1982 PERADOTTO Franco

 

Mons. Franco Peradotto (1928-2011), proveniente da Cuorgnè (TO). compì l’itinerario di formazione nel seminario di Torino. Ordinato sacerdote nel 1951 fu per un anno al Convitto ecclesiastico della Consolata, poi assistente per un biennio al seminario maggiore della diocesi. Fu viceparroco alla Collegiata di S. Maria della Scala di Moncalieri e, in seguito, a Maria Speranza Nostra in Torino. Qui, entrò in contatto con la realtà dell’immigrazione operaia e le problematiche sociali della città, formandosi quella sensibilità che accompagnò poi tutta la sua vita sacerdotale e professionale.

In quegli anni si avvicina anche ai temi della cultura e del giornalismo con un incarico di consulenza per i testi teatrali dello Stabile di Torino. Inizia poi, negli anni ’60, a lavorare regolarmente per il quotidiano cattolico «L’Italia», a Torino e a Milano: i suoi primi direttori furono Giuseppe Lazzati e Carlo Chiavazza. Segue per intero, scrivendone soprattutto su «Il Nostro Tempo», i lavori del Concilio Vaticano II. Negli anni successivi verrà spesso chiamato, in diocesi di Torino e in tutta Italia, a far conoscere e commentare quegli insegnamenti; il suo servizio di sacerdote è segnato per sempre dall’adesione ai contenuti e allo stile del Concilio.

Diventa direttore de «La voce del popolo». Fu tra i fondatori e il primo presidente della Fisc, “Federazione italiana dei settimanali cattolici” e tra i fondatori e animatori del Cop, il “Centro nazionale di orientamento pastorale”.

Nel 1970 il cardinale Michele Pellegrino lo nominò vicario episcopale per il laicato e la famiglia; nel 1979, con il cardinale Ballestrero, divenne vicario generale, mantenendo la direzione del giornale fino al 1996. Anche con il cardinale Saldarini fu vicario generale fino al 1991.

Per un ventennio don Peradotto fu tra le figure più rappresentative e conosciute anche all’esterno della Chiesa torinese. La città giustamente lo onorò nominandolo nel 2003

«Torinese dell’anno» e conferendogli nel 2006 la cittadinanza onoraria.

La malattia, cresciuta progressivamente, rese preziosi gli ultimi suoi anni, trascorsi nel silenzio, nella sofferenza e nella fedeltà alla preghiera.

Qui pubblichiamo la commemorazione che tenne il 16 febbraio 1982, 56° anniversario della morte dell'Allamano, in casa madre a Torino e il 27 successivo a Roma, nella Casa Generalizia.

 

La storia della Chiesa contemporanea è caratterizzata dalla riscoperta della sua dimensione missionaria. Una dimensione non occasionale, da « giornata missionaria » (che significava fino a ieri una richiesta di aiuto economico, di qualche preghiera accompagnata dalla più o meno retorica informazione circa quanto fratelli e sorelle nella fede compiono nei paesi lontani dal nostro): bensì uno stato d'animo, un atteggiamento permanente. Fino a far dire con schiettezza: non è autentico cristiano chi non è, per stile e per esperienza diretta non delegata ad altri, missionario.

Merito primo di questa nuova mentalità va alla dottrina del Vaticano II: alla ecclesiologia della « Lumen Gentium », alla teologia e alla spinta pastorale presenti nel decreto « Ad Gentes ». A ciò stanno, oggi, contribuendo i viaggi di Giovanni Paolo II verso le terre cui, fino a ieri, i Pontefici indirizzavano il pensiero di tutti incoraggiando vocazioni missionarie e raccolte di offerte. Oggi la visita del Papa ai Paesi del Continente Africano, dell'Estremo Oriente, dell'America Latina assume il carattere di piena condivisione delle esperienze cristiane di quei Paesi; della ricerca di inserimento del Vangelo in quelle culture; della esaltazione di valori locali come segno che il Signore sta aprendosi delle strade ovunque. Soprattutto come dimostrazione che non esistono popoli e Chiese che hanno soltanto da donare agli altri e popoli e Chiese perennemente in attesa di ricevere, passivamente. In un mondo, unico; in una Chiesa universale, anche se articolata in Chiese locali, tutto è scambio, solidarietà cooperazione.

In questa prospettiva sono da interpretare due recentissimi documenti rivolti al mondo cattolico cui sono andato mentre mi accingevo a riflettere — anzitutto per me, prima di tradurre le mie constatazioni in una trattazione per gli altri — sulla figura del can. Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari e delle suore missionarie della Consolata. Si tratta anzitutto delle « Norme direttive per la collaborazione delle Chiese particolarità di loro e specialmente per una migliore distribuzione del clero nel mondo », documento emanato dalla Sacra Congregazione per il Clero il 25 marzo 1980 e che, dalle parole iniziali, va sotto il nome di « Postquam Apostoli ». L'altro testo, per l'Italia, proviene dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ed in particolare dalla Commissione Episcopale per la Cooperazione tra le Chiese, porta il titolo: « L'impegno missionario della Chiesa italiana », è stato pubblicato nel 25° anniversario della « Fidei Donum » di Pio XII il 21 aprile 1982, e contiene le linee essenziali « per la pastorale missionaria della Chiesa locale».

Cercherò di mostrare, senza forzare la storia, come molte indicazioni diventate oggi « linee ufficiali » della Chiesa universale e della Chiesa che è in Italia, siano state anticipate profeticamente dal can. Allamano e da tutta la serie di uomini e donne della Chiesa che, sul finire del secolo scorso e all'inizio dell'attuale, misero in moto, certamente sotto la spinta dello Spirito Santo, un rinnovato cammino della Chiesa.

 

1.  L'evoluzione di un cammino

La prima parte del citato documento della CEI sull'impegno missionario della Chiesa italiana si apre con un capitolo intitolato: « L'evoluzione del cammino missionario » e traccia, in rapida sintesi, quanto è avvenuto nella comunità cristia- na italiana a partire dal secolo scorso. Qualche citazione diretta: « Per un lungo periodo, dopo la stessa rinascita missionaria del secolo scorso, l'opera delle missioni ha privilegiato l'annuncio del Vangelo in vista della salvezza delle anime e della « plantatio Ecclesiae » tra i popoli non ancora cristiani. In quell'epoca anche la Chiesa italiana ha investito nella propagazione della fede un capitale di energie spirituali, di uomini e di mezzi. Ma questa attività si svolgeva piuttosto ai margini della vita ecclesiale, era delegata quasi per intero ad istituzioni specifiche e come tale era poco inserita nella comunità ecclesiale locale... A questi limiti, altri se ne aggiungevano incidendo negativamente sull'azione stessa dei missionari. Le più evidenti erano il suo indirizzo occidentale, l'aspetto colonizzatore e lo stato di dipendenza dalle nostre Chiese in cui le nascenti cristianità di missione si vennero a trovare » (n. 6).

