Mi limito a qualche indicazione, certamente già espressa da altri in modo più completo. Sia, almeno,un segno di partecipazione alla riflessione che viene portata avanti.

L’argomento è vasto perché comprende molti aspetti e occorrerebbe avere una più appropriata conoscenza della realtà su cui calare alcuni principi fondamentali. Anche perché questa è una caratteristiche dell’Allamano. Infatti, nella sua opera formativa come anche nelle iniziative da lui intraprese, parte sempre da:

Attenzione alla realtà. Le testimonianze a questo riguardo sono abbondanti…. Per cui anche nei vari compiti formativi: nel seminario diocesano, al Convitto ecclesiastico della Consolata, all’Istituto, il suo punto di partenza non è la proposizione dei principi e delle regole (che pure voleva rispettate), ma la situazione concreta del seminario, del convitto, dei candidati all’Istituto e alla Missione. L’Allamano è un attento osservatore. I testimoni dicono di lui:

“teneva l'occhio e l'orecchio attenti e vigili a quanto accadeva al di fuori…” (A. Cantono);

“Ha sempre avuto una intuizione precisa dei bisogni del tempo”;

“Non conobbe vecchiezza” (Pinardi), proprio per questo suo “occhio vigile e penetrante”.

“Visse coi suoi tempi, si rese conto dei loro giusti bisogni”. Incoraggiò tutte le iniziative atte a rendere il clero preparato alle forme di apostolato rispondenti ai bisogni del tempo. La intraprendenza e la perspicacia che auspicata per i suoi missionari ha questa base a cui occorre educare fin dalla formazione di base.

Ne viene anche una metodologia attuata fin dall’inizio dai missionari della Consolata e considerata un po’ come una loro originalità: partire “guardando” per rendersi conto situazioni, cultura, lingua, necessità. Arrivati in una terra praticamente sconosciuta, senza conoscere la lingua, le consuetudini, le idee, le tradizioni, l’impegno diventa: osservare, annotare luoghi, detti, consuetudini, idee, “principi di morale naturale”, per arrivare poi a formulare una presentazione del cristianesimo in modo accessibile e contestuale.

Da questo prende le mosse e imposta i criteri formativi a cui dare priorità. Fondamentale anche oggi è saper leggere la realtà.

Attenzione alle persone. L’affermazione delle Costituzioni IMC sulle persone da considerare come “primo bene” si radica nella tradizione del Fondatore, per il quale: prima vengono sempre le persone.

Conseguentemente emerge in maniera eminente il principio da lui attuato e poi continuamente ribadito ai superiori e superiore dell’Istituto, in Italia e in Africa di preoccuparsi anzitutto delle persone.

Alcune raccomandazioni nelle lettere a superiori/e:

  • Fa loro coraggio; richiama in bei modi senza scoraggiare; sostieni la debolezza dei fratelli;
  • Pazientare, comprendere, correggere perchè arrivino poco per volta a essere e vivere all'altezza della loro vocazione;
  • Ciò che più mi preme è che il morale delle suore (del Cottolengo) e più dei missionari non scemi e alcuno si scoraggi.

Per questa attenzione alle persone aveva una straordinaria capacità di essere fermo nei principi (fortiter) e di adeguarli alla situazione concreta delle persone (suaviter), immedesimandosi nella loro situazione fisica (debolezze, necessità di salute), ma anche al carattere, e alle capacità di ognuno. Per questa comprensione ammette che uno riesce a far tanto e non più, ad arrivare fino a un certo punto e basta, oppure è in un momento in cui bisogna saper aspettare. Quindi, Allamano sa distinguere fra gli ideali e le mete da raggiungere e la capacità concreta di coloro che li devono raggiungere; e porta avanti gli obiettivi con pazienza e rispetto. Egli ha una straordinaria capacità di equilibrio tra proposte forti e comprensione delle capacità e della debolezza umana. Propone ideali altissimi, fino alle vette dell'eroismo, ma sa anche che non tutti possono arrivarci. Considera le persone come sono, sapendo attendere i tempi di maturazione che sono diversi. E quindi sa anche superare la regola, senza venire meno a ciò che è veramente importante e irrinunciabile.

Ad esempio, mentre esorta fin dall’inizio a saper mancare anche del necessario, esorta poi mons. Perlo a "allargare la mano", a essere comprensivo verso coloro che non riescono a essere tanto generosi da accontentarsi e adattarsi alla situazione e alle ristrettezze, ad avere fiducia nella provvidenza che pensa non solo al necessario ma anche al superfluo e anche "di più, per quanto bisogna tollerare per la debolezza e miseria umana di chi non ha la forza di subito essere più generoso nei sacrifici dell'apostolato".

