La pedagogia della gioia in G. Allamano

«Ci sono nell’Allamano inviti generici ed insistenti alla letizia come nota fondamentale della santità, specie nei missionari e missionarie. In caso contrario non avrebbe potuto continuare per tutta la vita ad essere “rettore” di un santuario dedicato alla “consolazione”»[1]. Questa osservazione molto pertinente di P. I. Tubaldo ci introduce alla riflessione su di un lato caratteristico del Fondatore, cioè il suo spirito sereno, sempre in pace, abitualmente allegro sia pure in modo contenuto, che ha cercato di trasfondere anche nei suoi missionari e missionarie. La sua spiritualità è sicuramente esigente, perché mira alla coerenza evangelica senza compromessi. Ma, nello stesso tempo, contiene una dimensione di serenità tale, che possiamo definire, senza timore di esagerare, vero spirito di “letizia” e di “allegria”.
Troviamo conferma della riflessione da cui partiamo in una “Novena della Consolata” composta dall’Allamano stesso, che manifesta, suddiviso in nove giorni, il suo pensiero teologico circa la “consolazione”. Per l’Allamano il rapporto con Maria, venerata come Consolata e Consolatrice, porta necessariamente la Chiesa, come pure ogni singolo cristiano, a vivere con un atteggiamento interiore di fiducia e di serenità, perché sa di trovare in Maria la soluzione positiva di tutte le difficoltà. La conclusione è che «La storia della Chiesa è la storia delle consolazioni di Maria», e che «Maria da te consolata, ti consolerà in tutte le tue pene in vita e in morte».[2] Come si vede, il sincero rapporto con Maria, venerata sotto questo titolo, crea un atteggiamento generale nella persona, che è di speranza, serenità e gioia.
Un’ulteriore riflessione come premessa: siccome l’Allamano, nella sua pedagogia, ha comunicato se stesso, prima ancora del suo insegnamento, dobbiamo trovare in lui, nella sua vita personale, le ragioni della serenità e gioia che richiedeva ai suoi figli e figlie. Non c’è dubbio che l’Allamano era una persona serena e gioiosa. Il suo abituale “sorriso” testimoniava il suo stato interiore, ed è stato riconosciuto come sua caratteristica da quanti lo hanno avvicinato. Su questo aspetto abbiamo uno studio interessante, intitolato “L’incanto di un sorriso. Istantanee”, che il P. C. Bona ha proposto in alcune comunità, come commemorazione per il 16 febbraio, negli anni ottanta, e poi pubblicato.[3]
Riflettiamo su come l’Allamano ha saputo trasfondere nei suoi discepoli questo suo spirito di “santo felice”.
1. L’Allamano sorridente
Abbiamo una sola fotografia dell’Allamano sorridente ed è del 50° di ordinazione. Nell’Istituto è tra quelle più gradite, proprio perché sembra rispecchiare bene lo spirito del Fondatore, abitualmente sereno e sorridente, proprio come era dentro.
Riguardo a questa fotografia, possediamo una curiosa testimonianza: il 29 gennaio 1944, il P. Ferdinando Viglino, accompagnato dal P. Gallo e P. Fissore, fece visita al Can. Cappella, Rettore del santuario della Consolata. Furono da lui affabilmente accolti nello studio che fu dell’Allamano. Ecco le parole di P. Viglino: «Io riferii una frase, sentita dal Can. Cappella quando fu pubblicato il Bollettino in occasione dei 50 anni di Messa del Fondatore. Allora ad un gruppo di noi Chierici, mostrando la fotografia del Sig. Rettore che ornava quel numero del Periodico, il Can. Cappella aveva detto: “Vedete come lo abbiamo fatto stare contento noi, il Sig. Rettore. Voialtri (Missionari) non siete buoni che a dargli dispiaceri”. “Vero, vero, soggiunse a questo punto il Can. Cappella, e ricordo molto bene che fu il Can. Baravalle a far prendere l’aria sorridente che il Sig. Rettore ha in quella fotografia. E al riguardo è pur da rilevare che quando gli si parlò di lasciarsi fotografare, appunto per le feste Giubilari, non fece nessuna difficoltà e vi acconsentì senz’altro, dicendo semplicemente: opertet”».[4]
Non è vero che i missionari hanno dato solo dispiaceri al loro Padre, ma il Can. Cappella, uno tra i collaboratori più affezionati all’Allamano, si riferiva realisticamente ad un periodo particolare ed a situazioni specifiche.