La constatazione leale consente subito, per chi ha conosciuto la passione del can. Allamano e dei suoi primi collaboratori, di riconoscere in essi la passione per un « sveglio di Chiesa » — nel caso specifico della Chiesa torinese — a tutto vantaggio di quella che lo stesso testo citato chiama la « dimensione ecclesiale della missione ».

Tutti riconosciamo che la storia della Chiesa, universale e locale, procede secondo linee del magistero, della teologia e della pastorale; ma su di esse hanno forza anticipatrice le esperienze di singoli e di comunità che si lasciano lavorare dallo Spirito anche a costo di andare contro corrente. Quello che scrive, oggi, il card. Ballestrero come Presidente della Conferenza Episcopale Italiana nella introduzione al citato documento, può essere applicato, tornando indietro alla fine dell'800 e all'inizio di questo secolo, alla tempestiva ed insistente iniziativa del can. Allamano verso il problema missionario: « Rifondare nelle coscienze la missione come respiro stesso dell'esperienza ecclesiale... richiede senza dubbio un qualche mutamento di mentalità: una Chiesa in stato di missione è una Chiesa disposta alla povertà e al rischio, al movimento ed alla novità, al tentativo ed alla creatività ».

Anche solo in base al poco, sul can. Alla-mano, che dirò collegando la sua figura e la sua azione al documento « Postquam Apostoli » (cui spesso si riferisce il testo della CEI) sarà possibile intuire quanto equilibrato e coraggioso senso del rischio e bisogno di novità e di creatività abbiano caratterizzato il fondatore dei missionari e delle suore missionarie della Consolata.

 

2.  « Il mondo è la mia parrocchia »

Il documento « Postquam Apostoli » per fondare il diritto-dovere della cooperazione fra le chiese particolari si rifà logicamente al mandato di Gesù: sarete miei testimoni « fino agli estremi confini della terra » (Atti 1, 8); e ancora: « Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura » (Mc 16, 15). Ricorda poi, quasi in forma di slogan programmatico, che tutta la Chiesa è chiamata ad evangelizzare ». Soggiunge: « la Chiesa, infatti, ha ritenuto sempre suo specifico e principale compito l'evangelizzazione. Esiste, anzi, soltanto per questo compito... Nessun battezzato e cresimato nella Chiesa può esimersi da tale dovere » (cfr. nn. 1-2-3).

I documenti della Chiesa, almeno in altissima maggioranza, hanno lo scopo di incanalare un cammino avviato, di appoggiarlo, di proporlo ad altri ancora, a tutti. Vengono dopo credibili esperienze promosse nell'ambito del Popolo di Dio, dopo averne colto le sensibilità e le testimonianze concrete. Anche il testo appena citato sembra appartenere a questa categoria. Esso conclude un lungo cammino di riflessione che ha avuto una tappa fondamentale nel 1° Congresso internazionale svoltosi a Malta nel 1970 e che aveva il seguente tema: « Per una migliore distribuzione del clero nel mondo - Il mondo è la mia parrocchia ».

L'espressione mi ha richiamato il can. Allamano, prete torinese chiamato a preparare sacerdoti in vista dei bisogni delle parrocchie della diocesi di Torino che, senza impoverire o tradire i bisogni della sua Chiesa locale, dilata l'animo suo e quello del giovane clero ai vasti confini della Chiesa, che sono quelli della intera umanità. È perché aveva un animo dalla dimensione mondiale che il can. Allamano ha inventato i missionari e le suore missionarie della Consolata. In qualche misura si sentiva anch'egli « parroco del mondo ». Percorriamo qualcuno dei suoi pensieri: « È tempo di lavorare questo! Bisogna far nostre le parole dell'Apostolo: "Tutto faccio per l'Evangelo! Tutto, tutto!.". "Mi spenderò, mi sacrificherò". Ci vuol fuoco per essere apostoli. Si può rimanere in intima unione con Dio e operare nello stesso tempo... Se c'è amore, c'è zelo. Noi missionari siamo votati a dare la vita per la salvezza delle anime. Amare il prossimo più di noi stessi: ecco il programma del missionario. Noi dovremmo avere per voto di servire le missioni anche a costo della vita. In missione c'è posto e c'è da fare per tutti, state tranquilli. Io non ci sarò più, ma andrete anche in Giappone, in Cina, nel Tibet, in America, sempre però secondo il nostro scopo essenziale: la missione "ad gentes". E quando non vi saranno più "infedeli", ci rivolgeremo ai fratelli delle chiese separate, poi ai cattolici che non vivono più da cattolici. E quando saranno convertiti a Cristo tutti — "infedeli", eretici, scismatici, ebrei — allora la fine del mondo sarà vicina » (dalle sue conferenze ai missionari - in Andare 1976 - n. 2, pag. 26). Se non è questo l'animo di un « parroco del mondo »!

Quando si possiede tale spirito non c'è da stupire che i confini di una diocesi vengano considerati sempre aperti: nessuna barriera, nessun particolarismo e campanilismo. Non si contano più egoisticamente i preti e le parrocchie per farvi corrispondere sempre le presenze e i « servizi ». Si dilatano gli spazi e i cuori. Senza timore di avere scarsità di clero. È lo spirito della « cooperazione fra le Chiese » che non ha bisogno di venire studiato in convegni e « giornate ». Semmai nei convegni e nelle « giornate » valuta quanto già lo Spirito ha suggerito alle Chiese, per intensificarlo e coordinarlo!

