Punti fermi con particolare riguardo alla collaborazione
INCONTRO “GET TOGETHER” IMC – MC, Nepi 29.03.2003

Questo titolo comprenderebbe tutta la “pedagogia” missionaria dell’Allamano. Tratto solo dei principali aspetti, in due parti:
1 - quali sono le sue principali proposte educative per essere missionari secondo il suo progetto e
2 - quali sono i principi per una fattiva collaborazione tra missionari e missionarie delle Consolata.
I. PUNTI FERMI DELLA PEDAGOGIA MISSIONARIA DELL’ALLAMANO
1. Il suo spirito
Lo spirito di un Fondatore è la sua identità profonda, quella che ha ricevuto nell’ispirazione originale e che intende trasmettere ai suoi figli e figlie. Così lo spirito del Fondatore diventa “spirito dell’Istituto”, che investe tutto l’essere e l’operare dei membri. Per un Fondatore trasmettere il proprio spirito è l’unico modo per realizzare la grazia di origine, il “carisma” e anche un atto di coerenza e di fedeltà al progetto che Dio gli ha ispirato
Su questo aspetto l’Allamano è stato quanto mai esplicito, persino forte a motivo di certe interferenze esterne sulla formazione degli allievi: «Il Signore m’ha posto a capo dell’Istituto e mi dà anche la grazia di dirigerlo: lo spirito dovete prenderlo da me»[1]. Alle suore, in un periodo di particole tensione, nella conferenza del 26.08.1921: «Sono io incaricato a darvi lo spirito; e nessuno può arrogarsi di modificare anche solo qualche cosa riguardo al vostro spirito. La superiorità delle suore è sempre mia, finora non l’ho ancora ceduta a nessuno. Io darò il mio spirito a quelli che saranno uniti a me»[2].
Essere uniti al Fondatore, al suo spirito è una “garanzia” di autenticità. Chi vuole essere vero Missionario e Missionaria della Consolata non deve cercare lo spirito altrove, ma dentro casa, cioè nel Fondatore e nella Tradizione IMC e MC. Accostarsi al Fondatore significa: conoscerlo, stimarlo, volergli bene e “confrontarsi” con lui.
La fedeltà al Fondatore non contraddice al dovere di “sviluppare” il carisma, come la Chiesa richiede[3], perché lo sviluppo riguarda il “modo” e lo “stile” di vivere il carisma oggi
2. Solo missionari “ad gentes”
L’Allamano ha voluto preparare “solo” missionari e missionarie. Il suo ideale da seguire e proporre, che era il “nucleo centrale” della sua ispirazione originaria, era costituito dal “Cristo missionario del Padre”. Per l’Allamano questa identità di Gesù era la più elevata e quella che lui maggiormente sentiva e che ha inteso trasmettere come la prima e la principale. I suoi figli e figlie dovevano seguire Gesù, il “primo missionario” e imitarlo in tutte le sue virtù.
Il Fondatore è intervenuto più volte per salvaguardare la specificità esclusivamente missionaria dei nostri Istituti. E dal punto di vista pedagogico non ha dubitato di affermare che lo stato missionario è superiore a tutti gli altri precisamente perché imita lo stato che Gesù ha scelto per sé. Ad esempio, parlando della varietà degli stati religiosi, ad un certo punto afferma (suo manoscritto): «Sarete curiosi di sapere quali delle due classi [contemplativa e attiva] siano migliori e più perfetti? È difficile rispondere. Anzitutto è per l’individuo migliore quella classe, a cui Dio lo chiama per speciale vocazione. Tutte hanno per primo fine la propria santificazione, per cui sarebbero uguali. – Non crederei egoismo il pensare che la migliore e più perfetta sua quella scelta da N.S.G.C., e tanto raccomandata da Lui»[4].
Questo contenuto centrale del nostro carisma concorda con quanto ci ha suggerito il Papa nel ‘Messaggio’ per il centenario dell’Istituto. Tra le prospettive per il futuro, come prima, indica quella di «riconfermare con vigore la vocazione missionaria “ad gentes”, che è la vostra principale ragione d’essere»[5].
Dal punto di vista formativo, è indispensabile che tutto l’impegno sia indirizzato alla preparazione specifica per la missione. Ciò vale per tutte le dimensioni formative: umana, spirituale, intellettuale e pastorale. Vale sempre l’indirizzo del Fondatore: «L’aria qui è buona solo per quelli che vogliono farsi Missionari»[6].
