1984 SOLDATI Gabriele

 

P. Gabriele Soldati IMC (1927-2001), entrato ad appena 11 anni nell'Istituto e seguiti i corsi regolari degli studi, venne ordinato sacerdote nel 1952. La sua famiglia fu tutta di missionari. Di quattro figli: un missionario Gesuita, una Missionaria e due Missionari della Consolata.

Dopo l'ordinazione, per quattro anni svolse attività di insegnamento e assistenza ai ragazzi nelle case apostoliche di Montevecchia e Bevera (CO). Nel 1958 partì per il Tanzania. Purtroppo appena dopo 2 anni, mentre incominciava a gustare la missione, venne richiamato in Italia e nominato direttore della rivista “Missioni Consolata”, compito che svolse egregiamente per quasi 9 anni.

Dal 1969 al 1975 fu consigliere generale dell'Istituto, con l'incarico di dirigere l'ufficio generale di animazione missionaria. Terminato il mandato, riprese il servizio che gli era congeniale di direttore della rivista e dei mass media fino al 1983. Trasferitosi a Roma, assolse alla funzione di direttore dell'ufficio audiovisivi dell'Istituto fino al 1990, quando venne colpito da ictus che lo lasciò infermo in modo serio. In anni e anni di esercizi eseguiti con tenacia, ricuperò parzialmente il moto e la favella, ma mai completamente. Nel 1999 si ritirò nella casa degli anziani ad Alpignano (TO), dove il 9 luglio del 2001 raggiunse la casa del Padre.

P. Gabriele Soldati fu un missionario tutto d'un pezzo. Scrittore forbito, animatore missionario entusiasta, carattere piacevole e molto generoso. Le parole dette sulla sua bara lo descrivono come “uomo che portava la missione nel cuore” e , parafrasando il Fondatore,“missionario nella testa e nel cuore”.

Qui riportiamo la commemorazione che p. Soldati tenne a Torino rispettivamente il 16 e 26 febbraio 1984, 58° anniversario della morte dell'Allamano.

 

RITORNARE ALLE FONTI

Risalire al Fondatore non significa « far marcia indietro ». Meno ancora ritornare al suo tempo per scoprire come si pensava e si viveva allora, onde cogliere mentalità e modelli di comportamento da trapiantare nel mondo di oggi. Risalire al Fondatore è come ripercorrere a ritroso la corrente di un fiume, arrivarne alle sorgenti, assaggiarne l'acqua così come sgorga dalla roccia, per coglierne la purezza, le qualità, il sapore, e confrontarla con quella che scorre a valle. Torbide sono le acque del Po quando si gettano nell'Adriatico, limpide quando scaturiscono dal Monviso o dalle altre vette alpine che alimentano suoi affluenti. Eppure il fiume è sempre quello. Come spiegare tanto degrado? Inquinamento, rispondono gli eco-Soci, dovuto all'incessante scorrere del fiume attraverso agglomerati urbani, colture, complessi industriali. E allora, controlli, verifiche, sanzioni, epuratori, se non si vuole che ciò che all'inizio era una corrente vitale si trasformi alla fine n uno scolo di morte.

Questa potrebbe essere anche la sorte di quei due grandi fiumi, per restare nell'immagine, che sono gli Istituti dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, fondati dal Servo di Dio Giuseppe Allamano, rispettivamente nel 1901 e 1910. Ottantatré anni di percorso per il primo, settantaquattro per il secondo: un lento e ininterrotto scorrere tra pae-saagi nuovi, terreni inesplorati, esperienze sconosciute. La storia non si ferma, né si può orientarla a piacere. La storia è sorpresa, imprevisto, fantasia. Ed ecco allora la domanda: a che punto siamo, come stanno le nostre acque? Ed ecco ancora il tema di questa conversazione: « 1984, missionari come? ». L'interrogativo può apparire provocatorio e presuntuoso, se pensiamo alla complessa problematica che l'attività missionaria oggi comporta. È possibile dare una risposta? La risposta è possibile, ma a una condizione: che facciamo nostra quell'eccellente norma indicata dal Vaticano II nel « Perfectae caritatis », là dove si invitano le famiglie religiose a rinnovarsi e ad aggiornarsi. « Il rinnovamento della vita religiosa — vi si legge — comporta il continuo ritorno alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alle primitive ispirazioni degli istituti, e nello stesso tempo l'adattamento degli istituti stessi alle mutate condizioni dei tempi ».