Devo tuttavia annotare che nell'Allamano lo spirito del rischio, della novità, dell'ascolto della Parola di Dio che manda in tutto il mondo è accompagnato dalla sintonia con il Magistero ecclesiale che, via via, propone ai cristiani la dimensione missionaria. Dico questo perché quando esistono documenti magisteriali, come quelli che ho citato all'inizio, ogni cristiano dovrebbe farsi un impegno di conoscerli e di assumerli con volontà attuativa. Se quanto ci è stato detto dal Vaticano II ad oggi fosse stato fatto proprio da ogni battezzato e da ogni comunità cristiana, non staremmo ancor qui a faticare per suscitare efficace cooperazione tra le Chiese!

Il comporsi insieme, nella Chiesa, tra la « profezia » di chi scruta i tempi e segue lo Spirito e di chi ha il compito di discernere i carismi e di orientare pastoralmente i credenti è stato realizzato molto bene dal can. Allamano. La sua « riuscita » nella dimensione missionaria lo si deve proprio a questo. Nessun vero « profeta » nella Chiesa agisce autonomamente dal Magistero. Si lascia sempre verificare, con senso profondo di obbedienza, mentre vive in pieno la corresponsabilità che è utilizzazione, per il bene comune, dei doni ricevuti dal Signore.

Ho letto con molto interesse uno studio del padre Candido Bona su « I cinque Papi dell'Allamano » pubblicato nel n. 1, 1979 de « Il servo di Dio Giuseppe Allamano, tesoriere della Consolata ». Ne colgo solo qualche spunto per confermare l'affermazione fatta sopra. Negli anni di preparazione sacerdotale e all'inizio del suo ministero, l'Allagano vive con intensa passione le vicende della Chiesa nel non facile pontificato di Pio IX (18461878). In questo periodo è soprattutto la costante preghiera per il Papa ad orientare la sua sintonia con il Magistero pontificio.

Più intenso, e per certi aspetti più esplicito, è il rapporto dell'Allamano con Leone XIII (1878-1903). Sono gli anni del rettorato del san ario della Consolata, iniziato nel 1880; el ristabilimento del Convitto Ecclesiasti o per la formazione del clero giovane al ministero pastorale; della fondazione dell'Istituto delle Missioni. Partecipa alle manifestazioni per il giubileo sacerdotale del Papa e, in un viaggio per l'Italia, va anche a Roma. Visita varie chiese ed istituti: tra la folla in S. Pietro prende parte, il 1° gennaio 1888, alla messa giubilare di Leone 1 gennaio nella udienza del Papa ai pellegrini italiani riesce a raccogliere dalle labbra del Papa una speciale benedizione per il santuario della Consolata e per il Convitto. Sono giorni in cui tesse contatXIII. LIti romani in vista della Congregazione che desidera fondare e che desidera profondamente legata al Papa. Non si stanca di ripetere: « Noi vogliamo essere Papalini in tutto il senso della parola. Preghiamo lo Spirito Santo che ci porti il suo vero spirito cattolico, "papale"! ». Anche per il periodico mensile « La Consolata » fondato nel 1898 si affretta a chiedere la benedizione di Leone XIII. Per quanto riguarda S. Pio X (1903-1914) padre Bona scrive: « C'è affinità ed attrazione reciproca tra l'Allamano e questo Papa che, impegnato nel rinnovamento interiore della Chiesa, pone la santità sacerdotale in cima alle sue preoccupazioni ». Per l'Istituto, intanto, fondato nel 1901, è piena primavera. Cito ancora padre Bona: « Tre sono i punti specifici alla base di questo singolare rapporto: il santuario della Consolata che si appresta a celebrare le feste centenarie; la causa di Don Cafasso di cui il nuovo Papa si professa "devoto ed ammiratore"; l'Istituto delle Missioni ». L'Allamano ha la gioia di visitare sovente il Pontefice. Memorabili le udienze del 1905 (momento in cui ai missionari viene affidato un campo autonomo di lavoro nel Kenya) e del 1909 quando mons. Filippo Perlo è nominato primo vicario apostolico del Kenya. È anche S. Pio X a troncare ogni perplessità dell'Allamano circa la opportunità di fondare una congregazione missionaria femminile. Dirò altrove che cosa ha operato l'Allagano con S. Pio X per ottenere una enciclica missionaria per sensibilizzare tutti i cristiani.

E siamo a Benedetto XV (1914-1922). È il Papa che più prende a cuore la causa del Cafasso, la cui beatificazione si avvicina. I rapporti tra Benedetto XV e l'Allagano si mantengono frequentissimi anche in vista delle due congregazioni missionarie, maschile e femminile.

Pure con Pio XI (1922-1939) l'Allamano ha fecondi rapporti. Significativa la lettera autografa di Papa Ratti che accompagna l'approvazione definitiva delle costituzioni dell'Istituto. In essa si dà ampio riconoscimento all'Allamano per le capacità formative del clero presso il Convitto. Soprattutto il Papa dichiara l'apprezzamento per il largo numero di missionari e di missionarie partite per i Paesi da evangelizzare. Dice molto significativamente: « Benché scesi gli ultimi sul campo, non sembrano cederla né punto né poco ai veterani di altri Istituti ». Il massimo di gioia da Pio XI per l'Allamano viene il mattino del 3 maggio 1925 quando lo zio Giuseppe Cafasso è solennemente dichiarato Beato. Nel febbraio dell'anno successivo il Rettore del santuario della Consolata e fondatore dei missionari e delle suore missionarie della Consolata muore.

La sintesi dei rapporti tra l'Allamano e i Pontefici rivela, come ho già detto, l'integrazione fra chi opera sotto la spinta dello Spirito e chi, discernendo le varie iniziative assistito dallo Spirito, aiuta la Chiesa ad essere sempre fedele a Gesù. È una rilevazione di non poco conto: in concreto mostra quanto avesse ragione l'Allamano nel dichiarare: « Tutti quelli che rimasero uniti col Papa riuscirono sempre bene; chi si separa, cade e perisce ». C'è da chiedersi quanto avrebbe ancora più potuto operare l'Allamano a Torino e in Piemonte se al suo tempo avesse avuto un documento come « Postquam Apostoli ». Ma vediamo nei dettagli alcuni aspetti del documento della Sacra Congregazione per il Clero onde cogliere le linee anticipatrici proposte e vissute dal can. Allamano.