3. Missionari mariani per portare la “consolazione”
Come sappiamo, l’incidenza della Consolata è antecedente alla fondazione, in quanto l’Allamano ha maturato i suoi due Istituti Missionari, sia come decisione di iniziarli, sia come spirito da infondere loro che come forma da dare, proprio ai piedi di Maria, nel suo santuario. Lo ha testimoniato lui stesso.
Oltre all’attribuzione esplicita della fondazione alla Consolata, è veramente interessante riflettere sul perché nei nostri Istituti, a partire da lui, si sia imposto, soprattutto nel passato, il motto preso da Is 66,19: «Et annuntiabunt gloriam meam gentibus». Per capire questo motto, bisogna anzitutto tenere conto che, per l’Allamano, l’identità dei suoi figli e figlie è la loro integrale consacrazione «alla maggior gloria di Dio e per la salute delle anime»[7]. Lo scopo preciso della loro attività apostolica è «zelare la gloria di Dio colla salute delle anime»[8]. Nella salvezza realizzata attraverso la missione, oltre alla centralità di Cristo, l’Allamano coglie bene il ruolo subordinato di Maria.
Il motto di Isaia figura all’inizio del Regolamento del 1891, del Regolamento del 1901 e delle Costituzioni del 1909. Fu scelto, molto probabilmente, per il riferimento esplicito all’Africa, che, nell’idea del Fondatore, doveva essere il campo di apostolato dei Missionari della Consolata[9].
Nella mente del Fondatore, questo motto ha appunto una valenza soteriologica di carattere universale e un riferimento mariano, sia pure in senso devozionale: i Missionari della Consolata, nella sua convinzione, avrebbero dovuto impegnarsi per la gloria di Dio, congiuntamente e subordinatamente per la gloria di Maria, attraverso la salvezza delle anime.
La riflessione più recente dell’Istituto ha approfondito teologicamente il rapporto ConsolataMissione ed ha sviluppato un dato molto interessante, che esprimo con le stesse parole del Papa nel ‘Messaggio’ per il centenario: «Con l’aiuto della Consolata, carissimi Fratelli, diffondete la vera “consolazione”, la salvezza cioè che è Cristo Gesù, Salvatore dell’uomo»[10].
La dimensione mariana del nostro carisma è originaria e qualificante. Dunque, non è solo una caratteristica dell’Istituto, ma un elemento costitutivo. La preparazione dei missionari e missionarie della Consolata deve tenere necessariamente conto di questa dimensione, pena non essere “consolatini”.
4. Missionari - religiosi, nella santità della vita
Un altro elemento caratterizzante il carisma lo troviamo nel binomio “missione-santità”. Per l’Allamano la santità non è solo la condizione per fare meglio la missione, ma prima ancora la condizione indispensabile per essere missionario.
La santità è una premessa necessaria alla missione. L’Allamano voleva gente di “prima qualità”. Questo era il suo sogno. Lo ha manifestato fin dal 1901, quando ha scritto agli allievi alla Consolatina: «Riserbandomi poco a poco di dirvi a voce o per scritto, tante altre cose, che vi ajutino a perfezionarvi, ed a prepararvi alla grand’opera dell’apostolato […]»[11]. I testi che esprimono questo suo ideale sarebbero moltissimi. Mi limito ad uno: «[…] prima dobbiamo santificare noi…e fatti santi in poco tempo potremo compiere la nostra missione fra le genti e con gran frutto»[12].
C’è, dunque, una graduatoria logica ed esplicita. L’Allamano ha espresso in modo chiaro il proprio pensiero, dicendo esplicitamente che la santità precede per importanza l’azione missionaria. C’è un “prima” e un “poi” logici: prima santi, poi missionari. Prima l’essere, poi l’operare. Anche su questo aspetto i suoi interventi sono i più numerosi e, forse, i più famosi: «Prima cosa farci santi, seconda cosa salvare i neri»[13].
In questo contesto colloco una variante che è strettamente collegata, perché tocca la nostra identità di missionari della Consolata, ed è la “consacrazione religiosa”. L’Allamano ha scelto la forma religiosa per i nostri Istituti per diversi motivi, primo tra i quali è la “maggior perfezione”. Per cui il binomio diventa: “prima religiosi, poi missionari”.[14] Tra tutte le possibili, riporto una citazione esplicita: «Se volete essere poi missionari in regola bisogna prima che siate ottimi religiosi; prima di convertire gli altri, bisogna che siamo santi noi»[15].