 

L'EREDITÀ SPIRITUALE DELL'ALLAMANO

Per noi, Missionari e Missionarie della Consolata, il ritorno alle fonti e alle primitive ispirazioni non dovrebbe essere difficile. L'Allamano ci ha lasciato una ricca eredità spirituale, giunta pressocché intatta fino a noi attraverso la trascrizione diretta delle sue conferenze. Si tratta di un copioso materiale raccolto con rigore storico-critico in tre ponderosi volumi dal nostro confratello, P. Igino Tubaldo, per un totale di oltre duemila pagine, nelle quali si snodano, una dopo l'altra in ordine cronologico, le 753 conferenze o conversazioni tenute dall'Allamano ai suoi missionari nell'arco di 26 anni: dal 1901, anno di fondazione dell'istituto maschile, al 1926, anno della sua morte. A questa vasta raccolta dobbiamo poi aggiungere le 59 lettere, già raccolte in un altro prezioso libretto fin dal 1946. Ebbene, prima di stendere il presente scritto, queste conferenze e lettere ho voluto leggermele tutte.

Le conferenze e lettere dell'Allamano costituiscono un materiale enorme e vario. Trattano di tutto: fondazione dell'Istituto, partenza per le missioni, rapporti con gli indigeni, norme di apostolato, voti religiosi, virtù, feste liturgiche, devozione alla Madonna, Messa, Eucaristia, mortificazione... Erano per lo più conversazioni familiari fatte, come diceva lui stesso, « alla buona ». « L'Allamano parla ex abundantia cordis; — scriveva P. Mario Bianchi, allora superiore generale, nel presentare i tre volumi sopra accennati — egli trasmette ai suoi missionari la propria esperienza di vita e li forma secondo il proprio spirito all'ideale della vita missionaria nel nome della Consolata ». E più avanti: « Le conferenze del Padre Fondatore sono per i missionari una sorgente perenne e fresca di sapienza evangelica e di entusiasmo missionario, cui dobbiamo attingere abbondantemente con l'amore di figli ».

Ci chiediamo allora: è possibile ricavare da un materiale così ricco un messaggio, un'eredità specificatamente « allamaniana » e, nel caso nostro, un'esauriente risposta alla domanda che ci stiamo ponendo in questo incontro: « 1984, missionari come? ». Rispondo con Padre Tubaldo, il quale dice che « se ben si osserva, non si stenterà ad accorgersi che questa molteplicità di pratiche e di devozioni (e io mi permetto di aggiungere: di argomenti trattati) tende a risolversi in una perfetta sintonia armonica, per le cosiddette linee di fondo che fanno da scheletro portante di tutto il sistema ».

Quante e quali sono queste linee di fondo? Padre Tubaldo ne ravvisa « soprattutto due: spirito di preghiera e senso e gusto della misteriosa presenza di Dio e di Cristo nell'Eucaristia. Spirito di preghiera e spirito di presenza che tendono però all'azione, allo zelo, precisamente all'apostolato missionario ». Sono grato al Padre Tubaldo per quel

«soprattutto » premesso alle due linee di fondo da lui colte nell'Allamano, perché io, dopo aver letto tutte quelle pagine e averne fatto il consuntivo, ne ho ravvisate tre. Chi ha ragione? Sicuramente tutti e due, perché il problema non è di numero ma di sostanza e la sostanza è sempre quella. Evidenziare non significa assolutizzare. Tengo infatti a precisare che le tre linee di fondo da me colte nella spiritualità dell'Allamano non sono frutto di forzature intellettuali, ma semplici impressioni emerse spontaneamente dalla lettura delle sue conferenze e dei suoi scritti, che mi sono rimaste infisse nell'animo, che comunico adesso con semplicità e che ritengo una valida risposta alla domanda di come dobbiamo essere missionari, oggi.

Le riassumo in tre parole: fede, sacrificio, amore. Parole logore, scontate e magari deludenti, buone per tutti gli usi, per confortare anime in pena e per incitare i soldati alla guerra. Che significato hanno in bocca all'Alamaro? Qui sta il punto. Vediamo di scoprirlo. E non è neppure detto che queste tre parole emergano di continuo nel corso dei suoi insegnamenti. Esse esprimono piuttosto tre valori, che sono come la costante della sua spiritualità, che affiorano in tutti gli argomenti da lui trattati e possono quindi essere considerati il nucleo della sua eredità spirituale. È passando in rassegna questi valori, per leggerli poi in chiave moderna e applicarli alle realtà del nostro tempo, che noi riusciremo a vivere in pienezza la vocazione missionaria oggi.

 

FEDE

Il Fondatore non ne fa una definizione. Le definizioni per loro natura sono restrittive, astratte, staccate dalla realtà. Per l'Allagano la fede non sta soltanto nel credere, perché non è un semplice atto intellettuale. Credere va bene, ma ciò che conta è comportarsi in conseguenza. Ed ecco allora lo slogan, se così possiamo chiamarlo, a lui tanto caro e che affiora decine e decine di volte nei suoi discorsi: spirito di fede.