 

3.  Vescovi per il mondo intero

Secondo « Postquam Apostoli » elemento portante di tutta la collaborazione delle Chiese particolari fra di loro è il Vescovo locale. Scrive: « Il dovere dell'evangelizzazione spetta anzitutto ai Vescovi i quali — "sub Petro et cum Petro" — devono non solo curare l'opera della evangelizzazione per i fedeli della loro Diocesi, ma sentire altresì la responsabilità per la salvezza del mondo intero... Il vescovo deve promuovere lo zelo missionario in mezzo al suo popolo, affinché agli operai dell'Evangelo in terra di missione non vengano a mancare gli aiuti sia spirituali che materiali; deve incoraggiare le vocazioni dei giovani per le missioni, come pure indirizzare l'attenzione dei candidati al sacerdozio alla dimensione universale della loro missione, e quindi alla loro disponibilità a servire anche fuori diocesi » (n. 4).

Purtroppo, bisogna riconoscerlo sulla base dei dati storici, il can. Allamano al momento di progettare il suo Istituto non ebbe un vescovo con tale sensibilità. O forse attorno a quel vescovo mancarono persone che lo consigliassero nel sostenere l'opera che l'Allamano proponeva per le missioni. Oggi le cose in tutte le Chiese particolari dovrebbero essere cambiate. In Italia, anche per effetto del documento citato all'inizio, dovremmo assistere alla massima disponibilità dei vescovi per consentire al clero una effettiva e diretta partecipazione alla presenza missionaria ovunque. Non è questo un campo in cui gli organismi di collaborazione diocesana — Consiglio Presbiteriale e Consiglio Pastorale — potrebbero dare tutto il loro contributo ai vescovi stessi circa la dimensione missionaria? È un diritto della comunità avere vescovi di questo stile; tocca anche alla comunità sollecitarli opportunamente e pregare perché cresca in essi una sensibilità che traduca in gesti concreti le dichiarazioni generosamente sottoscritte.

L'Allamano non è riuscito ad avere il « placet » per il suo Istituto dal vescovo dell'epoca, il card. Alimonda. Ha dovuto insistere, appoggiando tutto sulla preghiera e rispettando sempre la volontà del suo vescovo. E fu una insistenza non facile. Seguiamolo con qualche documentazione.

Il 5 aprile 1891 scrive a P. Carlo Mancini, lazzarista, da cui può avere appoggio per dare il via all'Istituto: « Preposto da molti anni all'educazione del giovane Clero della nostra Archidiocesi, incontrai sovente dei Seminaristi e giovani Sacerdoti, che mi manifestarono il desiderio di dedicarsi alle Missioni tra gli infedeli; parecchi di loro effettuarono quel proposito entrando in diverse Congregazioni Religiose, i più se ne ristettero, sia perché non disposti ad abbracciare lo stato religioso, sia perché specialmente alieni dal farlo in Istituti esteri o perlomeno estranei al nostro Piemonte. Tutti poi unanimemente deploravano che, in una diocesi con clero numeroso com'è la nostra, ed in una città feconda di tante istituzioni di carità, qual è Torino, mancasse un'istituzione regionale di Sacerdoti dedicati unicamente alle Missioni, alle quali potessero attendere tutti riuniti in una determinata località, in dipendenza di Superiori proprii; ed avere così quel vicendevole incoraggiamento ed aiuto, che mancano a per ne disperse in diversi luoghi e sott estranei Superiori. Anche oggi ho un certo numero di Sacerdoti (i laici poi non mancheranno) che hanno da poco terminato la loro educazione; giovani di buona condotta e di belle speranze, ai quali avendo io lasciato intravvedere la speranza di cominciare un Istituto regionale di Missionari, mi stanno ora giornalmente attorno sollecitandomi di mettere mano a quell'opera; pronti a dedicarvisi tosto con slancio ed uno zelo del quale hanno già dato bella prova nell'esercizio del sacro ministero. Con tali elementi preparati parmi non sia un'imprudenza il voler quandochesia tentare questa prova; e dopo aver pregato il Signore, e preso consiglio da persone competenti, sarei venuto a questa decisione ».

Ho trascritto tutta la prima parte di questa lettera perché essa rivela come l'Allamano non procedesse sventatamente e sulla base di entusiasmo passeggero. In tutto l'epistolario successivo, fino al momento in cui dal card. Richelmy avrà il pieno appoggio, l'Allagano non farà altro che chiedere al suo vescovo, e a chi può influire su di lui, di riconoscere che nel clero torinese c'è massima disponibilità alla dimensione missionaria e che non si recherà danno alla diocesi accettando che una parte del clero si faccia missionario. Per l'Allagano era un vero « caso di coscienza » e sempre - come i veri profeti - osò porre il problema in questi termini.

Che poi non volesse andare alla ventura risulta dalla seconda parte della stessa lettera in cui, a modo di sondaggio, chiede di conoscere « se la S. Congregazione di Propaganda gradirebbe questo tentativo e se mi vorrà assegnare la regione che ho preso di mira come più opportu na per i soggetti di quest'istituto ». L'Ala lamano proponeva allora la regione tr i fiumi Juba e Tana sino al lago Bassi Naroc.

Il progetto è serio, documentato. Ma i card Alimonda non ne vuol sentire e s trincera dietro motivi di salute. Onesta mente - anche la piena lealtà è necessa ria nelle opere volute dal Signore - une dei più intimi collaboratori dell'Allama no, il can. Camisassa scrive ad un altre amico « romano » entro il maggio 189: (la minuta della lettera - mi segnala Pa dre Bona - è senza data, ma è sicuramen te anteriore al 30 maggio 1891): « aggra vatosi lo stato di salute del Cardinale, i Segretario, C.co Forcheri, mandava a di re al C.co Allamano che S.E. in cause della malattia non poteva occuparsi d quest'affare. Il che era vero per quest ultimi giorni; ma che non avesse potute farlo prima d'ora, non era credibile; ep però il lungo silenzio era indizio troppe chiaro che non si vedeva bene la propo sta Anzi, da relazioni di persone al so Tito ben informate in Vescovado, si sep pe in modo certo che, se non propria mente il Cardinale, certamente però une persona che ha molta influenza sul medesimo, vedeva male quel tentativo e studierebbesi di contrariarlo in ogni maniera ». Nello scritto del Camisassa emerge che la obbiezione principale del suo contradditore era la « scarsità del clero » (mentre l'Allamano ha sempre documentato il contrario) e la incidenza morale dell'Alamaro sui giovani preti (era un male vista la causa per cui voleva fondare l'Istituto?). Ma è degno di nota, in pesto scritto, quanto osserva il can. Camisassa: « si capisce come il Rettore del Convitto non debba e non possa in nes modo mettersi in opposizione col Vescovo, senza alienarsi il giovane Clero e le persone facoltose che accorrono al Santuario ». La preoccupazione della sintonia con chi guidava la Chiesa torinese dell'epoca è sempre stata forte nell'Alamano anche se il suo « caso di coscienza» lo spingeva ad insistere in un progetto che gli sembrava venire tutto dal "Signore per il bene della Chiesa. Oggi )otrebbe utilizzare « Postquam Apostoli » )ber chiedere al vescovo di attuare quando vi è scritto. Allora dovette insistere dia maniera dei « profeti ». Con una serenità di convinzione interiore profonda.