2 L’Allamano invita ed insegna ad essere allegri
Prendiamo in esame alcune espressioni dell’Allamano di carattere generale, tratte dalle conferenze domenicali. In quella del 3 aprile 1921, intitolata “Allegria e tristezza”, l’Allamano prende lo spunto dalla gioia pasquale per educare a vivere sia in allegrezza che in santa mestizia, evitando però di essere tristi. Nel manoscritto annota quattro motivi per essere allegri: 1) Dio lo vuole: Laetamini et esultate justi; Servite Domino in laetitia; 2) Onora meglio il Signore: Hilarem datorem diligit Deus; 3) Edifica il prossimo e lo attira alla virtù; 4) Nell’allegrezza si vive meglio e con maggior perfezione: Viam mandatorum quorum cucurri[5]. L’esposizione ripresa stenograficamente da Ch. Vittorio Merlo Pich contiene parole molto belle, che meritano di essere risentite: «L’allegria è dunque una virtù che bisogna avere, non si è mai abbastanza allegri: è vero che si può essere troppo allegri quando fosse grossolana, ma di allegria vera, allegria di cuore e di mente, non ce n’è mai troppa. Bisogna imparare ad essere sempre allegri, non solo ogni tanto, ma tutti i giorni, tutto l’anno. […] N. Signore ama e predilige gli allegri . […] Bisogna che gli altri dicano di noi: quei Missionari lì hanno abbandonato casa, parenti e tutti, eppure sono sempre allegri lo stesso. Se si vuole far profitto nella perfezione bisogna sempre esser allegri […]. Il nostro Venerabile diceva che per servire il Signore ci vuole anche del bel garbo, bisogna essere allegri, farlo volentieri. […] Vedete come è bello essere sempre allegri! Bisogna che questo sia il carattere vostro: “Servite domino in laetitia”, ma servite»6.Commentando la frase dell’Imitazione di Cristo: «Fili non te frangant labore quos assumpsisti proter me, ne tribulationes te deiciant usquequaque», alle suore dice: «Laste nen andé per tera [non lasciarti abbattere]»[6]. Ancora alle suore: «In Africa le suore più felici sono quelle che fanno più sacrifici. Combattiamo le tristezze»[7].
L’Allamano non si limita a raccomandare l’allegria, ma ne dà la ragione. Oltre ai quattro motivi riportati sopra, troviamo anche la pedagogia dei modelli. Ovviamente, il modello da cui partire, per l’Allamano, è sempre Gesù: «E perché N. Signore attirava a sé tutti i bambini che le madri gli portavano da tutte le parti? Perché era affabile e non severo. Il Signore vuole che siamo allegri: “servite Domino in laetitia” e non in “moestitia” […]. Il Signore predilige gli allegri. Egli non vuole essere servito da tanti “martuf”»[8].È interessante, poi, notare che anche la Madonna è un modello di letizia, come viene adombrato nel periodo liturgico della Pasqua, con la recita del “Regina coeli”. Nella conferenza del 3 aprile 1921, il Fondatore così spiega: «Continueremo a salutare la Madonna col “Regina coeli” così bello, con cui si invita la Madonna a star allegra. Noi canonici in Duomo al mattino e alla sera dopo compieta, andiamo in processione fino all’ultimo altare della Madonna a cantare l’alleluja alla Madonna: il “Regina coeli”. È così bella questa funzioncella! Così bella, così tenera! Un bravo secolare un giorno che aveva vista questa funzione ne è stato ammirato ed è venuto a congratularsi con me: è così bello! Sicuro. Si dice: “Gaude et laetare! Alleluia”. Ieri questa funzione l’ho fatta io»[9].
