1983 MAROCCO Giuseppe

 

Don Giuseppe Marocco, sacerdote della Chiesa di Torino, dedicò la propria sua vita allo studio e all'insegnamento della Sacra Scrittura, con particolare specializzazione nell'Antico Testamento. Fu docente gradito agli studenti nel seminario dell'archidiocesi e, per diversi anni a partire dal 1962, anche del seminario teologico dei Missionari della Consolata. Fu delegato arcivescovile per la formazione permanente del clero.

Qui presentiamo la commemorazione che egli tenne a Torino e a Roma, rispettivamente il 17 e 27 febbraio 1983, nel 57° anniversario della morte dell'Allamano, durante la quale trattò un tema che gli era congeniale e che era stata la caratteristica riconosciuta anche del nostro Fondatore.

 

Al tempo dell'Allamano i preti della diocesi di Torino che ogni anno venivano ordinati erano numerosi. Nell'articolo pubblicato in Chiesa e Società nella seconda metà del sec. XIX in Piemonte, il P. I. Tubaldo riferisce numerosi dati relativi al numero dei seminaristi presenti nei seminari diocesani, compresi quelli « esterni », ed i dati riguardanti il numero dei sacerdoti (1). Riporto solo le seguenti cifre. Nel decennio 18511860 vennero ordinati 262 sacerdoti; negli anni 1861-1870, 249; 196 tra il 1871 ed il 1880; 412 negli anni che vanno dal 1881 al 1890; 570 nel decennio 18911900: un totale di 1689 in mezzo secolo.

Viene ovvio il confronto con i nostri giorni: 15 seminaristi ordinati nel 1978; 8 nel 1979; 6 nel 1980; 5 nel 1981; 3 nel 1982. Un totale di 37 in 5 anni contro le centinaia dei decenni precedenti; una media di 7-8 di questi anni in confronto ai 33-34 di ogni anno della seconda metà del secolo scorso. Né questi numeri, relativi ai nostri giorni, sono destinati a cambiare di molto nei prossimi anni. La ripresa è molto lenta ed in termini quantitativi non è ancora provabile.

Uno dei motivi che spinsero il servo di Dio a fondare l'Istituto dei Missionari della Consolata fu certamente proprio questo: l'abbondanza del Clero a Torino ed in Piemonte. Tuttavia soltanto sotto il Card. Agostino Richelmy (18971923) sarà possibile all'Allamano fondare l'Istituto Missionario. Al tempo del Card. Gaetano Alimonda (1883-1891) già ci si poneva il problema della scarsità del Clero. In una lettera alla Congregazione di Propaganda Fide del 22 luglio 1891, posteriore di due mesi alla morte del Card.

Alimonda, avvenuta a Genova il 20 maggio precedente, l'Allamano scrive: « Un'opera che come questa toglierà alla diocesi parecchi giovani Sacerdoti esemplari e di grande zelo quali sono appunto quelli che ho di mira, ed in un tempo nel quale tanti lamenti si fanno sulla scarsità del Clero (il che per altro non è poi così vero tra noi) sarà naturalmente poco benvisa al Vescovo locale a meno che questi sia tal persona da sapersi elevare sopra le idee ristrette che generalmente predominano, e sappia comprendere come un Clero Diocesano può anche avere una Missione più ampia, e che l'esperienza dimostra bene come a tali sottrazioni Iddio suol ampiamente provvedere suscitando in compenso più numerose vocazioni » (3).

Risulta che non tutti questi preti di allora trovavano conveniente occupazione nel lavoro pastorale. Si insisteva presso i parroci perché tenessero due viceparroci, anche non avendone bisogno. Nel 1906 il Card. Richelmy non voleva ordinare i suddiaconi perché non sapeva dove collocarli se fatti preti 3. Ma lasciamo quest'aspetto della situazione che qui era sufficiente accennare. Come erano formati questi preti tanto numerosi, e quindi, per il fatto stesso di presentarsi come « massa », difficilmente in grado di raggiungere, come singoli, quella perfezione che ogni presbitero dovrebbe avere? Figure d'eccezione hanno reso più unico che raro l'aspetto della chiesa torinese del secolo scorso, soprattutto nella seconda metà. Siamo soliti ricordare il Cafasso, il Cottolengo, Don Bosco, il Murialdo, e non è poco enumerare quattro santi così di fila, uno dietro l'altro. Tuttavia non poche figure, di second'ordine se si vuole di fronte a questi quattro ma di indubbio rilievo, sono fiorite accanto ad esse. Non potevano non influire beneficamente sugli altri sacerdoti favorendone la coscienza presbiterale col proprio esempio e con le idee di impegno pastorale che diffondevano.

Il 27 maggio 1972 si tenne a Torino, alla Fondazione Agnelli, un convegno su « il prete piemontese dell'800 »; ne sono pubblicati gli atti, ciclostilati. Contengono dati interessantissimi e tentativi di valutazione globale sull'argomento. Spicca comunque l'influsso benefico di queste « guide spirituali », intendendo con questa designazione « le figure prestigiose, zelanti, preveggenti » a cui ho accennato. Il salesiano don E. Valentini, scomparso recentemente, in un suo studio su « la santità in Piemonte nell'Ottocento e nel primo Novecento » fa l'elenco di 58 santi e servi di Dio e di altri sacerdoti « di cui nessuno in concreto si occupò di introdurre la causa » (4). Il P. G. Martina, professore alla Gregoriana di Roma, attribuisce sopra tutto al Convitto Ecclesiastico della Consolata « se il Clero torinese e quello piemontese in genere, spicca sul clero di tutta l'Italia per zelo pastorale, santità di costumi e fecondità di intelligenti iniziative ». Ancora: in Piemonte questa non esigua minoranza di preti « solidamente formati, attivi, intelligenti, aperti, prevale e rende meno nociva la maggioranza, forse non sempre all'altezza della situazione, se non addirittura scadente » (5).

