dicevano poi: non te lo abbiamo detto, ma ti avevamo salutato come per l'ultima volta. Era una certa sfinitezza: non si mangia perché non si digerisce, si è deboli perché non si mangia... Ebbene ho tenuto fermo tanti anni e sono ancora qui ».
L'Allamano era un malato che sapeva « dar gloria a Dio » come il samaritano del Vangelo, che vistosi guarito dalla lebbra torna sui suoi passi a ringraziare Gesù; e il Signore, con una punta di tristezza, « non sono stati dieci i lebbrosi guariti - dice - non s'è trovato chi tornasse a dar gloria a Dio se non questo straniero? » (Lc 17, 18).
È in questa prospettiva di fede e di tanta umanità che egli considera i malati e le malattie.
« I malati, dice, si devono amare, i malati sono la parte principale di una casa » (25 gennaio 1920). Egli stesso ne dà l'esempio. Per l'abate Luigi Nicolis de Robilant, confinato in un letto per nove anni col succedersi di operazioni chirurgiche, medicazioni e indescrivibili sofferenze, l'Allamano ebbe premure veramente di padre, tanto che vi fu chi scrisse: « per comprendere tutta la carità dell'Allamano basterebbe ricordare quanto fece per l'Abate de Robilant! » (L. Sales, Vita, p. 181). E non fu certamente un caso isolato, ma il suo stile.
« Giorni fa, racconta in una conferenza, in Convitto c'è stato un malato, e io mi sono riservato la cura, ho fatto un po' da medico, Don Cafasso avrebbe fatto così ». In quella stessa conversazione aggiunge una costatazione della quale si compiace e che ha tutta l'aria di un messaggio da lasciare ai posteri, a tutti noi suoi figli: « Nella fondazione della Casa abbiamo posto una cura particolare per l'infermeria: le abbiamo dato il posto centrale, il posto più bello di tutta la casa con finestre di qua e di là per cambiare aria.
Volevamo mettervi anche un balcone, l'unico in tutta la casa, perché i malati potessero andare a prendere aria; ma ci hanno detto che non andava con lo stile della casa ».
Per gli ammalati e per gli anziani non si fa mai abbastanza, non che essi lo debbano pretendere, è la nostra carità che Io deve dare. L'Allamano è esplicito. Commentando la parabola degli operai, ingaggiati a tutte le ore e retribuiti con la stessa paga, il Padre dice:
« Non è il tempo che conta davanti a Dio, non gli anni di vita, di professione, non il venir vecchi, ma contano gli anni di virtù e di perfezione » (25 gennaio 1920).
« Tuttavia - insegna parlando di carità fraterna - se uno ha una pena l'altro bisogna che senta pena, dispiacere come se fosse propria... Adesso che il chierico Perino è ammalato ho visto che ne prendete parte. Non dico che sia necessario di dire: mi prendo io il male per toglierlo a lui: questa sarebbe carità perfetta, ma almeno che uno ne prenda parte, preghi per lui... Non dico che chi non è capace vada lì a far l'infermiere, imbroglia solo, ma chi è incaricato di farlo deve stimarsene fortunato » (15 febbraio 1920).
È l'atteggiamento sensibile e delicato che il Servo di Dio usa per le persone anziane. « L'anziano - dice il Papa - è un tesoro per la Chiesa, è una benedizione per il mondo ». In una conversazione con le Suore del 13 maggio 1917 (forse la stessa ora che la Madonna appariva a Fatima!) il Padre si confidò con tanta semplicità. « Quando andai
Rettore alla Consolata non avevo ancora trent'anni, c'erano tanti sacerdoti vecchi, querce annose che bisognava sostenere e cercare di non lasciar pendere più giù, perché drizzarli non era più possibile. In mezzo ad essi esercitavo la carità, facevo l'infermiere e un po' di tutto. Ma mi faceva impressione il vederli venire col berretto alla mano a chiedere i permessi... ». Carità che si traduceva in pazienza senza misura. « Tra quei vecchi preti - scrive il P. Giuseppe Giacobbe, superiore generale dei Dottrinari - eranvii alcuni buoni e docili, altri, poverini, non in pieno possesso delle loro facoltà mentali. Bisogna ammettere che, se l'Allamano non avesse avuto una pazienza eroica, non avrebbe resistito ».