« Vi ho già parlato altre volte della fede; - diceva ai missionari fin dal 1906 - ora, cosa vuol dire spirito di fede? Vuol dire avere la fede? La fede l'abbiamo già per abito infuso di Dio, che non si perde se non con un atto contrario. Vuol dire invece che la fede deve entrare in tutti i nostri pensieri, affetti, parole ed opere... Noi dobbiamo respirare di fede ». Respirare di fede: bellissima questa espressione, che riflette con efficacia il vero movente di tutta la vita e l'attività dell'Allamano. Se non si respira si muore fisicamente, se non si respira di fede si muore spiritualmente. Egli respira di fede sempre, in tutti i momenti della sua vita, lieti e tristi. Sia che gioisca, sia che pianga, l'ago della sua bussola punta sempre nella stessa direzione: Dio. Dominus est!

Ma non è tutto. Per il Fondatore fede significa anche vita interiore, preghiera, unione con Dio, amore all'Eucaristia, devozione alla Madonna. Questi aspetti concreti della vita spirituale sono oggi talora ridimensionati in nome di una fede più sostanziale e genuina: pregare sì, ma senza banalizzarsi nelle formule (e si finisce per non pregare); Eucaristia sì, ma senza cadere nel pietismo (e si riduce il sacramento alla pura celebrazione); devozione alla Madonna anche, ma senza legarsi a particolari forme devozionali (e la si trasforma in un'innocua quanto sterile contemplazione platonica). Quanto è facile cadere nell'astrattismo, che è poi avarizia e povertà spirituale. Per l'Allamano non ci sono dubbi: la vita di fede esige le stesse cure e attenzioni che prestiamo alla vita del corpo. Essa chiede di essere protetta, nutrita, ricaricata, giorno dopo giorno, momento per momento, e poi espressa con atti precisi e ripetuti. Altrimenti muore.

Infine, un altro aspetto importantissimo: è la sola fede che giustifica la nostra vocazione missionaria e che ci dà la capacità di viverla fino in fondo. Tutte le puntellature alle quali talora si ricorre per farla stare in piedi non servono a nulla, se manca la fede. Il cristianesimo è l'unica religione al mondo che ha delle persone che consacrano l'intera vita per diffonderlo. Si dice che anche i musulmani, gli indù, i buddisti hanno i loro « missionari ». E vero, ma in una forma profondamente diversa. Essi sono « missionari » non in forza di una vocazione specifica, ma per una carica di fede, che li trasforma automaticamente in propagatori della loro religione. E un esempio senz'altro positivo, che molti cristiani per niente interessati all'annuncio del Vangelo dovrebbero imitare. Ma la missione come si attua nel cristianesimo, e in particolare nella Chiesa, è tutta un'altra cosa. Chi sono allora i missionari, che cosa li distingue dai propagatori delle altre religioni?

La risposta a queste domande può dipendere dall'idea che si ha di loro. C'è chi esalta i missionari come agenti dello sviluppo, chi li considera — bontà sua — brava gente ma inguaribilmente idealista, chi li definisce colonialisti di stampo religioso. Evidentemente siamo nel soggettivismo. La risposta esatta c'è e ci viene dalla fede. Ecco quanto si legge nel decreto conciliare « Ad Gentes », in quel passo dove si parla della vocazione missionaria: « Benché l'impegno di diffondere la fede cada su qualsiasi discepolo di Cristo in proporzione delle sue possibilità, Cristo Signore chiama sempre dalla moltitudine dei suoi discepoli quelli che egli vuole, per averli con sé e per inviarli a predicare alle genti ». In altre parole, l'unica ragion d'essere del missionario è Cristo che chiama in vista di una missione ben precisa da compiere: l'annuncio del Vangelo.

Stando alle statistiche, oggi sono circa duecentomila questi « chiamati alla missione », tra sacerdoti, religiosi, religiose e laici. Idealismo, altruismo, fanatismo? Se la chiave di spiegazione stesse in queste parole, nel giro di pochi giorni questi duecentomila missionari sarebbero tutti a casa loro. Chi fa i missionari è Cristo. E Lui che garantisce alla sua Chiesa questa forza indispensabile per farla crescere e dilatare in tutto il mondo. Abbandonare la famiglia, la patria, le cose più care; disponibilità a vivere tra popoli sconosciuti e, per tragica coincidenza, quasi sempre poveri e sottosviluppati, con tutte le implicazioni derivanti dall'adattamento e dall'impegno che l'annuncio del Vangelo comporta; missionari che restano sul posto nonostante le persecuzioni, le minacce di morte o i rischi dell'ambiente; religiose che trascorrono tutta la vita à servizio dei lebbrosi, dei profughi, degli affamati; centinaia di evangelizza, ri caduti sul posto, dopo quaranta, cinquant'anni di duro servizio, senza essere mai stati sfiorati dal benché minimo rimpianto: come spiegare questi agisti e questa gente, se non rifacendosi alla fede? E così fa l'Allamano quando si chiede che cos'è la vocazione missionaria: « Il Signore mi ha fatto una grazia particolare. Singulariter sum ego. Il Signore mi ha scelto tra tanti miei compagni, non ha scelto questo o quello, ma proprio me; mi ha chiamato in modo particolare, mi ha così eletto affinché divenissi un apostolo ». E conclude: « Questo bisogna che di tanto in tanto ricordiate, non dimenticatevene! ».