La conferma di tutto la trovo in un episodio curioso, riportato dalle Suore, che fa capire il pensiero del Fondatore circa il rapporto tra “numero” e “qualità”, in quanto lo sviluppo delle opere esige un aumento di missionari (si era aperta la Prefettura dell’Iringa): «Voi dovreste essere 500 almeno. Voi mi avete detto che non guardo il numero ma la santità; ma più grosso è il numero dei santi e meglio è…»[16].
5. Corpo apostolico
“Spirito di Corpo” applicato all’Istituto è un concetto derivato dall’Allamano stesso, fin dall’inizio. In esso, il Fondatore intravedeva l’unità di vita e soprattutto di azione dei suoi missionari. Immaginare l’Istituto come un “corpo” appartiene, dunque, al criterio della fondazione e fa parte del carisma. Questo elemento viene poi rafforzato dal fatto che siamo anche religiosi, per cui la vita comune favorisce lo spirito di corpo[17].
Sulla bocca dell’Allamano, in linea generale, la locuzione “spirito di corpo” ha una connotazione spiccatamente operativo-apostolica, mentre “spirito di famiglia” si riferisce piuttosto alla vita interna della comunità. Le spiegazioni che l’Allamano dà della sua idea di un Istituto pensato come un “corpo” sono molte e variegate. A volte lo spiega usando le categorie del corpo fisico[18]. Altre volte, quelle del corpo morale[19]. L’idea del “corpo mistico” può essere stata di ispirazione, se pensiamo che il Fondatore, parlando di questo argomento, ha valorizzato volentieri i testi paolini che si riferiscono appunto al “corpo mistico”.[20]
C’è, inoltre, uno stretto legame tra “spirito di corpo” e “ubbidienza apostolica”, come appare dalla famosa lettera circolare del 2 ottobre 1910: «Altro carattere del lavoro di missione è la concordia. L’unione di mente e di cuore mentre rende leggera la fatica, fa la forza ed ottiene la vittoria. Guai al missionario che tenace del proprio giudizio non sa rinunziare alle proprie viste per accettare cordialmente quelle della maggioranza dei compagni e più ancora quelle dei superiori»[21].
La conseguenza è che fa parte del carisma l’idea di unità applicata alla vita e al lavoro, per cui, nell’Istituto, non si concepisce un/a missionario/a che si muova isolatamente. L’unità tra noi e con la Chiesa è una caratteristica originaria e punto forte di preparazione.
6. Salvezza integrale
Un ulteriore punto fermo nella pedagogia dell’Allamano è il contenuto che il “Cristo missionario del Padre” offre, attraverso di noi, cioè la “salvezza integrale” dell’uomo. Quando si parla di salvezza “integrale”, si intende precisare che la salvezza cristiana in sé stessa è una, perché l’uomo è “uno” nella sua identità. Siccome, però, da salvare è “tutto” l’uomo, corpo e anima, ne consegue che la salvezza ha due dimensioni: “terrena” e “soprannaturale”.
Per importanza si deve iniziare dalla salvezza “trascendente”, “soprannaturale”, perché siamo “collaboratori della Redenzione”[22]. Il modo con cui il Fondatore esprimeva questa dimensione della salvezza era conforme alla cultura teologica del suo tempo: «Salvare le anime»[23]; specialmente «quelle anime che nessuno vuol salvare, a cui nessuno pensa»[24].
Poi viene la salvezza “immanente”, “terrena”. Qui si inserisce il discorso sulla “promozione umana”. La Chiesa vive e collabora da sempre alla promozione dell’uomo già su questa terra. Ultimamente, attraverso il Magistero, ma non solo, essa ha fatto una profonda riflessione circa il rapporto tra evangelizzazione e promozione umana, giungendo alla conclusione, ovvia, che la promozione è “parte integrante” dell’evangelizzazione. Già Paolo VI aveva precisato che tra i due termini esiste un triplice legame necessario, di ordine antropologico, teologico ed evangelico[25].
L’esperienza dell’Istituto, su questo terreno, risale al Fondatore. Sappiamo che è un’esperienza sofferta, discussa e radicata. Il momento culmine del problema si è avuto quando l’Allamano ha comunicato il ‘Decretum Laudis’ del 28 dicembre 1909, nel quale si approvava il metodo di evangelizzare dell’Istituto. Dalle parole che l’Allamano scrive ai missionari risulta evidente che non si tratta solo di “metodo” apostolico, anche se lui adopera questa parola, ma anche di contenuto che l’apostolato offre[26].