Per questo, i missionari hanno dimostrato una fiducia assoluta in lui, una adesione totale, rimettendosi completamente nelle sue mani, perché sapevano di essere capiti: ognuno aveva la sensazione di essere l’unico; si sentiva accolto, compreso, accompagnato. Trattava e ascoltava "con fare così paterno e persuasivo" che si aveva l'impressione "di essere stati compresi e che la via da lui tracciata era proprio quella da seguire" (G. Cappella).

L’attenzione alle persone si esprimeva anche nella capacità di proporre le stesse cose, a missionari e missionarie, ma con accentuazioni e linguaggio diverso, tenendo conto delle sensibilità, preparazione, compiti.

Per cui, riflettere sulla “pedagogia allamaniana”, è necessariamente diversa per le persone di un collegio o di un seminario. L’attività formativa dell’Allamano si è rivolta prevalentemente a seminaristi, sacerdoti e soprattutto missionari/e. Qui, ovviamente, viene tenuta presente soprattutto la sua “pedagogia” seguita per la formazione missionaria. Occorre tenerlo presente e scegliere quello che va applicato e adattato altri ambienti.

Presenza Di qui viene una costante preoccupazione di essere presente nella vita della comunità, e alle singole persone. Ognuno si sentiva seguito personalmente con un interesse non solo per il cammino formativo e spirituale,ma anche per la sua famiglia, le propensioni personali, le difficoltà caratteriali (cf. lettera a Falda). Si preoccupa delle minime necessità dei missionari e dei loro parenti, sa prevenire. Missione e Missionari gli sono sempre presenti, nella preoccupazione e nella preghiera. La sua vita diventa una cosa sola con quella dell'Istituto. Fin dall'inizio scrive a F. Perlo nel 1904, di vivere ormai solo per essa: "Tante e tante cose a tutti i miei cari missionari, per i quali solo ormai vivo sulla terra".

Escogita quindi tutti gli accorgimenti per essere presente (fisicamente, per lettera, attraverso i diari). E quando i missionari si devono distaccare per la partenza a cui pur li ha preparati, per l’Allamano dal cuore di padre è come "uno schianto", il cuore "sanguina", "si fa tenero, tenero"; "si stacca come una parte di me stesso" (cf. 9.2.13). Una presenza, quindi, che lo coinvolge affettivamente e questo rende ancora più coinvolgente la relazione anche formativa con le persone. Una presenza che diventa anche costante preghiera che non manca di ricordare continuamente:

"quel benedetto Istituto e ogni suo membro maschile e femminile, vicino e lontano, è sempre lì per essere offerto nelle mie frequenti visite a Gesù Sacramentato e ai piedi di S. Ignazio" (16.7.21 a Sr. Maria degli Angeli).

"Prego il Signore di benedire i miei cari missionari, la mia principale speranza e consolazione" ( a Costa 12.8.12).

"Prego sempre per tutta la Comunità e per ognuno di voi in particolare" (12.9.20).

"Per me ad alleggerirmi il peso della responsabilità che mi grava sulla vostra perfetta formazione all'apostolato, non mi resta, ed è il più, che pregare continuamente il buon Dio perchè egli stesso lavori in voi" (17.7.13).

Coraggio in Domino e ricevi la benedizione paterna che ti mando ogni sera" (a Ferrero 1.10.23).

"Dite loro che a Torino c'è un Padre in Gesù, tenerissimo, che ogni giorno e più volte al giorno li benedice". Fondamentale nella sua opera formativa è la convinzione sentita da tutti della sua paternità: “Era veramente Padre, il nostro Padre, e come lui non ne abbiamo più avuto un altro”; questo è stato cristo da un testimone..

Di qui si comprende l’impatto che avevano le sue conferenze, attese con vera ansia. Ciò, come osserva P. Bartorelli non perché proponessero chissà quali novità (almeno per l’interessato), ma per la persona dell’Allamano, il suo modo di fare, la trasparenza della sua paternità e della sua sincerità. Per cui sono qualificate: “meravigliose”, “incantavano: era incanto per noi la sua parola” (Dolza); “impareggiabili… aprivano nuovi orizzonti di soave spiritualità... impossibile dire quello che si provava in cuore…” (Sandrone); "non ne avrei perso una per tutto l'oro del mondo" (Bartorelli); "per noi la sua presenza era sempre gioia" (Panelatti). E questo perché si sentivano “come figli attorno al padre amato” (Falda). Si sentiva che le sue parole sgorgavano dal cuore; diceva quello di cui era pienamente convinto e viveva.