 

SACRIFICIO

Di fede ce n'è poca, di dolore ce n'è tanto nel mondo. Siamo immersi nel dolore come i pesci nell'acqua. Soffriamo tutti: uomini e donne, giovani e adulti, sani e ammalati, ricchi e poveri, innocenti e colpevoli. Non sono ammesse ec=ioni. Incontrando un mio simile, posso dire con certezza: quello soffre. Ariate se scoppia di salute, anche se non ha problemi di portafoglio. Sull'uscio di ogni casa si potrebbe scrivere: qui si soffre, qui soffriamo tutti, dal neonato che si trastulla col poppatoio al vecchio che si sta godendo il sole sul balcone. Se il dolore fosse uno zaino tutti gli uomini camminerebbero curvi, se fosse fuoco resterebbero inceneriti.

Perché soffrire? A questa domanda vecchia quanto il mondo. l'uomo non è mai riuscito a dare una risposta. L'uomo che ragiona sul dolore è come gli occhi che contemplano il buio. Ecco ciò che l'uomo è riuscito a concludere sul dolore: il dolore è ingiusto, che cosa ho fatto per meritarmelo? il dolore è assurdo, non c'è una ragione che lo giustifichi. La conclusione è ovvia: ribellarsi al dolore.

Ma è proprio ragionando sul dolore, che si arriva al cuore del cristianesimo. Un Dio che si fa uno di noi, che cammina sulle nostre strade, che condivide il bello e il brutto della nostra esistenza, e per giunta in grado così eminente da trasformare il dolore e la morte in strumento di liberazione e salvezza... Una « favola » troppo grossa da potersi anche solo immaginare. Quale teologo, quale fondatore di religione oserebbe metterla a fondamento di una fede? Il Dio immaginato dall'uomo lungo i secoli è molto più credibile e dignitoso. Egli è l'essere supremo, altissimo, eterno, immenso, onnisapiente, onnipotente. Soprattutto inaccessibile. Un Dio di tal fatta esige che si rispettino le distanze. Per gli ebrei dell'Antico Testamento, pericolo di morte soltanto a guardarlo in faccia o sentirne la voce; per i musulmani, da invocarsi solo con la fronte prostrata nella polvere; per gli indù e i buddisti, da scoprirsi solo dopo lunghi e penosi itinerari filosofici e ascetici; per gli animisti, un personaggio da trattare per interposta persona e da placare con sacrifici. Sì, anche per il cristianesimo Dio è l'essere supremo, l'onnipotente, il « creatore del cielo e della terra ». Ma non per starsene comodo comodo sul piedestallo della sua inaccessibilità. Il Dio dei cristiani non è soltanto il Dio che crea, ma anche e soprattutto il Dio che salva.

« Noi predichiamo Cristo, — precisava con vigore Paolo agli uomini del suo tempo — e questo Cristo crocifisso ». Ecco la carta di identità del cristianesimo, ecco la vera risposta al grande mistero del dolore. Il dolore non è un male, ma un bene; non è una pena, ma un dono; non è un castigo, ma un premio. « Era necessario che Cristo patisse, perché così risorgesse da morte ed entrasse nella sua gloria ».

E l'Allamano ? Leggendo le sue conferenze e le sue lettere, si resta meravigliati nel constatare quanto il discorso sul dolore e la croce gli siano familiari.

È un discorso che gli sta a cuore, che fa quindi volentieri e con una frequenza impressionante. I missionari devono mettersi bene in testa che le sofferenze

e il sacrificio sono componenti essenziali della missione. I missionari che scansano il sacrificio lo preoccupano.

« Dopo tante meditazioni — sono sue parole — sui dolori di Gesù e sul dovere che abbiamo di seguirlo per la strada dei sacrifici, non comprendiamo questo spirito e cerchiamo di godercela... Eppure è vita di sacrificio la nostra, come uomini, come cristiani, come religiosi, come sacerdoti e più come missionari. Bisogna persuaderci della necessità di sacrificarci per essere discepoli di Gesù. Non c'è altra via ».