 

4.  Preti fino agli ultimi confini della terra

Che cosa dava all'Allamano la costanza di insistere con il suo vescovo per essere appoggiato nella fondazione dell'Istituto? La constatazione che tra il giovane clero torinese la dimensione missionaria era assai diffusa. In « Postquam Apostoli » si legge che il dono della ordinazione « non li prepara ad na missione limitata e ristretta, ma a una vastissima e universale missione di salvezza fino agli ultimi confini della terra, dato che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli apostoli ». Il testo è ricavato dal decreto conciliare « Presbyterorum ordinis » e viene così completato: « Tutti i sacerdoti devono alimentare tale disponibilità d'animo nel loro cuore, e se qualcuno ottiene dallo Spirito del Signore una particolare vocazione, non rifiuterà di recarsi in un'altra diocesi per continuare il suo ministero. Comunque tutti i sacerdoti devono essere sensibili ai bisogni della Chiesa universale e quindi informarsi sia sullo stato delle Missioni, sia su quello delle Chiese particolari che si trovano in qualche particolare difficoltà » (n. 5).

« Postquam Apostoli » parla, per i preti, di una sensibilità da alimentare e sviluppare. L'Allamano, senza attendere documenti ufficiali, aveva già promosso nel Convitto tale spirito e l'aveva trovato diffuso dal Signore stesso. Di qui il suo bisogno di dare spazio a vocazioni missionarie per non privare la Chiesa universale del dono della Eucarestia e dello specifico ministero sacerdotale (a questi due motivi si rifà « Postquam Apostoli » per sollecitare nei preti la disponibilità missionaria). t un dovere preciso degli educatori di preti!

Sentiamo direttamente il can. Allamano attraverso i suoi scritti. Siamo nella fase di attesa a Torino del nuovo voscovo dopo la morte del card. Alimonda. L'Allamano il 22 luglio 1891 scrive al p. Natale Barbagli, lazzarista, tramite cui intrattiene i rapporti con la S. Congregazione di Propaganda Fide: « un'opera che come questa toglierà alla Diocesi parecchi giovani Sacerdoti esemplari e di grande zelo, quali sono appunto quelli che ho di mira, ed in un tempo nel quale tanti lamenti si fanno sulla scarsità del Clero (il che per altro non è poi così vero tra noi), sarà naturalmente poco benvisa al Vescovo locale, a meno che questi sia tal persona da sapersi elevare sopra le idee ristrette che generalmente dominano, e sappia comprendere come un Clero diocesano può anche avere una Missione più ampia, e che l'esperienza dimostra come a tali sottrazioni Iddio suol ampiamente provvedere suscitando in compenso più numerose vocazioni ». È interessante collegare questo ragionamento dell'Allamano a quanto, decine di anni dopo, scriverà « Postquam Apostoli » citando dalla « Fidei Donum » di Pio XII: « L'obolo della vedova, secondo la parola del Signore, sia un esempio da seguire: se una diocesi povera soccorre un'altra povera, non potrà seguire un suo maggiore impoverimento, poiché non si può mai vincere il Signore in generosità » (n. 10). E ancora: « La prudenza umana o terrestre non soffochi quei sentimenti di generosità che spingono ad offrire il dono della fede a tutti coloro che oggi potrebbero essere in qualche modo chiamati "poveri". Dobbiamo, pertanto, convincerci che il mandato di Cristo non potrà mai essere adempiuto, se una Chiesa particolare volesse offrire alle Chiese più povere soltanto il superfluo delle sue forze» (n. 10).

Ecco altri pensieri dell'Alamaro. Scrive da Rivoli il 6 aprile 1900 al nuovo arcivescovo di Torino, il card. Richelmy: « Le principali città d'Italia posseggono un Istituto di Missioni estere, es. Roma, Milano, Napoli, Genova, etc.; solamente Torino, dove fioriscono tante opere di carità, ne resterà priva?... Coll'esperienza acquistata in tanti anni impiegati nell'educazione del Clero, debbo confessare che molte volte mi occorse di trovare vere vocazioni alle Missioni. Variai chierici e Sacerdoti entrarono in Istituti fuori del Piemonte... Ma se alcuni a malincuore si decisero di arruolarsi fra gente di diversa indole fra cui sarebbero sempre come secondarii, molti per tali motivi abbandonarono la vocazione, e vivono con questo puro desiderio ». È chiarissimo che l'Allagano si fa difensore dei diritti dello Spirito che ha seminato vocazioni missionarie! Oggi non dovrebbe più succedere che i vescovi pongano ostacoli del genere di quelli incontrati dal Fondatore dei missionari della Consolata. « Postquam Apostoli » non li approverebbe.

Anche nella lettera del 23 giugno 1900 al card. Ledochowski, prefetto della Sacra Congregazione di Propaganda, ripete la stessa convinzione: « nei 25 anni dacché attendo all'educazione del giovane Clero, prima come Direttore Spirituale del nostro Seminario Metropolitano, poscia come Rettore di questo Convitto Ecclesiastico della Consolata, aperto ai neosacerdoti di tutte le Diocesi Subalpine, m'occorse sovente di incontrare chierici e giovani Sacerdoti desiderosi di dedicarsi alle Missioni straniere ». È sempre lo stesso assillo. L'Allamano non lavora per sé o per la sua personale soddisfazione. Vuole rispondere alle sollecitazioni di Dio che parla attraverso quelli che oggi chiamano « i segni dei tempi ».