"Il suo spirito egli ce lo diede anzitutto con il suo esempio... Tutto ciò che ci diceva, lo vedevamo praticato in lui in modo superlativo. E se già ci facevano impressione le sue parole, posso attestare per esperienza propria e di moltissimi confratelli che ci faceva impressione e del bene, il suo esempio".

"Così erano le espressioni del nostro caro Padre Superiore: efficaci, penetranti, indimenticabili; si sentivano perché le sentiva prima di noi; entravano nel nostro cuore, perché partivano dal suo cuore; persuadevano perché era lui il primo a praticarle con la più intima convinzione. Certo non diceva cosa che non avesse sentita in sè profondamente" (Cravero). Valore della testimonianza personale: più testimoni che maestri!.

Questo spirito di “presenza” diventa pure parte del metodo missionario allamaniano di evangelizzare “stando con la gente”, con le visite ai villaggi, passando di capanna in capanna, interessandosi delle persone, curando i malati, rendendosi conto delle necessità a cui provvedere con varie iniziative di carattere formativo e promozionale.

Sottolineature “caratteristiche”

Tralascio il riferimento alla caratteristiche note della vita spirituale secondo lo spirito dell’Allamano: centralità di Cristo, Eucaristia, spiritualità mariana (più che devozione), liturgia, per sottolineare alcune dimensioni pedagogiche.

La “qualità”. Non faceva sconti su questo. Lo sappiamo, non cercava il numero (che allora non preoccupava, ma era ugualmente urgente per le necessità della Missione); voleva la qualità: «dobbiamo essere tutti della prima classe, tutti generosi… della classe dei più perfetti»; «io voglio qui sacerdoti ottimi»; «il Signore ne mandi, ma solo roba di prima classe! Questo voglio: ognuno di voi deve essere capace di fare per molti » (III, 715). «Qui voglio solo roba scelta». Non intende “superuomini” o superdonne, geni, ma persone che si impegnano seriamente, hanno costante preoccupazione della qualificazione anche professionale: «non “aquile”, ma volenterosi». Dalla qualità delle perosne dipende la qualità dell’Istituto. Al giorno d’oggi, per essere veramente significativi nel proprio lavoro e come Istituto è sommamente necessario dare priorità alla “qualificazione”, per poter dialogare con altri, e in particolare con la Chiesa locale, per affrontare i nuovi problemi che si presentano anche per la pastorale in un mondo in continuo cambiamento.

Stima della vocazione. La vocazione è sacra. Ogni vocazione, ma specialmente quella al sacerdozio e massimamente alla missione, che è sublime, divina. Ne viene una insistenza costante ad apprezzare il dono e la grandezza della vocazione missionaria. E tra le tante altre formazioni, significativa quella che riguarda la sua opera di formatore: "Non mi stancherò mai di esortarvi a ben considerare l'affare della vostra vocazione, onde crescere nella stima della medesima, ringraziare ogni giorno il Signore e procurare di corrispondervi con animo forte e costante".

Identità specifica. Per i candidati all’Istituto è fondamentale e sovente ripetuto dall’Allamano essere identificati con lesso e il suo carisma. E’ nota la sua insistenza si questo: “Non siamo salesiani”, “la forma che dovete prendere è quella che il Signore mi ha ispirato e mi ispira”.

Zelo missionario. Per l’Allamano è il carattere proprio, il programma, il distintivo del vero missionario. E lo vuole vedere nei suoi missionari/e. Esortava a “spasimare perché il Signore sia conosciuto”, “avere la febbre… fuoco”: se si è apatici, né caldi né freddi, non si realizzerà mai qualcosa di buono. E’ l’anima che la formazione deve “in cima” alle sue preoccupazioni. Altrimenti si tira avanti senza grandi ideali. Non sono le mancanze che rendono grave la situazione di una persona, ma non avere degli ideali che dominano, riempiono la vita, e sono la molla che fa agire, rende attivi: “altrimenti si è inutili a sé e agli altri”. Sempre paternamente comprensivo delle debolezze che ognuno porta con sé, l’Allamano non sopportava l’apatia, l’indifferenza. Non vuole gente fiacca, lamentosa, apatica, mediocre.

Energia. Conseguenza diretta di quanto appena detto è che un missionario che non sia attivo, intraprendente, energico, non corrisponde all’ideale dell’Allamano. Se non ha energia – dice – “vada a nascondersi”. Per questo, uno dei lamenti più forti sulla formazione dei giovani è stato di vederli senza iniziativa, come automi che si fanno trascinare, per paura di sbagliare (a causa anche dell’atteggiamenti e degli interventi sbagliati del formatore).