Un capitolo interessante sarebbe lo studio del come erano impostati e funzionavano i seminari, ambiente istituzionale nel quale si formavano i sacerdoti, e quindi anche l'Allamano, anche se a quel tempo era abbastanza diffuso l'istituto del «chiericato esterno». « Il sistema, salvo pochissime varianti, poggiava su tre cardini: pietà, studio, disciplina, e rimase invariato per secoli » (6) . Questo « rimase invariato per secoli » mi fa sorridere. Può sembrare un pregio, a condizione che ci si renda conto che i seminaristi sono persone vive, come quelli del resto di ogni altra istituzione, e non ci si nasconda che il regolamento è fatto per gli uomini e non viceversa; quindi, se è il caso, può e deve modificare la sua invariabilità. Sono stato rettore del seminario di Torino dall'agosto 1968 al giugno 1980. Si è sempre cercato di promuovere « la pietà, lo studio, la disciplina »; ma, pur conservando la struttura di fondo del regolamento di vita, non si può proprio dire che il regolamento godesse di « invariabilità per secoli ».

Il P. Tubaldo esamina alcuni di questi regolamenti e perviene alla seguente valutazione di sintesi: « In genere questi regolamenti, specie quello redatto da Mons. Gastaldi, danno una impressione di grande serietà... ma nello stesso tempo danno anche il senso di estrema freddezza o per lo meno di esagerata rigidità: tutto dev'essere ordinato alla pietà ed allo studio. In una parola c'è in queste regole una forte tensione ascetica verso il sacerdozio, ma con profonde venature di rigorismo etico » (7). Dopo l'ordinazione sacerdotale, successiva al periodo formativo del seminario, i nuovi presbiteri trascorrevano due anni di ulteriore formazione al Convitto Ecclesiastico. La storia di questa istituzione percorre tutto 1'800 della chiesa torinese, dal P. Pio Bruno Lanteri a don Luigi Guala, a S. Giuseppe Cafasso, all'Allamano stesso che ne fu rettore, solo per citare alcuni tra i nomi più considerevoli. Ora questa istituzione è stata sospesa, non perché non interessi più la formazione del presbitero nei primi anni dopo l'ordinazione, ma perché la « forma » seguita dal Convitto sembrava non rispondere più, ora, alle finalità proposte (8).

Nelle vicende del Convitto si riflette anche la problematica teologica e pastorale dell'epoca. È celebre a questo riguardo lo scontro di due tendenze, di due « scuole » diverse, quella più severa impersonata da Mons. Lorenzo Gastaldi, arcivescovo, e quella benignista che aveva in Mons. Bertagna il proprio esponente. Siamo negli anni '70 del secolo scorso. Proprio il 25 marzo del corrente anno 1983 ricorrono cento anni dalla morte di Mons. Gastaldi, figura di grande rilievo per la chiesa di Torino nella seconda metà del secolo passato: fu arcivescovo di Torino dal 1871 al marzo 1883 (9).

Mons. Gastaldi va qui ricordato per due motivi: ebbe molta stima dell'Allamano, da lui ordinato sacerdote il 20 settembre 1873. Nell'ottobre 1876, al termine di tre anni di assistentato in seminario, l'Arcivescovo nomina l'Allagano « direttore spirituale » nel seminario di Torino, titolo equivalente a quello posteriore di vice-rettore, o, in questi tempi, a quello di animatore. L'Allamano non si attendeva questo incarico ed aveva l'animo orientato verso il ministero di viceparroco. Fu il Gastaldi a renderlo responsabile della formazione dei seminaristi, accanto al rettore il Can. Soldati, figura non solo austera ma severa. Qualche anno dopo, nel settembre 1880, l'arcivescovo nomina l'Allamano rettore del santuario della Consolata, del Convitto Ecclesiastico e del santuario di S. Ignazio. Si noti che l'Allamano non aveva ancora trent'anni, essendo nato il 21 gennaio 1851: la promozione a questi uffici, certamente molto delicati, supponevano una persona di grande equilibrio, e dimostravano al tempo stesso la grande fiducia che l'Arcivescovo Gastaldi riponeva nel nostro Servo di Dio.

Da questi accenni riferiti, e da quanto seguirà nella sua vita, si deve dire che il ministero sacerdotale dell'Allamano si svolse sempre, prevalentemente, tra i sacerdoti.

Il secondo motivo che collega l'Arcivescovo Gastaldi con l'Allamano è la famosa questione « Gastaldi-Bertagna ». A quei tempi l'insegnamento della teologia era quasi esclusivamente concentrato sul settore della « Morale » in vista del ministero della confessione, al quale si dava moltissima importanza ed assorbiva una parte considerevole dell'attività pastorale.

Nel decennio 1823-1832 il sistema morale di S. Alfonso (1697-1787) era diventato molto diffuso nella chiesa, e l'impostazione « benignista » alfonsiana veniva a sostituirsi ad una concezione più rigorista. A Torino c'erano due scuole, quella appunto « benigni-sta », seguita al Convitto Ecclesiastico, e quella rigorista che aveva il suo centro nella Facoltà Teologica dell'Università, e, dopo la sua soppressione nel 1873, in Seminario. Già dal tempo del Cafasso, al Convitto era ripetitore di morale il Teol. Giovanni Battista Bertagna (1828-1905), di tendenza « benignista ». Di tendenza più « rigorista » era invece l'Arcivescovo, formatosi all'Università, « con idee ben chiare anche sull'insegnamento della Morale per aver curato l'edizione di vari testi di Teologia Morale » (10).

Sarebbe banalizzare le cose affermare semplicisticamente che lo scontro tra il Gastaldi ed il Bertagna sia lo scontro di due « scuole » teologiche o lo scontro tra due personalità. È l'una e l'altra cosa assieme, non trascurando ancora il fatto che il Gastaldi aveva una concezione abbastanza autoritaria del Vescovo e vedeva in un insegnamento casistico, a suo parere non sufficientemente equilibrato, un pericolo per l'ortodossia, pericolo che il Vescovo aveva il dovere di scongiurare. In una lettera indirizzata il 18 dicembre 1875 ai direttori delle conferenze morali dell'arcidiocesi, l'Arcivescovo scrive: « Tutti i professori di teologia ed anche tutti i Maestri di Morale sono suoi (del Vescovo) rappresentanti ed i giovani ecclesiastici debbono riguardarli come maestri che tengono il posto del Vescovo e che trasmettono nel clero le dottrine del Vescovo... Da questo diritto-dovere per legittima conseguenza nasce, nei sacerdoti preposti dal Vescovo a compiere l'ufficio di Maestri di Morale casuistica, il dovere di conformarsi in questo insegnamento al giudizio del loro Superiore... ». Scrive ancora Mons. Gastaldi, in forma non equivoca: « Io non sono totalmente soddisfatto dell'indirizzo che mi avveggo avere preso le menti di una parte del giovane clero su certi punti della morale casuistica » (11).