Riferendosi al passo del Vangelo in cui Gesù predice la sua passione e morte agli apostoli, i quali però « nulla compresero di tutto ciò », perché un « tale discorso era oscuro per essi », egli si rende conto di quanto sia difficile per l'uomo collocarsi nell'ottica di Dio, e conclude: « Grande lezione per noi, che dopo tante meditazioni sui dolori di Nostro Signore e sul dovere di seguirlo nella via del sacrificio, non abbiamo ancora compreso praticamente questo spirito ».

« Che cos'è il sacrificio per il missionario? — si chiede più avanti — È un libro, un amico, un'arma... La vita di Gesù fu tutta una passione, dalla nascita alla morte sulla croce... Il missionario, chiamato a far parte della missione di Gesù, deve tutto unirsi a lui e consumarsi per salvargli le anime... Il crocifisso è un'arma potentissima per convertire... Il Signore ha voluto salvare le anime per stultitiam crucis, attraverso la stoltezza della croce».

Ma l'Allamano non si limita a dire e ribadire che « lo spirito di sacrificio forma la sostanza della vita del missionario » e che « chi dice missionario dice uomo totalmente sacrificato »; egli insegna anche come dobbiamo sacrificarci, come dobbiamo soffrire, e a questo riguardo la sua parola suona quanto mai realistica. Niente sogni o castelli in aria che probabilmente non si realizzeranno mai, come il martirio o le grandi penitenze. A questo riguardo bisogna tener bene i piedi in terra. « Quando concepiste l'idea di farvi missionari, forse sentiste pure il desiderio del martirio. Ah il martirio, ah il martirio!, dicevate a voi stessi. Ma erano e sono solo idee, se poi in pratica vi sbigottite davanti ai piccoli sacrifici ». E ancora: « Non pretendo da voi le grandi penitenze dei santi ». Non è necessario fabbricarcela la croce; essa è già stata preparata e la sua ombra ci accompagna giorno per giorno, istante per istante. Dobbiamo soltanto reagire contro l'istinto che ci spinge a scansarla, a girarle attorno. Così facendo vanifichiamo la missione e illudiamo noi stessi.

Per l'Allamano, la migliore risposta che possiamo dare alla nostra vocazione al sacrificio sta nell'accettarlo con amore ogni qualvolta si presenta tra le pieghe del quotidiano. « Chi vuole santificarsi, deve badare alle più piccole cose per rinnegarsi. Il Signore vuole il sacrificio piccolo, minuto ma perenne... Vita di sacrificio, dunque, dal mattino alla sera... Oh, sì! il far tutte le cose per amor di Dio, rinunziare alla propria volontà e al proprio giudizio, portare ogni giorno la propria croce, è un martirio lento e prolungato. Il martirio del sangue è forse più vistoso, ma questo è più prezioso ancora ».

Qual è l'atteggiamento del mondo moderno di fronte al dolore? Rifiuto, lotta senza quartiere, strappare alla vita ogni piacere possibile. Al Dio crocifisso del cristianesimo, la società dei consumi oppone il « Dio-piacere »; al « rinnega te stesso » del Vangelo, oppone la corsa sfrenata a ogni possibile godimento. Così la società consumistica si identifica nella civiltà dei sensi. Quando il singolo, la famiglia, la società propongono come valori supremi il denaro, le ricchezze e i piaceri, allora è la fine. Il rifiuto sistematico e incondizionato del dolore pone l'uomo e la famiglia umana fuori dalla realtà e h condanna all'autodistruzione, al suicidio. Che cosa sono il divorzio, l'aborto, l'eutanasia, la violenza, l'esaltazione del sesso, la droga, la guerra, se non passaggi obbligati di questo rifiuto del dolore, di questa delirante corsa al piacere? Ed ecco il paradosso denunciato dal Papa nella recente lettera apostolica Salvifici doloris (« il dolore che salva »), « di un mondo che come non mai è trasformato dal progresso per opera dell'uomo e in pari tempo è in pericolo a causa degli errori e delle colpe dell'uomo... La seconda metà del nostro secolo — quasi in proporzione agli errori e alle trasgressioni della nostra società contemporanea —porta con sé una minaccia così orribile di guerra nucleare, fino alla possibile autodistruzione dell'umanità ».

Di fronte a una prospettiva così tragica ma anche tanto veristica, il ritorno alla visione cristiana del dolore si impone. L'atmosfera sensuale ed edonistica del carpe diem può inquinare anche la Chiesa e con la Chiesa le famiglie religiose. Non illudiamoci sulla possibilità di rendere il Vangelo indolore, non cediamo alla tentazione del compromesso: dolore sì, ma ragionevole, ma pilotato, ma programmato su misura. Così facendo, siamo fuori strada, assumiamo una posizione diametralmente opposta a quella di Gesù e tradiamo la nostra vocazione « di uomini, — per dirla ancora con l'Allamano — di cristiani, di religiosi, di sacerdoti e di missionari ».

