Vengono qui raccolti alcuni stralci di testimonianze riguardanti l'arte educativa dell'Allamano. Sono di sacerdoti che lo hanno avuto direttore spirituale in seminario o rettore al Convitto Ecclesiastico, come pure di Missionari e Missionarie della Consolata.

 

QUANDO OCCORREVA CORREGGEVA O LODAVA E INCORAGGIAVA

Don Gioachino Cravero afferma: «Ho notato che da vero Superiore correggeva quando vedeva mancanze o imperfezioni - ma però non mancava di approvare e lodare e congratularsi per qualche bene di rilievo che notasse essere stato fatto da alcuno».

Testimonianza del 24 novembre [1944].

 

PARLAVA A TU PER TU

Don Gioachino Cravero spiega come il Fondatore desiderasse incontrarsi alla Consolata con i missionari per conoscere meglio e guidare; diceva: «So così poco delle Missioni in proporzione a quanto vorrei sapere, per aiutarvi, farvi del bene, sapere lo stato delle cose: ecco perché voglio vedervi e parlarvi ogni dì...». E aggiunse: «Ma ciò che mi colpiva ancora in questi nostri colloqui era il vedere con quanto interesse ascoltava e accoglieva anche i miei apprezzamenti alle volte diversi dai suoi».

Testimonianza del 24 novembre [1944].

 

LE SUE PAROLE PARTIVANO DAL SUO CUORE

Don Gioachino Cravero spiega come il Fondatore nei colloqui convincesse, perché diceva quello che sentiva e viveva. Ecco una frase: «E così erano le espressioni del nostro caro Padre superiore: efficaci, penetranti, indimenticabili: si sentivano perché lui le sentiva prima di noi - entravano nel nostro cuore perché partivano dal suo Cuore; persuadevano perché era lui il primo a praticarle con la più intima convinzione».

Testimonianza del 24 novembre [1944].

 

TUTTI AVEVANO LA STESSA IMPRESSIONE

Fr. Benedetto Falda IMC, parlando degli incontro con il Fondatore, afferma: «Era così grande la sua affabilità che io credevo, uscendo dal suo studio, di essere il suo beniamino, seppi poi che tale era l'idea che tutti nutrivano quando si usciva dal suo colloquio, perché tutti trattava con affabilità paterna non solo, ma con un rispetto più da inferiore che da superiore»

Testimonianza del 28 gennaio 1949.

 

CI VUOLE UNA MAMMA

Il sac. Camillo Demaria parla dell'Allamano come formatore in seminario diocesano (direttore spirituale). Mette in evidenza diversi aspetti, soprattutto la capacità di porsi in contatto con i giovani e convincerli. Al punto che temevano più di far dispiacere a lui che le sfuriate del rettore can. Soldati.

Testimonianza del 9 marzo 1933.

 

VOLEVA ESSERE INFORMATO DI TUTTO

Molti testimoni affermano che l'Allamano era informato di tutto, anche riguardo al Convitto.

P. Bartolomeo Durando IMC afferma che l'Allamano, in un incontro a S. Ignazio (dove l'aveva chiamato per conoscere le notizie della Casa Madre, pensando che volevano nascondergli qualche cosa), disse: «ed ora voglio sapere tutto»; «Ho diritto a sapere tutto e voglio essere informato di tutto; in fin dei conti siete tutti miei figli».

Testimonianza del 7 marzo 1944.

Il sac. Francesco Facta, testimonia che al Convitto, anche se rimaneva appartato, l'Allamano conosceva tutto. Affermo: «che era sempre bene informato di tutto; che esigeva inesorabilmente che il personale dipendente gli rendesse sempre e tempestivamente conto di ogni cosa; che non si poteva fare nulla senza che si avesse ordine da lui».

Testimonianza del 22 giugno 1933.

 

PRENDEVA NOTE DI CIASCUNO

Il teol: Francesco Facta afferma che l'Allamano, alla sera, prendeva nota di certi fatti individuali per potersi poi ricordare. Glielo ha detto lo stesso Allamano, quando era direttore spirituale.

Testimonianza del 22 giugno 1933.

 

QUANDO OCCORREVA, RICHIAMAVA

Molti ex convittori sono concordi ne dire che l'Allamano era materno, ma, quando occorreva, sapeva richiamare, sempre in bei modi.

C'è stato un caso di un rimprovero infondato, ma poi ritrattato. Il sac. Baldassarre Elia, nella testimonianza del 25 gennaio 1966, ricordò diverse cose dell'Allamano come formatore in Convitto. Afferma che si vedeva poco, ma sapeva tutto. Il Boccardo era più vicino ai convittori. Sottolinea il fatto che una volta l'Allamano lo rimproverò ingiustamente, ma che poi saputa la verità glielo disse, invitandolo a non penarci più.