Gli avvenimenti vengono così sunteggiati da G. Tuninetti: « Nel settembre del 1876 l'arcivescovo esonerava dall'insegnamento di teologia morale al Convitto il teol. G. B. Bertagna, già ripetitore del Cafasso dal 1851 al 1860, e poi capo delle Conferenze di morale. Il grave provvedimento gettava nella crisi il Convitto, in quanto il successore, il teol. Ludovico Chicco fu contestato dai convittori, perché ritenuto incapace di insegnare.

Il Gastaldi intervenne energicamente, chiuse il Convitto e per l'anno 1878-1879 trasferì i convittori nel Seminario, dove lui stesso impartiva le lezioni di morale. La situazione difficile fu sbloccata con l'affidare la direzione del Convitto al [...] tela. Allamano nel 1880; questi accettò, dopo molte pressioni dell'Arcivescovo, anche l'insegnamento di teologia morale, alle condizioni però che il Convitto ritornasse alla Consolata, come avvenne il 6 novembre 1882, e che gli fosse permesso di adottare testi di suo gradimento, come infatti avvenne » (12).

Dovettero essere, quelli, anni di molte tensioni in seno al Clero torinese proprio per questo caso Gastaldi-Bertagna. Esonerato dall'insegnamento e tornato al suo paese di Castelnuovo d'Asti — ora Casteinuovo don Bosco —, patria del Cafasso, di don Bosco, dell'Allamano, il Bertagna fu poi eletto vicario generale di Asti. Alla morte del Gastaldi, avvenuta il 25 marzo 1883, con il successore Card. Gaetano Alimonda, venne richiamato a Torino, fatto vescovo ausiliare e consacrato il 1° maggio 1884. Nell'anno scolastico 1884-1885 il Bertagna è rettore del Seminario, successore del Can. Soldati, e Capo delle conferenze di morale al Convitto. Le informazioni che possediamo permettono di giungere a questa affermazione di P. I. Tubaldo: « Tutto fa pensare che non sia stato l'Allamano a cedergli il posto e che il cambio non sia avvenuto senza qualche sofferenza da parte dell'Allamano » (13).

Mi sono fermato su questo caso « Gastaldi-Bertagna » forse un po' troppo nell'economia di questa commemorazione del Servo di Dio Giuseppe Allamano formatore del Clero, per due motivi. La lettura di queste pagine di storia della nostra chiesa particolare di Torino mi è parsa molto interessante, istruttiva del come vadano le vicende umane, anche di Chiesa, mai prive di tensioni, pur tra uomini santi. Un confronto spontaneo con la nostra medesima Chiesa a cent'anni da quei fatti fa dire che, sotto questo aspetto di rapporti interni, i nostri tempi sono molto migliori, occupati in impegni che portano più decisamente la Chiesa ad interessarsi degli uomini che non a contrapporsi così fortemente per questa o quella questione intrinseca alla Chiesa stessa.

Soprattutto però questi avvenimenti fanno pensare a quante difficoltà devono avere suscitato nella vita del Clero. In simili casi, specialmente tra i giovani, sono molto facili le radicalizzazioni e la presa di posizioni contrapposte. Nascono quei polveroni in cui tutto si afferma e si nega, si accusa e si difende, ci si schiera da una parte o dall'altra: si vivono momenti amari, si perde quella calma di spirito che dovrebbe accompagnare sempre la vita di ogni uomo e soprattutto del presbitero. Questi momenti, non privi di sofferenza, li ha vissuti l'Allamano.

La sua vita di formazione in seminario si è poggiata, come già detto, su tre cardini: pietà, studio, disciplina. « La "tensione ascetica" verso il sacerdozio si arricchisce nella vita seminaristica dell'Allamano di altre componenti più strettamente personali, che contribuiranno a trasformare la "tensione" in "intensità spirituale" » (14). È sereno, equilibrato. Deve avere avuto una certa mestizia, occasionata dalla salute delicata e soprattutto dal pensiero della madre ammalata. Uomo di molta preghiera, indubbiamente. Il libro fondamentale della vita spirituale era l'Imitazione di Cristo, il testo classico di formazione alla preghiera. Scarso era invece l'influsso della Sacra Scrittura, « riscoperta », se così si può dire, soltanto con il Concilio Vaticano II.

Un seminarista serio come l'Allamano non poté non dare molta importanza allo studio. Parlandone a suo tempo al Convitto dirà: « Il non studiare o perdere tempo in Convitto avrà come conseguenza che in seguito, nel ministero, da vicecurati, non si studierà più ». Ricorda l'opportunità per ognuno di inserire nel proprio Regolamento un punto sullo studio (15).

Come disciplina anche l'Allamano si è formato al principio del « fare e tacere » che ha caratterizzato il nostro Clero(16). Il « piemontese », e quindi anche il prete del Piemonte, è « tenace, di poche parole, organizzatore, modesto, rea« lista ». Così lo descrive don E. Valentini, ed in tale caratterizzazione si inseriscono anche i preti dell'800 e del primo 900 (17).

Il seminario era retto dal Regolamento, « e poiché il dovere del seminarista è indicato dalle regole, ecco il chierico Allamano impegnarsi ad osservarle con tanta buona volontà, che per non trasgredirne alcuna le aveva mandate a memoria », così scrive il P. Lorenzo Sales nella biografia del Servo di Dio (18).