Ricordava spesso la scritta di Don Bosco sui muri dell’oratorio: “Il paradiso non è per i poltroni”, e il detto del Cafasso: “Lavoriamo, lavoriamo, ci riposeremo in paradiso”.

Denominatore unificante di tutta la formazione e di tutti gli aspetti della vita è l’ideale missionario: la Missione nella testa, sulla bocca e nel cuore. “Noi dovremmo avere per voto di servire le missioni anche a costo della vita” (VS 461). E qualcosa che pervade tutto, caratterizza e qualifica lo studio, gli interessi, le letture, le celebrazioni, gli esercizi della vita spirituale.

Questo è fondamentali per dare una linea unitaria alla formazione. E si può dire che lo si è veramente realizzato quando si può esprimere con sincerità una grande gioia per essere missionari, come prova la vita e anche l’attestazione di tanti missionari/e, come:

“Sono felice ogni girono di più di essere missionario”;

“E’ tanta la mia gioia per questa vocazione da sentirmi mille volte più felice di essere l’ultimo dei missionari che essere imprenditore, re, padrone assoluto, il più ricco del mondo”.

“Sono contento di aver aiutato a costruire altari su cui non ho mai celebrato, di aver messo insieme cattedre su cui non ho mai insegnato, di aver insaccato tanti sacchi di caffè che sono serviti ad aiutare le missioni; perché il fratello coadiutore è colui che non fa nulla che valga la pena di essere scritto; lavora prega perché il regno di Dio venga nel mondo. E se dovessi nascere un’altra volta mi farei missionario di nuovo, e di novo coadiutore, per rendere testimonianza a Cristo, nel silenzio” (Guido Grosso).

Analoghe abbondanti affermazioni si trovano negli scritti di Suor Irene Stefani che si dice “felice”, “contenta”, “arcicontenta”, “pienamente felice”, “oltremodo felice”, “ognor più felice” del suo lavoro di missione che la rende portatrice della sua stessa gioia a chi non ha ancora incontrato Gesù.

Per chi si incammina alla Missione è facile tenere presente e proporre questo criterio unificante. Ma qualcosa di simile vi deve essere anche per la formazione di chi ha altri orientamenti per la sua vita. Questo è da approfondire per ipotizzare qualcosa di simile da parte di chi ha esperienza e competenza educativa.

Ambiente di famiglia. Non è necessario dilungarsi su questo, perché ben noto. Ma si può sottolineare che per l’Allamano è fondamentale il clima di famiglia, perché l’educazione e la formazione abbia incidenza, sia efficace.

“Questa unione di intendimenti e di sforzi e come l'anima e la vita della società" (Regolamento). E’ “il distintivo nostro”, “lo stampo” dicono alcuni dei primi.

Lo ripete poi costantemente:

  • "L'Istituto non e un collegio, neppure un seminario, ma una famiglia".
  • "Qui troverete una famiglia, i cui membri si amano e si aiutano a vicenda per la formazione all’Apostolato" (Beltramino e Durando).
  • "Siete in una famiglia, dove tutti si vogliono bene, disposti a dare la vita uno per l'altro" (III, 166).

“Se si vuole restare qui, bisogna avere questo spirito; qui non è un collegio, è una famiglia e vi voglio formare come voglio io” (agli studenti del piccolo seminario).

Per l’Allamano non è solamente un ideale, ma un principio basilare della formazione: “formarsi soprattutto a famiglia”: “Formiamo un solo corpo morale e dovremmo avere tra noi l’unione che c’è fra le membra del corpo”; “ma unione fra tutti: uno per tutti e tutti per uno. Questo in una comunità è il più necessario. Dove non c’è questa unione è la rovina. Costi quel che costi, bisogna fare in modo che ci sia l’unione” (VS 407).

Tanto più, perché fa parte della ispirazione originaria della Fondazione, pensata, come scrive nella lettera a Richelmy, per missionari “che lavorino uniti”. Fondamentale resterà sempre per lui “l’unità di intenti”, vissuta nelle comunità ma che si allarga a tutta la famiglia dell’Istituto: “questa unione di intendimenti e di sforzi è come l’anima e la vita” dell’Istituto. Secondo il Fondatore l’Istituto si costruisce attorno all’idea di unità di tutti, di convergenza di tutte le forze, personali e comunitarie, verso la missione e la santità.