La preparazione dei missionari e missionarie tiene conto di questo obiettivo: salvare tutto l’uomo, senza pregiudicare nessuna delle sue dimensioni. Se c’è un “prima” da salvaguardare, ovviamente è quello che Gesù stesso indica in Mt 16,26: «Che giova all’uomo…».
7. Missionari oggi e domani
Un ultimo punto forte che prospetto riguarda il nostro atteggiamento per educarci alla missione in un mondo che cambia. Inizio dalle parole che ci ha rivolto il Papa: “«I confini territoriali nei quali si svolge l’evangelizzazione si sono in questi anni profondamente modificati, imponendo a voi missionari presenze e impegni nuovi rispetto al passato. Così i moderni areopaghi da evangelizzare richiedono anche a voi che siate apostoli coraggiosi, creativi e dotati di una preparazione sempre più specifica. L’inculturazione del Vangelo è questione quanto mai urgente e irrinunciabile, anche se di complessa soluzione. Il dialogo interreligioso costituisce un elemento integrante della missione. […]. Sono queste alcune delle prospettive che coinvolgono in modo speciale voi, chiamati ad essere missionari di frontiera»[27]
Non possiamo approfondire i contenuti di questi ambiti della missione. Evidenzio solo alcuni nostri atteggiamenti che servono per la formazione:
- Anzitutto fare una valutazione globale: sono situazioni e problemi veri, che sfidano l’azione missionaria, che ne modificano lo stile, le prospettive, le priorità. Su questi problemi la Chiesa missionaria riflette e lavora. Però sono problemi “aperti”, non risolti, non statici, non isolati, in sviluppo. Sono una catena di problemi che richiedono attenzione, ma "positivi" perché vitali, di crescita, non di recessione.
- Sano realismo: ci sono e si devono affrontare; rimbocchiamoci le maniche.
- Bando alla nostalgia: mai pensare che “era meglio prima”, tanto meno dirlo; sarebbe segno di fragilità psicologica e tarperebbe le ali a chi si impegna con sincerità.
- Creatività, apertura: essere curiosi verso queste novità, volerle conoscere; magari, persino un po’ spavaldi. Meglio sbagliare facendo, che ripetere cose generiche, con il rischio di rimanere stagnanti.
- Concertazione, obbedienza apostolica: non agire isolatamente, con la scusa che gli altri non capiscono; meglio andare adagio, ma insieme con la comunità, con il Vescovo.
- Speranza: «Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). Credere che la missione è possibile, in tutte le situazioni storiche e culturali, in tutti i tempi.
II. COLLABORAZIONE IMC – MC
Il fatto che l’Allamano abbia fondato due Istituti, uno maschile e uno femminile, è un dato storico, incontrovertibile. Che lui dicesse di non avere la vocazione di fondare le suore, non significa che non credesse all’importanza della loro collaborazione. Basta pensare all’opera delle Suore Vincenzine in Kenya. Attraverso le vicende che conosciamo, nel 1910, ha fondato le Missionarie della Consolata. Lui stesso le ha formate, come ha formato i missionari. Non solo, ma ha proposto gli stessi contenuti, usando gli stessi schemi di conferenze, per entrambe le comunità. Trattava abitualmente gli stessi temi, lo stesso giorno. Possiamo dire che i nostri “primi” e “prime” sono stati formati come avviene per i figli di una stessa famiglia, anche se vivevano distinti, in case separate. Ovviamente, il Fondatore, in certe situazioni, ha usato linguaggi differenti per gli allievi missionari e per le aspiranti missionarie, come è logico che sia trattandosi dei due sessi con psicologie proprie. Tuttavia, la sostanza delle proposte educative era la stessa, per cui, anche oggi, possiamo usare indifferentemente, per entrambi gli Istituti, ciò che ha detto ai missionari e ciò che ha detto alle suore. Il Fondatore era il vero punto di congiunzione. Lui ha garantito l’unità. Questa sua funzione è valida anche oggi.
Fatta questa premessa, espongo un “decalogo” di principi validi allora e, credo, validi anche oggi, riguardo la collaborazione tra i due Istituti.