Possediamo il Regolamento per i seminari di Mons. Gastaldi, molto minuzioso (19). «Alla base di questo regolamento, che non è certamente tra i peggiori, c'è il principio che ci si santifica adempiendo il proprio dovere; le Regole indicano e "sono" la volontà di Dio; esse sono "sacre" e "segno di predestinazione" » (20) . « Tutto nella vita del seminarista dev'essere prefissato e previsto fin nei minimi particolari; non gli rimane che uniformarvisi volentieri [...], il superiore con i suoi collaboratori ha tutto in mano, può tutto controllare. È questo un sistema che edutmva perfettamente all'obbedienza; è discutibile che potesse educare anche alla responsabilità » (21).

Si era in tempi di severità e voglio accennare ad un episodio significativo nel contesto della indiscussa bontà dell'Allamano. « L'Arcivescovo Card. Alimonda lo nominò superiore delle Suore Giuseppine. In questo ufficio si interessò vivamente per l'esatta osservanza del Regolamento e per la formazione delle Suore: soprattutto insisteva per l'ordi-ie e la disciplina... Una Suora era partita di sua iniziativa e senza nessun permesso dalle Marche, e, venuta a Torino, fu obbligata a ripartire in giornata da Torino, appunto perché era contravvenuta alla disciplina religiosa » (22).

Come superiore, dapprima in seminario dov'era « Direttore Spirituale », come già detto, titolo equivalente a quello successivo di vice-rettore e poi animatore, l'Allamano si impegnò sempre al :massimo per essere presente alla vita dei seminaristi. Li accoglieva all'ingresso del seminario o al Convitto, li seguila, si interessava di loro. Ci teneva ad essere informatissimo di quanto facevano, pur con grande discrezione. Era l'Allamano che presentava all'Arcivescovo le proposte per la designazione dei eparroci e parroci, e quanto lui proponeva veniva nella massima parte dei casi eseguito dal Vescovo.

Attualmente le destinazioni dei preti a questo o a quell'ufficio, in questa o in quella parrocchia, sono diventate mola> più laboriose e vi partecipa, col Vescovo, il Consiglio Episcopale (due vicari generali e quattro vicari episcopali territoriali) integrato da tre sacerdoti proposti dal Consiglio Presbiteriale. La vita attuale, anche nelle strutture della Chiesa, è diventata molto più articolata e sarebbe inconcepibile tanto potere in una sola persona, pur usato con molta saggezza e discrezione come per il suo intuito e virtù sapeva fare l'Allamano.

Aiutava molto i sacerdoti, e non li lasciava in difficoltà appena veniva a conoscenza che, entrati in una certa mansione, incontravano particolari ostacoli. Un sacerdote trasferito dalla parrocchia di un paese di campagna in una della città, quando viene alla Consolata a trovare il servo di Dio per comunicargli trepidante la nuova destinazione, preoccupato anche di tutto quello che ciò comportava, si sente dire dall'Allamano che era al corrente di tutto e che, anzi, aveva proposto lui il trasferimento. Ma si sente anche rassicurare: « Se ha bisogno di qualche aiuto per le prime spese venga pure da me, ché non lo lascerò negli imbrogli » (23).

Leggiamo più volte espressioni come questa: « Per sua attestazione i sacerdoti bisognosi occupavano il primo posto nella sua beneficenza. Raccontava di un sacerdote che era morto poverissimo e a cui i parenti volevano fare la sepoltura da povero. Ciò saputo l'Allamano scattò su indignato: « Niente affatto; si fa la sepoltura di prima classe; pago io» (24). Così pure non mancava di integrare con interventi personali quanto si dava ai sacerdoti che venivano a celebrare alla Consolata. « Ricevono l'offerta — diceva — ma non basta per il loro decoro. Quindi penso anche ad essi. Questi sono i primi poveri » (25). E dona quelle cinquanta lire, di allora, che una signora gli aveva consegnato per i suoi poveri, o divide le duecento che gli aveva donato la Regina Margherita.

Cesare Scovero, domestico del Convitto, dice: « Ricordo in modo particolare che aiutava con soccorsi continui le Chiese in costruzione alle periferie di Torino. Mi mandava con delle buste al S. Cuore di Maria, allora in costruzione; alla chiesa dell'Immacolata Concezione di via Nizza; alla chiesa della Madonna della Pace, della Madonna della Salute, di S. Alfonso, e di Gesù Nazareno. Ritengo che abbia aiutato finanziariamente tutte queste chiese, che allora erano in costruzione ». Continua il medesimo Cesare Scovero: « Aiutava il Clero povero. Ricordo che aiutò generosamente un certo don Omegna, che era ridotto ad estrema miseria. Si interessò perché, essendo sospeso a divinis, fosse riammesso alla celebrazione » (26).

Tutto questo era una conseguenza logica dell'alta stima che l'Allamano aveva del sacerdozio, e, quindi, dei sacerdoti. A questo riguardo si trovano ancora in lui quelle espressioni esagerate e false che abbiamo sentito anche noi, non più giovanissimi, nell'ormai lontano tempo del seminario. « Il sacerdote è un essere divino, ed in un certo senso più della Madonna » (27). Non è il linguaggio della Lumen Gentium o del Presbyterorum Ordinis del Vaticano II. Ma sono minuzie. La figura ideale del sacerdote sta nella sua dignità di continuatore dell'opera salvifica di Cristo. Per questo non bisogna badare ai difetti del sacerdote e « questo vi dico — sono sue parole ai Missionari ed alle Missionarie — perché voi in Missione avrete di più da fare insieme, e non vorrei che per il fatto che uno di essi ha mancato di pazienza o d'altro, diceste poi: "non vado più a confessarmi da lui" » (28) « Non voleva sentirsi dire da certe don nette bigotte che pregavano tanto peci i sacerdoti. Con questo non voleva dire che non pregassero per essi, ma che li stimassero di più » (29).