Questa unità non significa solamente stare e lavorare insieme, ma si esprime nel puntare a un obiettivo comune con la sincera e generosa convergenza di tutti: concordare la programmazione della vita e del lavoro; confrontarsi, mettere insieme idee e esperienze; e quindi eseguire e verificare insieme. Questo richiede una costante formazione e un continuo allenamento.

Anche lo stile della formazione era famigliare: quello di un padre con i figli attorno, informa sui nuovi venuti, i lontani, le situazioni: “Vi conto tutto; quello che consola e anche le spine”. Questo diventa parte della struttura del discorso formativo.

La sua consolazione più grande la ha quando dalle notizie apprende che i suoi “sono un cuor solo e un’anima sola in Domino. Questa è per me la più desiderata consolazione”. Il suo lamento più forte lo esprime quando viene a mancare questo spirito (cf. modo di trattare le suore in casa madre; lettera a mons. Perlo del 21.11.921; alle suore del Kenya agli inizi dove è informato che esistono “non carità generosa nell’aiutarvi vicendevolmente… superbie, invidie, gelosie”, e la sua conclusione è: “mentre come padre so compatire l’umana fragilità, non posso e non intenda che si vada avanti con questo spirito”).

Rispetto. Fondamentale è il richiamo, forse tra i più forti, al rispetto e alla stima delle persone, superando le prime impressioni e giudizi negativi, pubblicamente da lui bollati con l’energia: “tutto falso, e da condannare”. Stessi interventi per comportamenti poco rispettosi. Di lui si dice che trattava tutti con grande delicatezza e affabilità anche quando doveva richiamare. E non si esimeva dal farlo: la parola che doveva dire la diceva a tutti con libertà e sincerità, ma in modo tale che il richiamo era accolto positivamente. Anche qui via media, equilibrio tra severità, asprezza e debolezza, come, invece, spesso avviene a seconda del carattere dei formatori.

Mitezza: virtù necessaria a tutti quelli che hanno a trattare con il prossimo, specialmente nel sacerdozio e nelle missioni. L’atteggiamento da lui proposto nei riguardi degli africani, ma vale sempre e per tutti è: “amateli… trattateli con bei modi… e non perdendo la pazienza quando per ignoranza o testardaggine non corrispondessero ai vostri desideri”.

La stesa cosa ripete a superiori e formatori: intervenire sì, è un loro dovere, ma “colle belle maniere”, “con bel modo”, con comando “fermo ma dolce”, “amorevolmente”. Particolarmente significativo è il richiamo al formatore Don Borio: “usi parole e modi amorevoli coi giovani. Non so come vada, ma in casa nostra c’è più timore che amore… Nelle correzioni private e pubbliche.. e nel dare avvisi lasci le parole secche… Pel vero bene bisogna fare così; altrimenti tengono di più come peso l’Istituto… Ciò non vuol dire che debba lasciar andare, no; è solo questione di modo e tempo opportuno: sembri mai operare con improvvisazione e con passione”.

E anche “saper pazientare, compatire e scusare”. E’ da pensare che chi fece già tanti sacrifici non possa essere subito tacciato di cattivo animo. Per alcune circostanze particolari, a volte sembrano cattivi, “ma non lo sono, e presi in bel modo e tollerando un poco si rimettono a posto”. A questo riguardo a una giovane superiora scrive: “fa coraggio a te e a tutte. Sono giovani, facili a scoraggiarsi, ma buona volontà è in tutte, e il Signore le aiuterà. Tu continua con carità e longanimità a sostenerle; non tralasciando di ammonirle e correggerle finché si pongano all’altezza della loro vocazione”.

Qui è il cuore, del metodo educativo dell’Allamano.

“Farsi amare”. Altra insistenza formativa tradotta anch’essa nel metodo missionario. Dando il compito di formatore a P. Gallea, raccomanda: “Devi cercare di farti amare più che di farti temere”. Non basta amare, bisogna far vedere che si ama. Da chi si sente amato si ottiene tutto. Il suo rapporto con i missionari lo rivela in modo superlativo. Lo aveva appreso dal suo Maestro Don Bosco, che ancora sul letto di morte lasciava come ultima raccomandazione a Don Rua: “Fatti amare”.

Farsi amare comporta un insieme di atteggiamenti: tratto umano, sensibilità da amico, capacità comunicativa, incontro personale, proposta, correzione ragionata e soprattutto: dolcezza, presenza amichevole, infondere fiducia e ottimismo.

Mi spiace non poter fare di più. Se serve sono contento di questo piccolo contributo. Altrimenti lo si prenda come segno di incoraggiamento per una riflessione più approfondita.