Anche alcuni santi sono modelli di letizia. Parlando della “Perfezione” che produce la pace, ecco che cosa dice nella conferenza del 20 ottobre 1912: «I Santi sono sempre contenti, e più si è perfetti, maggiormente si sente e si prova gioia a gaudio»11; «S. Teresa aveva poca salute eppure era sempre contenta. I santi lasciavano tutti i fastidi nel Cuore di Gesù»[10]; «I santi, così D. Cafasso, Don Bosco, anche in mezzo alle più dure mortificazioni, avevano sempre un aspetto allegro. Perché erano in pace con Dio: l’amore rende dolce tutte le pene»[11]. Per S. Francesco di Sales: «Vedete: se si vuol fare del bene bisogna essere allegri. Ecco, perché S. Francesco di Sales faceva tanto del bene? Perché era sempre dolce, affabile, allegro»[12].Un altro modello interessante, soprattutto per come si comportava, è S. Filippo Neri, del quale riportava tanti aneddoti originali e allegri e citava la celebra frase: «peccato e malinconia non in casa mia»[13]. Anche S. Francesco Saverio è modello, il quale «se la prendeva con N. Signore e diceva: “Basta Signore, basta! Satis Domine! Mi dai troppe consolazioni. Io le voglio poi godere di là, in Paradiso”»[14]. Infine, i martiri sono modelli speciali, perché in essi «era tanto l’ardore d’amor di Dio, che godevano»[15].
L’impegno per la santità è garanzia di felicità: «Il farsi santo è la più bella felicità di questo mondo. Se non si è santi non si è tranquilli, non si ha la pace; se si è santi si incomincia a godere il paradiso in questo mondo. Dunque…voglio farmi santa per godere già in questo mondo. Le spine prese per amor di Dio non sono più spine, sono piaceri»[16]; «I santi sono i più felici. Ad essi non importa più niente: né di mangiare né di vestirsi, né di vivere né di morire: questi sono i veri fortunati. I santi erano felici nelle privazioni»[17]; «Nessuno più felice in questo mondo di colui che è più mortificato e fa più penitenza; ben inteso, se tutto prende dalle mani di Dio. Non gli manca più niente, perché ha tutto quello che vuole»[18].
3. Il clima di serenità e di gioia creato dall’Allamano
Anche il modo con cui si esprimeva era come una pedagogia alla serenità e alla gioia. Troviamo ciò in modo evidente nel modo con cui iniziava o concludeva gli incontri formativi. Ecco come introduce il discorso agli allievi che erano andati a trovarlo alla Consolata: «Oh, siete voi? Venite, venite avanti! Siete venuti a trovarmi, siete venuti a ringraziare la Madonna, e a farmi visita. Io vado sempre a trovare voi, e voi non venite mai: bisogna almeno che me ne rendiate una su cento»[19]. Così inizia la conferenza nella festa della Pentecoste dell’11 giugno 1916: «Bravi! Là! Eccovi come nel cenacolo. Quanti siete voi? S. Agostino dice che erano cento e venti. La S. Scrittura dice: circa. Li ha persin contati. Lo Spirito Santo non ha voluto dirlo preciso. E se voi non siete tanti crescete! E ce ne fu per tutti: repleti sunt omnes, omnes!»[20]. Ai novizi, il 26 settembre dello stesso anno: «Bravi! Bravi! Dunque, quest’anno cominciate il Noviziato: siete contenti? Non vi sarà un vero maestro: fate da voi, avrete libri appositi, ecc.; ma poi ci sarò io; guarderò di venirvi a trovare sovente, e certamente la prima cosa quando verrò, che mi sta più a cuore saranno i Novizi» [21]. E agli studenti del piccolo seminario il 24 gennaio 1917: «Siete sempre allegri? Sempre contenti? Bene, bene!»24. Certamente simili introduzioni non solo rompevano il ghiaccio, ma creavano un’atmosfera serena che l’Allamano valorizzava per spiegare o incoraggiare su particolari impegni.