Anzi cresce l'ammirazione quando si legge quanto lasciò scritto P. L. Sales: « A me stesso l'Allamano confidava d'aver dato loro due camere per ciascuno... che, quando non venivano a mensa, andava a vedere... che talvolta portava personalmente il cibo in camera, fino ad ordinare egli stesso la stanza... ».
Nella sua chiaroveggenza aveva tolto anche le poche norme di disciplina che potevano regolare quella comunità singolare, riducendole a due punti: puntualità ai pasti e una riunione al pomeriggio per un poi' di lettura spirituale (Cf I. TUBALDO, Prime attività al santuario della Consolata, in I, 22 (1981) pp. 497-499).
« Allarga lo spazio della tua tenda! ». Bisogna aver cuore aperto, sempre in ascolto di Dio e del prossimo per dare soluzione umana e cristiana ai problemi della convivenza. È per lo meno sintomatica la risposta del Servo di Dio quando, ammalatosi gravemente il can. Giuseppe Cappella suo diretto collaboratore al santuario, all'Economo che si permise di osservare la necessità di una degenza piuttosto lunga e la spesa notevole per il riscaldamento e per l'assistenza: perché non potrebbe venire ricoverato in ospizio?... « No, no - rispose l'Allamano - da venti e più anni l'ammalato lavora nel santuario senza mai misurare i giorni e le ore. E lei per risparmiare qualche migliaio di lire, avrebbe il coraggio di fargli domandare la carità a un ospizio? No, no, si provveda quanto occorre, si riscaldi la stanza, si chiami un infermiere di giorno e una Suora di notte per l'assistenza.
Procurate che non manchi nulla di quanto può contribuire a superare questa malattia... ». Quando è il senso di Dio a dettare le norme della condotta, non si temono le difficoltà, si cammina sicuri sotto l'ala della Provvidenza. Del resto noi Missionari della Consolata non siamo nati al capezzale di un moribondo? « Quando ero presso a morire feci promessa, se fossi guarito, di fondare l'Istituto ». Sono parole e promessa del nostro Servo di Dio in quella notte del 28-29 gennaio 1900, che tutti davano come ultime ore della sua vita.
Il Suo messaggio alle nostre comunità oggi
È cosa certa e risaputa che l'Allamano conobbe da vicino la Croce in tutti i suoi aspetti e l'accettò sempre con pazienza, generosità e amore.
A P. Ferrero un giorno si confidò così:«Certamente se avessi predisposizione a malattia di cuore a quest'ora sarei morto! In quarant'anni dacché sono alla Consolata ne ho viste e sofferte di cose!... e quello che mi fa più soffrire sono le ingratitudini. Talora era tanto il dolore, che mi veniva sangue alla bocca. Ciò durava pochi giorni, ma è tanto per dire. E nessuno lo seppe mai. Dopo la Comunione me ne stavo con Gesù, ai piedi della SS. Consolata e lì sì aggiustava tutto » (L. Sales, Vita, p. 390).
E in occasione delle sue nozze d'oro sacerdotali rese di sé questa stupenda testimonianza:
« Se il Signore ha benedetto molte opere cui ho posto mano, da destare talvolta ammirazione, il segreto è stato quello di cercare Dio solo e la sua volontà... »; ed aggiunge fiducioso: « Questa è stata ed è la mia consolazione in vita e sarà ancora la mia confidenza al tribunale di Dio » (L. Sales, Vita, p. 495). Accompagnato da una simile esperienza fisica e spirituale, drammatica e sublime insieme, c'è da pensare che egli ai suoi missionari e alle sue missionarie non lasci tanto dei ricordi, quanto piuttosto un modello di vita, un messaggio sempre vivo e operante.
Rileviamo quattro dati significativi per gli infermi e per gli anziani.