Molto opportune a questo riguardo sono le parole espresse dal nostro superiore generale nella recente circolare ai formatori: « Propongo la teologia della croce come componente necessaria della formazione e della vita missionaria. E parlo della formazione alla croce.

Porre il discepolato e la croce nel cuore della formazione non significa creare un'atmosfera chiusa e di sofferenza. È un'ascesi illuminata dalla visione giovannea, secondo la quale croce e risurrezione, morte e vita si identificano. L'egoista, l'orgoglioso, l'introverso devono morire per ritrovare se stessi e gli altri. Una formazione alla croce giustamente intesa! Non è immaginabile altro tipo di educazione ».

 

AMORE

Parola da prendersi con le pinze. Il mondo se l'è appropriata, conferendogli i significati che ben conosciamo. Amore: una parola da riscattare e da redimere. « Così Dio ha amato il mondo, da offrire il suo Figlio Unigenito ». L'amore è essenzialmente donazione di sé. Per l'Allamano l'amore costituisce l'aspetto strategico dell'evangelizzazione. Si è missionari amando, si evangelizza amando. Solo l'amore può rendere credibile il Vangelo. Parlando dell'amore, egli si rifà sempre — quante volte! — alle parole di Gesù: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, e il prossimo tuo come te stesso ». E quasi volesse parafrasare queste parole, egli ci indica anche le quattro direzioni in cui deve andare il nostro amore: amare Dio, amare la Chiesa, amare l'Istituto, amare l'uomo.

Amare Dio: è il punto di partenza. Amare Dio significa anteporlo, preferirlo a qualsiasi altra cosa. E a questo punto ecco subito una precisazione: « L'amore verso Dio consiste non tanto nel sentimento, quanto nella volontà. Si può amare assai e non sentire o anche provarne ripugnanza; mentre si può molto sentire e anche piangere di tenerezza e non amare ». E i punti sui quali egli ci invita a verificare il nostro amore per Dio sono molto concreti: se preghiamo, se facciamo atti di amore, se lo riconosciamo negli eventi della vita quotidiana, se accettiamo la sua volontà, se lo ringraziamo dei doni ricevuti.

In fatto di riconoscenza l'Allamano è davvero un campione. Egli è l'uomo degli anniversari. Perché? Perché sono ricorrenze che ci ricordano l'amore inesauribile di Dio. Celebrare gli anniversari significa cantare l'amore del Signore, trasformare la nostra vita in cantico di riconoscenza al datore di ogni bene: l'anniversario del battesimo, della prima comunione, della cresima, della professione religiosa, dell'ordinazione sacerdotale, dell'onomastico. L'insistenza con cui invita i missionari a celebrarli colpisce e dimostra quanto fosse costante e corposo nell'Allamano l'amore per Dio.

Amare la Chiesa: l'amore per la Chiesa che l'Allamano vuole inculcare nei suoi missionari può apparire a prima vista di carattere « sottomissivo » e « papalino ». Niente di più falso. Il suo invito ad amare la Chiesa e il Papa suona invece come un caldo appello al superamento dell'istituzionalismo, cioè vedere la Chiesa più come mistero e meno come istituzione. Anche ai suoi tempi c'erano divergenze e conflitti nella Chiesa. Erano i tempi del risorgimento, della questione romana, del modernismo. La posizione dell'Allamano, che ha vissuto fino in fondo quelle vicende quale rettore per oltre quarant'anni del santua rio della Consolata e proprio a Torino, capitale del risorgimento italiano, è molto chiara: niente estremismi. « Certuni - confida in una sua conferenza agli aspiranti missionari - per amore di novità e spinti dalla superbia, si arrogano di giudicare tutto nella Chiesa: dal Papa, ai dogmi, alla morale... Non so come facciano a pregare, a dir messa, a fare la santa comunione... Le nostre costituzioni dicono: i missionari sono soggetti, come a loro superiore supremo, al romano pontefice, a cui essi sono tenuti ad obbedire in virtù di santa obbedienza. Non si poteva in sì poche parole dire di più e meglio, per esprimere quanto il nostro Istituto e ogni suo membro dev'essere attaccato alla Chiesa. Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Chi non sta col Papa è fuori dalla Chiesa ».

Come non cogliere in questo piccolo sfogo l'amarezza verso un dissenso che alla fine può diventare patologico e un caldo richiamo ad amare la Chiesa nonostante tutto, di là dai limiti umani e terreni che in essa si possono scoprire?