Il Servo di Dio godeva del dono speciale dell'intuito su persone e situazioni, aveva il raro e prezioso e delicato carisma del « discernimento degli spiriti ». Le testimonianze sono concordi nell'affermare che molte persone, anche Ve. scovi, ricorrevano al suo consiglio. Il Can. Giuseppe Cappella, suo successore come rettore del santuario della Consolata, afferma: « Il Servo di Dio consigliava con rettitudine e con sapienza illuminata come sanno fare i santi. Nei consigli era conciso; era sicuro e lasciava sicuro chi ricorreva a lui. Nessuno ignora che per molti anni il Can. Allamano godette la fiducia degli Ecc.mi Arcivescovi di Torino. Tale fiducia è la conseguenza logica della stima che egli godeva come educatore del Clero e come consigliere del medesimo. Di fatto godette la fiducia di cinque Arcivesco vi: di Mons. Gastaldi, del Card Alimon da e Mons. Riccardi, del Card. Richelmy e Gamba.

Godette la fiducia di cinque Arcivescovi: di Mons. Gastaldi, del Card. Alimonda e Mons. Riccardi, del Card. Richelmy e Gamba. Si nominano ancora, tra quanti ricorrevano per consiglio, al Venerabile Giuseppe Allamano, Mons. Pulciano, Arcivescovo di Genova, il quale qualche volta si portava espressamente a Torino, per consultarlo; così pure Mons. Rossi, Vescovo di. Pinerolo, che già era stato suo parroco a Castelnuovo; Mons. Ressia, vescovo di Mondovì... » (30). Ancora: « Il Servo di Dio godeva la fiducia di tutti, ma specialmente del Clero; a lui si ricorreva con confidenza; si usciva dall'udienza con tranquillità. Furono innumerevoli i membri del Clero di Torino e del Piemonte che ricevettero dal Can. Allamano consigli nelle cose dubbie, conforto nelle pene e sostegno nelle avversità... Come confessore il Can. Allamano si può dire sia stato un vero apostolo. Negli anni 18951897, quando fui al Convitto ecclesiastico, — dice sempre il Can. Cappella — si vide non soltanto assiduo al confessionale, ma passarvi ore ed ore, al mattino e nel pomeriggio. Mi formai la convinzione che non fosse molto lungo

3i Giuseppe Cappella, in Archivio IMC. nel confessare. Il suo confessionale era sempre assiepato da sacerdoti e laici, da ricchi e poveri, insomma, da ogni sorta di persone... Sono persuaso — con-chiude il Can. Cappella —, che avesse il dono di tranquillizzare le coscienze, anche le più intricate e scrupolose » (31). Il seminario prima, dove fu « direttore spirituale », poi il Convitto, infine il santuario di S. Ignazio, furono i luoghi e le istituzioni dove l'Allamano esplicò la formazione del Clero. Al Santuario di S. Ignazio, nei mesi estivi, si tenevano generalmente due corsi di esercizi, uno per i preti e l'altro per i laci. A quel tempo il Rettore del Convitto era responsabile del buon funzionamento del Santuario. L'Allamano prese questo suo dovere molto a cuore. In una sua conferenza ai missionari, il 1° agosto 1916, dice: « Sono 36 anni che vado a S. Ignazio, 36 volte che faccio gli esercizi» (32).

A S. Ignazio l'Allamano non predicava gli esercizi, compito che affidava a persone scelte, ma curava, come direttore dei corsi, che tutto procedesse bene. Dice il Can. Nicola Baravalle, rettore del santuario della Consolata dopo il Can. Cappella: « Alla domenica sera si trovava personalmente sulla piazza della chiesa per ricevere gli esercitandi, colla berretta in mano si complimentava con loro, faceva loro servire il caffé, e, se erano sudati, li accompagnava subito in camera. Durante gli esercizi, poi, era tutto a tutti; era presente ad ogni funzione, e ad ogni predica. Così pure a tavola disponeva che tutto fosse in perfetto ordine, e se vedeva qualcuno che non mangiava, si interessava subito della sua salute. Era poi molto generoso in ordine alla retta che gli esercitandi dovevano versare. E non solo riduceva o dispensava dal pagamento della retta coloro che ne facevano richiesta, ma la riduceva anche a coloro che sapeva essere in cattive condizioni finanziarie...

Approfittava poi di questo tempo degli Esercizi per integrare la sua opera di Rettore del Convitto. Si interessava del trattamento che si faceva ai vicecurati, e del lavoro che questi compivano, e dava ai Parroci le opportune direttive. Accadeva qualche volta che qualche esercitando fosse inviato al ritiro di autorità. Per questi sacerdoti il Servo di Dio moltiplicava le sue paterne sollecitudini. Ed era proprio per la sua grande carità che otteneva prodigi di miglioramento in questi sacerdoti, ottenendo da questi sentimenti di riconoscenza » (33).

Un tema che ci porterebbe lontano è quello della sua apertura sul piano sociale, da lui trasmessa ai sacerdoti del Convitto Ecclesiastico, dove istituì un apposito corso, affidandolo a don Alessandro Cantono, un sacerdote biellese che, allora, alcuni guardavano con una certa diffidenza.

Sono, questi che sono venuto esponendo, alcuni flash su « il servo di Dio Giuseppe Allamano e la formazione del Clero » come dice il titolo del tema sul quale ci siamo intrattenuti. Molti altri aspetti sono rimasti in ombra: il « carisma » da lui avuto di fondare l'Istituto dei Missionari e poi delle Missionarie della Consolata, con la somma davvero grande di impegni, preoccupazioni, gioie e anche sofferenze provate in questa considerevole impresa: l'Allamano è tra le figure più spiccate della Chiesa italiana dell'ultimo secolo per l'idea missionaria e le sue attuazioni nella nostra penisola; altro aspetto rimasto in ombra è la riflessione sulla rettitudine, l'onestà, la prudenza nell'amministrare tanto danaro passatogli tra le mani, e si sa che quando si possiedono dei soldi si è sempre guardati con quattro occhi per vedere come la cosa va a finire: non andava ai Missionari denaro spettante alla diocesi? Rinunciò a suo tempo alla considerevole eredità del Di Robilant lasciata ai Missionari perché non si potesse dire che favoriva questi a danno della diocesi: « all'Istituto è più utile la buona fama che non il denaro », diceva con convinzione. Né si è potuto parlare degli ottimi collaboratori che lavorarono con lui, il Can. Luigi Boccardo per il Convitto Ecclesiastico della Consolata ed il Can. Giacomo Camisassa per l'Istituto Missioni Consolata (34).