Primo: non tenere conto dei momenti storici di incomprensione, sofferenza o di “crisi”, limitati e mai generalizzati, riguardo l’accordo tra i due Istituti spiegabili per precise circostanze, ormai trascorse. Anche certi richiami piuttosto severi del Fondatore, che prospettavano, forse per “scuotere”, addirittura possibili future separazioni nel lavoro apostolico, sono da inquadrarsi in momenti particolari, essendo stati pronunciati per correggere difetti di comportamento ben circostanziati[28].
Secondo: nella mente dell’Allamano le Missionarie della Consolata avevano un significato diverso, rispetto a quelle del Cottolengo, per quanto riguarda la collaborazione con i missionari. Ciò non perché le Missionarie della Consolata fossero migliori, ma perché venivano preparate da lui stesso, secondo i suoi criteri e il suo spirito, che erano identici a quelli usati per i missionari. In questo senso il problema era piuttosto di identità. Ciò risulta da un complesso di fattori[29].
Terzo: il Padre è stato unico ed è anche adesso “unico”. Egli ci deve poter riconoscere come suoi figli e figlie. L’Allamano non appartiene di più ai missionari, né di più alle missionarie. Non è neppure diviso tra i due Istituti, un po’ degli uni e un po’ delle altre. È tutto di tutti e di tutte. Tutti, sia i missionari che le missionarie, sono idonei a studiarlo ed a parlare di lui con competenza.Tutto ciò sembra un gioco di parole, ma è una realtà consolante e un forte legame tra noi.
Quarto: tenere vive le ragioni della fondazione. Indipendentemente dal rapporto giuridico attuale tra i nostri due Istituti, c’è una linea di fondo, iniziale e tradizionale, che ne giustifica l’origine e l’esistenza ed è la cosiddetta “unità di spirito e di azione”. L’unità di spirito risulta sia dalla necessità di avere missionari e missionarie con le stesse identità, che, nei loro reciproci rapporti, oggi vivono quel clima che il Fondatore così esprimeva: «siamo in famiglia, fratelli e sorelle e dobbiamo amarci».[30] L’unità di azione, che è conseguenza dell’unità di spirito, è giuridicamente garantita dalle norme stabilite dall’Allamano nel fondare un Istituto di Missionarie destinate a «coadiuvare i missionari della Consolata nell’evangelizzazione degli infedeli, primieramente nell’Africa Occidentale»[31]. Teniamo presente che questa disposizione, che poi ha subito ritocchi suggeriti dalle situazioni e dagli interventi della Santa Sede, fino alle formulazioni delle attuali Costituzioni dei due Istituti32, rimane valida non come legge, ma come indirizzo ideale.
Quinto: è importante seguire la sana tradizione dei due Istituti. Trovo la sana tradizione in tutti quei missionari e missionarie che si sono stimati e rispettati, si sono voluti bene, come fratelli e sorelle, e hanno collaborato in pieno accordo. Di questi il Fondatore sicuramente è stato orgoglioso, sia che li abbia accompagnati quando era ancora vivo su questa terra, sia che li abbia protetti dal cielo. Di questi padri, fratelli e suore io ne ho conosciuti tanti e, per me, sono tra i ricordi più belli. Non è un “sentimentalismo”, ma un “ideale” che conserviamo gelosamente.
Sesto: continuiamo la medesima formazione, se vogliamo essere come il Fondatore ci ha voluti. La formazione è il punto di partenza per garantire un medesimo spirito e uno stile di vita e di azione comuni, per cui diventiamo riconoscibili, anche dal di fuori, come “della Consolata.
Osserviamo bene i sei volumi delle conferenze, tre a voi e tre a noi. Gli schemi erano ciò che il Padre intendeva dirci. Le conferenze raccolte contengono ciò che di fatto ci ha detto. Dove sono le “diversità”? I suoi schemi manoscritti sono gli stessi, con poche eccezioni trascurabili. Le diversità nelle conferenze raccolte dai nostri seminaristi e dalle vostre sorelle sono solo nello stile alcune volte più paterno con voi, ed in circostanze contingenti che riguardavano una o l’altra comunità. Ma la “sostanza” è assolutamente uguale! Questo ci consola. Anche oggi, la sostanza deve essere la stessa, altrimenti facciamo due sorta o qualità di Missionari/e della Consolata.