Amare l'Istituto: « L'Istituto non è un collegio, neppure un seminario, ma una famiglia ». Bastano queste parole per farci comprendere l'ottica in cui l'Allamano vedeva l'Istituto. È un ulteriore invito a superare l'istituzionalismo. Siamo una famiglia, siamo tutti fratelli. « Voler parlare di carità fra noi - confessa - par quasi farvi un'ingiuria. La carità fra i religiosi è essenziale. Non siamo tante statue qui dentro, che ognuna non tocca l'altra! Oh, come è brutto in una comunità questo starsene come tante statue! ». Quanto a lui, non vuole essere chiamato « fondatore »: « la Fondatrice è Lei, la Consolata; io sono solo il Fonditore ».

In un'epoca di conflittualità come la nostra, che vede schierati su fronti contrapposti gruppi di interesse, correnti, ideologie, quanto opportuno suona questo richiamo del Fondatore: siamo una famiglia. La vita religiosa si presenta oggi meno formalista e militaresca di un tempo. Abbiamo introdotto dialoghi a tutti i livelli, tecniche democratiche di elezione, libertà di parola. Ringraziamone il Signore. Ma tutto questo non servirà a nulla, se ci dimentichiamo di essere soprattutto e prima di tutto una famiglia.

Guardiamoci dalla fredda e disumanizzante mentalità del nostro tempo, che imposta i rapporti umani sul sospetto, sulla contrapposizione e sull'autodifesa, che vede nei superiori i padroni e nei sudditi gli sfruttati, che classifica gli individui in redditizi e meno redditizi, in retrogradi e avanzati. « Voi siete tutti fratelli; - è ancora l'Allamano - dovete vivere insieme, prepararvi assieme, per poi lavorare assieme per tutta la vita ».

Amare l'uomo: per l'Allamano si evangelizza amando. Tra le norme che egli impartisce ai missionari sui campi dell'apostolato, ne emerge una che le riassume tutte: la mansuetudine. Non è una parola ad effetto, ma sulla sua bocca assume un significato ben preciso: amore all'uomo. E non è poco, se si pensa che ai suoi tempi l'opinione pubblica chiamava disinvoltamente gli africani « primitivi » e « selvaggi ». Egli invece non si stanca di ricordare ai missionari una verità molto semplice: che anche gli africani sono uomini. Dunque, rispettarli, trattarli bene, amarli. Altrimenti tutto il resto - fatiche, rinunzie, apostolato, opere sociali e caritative - si risolverà in un buco nell'acqua.

Quando viene a sapere che si danno scapaccioni ai « neri » ne è talmente addolorato che quasi piange. Così scrive, nel 1903, in una circolare diretta ai missionari: « Una particolare raccomandazione dovrei farvi ora a riguardo alla carità verso cotesti neri.

Amateli questi poveri infelici, trattateli coi bei modi... E qui lasciate che vi confessi il vivo dolore che provai nel rilevare dai diari e dalle lettere che più di una volta non si trattarono con viscere di carità cotesti poveretti e che talora si spinse l'impazienza fino ad alzare le mani e batterli. Vi accerto che ne fui addoloratissimo e ne provai una pena inesprimibile. A quelli che commettono queste durezze io dico: che non comprendono lo spirito di Gesù Cristo. Nescitis cuius spiritus estis... Per questo e per le gravi conseguenze che ne deriverebbero alle nostre missioni, proibisco assolutamente in virtù di santa obbedienza qualsiasi atto manesco verso i poveri neri, e cioè di percuotere, maltrattare e anche solo minacciare sia gli adulti che i ragazzi, tanto estranei che dipendenti. Anzi, esigo che ogni qualvolta sfuggisse un atta simile, chi ne è colpevole si umilii, chiedendone perdono al superiore ed ai confratelli. E su questo punto non ammetto scusa o motivo contrario ».

Come non vedere in queste parole la grande umanità dell'Allamano e al tempo stesso un messaggio che suona tuttora profetico?

 

CONCLUSIONE

Fede, sacrificio, amore: giunti al termine di questo incontro di famiglia, mi pare di poter dire che queste parole sono tutt'altro che logore e scontate. Sono invece più attuali che mai. Ripercorrendo la breve storia dei nostri Istituti, ci accorgiamo che si tratta di tre valori che hanno accompagnato e fecondato l'opera di evangelizzazione portata avanti da centinaia di nostri confratelli e consorelle. Valori tuttora vissuti in tutte le nostre missioni, e talora con eroismo se pensiamo alla durissima situazione in cui versano i nostri missionari del Mozambico e dell'Etiopia.

Con la fede siamo riusciti a evangelizzare l'Africa nel giro di ottant'anni.