Testimonianza del 25 gennaio 1966.

 

AVVISI AI NEO-VICEPARROCI

Don Francesco Facta riporta questo avviso del Rettore a quelli che stavano per andare a viceparroci: «usare le dovute gentilezze alle donne di servizio, massime se anziane della casa, per avere le benevolenze dei relativi parroci sempre molto impressionabili alle relazioni delle loro perpetue».

Testimonianza del 22 giugno 1933, 4.

 

METTEVA ALLA PROVA SE NECESSARIO

L'ex fr. Luigi Falda, parlando della  totale disponibilità che l'Allamano voleva, racconta: «ricordo che la mattina della nostra partenza (8 maggio 1902) andando alla stazione mi disse più o meno così: Ho pensato di fermarti per alcun poco di tempo qui, saresti disposto a rinunziare alla partenza? Alla mia risposta affermativa (non molto entusiastica, sorrise benevolmente aggiungendo: No, no, parti nel nome del Signore e sii sempre obbediente».

Testimonianza del 20 novembre 1948.

 

PORTICINA PER ACCETTARE E PORTONE PER DIMETTERE

Il p. Dmenico Ferrero IMC afferma che fu il card. Vives a dare al Fondatore questo consiglio, al quale lui fu sempre fedele.

Testimonianza del 26 novembre 1933.

In altra testimonianza p. D. Ferrero ripete la stessa notizia, aggiungendo che il card. Vives , «quando gli faceva le congratulazioni per la compiuta costruzione della nuova grande sede in Corso Ferrucci», disse queste parole: «Ci ha fatto anche il portone?». Poi riporta il commento del Fondatore: «Non avvenga mai che si abbia a dire del nostro Istituto “multiplicasti gentem, sednon magnificasti laetitiam”».

Testimonianza, senza data.

 

COME SE NULLA AVESSE DA FARE

P. Gaudenzio Panelatti IMC afferma: «A me dava l’impressione ch’egli avesse giammai niente da fare. Da noi occupava molto bene il suo tempo; mai che mostrasse avere impegni o urgenze, e soltanto più tardi abbiamo saputo che dirigeva mezza diocesi ed era occupatissimo».

Ricordi, Sanfrè 1946.

Fr. Alfonso Caffo IMC racconta: «Per noi non c’era né parlatorio né anticamera, eccetto che fosse già impegnato con qualcuno, l’udienza era pronta, immediata, anzi lui stesso ci insegnò come fare. Appena entrato mi faceva sedere accanto a lui, mi pigliava la mano e la teneva alle volte a lungo, interrogava sullo stato individuale, la salute, consigliando, confortando, esortando, ed anche se necessario un po’ di dolce rimprovero, portando all’occasione qualche bel fatterello come esempio, senza dimostrare la minima stanchezza o noia. Era sempre lui sorridente padrone di se stesso da sembrare che non avesse altro da fare».

Commemorazione, 16 febbraio 1936,

P. Domenico Ferrero IMC scrive che il Fondatore accoglieva gli allievi sempre volentieri: «E ci sentiva, ci interrogava, come se non avesse avuto altro da fare».

Testominianza, senza data.

P. Emilio Oggè IMC racconta come il Fondatore accoglieva alla Consolata molto volentieri gli allievi. «Dopo averci parlato per un po' di tempo, quasi avesse nulla da fare, ci accompagnava alla porta, e poi ci indicava il coretto dove andava a pregare lui, ci indirizzava alla Madonna e diceva: “Andate a pregare la Consolata che vi aspetta!”».

Testimonianza del 6 novembre 1943.

Il can. Augusto Mecco aveva scelto l'Allamano come confessore. Prima andava al confessionale, ma più avanti andava anche nel suo ufficio, da lui sempre accettato. Scrive: «La quale santa opera seguitò sempre fare, ilare, cortese, tranquillo e premuroso, come se non avesse avuto altro a fare che dar udienza alla mia povera persona, interrompendo le sue occupazioni, o se trattenuto da altri, appena fosse libero».

Testimonianza scritta, senza data.

La sig.a Adelina Ferrero racconta che il giorno del funerale della mamma andò con il babbo e una cugina dall'Allamano: «Mi sentii male, mi fece portare un caffè con un cordiale e dedicò il suo tempo prezioso per noi come se nulla avesse da fare». Testimonianza del 6 agosto 1941.

Il can. Carlo Franco, spiegando che ricorreva all'Allamano per consigli, dice: «Egli, sempre tanto occupato, ricevendomi pareva non doversi occupare che di me: e così soleva fare con altri molti a Lui ricorrenti».

Testimonianza del marzo 1933.