- Intanto l'ispirazione a dare all'Istituto la forma di « congregazione religiosa » è una scelta dettata, dice, da due motivi: per la maggior perfezione e « per la sicurezza anche materiale di cui vengono a godere i membri fino alla morte » (Vita Spirituale, p. 16). Il Padre vuol accertare i suoi missionari del « centuplo » per chi segue Cristo più da
- L'Anziano: regola vivente della Comunità. « L'anzianità; dice il papa Giovanni Paolo II, è il coronamento delle tappe della vita. Essa raccoglie tutto ciò che si è appreso e vissuto, quanto si è operato e raggiunto, quanto si è sofferto e sopportato. Come al finale di una sinfonia ritornano i temi dominanti della vita per una potente sintesi sonora... Fratelli e Sorelle delle generazioni più avanzate, voi siete un tesoro per la Chiesa, siete una benedizione per il mondo » (Angelus, gennaio 1982 e a Monaco 19 novembre 1980). L'Allamano avrebbe voluto vedere l'anziano come modello a cui i giovani potessero guardare e ispirare la loro formazione. Parlando delle condizioni per aspirare alla santità, ha questo passaggio: « Non dire perciò che non tocca a voi essere i primi nel fervore, nella puntualità, nell'osservanza, che tocca ai più anziani dare il buon esempio, precedervi nel bene. Sì, quelli che sono avanti negli anni dovrebbero precedere gli altri nelle virtù e nel buon esempio: di modo che, supponendo che venga a mancare la regola scritta, si possa dire: guarda come fa un professo, un anziano. Ognuno d'essi dovrebbe essere la regola vivente. Ma ciò avvenga o no, nessuno è dispensato dal tendere alla perfezione, nessuno è scusato se non lo .. Non è chi ben comincia che sarà premiato ma chi persevera fino alla fine » (Vita spirituale, p. 159 ss.). Pur con tutti i riguardi e l'amorevolezza che merita l'anziano, l'Allamano non esita di dare al problema una soluzione di schiettezza. È sempre lui che racconta nelle sue conferenze, che sono una vera miniera di esperienza: « Quando si trattava di nominare una Superiora di un Istituto dissi alle suore: mettete la più idonea; la più anziana ha già fatto male altrove! Che c'entra l'anzianità? ». E aggiunge con sano realismo: « Sembra strano: i vecchi obbedire! Ma bisogna essere capaci a vincerci in queste cose. Essere anziano non è un motivo per essere meno obbediente, ma un motivo per esserlo di più e così dare buon esempio. Non perdetevi in queste miserie! Talora crediamo di essere generosi col Signore perché gli diamo molte cose; è vero ma non gli diamo ciò che è più importante: la nostra volontà. Non illudetevi! Chi non ha questa obbedienza a tutti i Superiori, non può piacere al Signore, né farà mai un passo nella via della perfezione » (Vita spirituale, p. 347).
- L'ora dell'abbandono, tempo della volontà di Quando, giunto al crepuscolo della sua vita, curvo sotto il peso degli anni, delle sue responsabilità e delle sue croci, l'Allamano viene consigliato a misurare le forze, a concedersi un po' di riposo: « È vero — risponde con una punta di ironia — potrei adesso fare il buon canonico, rimanermene in poltrona a leggere il giornale, a fare la vita tranquilla insomma... ». Suo malgrado è costretto a cercare un po' di ristoro nella villa di Rivoli. Confida all'amico mons. Giovanni Griseri, venuto a trovarlo da Mondovì: « Sono stato mandato qui in riposo, ma io mi sento in esilio. Andando domani a Torino, dica ai sacerdoti del santuario che lontano dalla Consolata io non posso vivere » (L. Sales, Vita, p. 501).
L'anziano sente il peso dell'età, la fragilità del corpo, sente di dover rinunciare definitivamente ad attività che gli stavano a cuore, si sente mal compreso da tutto un mondo difficilmente comprensibile. Ha la sensazione che non si chieda più la sua opinione, la sua collaborazione, la sua presenza. È il momento della prova suprema, che anche Gesù ha voluto subire sulla Croce: « Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». È proprio in questo itinerario di dolore che si chiude la giornata 'terrena del nostro Padre. Alla Suora che nella notte vuole dargli un ristoro, dice rifiutandolo: « No, aspetta fin dopo la sveglia delle cinque. Chissà quanti soffrono gli stessi dolori che soffro io! Oh, non sono solo a soffrire! ». E sempre sul filo del suo zelo apostolico e della sua sensibilità paterna, alla Suora che l'assiste e che lo vede assorto a guardare l'immagine della Consolata e gli domanda cosa stia facendo: « Prego, prego per tutte voi, prego per i missionari; è questa la mia continua ultima occupazione. Non posso fare altro ». Don Giovanni Barra nel suo profilo Padre di Apostoli termina con questa riflessio ne: « Se si fosse aperto il cuore del Canonico Allamano vi si sarebbero trovate incise due parole: “Consolata e Missioni”».
L'anziano e il malato che sa stare con pazienza « accanto alla Croce di Gesù » con Maria SS., saprà anche riempire la tristezza della solitudine con lo zelo per le anime. Il Papa dice a tutti i sofferenti: « È proprio nelle prove della vecchiaia che il cristiano, e tanto più il religioso, accompagna Cristo verso la Croce. Prendete le vostre sofferenze come un suo abbraccio e trasformatele in benedizione ».