Quale differenza dall'arrivo dei primi quattro Missionari della Consolata nel Kikuyu — giugno 1902 — ai giorni nostri. Oggi nel Kenya c'è una Chiesa ricca di promesse, suddivisa in 13 circoscrizioni per un totale di oltre due milioni di credenti e già quasi completamente in grado di autogestirsi. Se estendiamo lo sguardo agli altri paesi africani, abbiamo un'ulteriore conferma di quanto il cristianesimo si sia esteso e radicato nel continente. Sono quasi trecento le giovani Chiese africane, guidate ormai, nella stragrande maggioranza, da vescovi autoctoni. I cattolici africani oscillano tra i 60 e i 70 milioni e crescono al ritmo di 6-7 milioni l'anno. La promettente fioritura di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, la presenza di un laicato attivo e impegnato dimostrano infine che l'africanizzazione della Chiesa è un fatto ormai irreversibile. Con il sacrificio abbiamo abbracciato e lenito il dolore del mondo. Quanti sacrifici, quante vite donate per la promozione e lo sviluppo dei popoli. Lo dimostrano le tombe dei cimiteri di missione e persino le nostre infermerie, sempre più affollate di missionari e missionarie, letteralmente consumati da un servizio durato quaranta, cinquanta e talora anche sessant'anni. Lo dimostrano le centinaia e centinaia di partenze per le missioni che si sono susseguite ininterrottamente dalla fondazione dei nostri Istituti e ancora si susseguono ai giorni nostri: quanti strappi, quante rinunzie generosamente sostenute in nome del Vangelo e quale contributo per la costruzione di un mondo più umano e più giusto.

Con l'amore abbiamo reso credibile il Vangelo. Lo confermano la vitalità delle giovani Chiese nate dal nostro annuncio, lo confermano soprattutto le numerose vocazioni missionarie che stanno sbocciando nelle nostre cristianità. Nella sola Africa sono già quasi un centinaio i giovani che hanno scelto, come noi, di diventare missionari della Consolata, e il loro numero cresce di anno in anno. Abbiamo dato all'Africa il Vangelo ed essa è già pronta a darci una mano per portarlo ai fratelli che non l'hanno ancora ricevuto.

Fede, sacrificio, amore. Con questo trinomio lasciatoci in eredità dal Fondatore potremo affrontare con sicurezza le grandi problematiche missionarie del nostro tempo: incarnazione nelle culture, pluralismo, ecumenismo, internazionalità, promozione della giustizia.

Non facciamo l'evangelizzazione troppo difficile. Impegnata, sofferta, sacrificata sì. Ma non difficile. Nel celebrare il 70° anniversario della partenza per le missioni delle prime quindici suore, la madre generale delle Missionarie della Consolata non trovava di meglio che metterne in evidenza la fede, la dedizione e l'amore: « Nella contemplazione delle meraviglie di Dio operate attraverso la povera strumentalità di donne fragili e umili, sale spontaneo l'inno della gratitudine e della speranza. Settant'anni di missione di tutto l'Istituto! Quante energie umane, quante vite evangelicamente spese, date, perdute, per la promozione della persona umana! Settant'anni!... Donne di Dio, umili, semplici, coraggiose fino all'eroismo, hanno camminato lungo questi settant'anni a fianco dei popoli, credendo nella forza trasformatrice del Vangelo e sperando contro ogni speranza nella possibilità di un mondo redento. La scelta esclusiva del Cristo che riviveva nel loro cuore la passione per l'uomo, le ha rese capaci della fraternità universale. E questo cammino continua oggi inserito nel cuore dei popoli, con lo stesso stile di semplicità, umiltà, coraggio ed eroismo ».

E altrettanto faceva il card. Ballestrero, arcivescovo di Torino, durante la concelebrazione eucaristica da lui presieduta per l'occasione: « Ricordando le quindici missionarie partite settant'anni fa, non possiamo non fare alcune osservazioni. Quando sono partite sapevano dove andavano? Sapevano cosa avrebbero trovato o si sarebbero preparate con tutte le provvidenze e le previdenze e tutte le specializzazioni che avrebbero potuto essere opportune? No. Urgeva dentro di loro la voce del Signore; amavano il Signore e a Lui erano consacrate. Avevano affidato alla Chiesa la loro fedeltà a Cristo e alla missione evangelica: questi erano i loro titoli! Sono partite così; il resto l'hanno capito. Il resto l'hanno imparato col tirocinio quotidiano della fede, con la fatica quotidiana del sacrificio, con lo sgomento quotidiano degli immani problemi umani e sovrumani che incontravano. Ma avevano il Signore con loro! Non erano buone a nulla e lo sapevano, ma sapevano che il Signore è buono a tutto... E così il Regno di Dio è stato annunziato, il Regno di Dio è stato radicato, il Regno di Dio ha portato i suoi frutti ».

Fede, sacrificio, amore: il resto viene da sé. Il mondo è già stato salvato dal Dio fatto Uomo, appeso e morto sulla croce, e poi risuscitato. Il missionario è semplicemente colui che — come diceva San Paolo di se stesso — « aggiunge ciò che manca alla passione di Cristo ».