Sr. Chiara Strapazzon, dopo aver raccontato che il Fondatore accoglieva molta gente e doveva, a volte, attendere il suo turno, aggiunge: «Giunto il mio turno, mi accoglieva con tanta benevolenza e paterna bontà; mi faceva sedere vicino e mi ascoltava attentamente come se non avesse avuto altro da fare».

Testimonianza del 21 novembre 1943.

Sr. Maria degli Angeli Candellero, della Visitazione, narra che quando l'Allamano smise di essere Padre Spirituale al Monastero, lasciò anche lei. E prosegue: «Ne rimasi un po' turbata ad ogni modo mi è cosa gradita ricordare come in quelle rarissime volte che avevo il bene d'intrattenermi con Lui, notavo come sembrava proprio che non avesse altro a fare ed io sapevo com'era immensamente occupato».

Testimonianza senza data.

 

CONFIDENZA DEGLI ALLIEVI

P. Domenico Ferrero IMC scrive che il Fondatore gli disse: «Non bisogna che i Superiori la cerchino [la confidenza] essi stessi, ma che gli allievi vadano da loro spontaneamente. Tanto più quando si tratta di un superiore, come un assistente, che è sempre a contatto con essi».

Ricordi del Ven.mo Padre, p. 10, n. 18.

 

DIRETTORE SPIRITUALE IN SEMINARIO

P. Domenico Ferrero IMC scrive che il Fondatore gli disse: «Io fui direttore spirituale in Seminario che avevo appena 25 anni; c'erano ancora molti miei compagni, sicché io mi sentivo come vergognato. Ne parlai a Mons. Gastaldi. Egli mi disse che importava nulla l'età; che stessi tranquillo, che avrei fatto del bene. E difatti venivano anche troppo da me; venivano anche a dirmi cose che non volevo mi dicessero... C'era molto buon spirito. Talora, per trattenerli, io chiudevo la porta».

Ricordi del Ven.mo Padre, p. 10, n. 18.

 

NON VOLLE LA GENUFLESSIONE

P. Domenico Ferrero IMC narra che p. Gays, prendendo lo spunto da S. Francesco Saverio, insegnò agli allievi a fare la genuflessione di fronte al Fondatore mentre gli baciavano la mano. Disse:« Egli non lo permetterà, ma a poco a poco noi dobbiamo educarlo, abituarlo al asciarsi tributare questo omaggio». Il Fondatore, accortosi assolutamente non volle e lo proibì in pubblico durante una conferenza (11 gennaio 1920). Spiegò: «Perché io temo che aumentando i segni esterni di rispetto e di superiorità, diminuiscano quelli di confidenza. Io preferisco che mi continuiate la vostra confidenza a tutti questi segni esterni».

Ricordi del Ven.mo Padre, p.25, n. 50.

 

SENTIVA IL BISOGNO DI ESSERE INFORMATO

P. Domenico Ferrero IMC racconta che il Fondatore gli permise di andare spesso da lui quando era responsabile del noviziato, dicendo che aveva bisogno di essere informato: «Io ho bisogno del sig. Prefetto, di Don Chiomio (assistente Collegio S. Paolo) del Ch. Gallea (assistente dei Chierici e dei lavori manuali) e di te, perché possa conoscere bene il personale e l'andamento dell'Istituto».

Ricordi del Ven.mo Padre, p. 32, 24-1-915.

 

COME ERA BRONTOLONE QUELLO LÀ!

P. Domenico Ferrero IMC racconta che, il 14 settembre 1920, il Fondatore improvvisò una conferenza sotto i portici. Seduto su una panca, con alcuni seduti vicini, riprese il discorso trattato la domenica precedente sui doveri dei superiori e dei sudditi. Alla fine: «Congedandosi e ponendo una mano sulla spalla di un nuovo arrivato, aggiunse: “Tu sei giovane; quando io non ci sarò più forse dirai: -Oh come era brontolone quello là!- ma io vi dicevo delle verità».

Ricordi del Ven.mo Padre, p. 43, 14-IX-920.

 

METODO NELL'EDUCAZIONE

Il teol. Roberto Gallea alla domanda: “Quale metodo aveva l'Allamano nell'educazione del giovane clero?”, risponde: «Vigilava attentissimamente, con grande rispetto della libertà individuale, formava l'animo con il suo esempio. […]. Prudentissimo. Fine, profondo osservatore di cose e persone, specie del giovane Clero, che conosceva intus et incute».

Testimonianza del marzo 1933.

 

MI MERAVIGLIÒ L'ATTACCAMENTO AL FONDATORE

P. Carlo Masera IMC scrive: «Cominciai a conoscerlo quando lo vidi la domenica sera fare la consueta conferenza domenicale e in quelle occasioni mi impressionò molto l'attaccamento dimostrato da tutti verso la sua persona, il desiderio che tutti avevano di sentirlo, l'industria di molti per non perdere nemmeno una delle sue parole».