Vengo ad alcune conclusioni:

1) per doveri professionali dedico abitualmente il mio tempo agli studi biblici, particolarmente all'Antico Testamento, settore già così vasto che può essere seguito con una certa specializzazione quando lo si restringe a qualche punto particolare. L'occasione che mi è stata data di dovere interessarmi della storia della nostra chiesa di Torino a cavallo del Novecento, mi ha fatto incontrare, con ammirazione, l'opera svolta in questi tempi da un manipolo di studiosi che si sono rivolti a studiare con acribia momenti e figure della nostra chiesa particolare, dandocene una conoscenza sicura e seria, non soltanto per approssimazione come a volte può accadere nel genere letterario agiografico. Lo Stella per don Bosco, il Castellani per il Murialdo, P. Candido Bona e P. Igino Tubaldo per l'Allagano, aggiornando e completando l'opera di P. Lorenzo Sales, il Tuninetti per Mons. Ga-staldi ci hanno dato e stanno donandoci opere preziose e di indiscusso valore. Lucio Casto sta curando l'edizione critica degli scritti del Cafasso (35).

 

2) La seconda conclusione che sottopongo alla vostra valutazione, è la seguente: tra la chiesa del tempo dell'Allamano e quella contemporanea c'è non poca E questa differenza, mi pare, è tutta a nostro vantaggio. Di mezzo c'è stato il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non è fuori posto ricordarlo, a venti anni dall'apertura di questo grande avvenimento ecclesiale che segna il nostro tempo, avvenuta 1'11 ottobre 1962. Mi limito ad un solo punto, lasciandone altri al vostro esame, come quello, per esempio, che cosa significhi ed implichi la « missionarietà » della Chiesa.

Il punto al quale intendo riferirmi è la formazione teologica nei seminari ed al Convitto. In concreto lo studio della teologia si riduceva alla morale. Già ho detto del caso Gastaldi- Bertagna con tutti gli strascichi ed implicane: aveva come punto focalizzante la «Morale». Leggiamo la pagina conclusiva su questo argomento del P. I. Tubaldo. « La vera causa di tutto ciò più che nelle persone, sta nel sistema che faceva dello studio della Morale cosa così importante da fagocitare tutto il resto, e per di più secondo una metodologia che dava l'impressione di una selva intricata di « casi ». È forse proprio al tempo del Bertagna che si raggiunge la decadenza massima della Teologia Morale, ridotta a casistica, a esercizio sottile di algebra teologica, nella riduzione delle norme morali in norme giuridiche e viceversa. Fu difficile uscire da questa impasse. Di fatto vi si uscì solo con il Concilio Vaticano II. [...] t in questo clima « moralistico » in cui fu educato il clero dell'800 torinese. È forse per questo che il Clero non giunse o giunse in ritardo all'appuntamento di fine secolo sui problemi sociali. Ma ancora prima del Concilio Vaticano II qualcuno l'aveva capito dove stava il difetto di questo tipo di formazione pastorale. Don Bosco, ad esempio, se l'era cavata affermando che ciò che importa non è tanto il sistema stretto o largo, quanto piuttosto l'adottare un sistema che mandi le anime in paradiso. Lo stesso fece il Murialdo. Lo stesso fecero tanti altri. Anche l'Allamano che riaprì il Convitto dopo la burrasca del 1882, accettando la condizione impostagli da Mons. Gastaldi per la riapertura, che fosse lui a tenere le Conferenze di Morale, rispose però all'Arcivescovo: « Assumo la scuola, ma non adotterò i suoi trattati ». E al segretario di Mons. Gastaldi, il can. Chiuso, aggiunse: « La più bella cosa che potresti fare è di bruciare quei trattati », e come aveva fatto il Cafasso, cercò di semplificare e di spiritualizzare » (36)

È in questa dimensione teologica che venne formato il Clero fino a non molti decenni fa, diciamo pure fino alla seconda guerra mondiale. L'ecclesiologia con la Lumen Gentium, l'anima della vita cristiana con la Dei Verbum e la Sacrosanctum Concilium, il rapporto Chiesa-Mondo con la Gaudium et Spes, e tutti i decreti conciliari che derivano da queste costituzioni, hanno profondamente rinnovato la vita della Chiesa, e quindi anche lo studio della teologia. Il libro di formazione del Presbitero non è più l'Imitazione di Cristo, anche se conserva il suo valore ridimensionato al suo giusto posto, ma la Parola di Dio.

3) Leggendo la vita dell'Allamano compare una chiesa piena di preti, piena anche di bravi laici che frequentano le chiese, ma nel dinamismo della vita ecclesiale hanno ben scarso rilievo. Non c'è l'apostolato dei laici che sta appena nascendo. Non si sviluppa la « ministerialità » dei battezzati sulla quale invece si fonda la vitalità della chiesa La diversità, anche qui, è in meglio per i nostri tempi, anche se ciò richiede un lavoro pastorale di formazione dei laici, che è l'assillo quotidiano dei nostri sacerdoti.

4) L'Allamano passò la sua vita alla Consolata, come rettore del santuario e del convitto. Ogni giorno andava in Duomo, come canonico effettivo della Metropolitana. Lo nominò canonico Mons. Davide dei Conti Riccardi, successore del Card. Alimonda. Quando l'Allamano andò dall'Arcivescovo per ringraziarlo, si sentì dire: « Questa nomina servirà anche a migliorare la sua salute. Lei passa la giornata a tavolino e fra le mura del Santuario e del Quale canonico effettivo dovrà frequentare il coro, e quindi sarà obbligato a fare la passeggiata dal Santuario al Duomo ». Raccolgo, di passaggio, quanto dice il can. Nicola Baravalle: « Come canonico l'Allamano era esemplarissimo; sempre puntuale all'ufficiatura, raccolto e meditabondo, senza mai lasciarsi indurre a parlare con il canonico viciniore » (37).