 

5.  La chiamata dei laici

Dopo la precisa svolta impressa dal Vaticano II alla teologia sulla Chiesa è ormai convinzione comune che non c'è compito che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore che non debba vedere tutte le sue componenti adeguatamente impegnate a realizzarla, sia pure secondo maniere, compiti, ministeri diversi. Anche la missionarietà della Chiesa, dunque, va vissuta in tale prospettiva. « Postquam Apostoli », citando appunto le pagine conciliari sul laicato, scrive: « L'apostolato dei laici, sebbene si eserciti principalmente nelle parrocchie, dev'essere tuttavia esteso anche a livello inter-parrocchiale, diocesano, nazionale e internazionale. Essi, anzi, devono avere a cuore le necessità del popolo di Dio in tutta la terra; il che potrà effettuarsi aiutando le opere missionarie sia con sussidi materiali sia con servizi personali » (n. 7).

La collaborazione responsabile dei laici alla diffusione del Vangelo fa parte della storia della Chiesa, anche se per l'abitudine di scrivere « Storie dei Papi » o « Storie di Vescovi» nelle Chiese locali si rischia di dimenticare quanto hanno compiuto i laici come singoli e come comunità. Oggi, per fortuna, si coglie fra gli storici una sensibilità nuova anche al riguardo.

Venendo all'Allamano bisogna dire che tutta la vicenda dei suoi Istituti, quello maschile e quello femminile, hanno avuto come sfondo l'apporto laicale. E non solo nella ricerca di appoggi economici: i cosiddetti « benefattori ». L'Allamano si è preoccupato, anche per i laici, di creare una coscienza missionaria completa e globale. Cito solo l'episodio più rivelatore di una mentalità abituale del Fondatore delle Missioni della Consolata. Non bastava all'Allamano veder partire sacerdoti e religiose per i Paesi di missioni. Intuiva che tutta la Chiesa doveva farsi direttamente missionaria, senza affidare a qualcuno l'onere di rappresentarla. Non si danno deleghe nel dovere evangelizzatore. Ma per avere simile atteggiamento occorre essere « coscientizzati » come oggi si suol dire. L'Ailamano matura la convinzione di seminare lo spirito missionario ovunque mediante una « giornata missionaria annuale ». Chiede agli Istituti missionari italiani di sottoscrivere una petizione unitaria presso la S. Sede. Cito il resto dalla documentazione che suor Giampaola Mina ha riprodotto in « Andare » 1976, n. 2. « Il documento che egli redige di suo pugno (la "petizione" alla S. Sede n.d.r.) con lo stile inconfondibile dei suoi esposti programmatici, reca la data del 31 dicembre 1912; sollecita dal Papa (allora S. Pio X n.d.r.) una enciclica con la quale venga stabilita nella Chiesa una giornata "per la propagazione della fede, con l'obbligo di una predicazione spec ca intorno al dovere e ai modi d a cooperazione missionaria". Poi X risponde un mese dopo (31 gennaio 1913) con una lettera che nei suoi contenuti ricalca la falsariga della supplica allamaniana. La lettera, però, è indirizzata solo ai superiori degli istituti missionari firmatari della petizione per "incoraggiarli nel loro lavoro apostolico" e si limita ad augurarsi che "essi e i loro missionari abbiano a trovare appoggio presso tutti i vescovi...". La petizione non ha raggiunto lo scopo immediato che si proponeva. Tuttavia il gesto dell'Allamano conserva tutto il suo valore profetico:

e la risposta di Pio X prelude alla prima enciclica missionaria di Benedetto XV (1919) e al documento con il quale, sotto il pontificato di Pio XI, nel 1926, verrà promulgata la prima giornata missionaria mondiale ».

Se oggi è più facile trovare laici che chiedono di trascorrere un certo periodo di tempo nelle missioni, lo si deve certamente anche a questo progressivo espandersi della coscienza missionaria sollecitato dal Magistero che si è appoggiato sulla esperienza di chi ha visto, come dice Paolo VI nella Evangelii nuntiandi », che la « collaborazione dei laici, utile ovunque, è utile soprattutto in terra di missione per la fondazione, l'animazione e lo sviluppo della Chiesa » (citata in « Postquam Apostoli » n. 7).

 

6.  Educarsi al senso della realtà

Tra gli elementi che più mi hanno colpito nell'atteggiamento dell'Allamano per giungere a fondare un Istituto missionario è la sua conoscenza della realtà dei Paesi cui intendeva indirizzare i preti e le suore. Non si può infatti pensare genericamente al dovere di evangelizzare: occorre avere sotto gli occhi le situazioni. Non stupisco, allora, che l'Allamano abbia incoraggiato fin dall'inizio missionari e suore a comunicare alla gente di qui le esperienze vissute nei Paesi da evangelizzare. Il largo patrimonio di stampa missionaria che ha sempre caratterizzato i missionari e le suore della Consolata credo lo si debba anche alla spinta del Fondatore il quale, ancora una volta, anticipava quanto propone « Postquam Apostoli ». Infatti in questo documento per aiutare l'adempimento del mandato di Gesù Cristo nel nostro tempo si presenta una larga documentazione circa la popolazione mondiale attuale, la disuguaglianza delle forze dell'apostolato nell'interno della Chiesa e la scarsità del Clero (nn. 8-9-10). Si afferma anche il dovere di « tenere continuamente bene informata l'opinione pubblica dei fedeli sia sulla necessità delle Missioni, sia sulla situazione delle Chiese particolari che si trovano in difficoltà » (n. 22). Di qui l'invito ad utilizzare « tutti i mezzi di comunicazione sociale », riviste, pubblicazioni varie « in modo da tenere in evidenza i problemi relativi » (n. 22).

Non si farà mai abbastanza, al riguardo. La cooperazione si fonda sulla conoscenza dei problemi. Ha scritto il domenicano padre Yves Congar: « l'aumento della comunicazione fa crescere la comunione nella Chiesa ». L'Allamano l'aveva capito molto bene!

Educandosi alla realtà dei « bisogni » si capiranno allora altre istanze di « Postquam Apostoli » che l'Allamano, ancora una volta, ha saputo anticipare nella sua profonda sensibilità missionaria. Mi riferisco in particolare al clero.