Così sono significative alcune conclusioni delle conferenze, che gli scrivani sono stati attenti a cogliere. Anche qui sono solo cenni, ma indicano e confermano un clima interiore ed esteriore che si è creato e che l’Allamano vuole confermare. Per esempio: parlando della povertà, il 19 settembre 1915, ai soli chierici: «Mi ricordo in Seminario al tempo del Can. Soldati, quando si ritornava dal passeggio ci squadrava da capo a fondo e si sapeva già…ci diceva mica niente subito…ma ci diceva poi tutto..bè bè, là!»[22]. Ai neo novizi, il 26 settembre 1916, così conclude: «Bravi, quest’anno sarete i miei beniamini»[23]. Direi che le conclusioni delle conferenze, almeno come ci sono riportate dagli attenti scrivani, sono quasi sempre argute e interessanti dal punto di vista pedagogico. Addirittura si intravede un’arte particolare. Eccone alcune prese a caso, in conferenze quasi di seguito: «Facciamo così, che la Messa sia la prima delle nostre devozioni: Se abbiamo fede la troviamo mai lunga»[24]; «[agli allievi che erano andati a trovarlo alla Consolata] Andate…coraggio! Io devo andare in coro; sono appunto i tre quarti! Ecco…questo è lo spirito dell’Istituto»[25]; «Là, basta, non la finiremo più a raccontar tutto quel che si può dire di S. Francesco [d’Assisi assegnato come protettore annuale per il 1916][26]; «Vedete, è così: Mangiando si perde l’appetito; nello spirituale invece più si mangia, e più si mangerebbe»[27]; «La Madonna dal Paradiso ci sorride ed è contenta di noi e si compiace. Così la lode della sera, non bisogna aver paura di cantar forte, qualcuno può anche bestemmiare, ma noi intendiamo di dare buon esempio»[28]; «C’era uno che diceva sempre così: il demonio mi ha tentato!
E… - la gallina ha fatto cadere quel là e mi ha fatto fare un atto di impazienza; e così via, E attribuiva tutto agli altri e nulla a se stesso! Là!»[29]; « Ma voi fatele [le Rogazioni] con spirito: e siccome non si fanno in Torino, non so dove si facciano in Torino; domani il Signore durante le rogazioni guarderà solo qui. Petite et accipietis! Là!»[30]; «[parlando del 50° di Messa del Reffo] Ho detto che prendevamo viva parte alla gioia di questo giorno. Sono stato invitato a pranzo, ma mi son dispensato, non sono solito ad andare a pranzo altrove…Ad ogni modo…Quando avrai tu cinquanta anni di Messa? Farà 70 e più…Vi auguro che abbiate a durare molto, non ostante il desiderio del Paradiso»[31]; «Dunque non vi esorto perché crederei di farvi un torto. È la vostra novena [della Consolata] e ciascuno s’ingegni a fare tutto il meglio che sa»35; «Ed ora inginocchiatevi che vi do la mia benedizione»36;«Dunque siamo intesi: ed io credo che il Signore vi aiuterà, e voi cercherete proprio di mettere bene in pratica quello che vi ho detto»[32].
Si potrebbe continuare all’indefinito in queste citazioni. Tutte ci fanno capire che tra l’Allamano e i suoi figli/e c’era un’intesa profonda, in un clima di spontaneità e serenità interiore. Nulla mai era presentato come tragico! Sembra addirittura che ci sia una sforzo per sdrammatizzare le situazioni e renderle semplici. Con la serenità e la gioia, il Fondatore aiutava a vivere nella coerenza anche lerealtà più difficili.
5. La semplicità aneddottica dell’Allamano produce letizia in chi ascolta
«Innumerevoli poi sono i casi in cui con brevi aneddoti o addirittura con bisticci di parole riesce, come stesse stropicciando due pietre focaie, a far esplodere delle piccole scintille e un bel fuoco o dei sorrisi, riuscendo a trasmettere il suo pensiero senza agrottamenti di fronti». Anche questa osservazione di P. Tubaldo[33] è molto vera e rispecchia bene lo stile di parlare dell’Allamano. Ecco alcuni esempi di questa aneddotica simpatica: « [riferendo l’udienza che Pio X ha concesso al nuovo Prefetto del Kaffa, Mons. Barlassina] Dice che è affabile e si è interessato di tutte le cosa più minute persino di quegli animali di cui non vogliamo fare i nomi e: “Si fa del buon prosciutto” ha detto»[34]; «[vedendo nell’uditorio P. Cravero tornato dall’Africa] Invidiate quella barbetta! […]. Certo non è la barba che fa il Missionario: P. Gamberetti e P. Vignolo non ne hanno. Sospirate un’altra barba; la barba della virtù. Vedete, in dodici anni che è andato non è morto, non si muore in Africa»[35]; «[commentando un’omelia del Cardinale] Ed io la applico a voi ed a me. Sei tu un missionario della Consolata? E sì! Sei sempre nell’Istituto […] Sei sempre qui, ma qui ci sono anche i gatti, che abitano qui nell’Istituto!…»[36]; «[a motivo della scarsità di pane durante la guerra] Quando non ce n’è, quare conturbas me. […] Quello che voglio è “mai il musu”! contentatevi e fatevi tanti meriti. Contenti? Prendetevela contro il governo, come i socialisti! No! Contro nessuno. Non cade foglia che Dio non voglia»[37]. Ecco una testimonianza di P. U. Viglino: «In un giorno dell’ottobre del 1924 la nostra piccola classe di otto alunni del ginnasio si recò tutta insieme a trovarlo al Convitto…Gioviale, tanto felice di essere con noi…A un certo punto rivolgendosi a Pessina, mio vicino: “Di che paese sei?” – “Di Mondovì” – “Cui d’Mondvì i ciamu i babi cheucc” (Quelli di Mondovì li chiamano i rospi cotti”[38].