Dunque, la formazione che il Servo di Dio dava al Clero si svolgeva alla Consolata, e, durante la settimana degli esercizi nei mesi estivi, a S. Ignazio. A quei tempi andare da Torino a Rivoli, o a Lanzo, dove l'Allamano per un certo periodo di tempo possedette una villa per temprare la sua salute sempre cagionevole, o a Castelnuovo d'Asti, era un «avvenimento ». Oggi, grazie all'automobile, di cui la Torino dei tempi dell'Allamano, si è fatta la capitale indiscussa in Italia, con tutti i fermenti sociali che questo fatto ha implicato, ci si muove molto di più e con maggior facilità. E anche i preti possono incontrarsi in ritiri spirituali, giornate di studio, partecipare a incontri, essere presenti ai funerali dei loro confratelli —dico questo, anche se il richiamo può risuonare mesto, perché è una autentica manifestazione di fraternità sacerdotale —, sfogarsi lamentandosi a vicenda e scaricando quello che hanno addosso sul Vescovo ed il Centro Diocesi, e tornare a casa più sollevati, e, c'è da sperare, anche rincuorati. Questo dinamismo, che, se ben diretto, è innegabilmente utile, ai tempi dell'Allamano era impensabile. Sono epoche diverse, a beneficio, anche qui, mi pare, della nostra.

Termino con quanto scrisse dell'Allamano un'altra grande figura del Clero Torinese, Mons. Giovanni Battista Pinardi, vescovo ausiliare del Card. Agostino Richelmy e parroco di S. Secondo.

« Le grandi luci dello spirito si proiettano dall'ombra; sono come fari giganti che si distendono ad illuminare il cielo, e quasi non denunciano la sorgente da cui emanano. Il Can. Allamano non fu l'uomo che si dice in vista. Al pubblico profano che si richiama ai titoli e vive d'esteriorità poté sfuggire la sua figura nascosta, quasi ritrosa. Passò la sua vita tra le mura raccolte dell'antico convento, nel raccoglimento della sua cameretta, segregato come un monaco, fin per i giovani sacerdoti che si formavano alle direttive della Sua intelligenza e del Suo cuore. Seppe farsi sentire senza farsi vedere, tutto conoscere senza quasi interrogare.

« Era l'Uomo del consiglio: ogni angustia di spirito, disorientamento d'azione, perplessità a decidere, affluiva a quel remoto angolo del Convitto Ecclesiastico e ritornava con una parola definitiva ed energica.

« Parlava raramente ai suoi Convittori, ma al Convitto i Sacerdoti ritornavano per consultare il Superiore conosciuto quasi da lontano, venivano a prendere la direttiva che dava luce nelle situazioní più intricate che sosteneva soprattutto nei primi passi del ministero. L'uomo segregato nel silenzio distendeva così potentemente la sua azione sull'Archidiocesi.

« Nessuna iniziativa di azione svolta ai suoi tempi sfuggì all'irradiamento che partiva dal Convitto della Consolata ». Mons. Pinardi accenna qui al giornale cattolico, ed al movimento dell'Azione Cattolica nei suoi vari rami, uomini, donne, gioventù femminile e maschile, per conchiudere: « Fu detto che "il vecchio è una rovina che pensa". Il Can. Allamano non conobbe vecchiezza; fu un uomo che passò senza mai lasciarsi superare dal tempo » (38).

 