Ho già citato il brano di « Postquam Apostoli » in cui si chiede di evitare di dare solo il superfluo come forze alle altre Chiese particolari (cfr. n. 10). Lo stesso documento, parlando della idoneità dei sacerdoti da utilizzare nella cooperazione fra le Chiese, non solo invita a pregare perché non manchi mai alla Chiesa il dono di vocazioni di

«sacerdoti, religiosi e laici i quali, lasciata la patria, vadano ad espletare in un altro campo il mandato di Cristo » (n. 23); ma richiede che « nella direzione delle anime i Superiori usino grande diligenza per trovare atti e idonei candidati » e che « i Vescovi destinino per quest'opera ottimi sacerdoti » (n. 24). Altrove il documento dice: « I Vescovi e gli altri Superiori sono pregati di inviare per questo genere di evangelizzazione alcuni tra i loro migliori sacerdoti » (n. 16). Altroché l'atteggiamento, qua e là ancora diffuso, di lasciar partire le « eccedenze », gli « scarti », i « disobbedienti », le persone « in crisi »! Agire così sarebbe tradire il compito evangelizzatore!

Non ha certo agito così l'Allamano quando si è trattato di dare il via al suo Istituto. Gli interessi per il Regno di Dio lo hanno spinto cercare il meglio pensando che Dio sa sempre abbondare nella ricompensa. Mi siano consentite due documentazioni a suffragio di quanto ho affermato.

La prima la traggo dalla bozza di « Regolamento della Pia Società dei Missionari della Consolata in Torino ». t un testo manoscritto che risale al 1891. Tra i criteri per l'ammissione trovo scritto: « I sacerdoti, ottenuto il consenso del proprio Ordinario debbono presentare un attestato del medesimo dichiarante la loro condotta esemplare in passato, e che sono forniti delle qualità necessarie pel genere di vita che vogliono abbracciare » (n. 2). Ancora: « Non si accettano quelli che fossero stati licenziati da Seminari, collegi e Congregazioni religiose » (n. 3). Tra le « Regole principali pel tempo di prova e di preparazione nella Casa Madre » sono subito messi in evidenza i criteri basilari per un autentico missionario. Non ci vogliono mezze misure, ma donazione completa: « La vita del Missionario è vita di sacrifizi e privazioni di ogni genere, tra le quali verrebbero meno le forze umane, se non sono sorrette da una grazia specialissima del Signore » (n. 1). Si chiede pertanto all'aspirante di adempiere « con scrupolosa esattezza e per spirito di fede tutte le opere di pietà, studio e lavoro prescritte dalla Regola e dai Superiori » e di « assoggettarsi privatamente (e per quanto è possibile segretamente), col permesso del Superiore, a frequenti mortificazioni volontarie, affine d'abituarsi per tempo alle privazioni e fatiche dell'apostolato » (n. 2). Con una verifica del genere si comprende come i figli dell'Allamano potessero riempire di speranza la Chiesa in attesa di validi missionari.

La seconda documentazione si riferisce ad uno dei figli migliori dell'Allamano che conferma come nella selezione dei nuovi missionari cercasse (ho già citato « Postquam Apostoli » n. 16 al riguardo) uomini impegnati fino in fondo per il Regno di Dio. Intendo parlare di padre Gaudenzio Barlassina di cui Edoardo Borra ha descritto la vita nel volume « La Carovana di Blass » (EMI editrice) con la prefazione di padre Mario Bianchi, già Superiore Generale. Si tratta di una figura umana e missionaria che esercita un fascino notevole e rivela di che tempra fossero le persone scelte dall'Allamano. Ma qui interessa una speciale annotazione. Padre Gaudenzio Barlassina era nato a Torino nel 1880. Fu allievo esterno del Seminario di Torino e nel 1903 entrò nell'Istituto dell'Allamano. Uno dunque « sottratto » alla Chiesa torinese. Ebbene questo prete diventa Prefetto Apostolico del Kaffa contribuendo a far conoscere il Signore, sorretto dall'aiuto della Consolata, in terre e tra genti che avevano tutto il diritto di incontrare Gesù. Se fosse rimasto in diocesi di Torino avrebbe fatto altrettanto?

 

7.  Educare alla carità ecclesiale

« Postquam Apostoli » contiene una affermazione molto forte: « Il rinnovamento, anzi la sana riforma della Chiesa particolare, dipende dal grado di carità ecclesiale con cui essa si sforza di portare il dono della fede alle altre Chiese » (n. 14). Poco prima scrive: « È vero che la Chiesa particolare deve innanzitutto evangelizzare la porzione del popolo di Dio a lei affidata... ad essa tuttavia incombe anche il sacrosanto dovere di promuovere tutta l'attività che è comune alla Chiesa universale... e segue che la Chiesa particolare non può chiudersi in se stessa... La sua partecipazione alla missione evangelizzatrice universale non è lasciata al suo arbitrio, anche se generoso, ma deve considerarsi come una fondamentale legge di vita. Diminuirebbe, infatti il suo slancio vitale, se essa concentrandosi unicamente sui proprii problemi, si chiudesse alle necessità delle altre chiese. Riprende invece nuovo vigore tutte le volte che si allargano i suoi orizzonti verso gli altri » (n. 14).

La Chiesa torinese in tutto il secolo scorso ha avuto uomini che, nati dal suo grembo, hanno avviato Congregazioni religiose che sembravano sottrarle forze giovani e generose. Pensiamo al Cottolengo con i preti della Piccola Casa della Divina Provvidenza, a Don Bosco con i salesiani, al Murialdo con i Giuseppini. Poi venne l'Allamano con il suo Istituto. Solo uno sguardo stoltamente impaurito di fronte a Torino ed alla sua diocesi poteva temere un salasso di forze rispetto alle esigenze locali. Per fortuna il Signore è stato ascoltato quando suscitava fondatori di Istituti e di Congregazioni religiose. Quanti giovani, senza queste proposte alternative rispetto al clero diocesano, avrebbero scelto di farsi preti? Certo è questa una domanda che non può ricevere risposta umana: Dio solo ha la possibilità di fornirci questi dati, Lui che scruta il cuore di ogni uomo. Una cosa è certa: la varietà di doni e di carismi che lo Spirito da sempre e per sempre distribuisce nella Chiesa ha bisogno di trovare occasioni e strutture perché ogni persona, adeguatamente, possa realizzarsi. Via dunque tutte le paure di perdere qualcuno o qualcosa. Torniamo alle citazioni di « Postquam Apostoli » già sopra riportate. E ringraziamo l'Allagano per aver aperto i confini della nostra Chiesa locale. Quanto è esatta l'osservazione contenuta nel documento della S. Congregazione per il Clero: « si usano sovente espressioni come quelle di `diocesi ricche" o "diocesi povere"; espressioni che potrebbero indurre in errore, come se una Chiesa dia soltanto aiuto e l'altra soltanto lo riceva. Invece la questione sta in altri termini: si tratta, infatti, di una scambievole collaborazione, perché esiste una vera reciprocità fra le due chiese, in quanto la povertà di una chiesa che riceve aiuto, rende più ricca la chiesa che si priva nel donare, e lo fa sia rendendo più vigoroso lo zelo apostolico della comunità più ricca, sia soprattutto comunicando le sue esperienze pastorali, che spesso sono utilissime» (n. 15).