Settimo: condividere campi di apostolato. Tenendo realisticamente conto che la Chiesa ci può chiedere impegni missionari ovunque, anche separatamente, una certa priorità non possiamo trascurarla, come dicono le nostre Costituzioni. Che cosa direbbe un padre se i figli preferissero lavorare con estranei e non con i propri fratelli e sorelle? I principi costituzionali delle reciproche autonomie, ricordati in antecedenza, sono sacrosanti, ma lo spirito interviene nella loro attuazione.
Ottavo: c’è un progresso da operare sulla natura e stile della cooperazione apostolica. Oggi, la presenza delle donne nell’apostolato della Chiesa è sostanzialmente mutato rispetto al tempo in cui è vissuto il Fondatore. Ammettiamo che si è ancora lontani dall’aver capito tutto bene, proprio a livello di Chiesa, ma l’esigenza si sente e un certo progresso c’è. Applicando a noi, il rapporto apostolico deve essere impostato secondo i criteri attuali. Direi che l’essere “della Consolata” ci aiuta. La Madonna come ha collaborato con Gesù e con la comunità primitiva?
Nono: salvare la giusta autonomia dei due Istituti. Quella giuridica è già salvaguardata, come pure quella organizzativa nella vita ordinaria, nell’economia, nel lavoro, ecc. Ci sono esigenze terrene di riservatezza che scaturiscono dal fatto di essere uomini e donne, ma anche esigenze di tipo spirituale, che sgorgano dal fatto che certi servizi apostolici sono affidati ai sacerdoti, mentre altri sono svolti meglio da donne consacrate, non come aiuto agli uomini, ma autonomamente.
Decimo: la mia famiglia non sarà la più ricca, né la più istruita, né la meglio sistemata, ecc., ma è la “mia”. Fin tanto che siamo “della Consolata” e il “nostro Padre” si chiama Giuseppe Allamano, siamo “fratelli e sorelle”. È mai possibile dimenticarci? Ci rassomigliamo troppo! Magari altri fratelli o sorelle sarebbero migliori, più capaci, meglio organizzati, ecc., ma non sono i “nostri”.
Note:
[1] Conf. IMC, I, 273.; cf. anche Conf. IMC, II, 211.
[2] Conf. MC, II, 278.
[3] Cf. ‘Mutuae Relationes’, n. 11: «[il carisma del Fondatore è] un’esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita».
[4] Conf. IMC, III, 337. Alle suore: «Non si dice per superbia, ma voi sapete che lo stato di missionaria è lo stato più perfetto che ci sia. Tant’è che N. Signore se avesse sulla terra trovato uno stato più perfetto l’avrebbe abbracciato […]. Ora lo stato che è più imitazione di Nostro Signore, che si avvicina di più a Lui, è il più perfetto»: Conf. MC, I, 428..
[5] ‘Messaggio per il Centenario’, n. 2.
[6] Conf. IMC, II, 82.
[7] Conf. IMC, I,30.
[8] Conf. IMC, III,461.
[9] «Dicit Dominus:…Mittam ex eis, qui salvati fuerint, ad gentes in mare, in Africam,…ad insulas longe, ad eos, qui non audierint de me, et non videbunt gloriam meam. Et annuntiabunt gloriam meam gentibus». Dopo il 1909, l’Allamano ha dovuto togliere questa citazione, perché non era più consentito per disposizione della Santa Sede, ma esso restò nel ricordo e nella sensibilità dell’Istituto: cf. I. TUBALDO, Il Regolamento…, in ‘Documentazione IMC’, Roma, N.1,1979,9.
[10] ‘Messaggio’ per il centenario, n. 5.
[11] Cf. Lett., III, 106.
[12] Conf. IMC, I, 27. Cf. anche: «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre, battezzare, salvare anime: no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà”»: Conf. IMC, I, 249-250. «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»: Conf. IMC, I, 279; cf.anche Conf. IMC, II, 82.
[13] Conf. IMC, II, 540; cf. anche: «Io prego ogni giorno il Signore perché tutti vivano costantemente quali degni missionarii, e lavorino prima alla propria santificazione, e poi alla conversione di cotesti cari neri»: Lett., VI, 421 – 422;. «Siete qui per farvi sante: Non dite: ‘Io sono qui per farmi missionaria’, no, prima santa e poi missionaria»: Conf. MC, III, 290.
[14] La conferenza più diffusa ed esplicita al riguardo è quella del 19 ottobre 1919: cf. Conf. IMC, III, 336-342.
[15] Conf. IMC, III, 342.