NOTE

  1. Sono debitore di quanto esposto in questa commemorazione dell'Allamano agli studi e all'aiuto dei Pp. Candido Bona e Igino Tubaldo. Di quest'ultimo è nota l'opera: Giuseppe Allamano. Il tuo tempo, La sua vita, La sua opera. Vol. lo: 1851-1891, Torino 1982. Promosse dall'Istituto Regionale Piemontese di Pastorale, si tennero nell'agosto 1980 delle giornate di studio sulla chiesa piemontese del sec. scorso. Le lezioni sono ora pubblicate, a cura di Filippo Natale Appendino, nel volume: Chiesa e Società nella II metà del XIX secolo in Piemonte, Edizioni Pietro Marietti, Casale Monferrato, 1982, pagine 414. Ho utilizzato i contributi: C. BONA, Linee di storia e storiografia della Chiesa in Piemonte (sec. XIX), pp. 9-45; G. TUNINETTI, jr., Lorenzo Gastaldi, vescovo di Saluzzo (1867-1871) ed arcivescovo di Torino (1871- 1883) tra rosminianesimo ed ultramontanesimo, pp. 106-135; I. TUBALDO, Il clero piemontese: sua estrazione sociale, sua formazione culturale e sua attività pastorale. Alcuni apporti alla sua individuazione, pp. 175232; C. BONA, Un secolo di movimento missionario in Piemonte, pp. 254-274. Per ragioni di semplificazione quest'opera verrà citata soltanto con l'abbreviazione « Chiesa e Società ».
  2. I. TUBALDO, in Chiesa e Società, pp. 186-211, 226-232.
  3. Riferito da I. Tubaldo, in Chiesa e Società, p. 193.
    « C'era allora molto clero in giro. Gli impegni dei preti erano spesso liberi (istitutori in case nobili o ricche). Per lungo tempo si lasciò che i sacerdoti si cercassero loro un impegno, in quanto erano troppi... Per andare viceparroci bisognava quasi mettersi in gara. Era già un posto ricercato. Chi poteva vivere del proprio stava a casa sua e non dava preoccupazioni al Vescovo. Quindi c'erano magari in un paese di campagna dieci, dodici preti, i quali se ne andavano a caccia: era il minor male che potevano fare ». Mons. J. LOTTINO, in Atti del convegno promosso dalla Fondazione Agnelli su Il Prete Piemontese dell'800, p. 123; riferito da I. TUBALDO, in Chiesa e Società, pp. 193-194.
  4. E. VALENTINI, La Santità in Piemonte nell'Ottocento e nel primo Novecento, in Rivista di Pedagogia e Scienze Religiose, 4, 1966, pp. 267-273, citato da I. TUBALDO, in Chiesa e Società, p. 212.
  5. G. MARTINA, Relazione al convegno della Fondazione Agnelli su il Prete Piemontese dell'800, riferito da I. TUBALDO, in Chiesa e Società, pp. 212-213.
  6. I. TUBALDO, in Chiesa e Società, p. 215.
  7. I. TUBALDO, in Chiesa e Società, p. 218.
  8. Il Convitto Ecclesiastico della Consolata è servito a Torino alla formazione del giovane clero nei primi due anni successivi all'ordinazione sacerdotale fino all'anno scolastico 1980-1981. Poi, dopo un anno di sospensione, si è adottata la formula delle « settimane residenziali », sempre per venire incontro al problema della formazione dei giovani sacerdoti nei primi anni successivi all'ordinazione. Il provvedimento dell'Arcivescovo Card. Anastasio Ballestrero è motivato dal fatto che i seminaristi seguono ora un corso filosofico-teologico, successivo alle medie superiori, di sei anni di studio; che la formazione permanente in questo periodo è quanto mai necessaria; che quanto si vuole conseguire « non corrisponde pienamente all'ordinamento vigente nel nostro Convitto ecclesiastico della Consolata in Torino ». « Senza per ora pregiudicare la questione dell'attuale struttura del predetto Convitto, ma volendo nello stesso tempo attuare le direttive del magistero ecclesiastico in questo settore, si affida al sacerdote delegato arcivescovile per la formazione permanente del Clero "lo speciale incarico di curare il primo periodo della formazione permanente dei giovani preti" ». « È nostra intenzione che tale periodo di formazione si estenda per la durata di tre anni a partire dall'ordinazione sacerdotale e si realizzi, oltreché attraverso ad una concreta e continua esperienza pastorale, anche mediante alcune settimane nell'anno di riflessione spirituale, dottrinale e pastorale vissute comunitariamente in modo residenziale». Queste disposizioni devono entrare in vigore con l'anno pastorale 1982-1983. Il decreto dell'Arcivescovo di torino è datato al 15 maggio 1982, ed è inserito nella Rivista Diocesana Torinese, 69, 1982, nn. 8-9. di agosto-settembre, pp. 519-520.
  9. Nell'opera citata Chiesa e Società GIUSEPPE TUNINETII, jr., dedica un ampio studio a Mons. Gastaldi con il titolo: Lorenzo Gastaldi, vescovo di Saluzzo (1867-1871) ed arcivescovo di Torino (1871-1883) tra rosminianesirno ed ultramontanismo, e conclude con questa valutazione globale: « Mons. Lorenzo Gastaldi appare una figura episcopale emblematica e nello stesso tempo singolare nel panorama per molti aspetti omogeneo e per altri variegato dell'episcopato piemontese ed anche italiano della seconda metà dell'800. Correnti culturali varie, esperienze eterogenee ed arricchenti, un ambiente ecclesiastico discretamente vivace hanno fatto di mons. Lorenzo Gastaldi, senza tema di esagerare, una delle figure più illustri ed attive tra i successori di S. Massimo » (p. 135). 
    Dello stesso Giuseppe Tuninetti jr. è in corso di stampa il primo di due volumi dedicati allo studio della figura e dei tempi di Mons. Gastaldi.
  10. I. TUBALDO, in Chiesa e Società, p. 220.
  11. G. TUNINETTI jr., in Chiesa e Società, p. 127.
  12. G. TUNINETTI jr., in Chiesa e Società, p. 128. P. I. Tubaldo riferisce nella sua biografia di Giuseppe Allamano, pp. 385-387, i particolari con i quali il Gastaldi affidò la riapertura del Convitto all'Allamano, dopo che questi aveva patrocinato presso l'Arcivescovo il ripristino di tale istituzione. Ciò avvenne durante gli esercizi spirituali, a S. Ignazio, tra il 5 ed il 14 luglio 1882.
  13. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, p. 444.
  14. TUBALDO, Giuseppe Allagano, p. 111.
  15. TUBALDO, Giuseppe Allagano, p. 108. Si studiava molto la Morale. « La Morale dev'essere l'oggetto primo del vostro studio, ora nel Convitto, e, credetemi, anche di tutta la vita, se si vuole fare del bene nelle anime. Essa è necessaria per confessare, consigliare, predicare... ed anche per ottenere e ben coprire le cariche più importanti della Diocesi ». I. TUBALDO, op. Cit., p. 410.
  16. Ho sentito ripetere più di una volta questo principio del « fare e tacere » in case religiose dei Giuseppini del Murialdo come saggia norma di comportamento lasciata dal proprio fondatore.
  17. VANENTINI, La santità in Piemonte nell'Ottocento e nel primo Novecento, in Rivista di Pedagogia e Scienze religiose, 4, 1966, 297-373, riferito da I. TUBANDO, in Chiesa e Società, p. 180.
  18. L. SALES, Il Servo di Dio Giuseppe Allamano, Casale Monferrato 1944, p. 49, riferito da I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, p. 49.
  19. Ne fa un'ampia presentazione I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, pp. 49-54.
  20. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, p. 54.
  21. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, 55.
  22. Giuseppe Cappella, in Archivio IMC.
  23. Feliciano Vacha, in Archivio IMC.
  24. Riferito da TUBANDO, Giuseppe Allamano, p. 66.
  25. Riferito da TUBANDO, Giuseppe Allamano, p. 66.
  26. Cesare Scovero, in Archivio IMC.
  27. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, p. 67.
  28. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, p. 67.
  29. I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, p. 67.
  30.  
  31. Giuseppe Cappella, in Archivio IMC.
  32. Riferito da I. TUBALDO, Giuseppe Allamano, p. 37.
  33. Nicola Baravalle, in Archivio IMC.
  34. È recentissimo il volumetto di GIUSEPPE e GIAN PAONA MINA, La Beatitudine di essere secondo. Giacomo Camisassa, confondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1982, p. 142.
  35. Su questo argomento si veda con molta compiutezza C. BONA, Linee di storia e storiografia della Chiesa in Piemonte (sec. XIX), in Chiesa e Società, pp. 9-45.
  36. I. TUBALDO, in Chiesa e Società, p. 225.
  37. Nicola Baravalle, in Archivio IMC.
  38. Mons. GIOVANNI BATTISTA PINARDI, Affettuosa testimonianza di un Grande Pastore della Chiesa Torinese, in Il Servo di Dio Giuseppe Allamano tesoriere della Consolata, XII, 1971, pp. 60-61.