Lasciatemi allora porre un'altra domanda: quanto ha avuto la Chiesa torinese dall'Istituto maschile e da quello femminile fondati dall'Affamato? Anche in questo caso una risposta piena potremmo averla solo da Dio, ma già umanamente è possibile fare qualche constatazione. Non mi riferisco soltanto all'aiuto che la Chiesa locale torinese ha avuto in questo secolo dai missionari e dalle missionarie della Consolata proprio qui, come diocesi: una grossa comunità parrocchiale dedicata alla Regina delle Missioni; presenza diffusa e disseminata un poco ovunque di missionari a servizio delle parrocchie degli istituti religiosi, ecc.; la benemerita attività catechistica e formativa delle suore missionarie in molte parrocchie e zone vicariati; la presenza di missionari e di missionarie negli organismi diocesani per le Missioni o per il Terzo mondo; il contributo notevolissimo alla ormai ventennale esperienza della « Quaresima di fraternità », la presenza attivissima nel Ciscast per la gente di colore tra noi. L'elenco potrebbe continuare e chiedo scusa per aver abborracciato la documentazione.

A me sembra soprattutto di poter osservare — e lo dico dopo circa trent'anni di sacerdozio spesi tutti nella Chiesa torinese in situazioni particolarmente favorevoli per leggere la realtà ecclesiale: la direzione de « La Voce del Popolo », settimanale diocesano, e compiti di diretta collaborazione come vicario episcopale e poi generale con gli arcivescovi Pellegrino e Ballestrero — che, se c'è intenso spirito missionario tra noi, uno dei meriti va proprio agli Istituti missionari creati dall'Allamano. Non ad essi soli, perché fortunatamente la nostra diocesi è ricca di presenze di Congregazioni maschili e femminili con forte presenza missionaria. I missionari e le suore missionarie dell'Allamano hanno però qualcosa di tipico: il nome della Consolata, patrona di Torino e della archidiocesi, che ce li fa sentire particolarmente nostri, e perciò ancor più ascoltati, ogni volta che ci parlano e ci prospettano l'impegno di tutta la nostra Chiesa locale verso le missioni. Non siamo dunque diventati più poveri in questi anni.

Spero che venga portata presto a termine la ricerca sugli Atti di battesimo di missionari e • suore missionarie per stabilire, entro i limiiti del possibile, quanti fra di essi sono entrati a far parte della Chiesa universale a partire dalla nostra Chiesa locale. È una ricerca che non riguarda solo i missionari e le missionarie della Consolata, naturalmente. Ma sono certo che stupiremo di quanta grazia vocazionale verso le missioni sia passata nelle nostre città e nei nostri paesi. Doniamo dunque con coraggio e senza riserve come ha insegnato l'Allamano!

 

8.  Vivere tutto in dimensione ecclesiale

Il confronto tra « Postquam Apostoli » e le anticipazioni profetiche dell'Allamano potrebbe continuare analizzando particolari come quelli che riguardano la necessaria « mobilità » delle persone nella Chiesa per servire meglio il Vangelo e i criteri secondo cui « convenzionare » i rapporti tra Chiesa locale e Chiesa locale. Ma è, ormai, il momento di concludere.

« Postquam Apostoli » scrive: « Non dobbiamo dimenticare che la Chiesa — qualora si considerino i soli mezzi umani —mai si è ritrovata alla pari della grandezza della sua vocazione nel mondo... il mezzo più efficace per superare gli ostacoli è la preghiera, giacché qui non si tratta di un tentativo o impresa sul piano umano, ma della realizzazione di un disegno divino » (n. 11). L'Allamano, legando il suo Istituto alla Consolata, al santuario più celebre della diocesi di Torino, ha indicato chiaramente che si attendeva tutto dall'Alto. Scriveva: « La Madonna, sotto tutti i titoli, è una sola. Ma la "Consolata" è in modo speciale nostra... Non vi è dubbio che tutto quello che si è fatto qui, tutto, è opera della Consolata. Ella ha compiuto miracoli quotidiani per questo istituto. Bisogna ricorrere a lei, proprio come ad una madre. (in « Andare » - 1976, pag. 13). La lezione per tutti noi è chiarissima. È la Consolata a tenere in mano le sorti e l'attività dei missionari e delle suore missionarie che' stanno portando, con il suo aiuto, Gesù ovunque!

Si comprende così anche la fiducia profetica di una pagina de « L'Italia Reale », giornale torinese cattolico, che all'inizio del secolo in un editoriale del 14-15 (domenica-lunedì) ottobre 1900 scriveva sotto il titolo: « Il Nuovo Istituto della Consolata per le Missioni Estere »: « Oggi siamo lieti di poter accennare ad altra splendida iniziativa, di carattere ancor più generale, che sarà pur essa gloriosissimo vanto di Torino, fatta centro di un nuovo magnanimo Apostolato per la conversione degli infedeli. Ammirabile esempio della fecondità inesauribile della Chiesa, in cui è germoglio di nuovi eroi il sangue dei suoi martiri! Mentre giungono ogni dì più luttuose le notizie di eccidii di Missioni nella Cina, ecco che, lungi dal rattiepidirsi, si fa più vivo nel nostro Clero l'anelito dell'Apostolato. Stupenda risposta alla barbarie dei persecutori la vocazione di nuovi Apostoli! E Torino avrà questa gloria, colla magnifica Opera che si è aggiunta di recente alle tante Istituzioni di carità e di religione, che sono vanto della nostra città ». A ottanta anni di distanza l'augurio profetico di quel giornale ha, oggi, la più lusinghiera e documentata prova nei fatti! Per merito dell'Allamano, dei suoi figli e delle sue figlie, la Chiesa torinese si è fatta ancor più missionaria!