[16] Conf. MC, III, 349
[17] Cf. Regolamento 1901, Parte I, art. 4; Parte III, art. 17.
[18] Cf. Conf. IMC, III, 390. Le citazioni possono essere molte, per esempio: Conf. IMC, I, 162, 612; III, 156, 580 e 584, 655.
[19] Cf. Conf. IMC, 330 e 332; Conf. MC, I, 25-26.
[20] Il Fondatore valorizza: Ef 4,1-7; Rm 12,4; 1Cor 12,12ss.
[21] Lett., V, 410.
[22] Conf. IMC, I, 650: «Il missionario è chiamato a cooperare con Dio alla salvezza di quelle anime, che ancora non lo conoscono […]. È questa quindi un’opera essenzialmente divina. Dei adiutores sumus (S.P. a Tim)» (il testo è di 1Cor 3,9; cf. anche 2Cor 6,1; 1Ts 3,2).
[23] Cf. Conf. IMC, I,24,96,306,423,476,481,483; II,19,184,403,690,695; III,161,188,230,370,461,528,660-662.
[24] Conf: IMC,III,661. In questo contesto, si comprende perché l’Allamano abbia così spesso citato la celebre frase di S. Francesco di Sales: «Da mihi animas, coetera tolle», che gli serviva per spiegare la necessità che un missionario ha di sentire la «sete delle anime»: Conf. IMC,I,279. Altri modi di esprimersi sono: «Evangelizzare tutti i popoli»: Conf. IMC,I65,128,298; II,323,474,693; III,370,373,392,469,662) e «Dilatare il Regno di Dio”»: Conf. IMC,I,184,424.
[25] Cf. Es. Ap. ‘Evangelii Nuntiandi’, n. 31.
[26] Come l’Allamano abbia vissuto questa esperienza lo si percepisce dalla sua lettera circolare ai missionari del Kenya del 2.10.1910: «Il decreto della S. Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni della S. Propaganda e le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro Apostolato. Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani: mostrare loro i benefici della civiltà per trarli all’amore della fede: ameranno una religione che oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra»: Lett., V,410. Cf. anche: Lett., IX/2,120.
[27] ‘Messaggio’ per il centenario, n. 2.
[28] Mi riferisco alla famosa conferenza del 15 aprile 1915: Conf. IMC, II, 250-252, dove il punto di partenza è:
«[…] qualche volta è capitato da qualcuno, più in passato che adesso, è avvenuto che si trattano male le suore, quasi fossero serventone; si trattano le suore con un po’ di disprezzo [per avere cibo dalla cucina; si era durante la guerra…]» (250). La conclusione è: «Basta, non ho mai fatto un discorso simile. Ebbene ho creduto bene di farvelo (251) […]. Ma così basta; ho già detto troppo» (252).
[29] Cf. TUBALDO I., Missionari e Missionarie della Consolata - Collaborazione qualificata, Torino 1998. Si tratta di uno studio promanoscritto, non divulgato, molto interessante, con abbondante documentazione. Alle pp. 7 – 10 viene svolto questo tema sotto il titolo: «Il problema è quantitativo, ma soprattutto qualitativo». Lo trovo indicato anche in questo semplice e curioso segno: la famosa scena del missionario e della missionaria assieme ad un gruppo di africani, con nello sfondo una strada tra due file di capanne, che conduce ad una cappella e, con in lontananza il monte Kenya e in alto la Consolata. Quando non esistevano ancora le Missionarie della Consolata, la scena comprendeva solo il missionario. Le Suore Vincenzine sono raffigurate, invece, nella scena missionaria dipinta sul soffitto del Santuario.
[30] Conf. IMC, II, 252.
[31] Primo ‘Estratto di Regolamento’, art. 1°. Nel secondo ‘Estratto del Regolamento’ del 1912, ci sono due articoli; nel 1° si leggono le stesse parole, ma non è più indicato il luogo; nel 2° il luogo è così espresso: «Le Missionarie non possono essere destinate ad altre Missioni fuorché a quelle assegnate dalla Sacra Propaganda all’Istituto stesso»; nelle costituzioni del 1913, il secondo fine viene così espresso: «l’evangelizzazione degli infedeli nelle regioni assegnate dalla S. Congregazione di Propaganda Fide ai Missionari della Consolata». 32Cf. Costituzioni IMC, artt. 9, 74.3; Costituzioni MC, artt. 7, 72.