Anche parlando alle suore missionarie usa lo stesso metodo, anzi, a volte addirittura più fiorito. Ecco alcuni esempi: «Bisogna strappare le grazie al Signore come ha fatto S. Scolastica che ha fatto piovere a dispetto di S. Benedetto[…]. Generalmente quando per ottenere una grazia si fa una novena ai Santi, non si ottiene subito dopo questa grazia; (non sembra che sentano la prima volta); se ne fa un seconda (e il Santo comincia a sentir di più); se ne fa una terza (e il Santo apre e ci ottiene la grazia). Quando non riceviamo quello che abbiamo chiesto, pensiamo che neppure un filo, una parola della nostra preghiera è caduta nel vuoto»[39]; «[parlando della Provvidenza] Dico questo solo perché si pensi un pochino di più alla Provvidenza di Dio e ci contentiamo di star vivi… [era il 25 agosto 1918]: Pregate che il Signore ci aiuti anche materialmente. Nel Pater noi domandiamo il pane, nell’Ave Maria domandiamo la pulenta [polenta]…Un Canonico mi raccontava che una vecchietta dicendo mulieribus intendeva domandare la polenta alla Madonna. Essa non poteva pronunciare bene mulieribus [fra le donne], e così trasformava questa parola in melia [meliga, granoturco]. Ricordatevi dunque anche voi di chiedere al Signore il pane ed alla Madonna la polenta! (sorride)»[40].
5. Conclusione
Come conclusione, riporto un curioso racconto dell’Allamano, dal quale si ricava la semplicità, la serenità e la finezza del suo cuore: «Mi ricordo che mi ha fatto impressione in seminario un bravo chierico. Là in seminario c’era un campanello, e c’è ancora adesso, mi pare, che si suonava solo quando veniva l’Arcivescovo a trovarci, così tutti eravamo avvisati e si lasciava tutto e si veniva fuori a riceverlo. Un giorno viene una vecchia di montagna, tutta vestita alla moda antica, con in testa certe cose lunghe come si costumava allora, era di Balme, voi che siete stati a S. Ignazio sapete come vanno vestiti da quelle parti là. Ebbene, costei arriva al Seminario, e si che sapeva…, invece di tirare l’altro campanello tira quello lì dell’Arcivescovo. Allora noi tutti che eravamo a scuola siamo venuti tutti fuori in fretta, e poi invece del Vescovo c’era quella vecchierella; e tanto più che aveva visto che l’uscio era aperto, ed era venuta dentro. Ebbene, quel chierico, mi ha fatta tanta impressione: l’è subito corso incontro, l’ha presa per il braccio, e ha detto: “È mia mamma!”. Fossimo stati noi, neh?!…avremmo subito detto: e perché sei venuta adesso?…hai tirato quel campanello là!! Avremmo voluto nasconderla subito, che nessuno la vedesse, vestita com’era. Invece quel chierico, niente…”è mia madre”, e l’ha salutata tutto grazioso come si deve fare»[41].
Note:
[1] I. TUBALDO, L’Allamano visto da vicino, VIII, L’ottavo dono dello Spirito Santo, promanoscritto, Torino 1998 pp. 66. Questo studio di P. I. Tubaldo sottolinea l’equilibrio psicologico e spirituale dei santi piemontesi nel delicato scenario della vita cristiana tra rigorismo e lassismo. L’A. descrive in modo efficace lo “jumor” del Cottolengo, di Don Bosco, del Cafasso e dell’Allamano, come contrasto e correzione al rigorismo morale. Per P. Tubaldo, l’Allamano è il massimo esponente di questa corrente che chiama “calda”. Per quanto ci riguarda sono interessanti soprattutto le pp. 49 ss. Prendo lo spunto da questo studio come base per le riflessioni che propongo.