Vi voglio sacramentini, missionari eucaristici
« Alla mia morte, ripeteva il Servo di Dio, non voglio che si abbia a turbare minimamente il regolare svolgimento della vita di comunità; solo vi chiedo che dal momento della mia morte fino a quello della mia sepoltura, facciate per turno un po' di adorazione davanti al SS. Sacramento » (L. Sales, Vita, p. 381).
In quel desiderio del Padre, mi sembra di riconoscere non solo una costante di tutta la sua vita, ma pure un invito per il futuro dei suoi missionari.
Dire che il Canonico Allamano è un uomo di Dio è ripetere un luogo comune. « un'anima candida, anelante, ardente, traboccante di meraviglia e di religioso stupore » (I. Tubaldo). Per accertarsene basta una lettura delle conferenze così, come la parola usciva dal suo labbro e più dal suo cuore. Lo stesso P. Tubaldo cita un'espressione tipica di P. Sales riguardante la devozione eucaristica dell'Allamano: « Se si potesse e si volesse materializzare la cosa, direi che spremendo il cuore e l'anima dell'Allamano, in ciò che riguarda la sua vita spirituale, ne uscirebbe un'Ostia consacrata ».
Ed è proprio dal suo cuore, da questo suo tesoro » che egli estrae cose nuove e antiche (Mt 13,52), da lasciare come testamento ai suoi figli. Ai due rami dell'Istituto detta tre « voglio » che sono come tre colpi di scalpello da incidere sulla pietra e nella volontà di tutti:
«Voglio che questa dell'Eucaristia sia la vostra devozione principale, lo deve essere per tutti, ma voglio che sia la vostra in modo particolare. Vi voglio tutti sacramentini qui e in Africa ».
Quasi a commento, riporto la deposizione dettata da Suor Chiara Strapazzon, che ricordo con venerazione: « Ci voleva in namorate dell'Eucaristia e diceva: vi voglio sacramentine nello spirito e nel cuore. Lavorando, rivolgete spesso il vostro pensiero e il vostro cuore al Tabernacolo e fate molte comunioni spirituali ». Ed aggiunge, proprio per il nostro tema sui malati e anziani, quest'altro ricordo: « Il Servo di Dio manifestava la sua devozione eucaristica dicendo che avrebbe desiderato col tempo istituire un ramo ( del personale anziano, non più atto ai lavori di missione) di sacramentane, affinché mentre le une lavorano nel campo di missione, le altre implorano le grazie di Gesù, come Mosè sul monte ».
Quest'ultima volontà del Fondatore è riferita in modo ancora più esplicita dalla deposizione di Suor Maria degli Angeli Vassallo: « Era suo progetto, di cui mi parlò parecchie volte di trasformare la villa di Rivoli in una casa di adorazione per le Suore che non avrebbero potuto andare missionarie, o che ne fossero ritornate, affinché potessero adorare e ringraziare anche per quelle che lavorano in Missione » (Testi citati da I. TUBALDO, L'Eucaristia nella vita e nell'insegnamento dell'Allamano, in Documentazione IMC, 2/1980, pp. 44-45)..
Si può dunque concludere che almeno quattro dimensioni, come si può costa-tare, fanno parte del messaggio del nostro Padre agli anziani; li vuole religiosi modelli, sofferenti apprezzati, visitati e amati; non inutili ma in comunione di missione coi fratelli e sorelle in attività; missionari e missionarie eucaristici « come raggi convergenti attorno al Tabernacolo ».
E, per finire, mi piace riportare quanto attesta un ammiratore del Servo di Dio, il can. Ferdinando Toppino nella deposizione scritta: « Sentii un giorno un certo Cesare Marianetti a dirmi: sai che marachella abbiamo fatto? Passando innanzi alla camera del Rettore ci siamo coricati per terra per vedere quel che il Rettore facesse. Sapessi che cosa abbiamo scoperto! Abbiamo visto il Rettore inginocchiato a terra colle braccia alzate, pregava col fervore di un santo ».
È questo il suo esempio e il suo spirito. La voce diventa preghiera:
Accogli, o Padre buono, la prece dei tuoi figli nel giorno che declina Dà ristoro alle membra e diffondi nei cuori la pace del tuo spirito.