[2] Arch. Postulazione, Prediche manoscritte del Can.co G. Allamano, 1.
[3] Cf. BONA C., La fede e le opere, Ed. Missioni Consolata, Roma 1989, pp. 353 – 368.
[4] Arch. Postulazione, Testimonianze, 3, C.
[5] Cf. Conf. IMC, III, 555; in modo quasi identico aveva trattato il tema della santa mestizia, durante il carnevale, per vivere la vera gioia che offre Dio, nella conferenza del 14 febbraio 1915: II, 188 – 191; cf. anche I, 373. Alle suore, il 3 aprile 1921 tratta pure il tema “Allegria e tristezza”, valorizzando il tempo pasquale, e più o meno espone la stessa dottrina: cf. Conf. MC, III, 229 – 239. In queste pagine ci sono espressioni molto interessanti, come, per esempio: «Il Signore vuole che siamo allegri […] anche dormendo, come i bambini che quando dormono hanno un’aria così bella e sorridente. Non addormentatevi mai col muso […] Non abbiamo paura di essere allegri (sorride) Adesso poi…non troppo…non di un’allegria smodata, ma secondo il Signore : 231 – 232; «Da qualche tempo in qua m’accorgevo dalle lettere che di là c’era un po’ di malinconia, ed ho detto: Ma dove andiamo?…adesso diviene la casa della malinconia questa?…Non era quella dell’allegria una volta? Ma servite Domino in laetitia! Godete!»: 235 6 Conf. IMC, III, 557 – 558.
[6] Conf. MC, II, 91.
[7] Conf. MC, III, 153; cf. anche 155.
[8] Conf. IMC, III, 557.
[9] Conf. IMC, III, 557; per la festa dell’Assunta, cf. Conf. MC, I, 406; cf. anche Conf. MC, III, 231. 11 Conf. MC, I, 17; cf. anche 192; 197.
[10] Conf. MC, I, 197.
[11] Conf. IMC, I, 450.
[12] Conf. IMC, III, 557.
[13] Conf. IMC, II, 188; cf. III, 556. L’Allamano cita S. Filippo Neri una cinquantina di volte nelle sue conferenze.
[14] Conf. MC, II, 434, 436.
[15] Conf. MC, III, 245; cf. 246, 247.
[16] Conf. MC, III, 317.
[17] Conf. MC, III, 468.
[18] Conf. MC, III, 493; cf. 495.
[19] Conf. IMC, II, 422.
[20] Conf. IMC, II, 600.
[21] Conf. IMC, II, 708. 24 Conf. IMC, III, 40.
[22] Conf. IMC, II, 361.
[23] Conf. IMC, II, 708.
[24] Conf. IMC, II, 413.
[25] Conf. IMC, II, 427.
[26] Conf. IMC, II, 467.
[27] Conf. IMC, II, 494.
[28] Conf. IMC, II, 556.
[29] Conf. IMC, II, 562.
[30] Conf. IMC, II, 590.
[31] Conf. IMC, II, 595. 35 Conf. IMC, II, 602; 36 Conf. IMC, II, 631.
[32] Conf. IMC, II, 831.
[33] Cf. ID., o.c., p. 53.
[34] Conf. IMC, I, 630.
[35] Conf. IMC, II, 144.
[36] Conf. IMC, III, 15.
[37] Conf. IMC, III, 134 – 135.
[38] In I. TUBALDO,o.c., p. 57.
[39] Conf. MC, I, 130.
[40] Conf. MC, II, 323.
[41] Conf. IMC, II, 575 – 576. Anni dopo, l’Allamano ripete il racconto in breve, con qualche variante, ma sempre con simpatia: «Dobbiamo fare come quel chierico mio compagno di cui vi ho già raccontato altre volte. Era venuta a trovarlo sua mamma che era una montagnina, e entrata in seminario, s’è messa a gridare, e a chiamare suo figlio. Noi ci siamo messi tutti a ridere (abbiamo fatto male) e quel chierico, ha subito detto: È mia mamma. E tutto tranquillo è andato a prenderla. Ha dato tanta edificazione quel chierico»: Conf. IMC, III, 376 – 377.