Testimonianza del 10 novembre 1943.

 

INTERESSAMENTO PER I NUOVI

P. Emilio Oggè IMC riferisce sull'interessamento del Fondatore per i nuovi arrivati. Un giorno, giunto alla Casa Madre, dopo avere salutato sotto i portici, disse: «”Ebbene! I nuovi? Dove sono i nuovi... venite qui, voglio vedervi”. E ci prese per mano accarezzandoci e guardandoci bene, facendoci coraggio e sorridendo paternamente. Era solito fare simile buona accoglienza a tutti i nuovi arrivati, desiderandoli vedere subito e scrutandoli bene col suo fine intuito paterno».

Testimonianza del 6 novembre 1943.

 

SEVERITÀ E DECISIONE

P. Emilio Oggè IMC, che da giovane era piuttosto manesco, racconta di un suo incontro con il Fondatore, dal quale emerge severità e decisione, ma anche comprensione paterna. Il p. Costa pensava di doverlo rimandare a casa per il carattere. Lui si rivolse al Fondatore, che gli disse: «“Sicuro che ti mando via, sicuro! Se non cambi andrai via. Non voglio dei giovani così! Mettiti pure di buona voglia e deciditi seriamente. Se continui così ti manderò via”. Quel rimprovero deciso ma improntato a paterna bontà fece il suo effetto immediato».

Testimonianza del 6 novembre 1943.

PRENDEVA A BRACCETTO

 

P. Domenico Ferrero IMC racconta : «Una domenica sera di questo inverno (25-X-914) ebbi il piacere di accompagnarlo dall'Istituto al tram. Era buio; mi prese a braccetto, discorrendo come suole, da padre a figlio. Poco prima di arrivare al tram e di congedarmi, mi domandò: “Del resto?

Sei sempre allegro?”. “Sì, sì, Padre”. “Siilo sempre, prega e... preparati all'avvenire”».

Ricordi del Ven.mo Padre, p. 31, 1-Nov.-1914.

P. Emilio Oggè IMC afferma: «Era più padre che superiore. Era amatissimo: quando l'accompagnavo dall'Istituto al tram N. 6 in corso Francia mi prendeva a braccetti, specie quando era notte, e mi parlava dolcemente. Questa intimità mi lasciò sempre un ricordo carissimo».

Testimonianza del 6 novembre 1943.

 

INCORAGGIAVA SEMPRE

P. Domenico Ferrero IMC parla dell'incoraggiamento che ricevevano negli incontri con il Fondatore quando gli presentavano le loro difficoltà giovanili. Rispondeva: «Tiriamo avanti nel Signore.

Audaces fortuna adiuvat”»; e anche: ««Si fa quello che si può, e poi avanti in Domino!».

Ricordi del Ven.mo Padre, p. 45.

 

ACCAREZZAVA LA NOSTRA MANO

P. Domenico Ferrero IMC parla degli incontri alla Consolata con il Fondatore e conclude: «Congedandoci con un buon sorriso, prendeva e accarezzava la nostra mano fra le sue, e concludeva, volgendo gli occhi al Cielo: “Preghiamo”».

Ricordi del Ven.mo Padre, p. 56.

 

BUONA MAMMA DEI CHIERICI

Il can. Giuseppe Marucco, che ebbe l'Allamano direttore spirituale in seminario, attesta: «Lo conobbi poi specialmente come Direttore Spirituale nel Seminario di Torino ai tempi del mio Chiericato, e non posso a meno che dirne tutto il bene possibile in quegli anni ormai lontani. Aggiungerò solo che sotto il governo forse talvolta piuttosto rigido e severo del Rettore d'allora, Egli era la buona Mamma dei Chierici».

Testimonianza del 23 gennaio 1933.

 

ANGELO CONSOLATORE

Il can. Luigi Mollar afferma che l'Allamano fu suo direttore spirituale in seminario. Allora c'era disciplina e i giovani avevano bisogno di incoraggiamento e di conforto: «E quest'Angelo

Consolatore è stato non solo per me, ma ancora per i miei compagni tutti, il nostro Direttore Spirituale, l'indimenticabile Teol. Allamano, la cui memoria tuttora vive nei nostri cuori. […]. E se altri Superiori e Professori dirigevano le nostre menti, Egli tenevasi nelle sue mani i nostri cuori, che sono sempre la parte più delicata e arcana degli animi giovanili. La sua stessa severità nell'esigere la fedele osservanza delle Regole e l'esattezza scrupolosa delle sacre Cerimonie, era frammista di bontà e di dolcezza da ricordare quella del Salesio».

Testimonianza dell'11 marzo 1933.

 

FORTITER ET SUAVITER

Don Giuseppe Peyretti, che ha conosciuto molto da vicino l'Allamano, scrive di lui quando era direttore spirituale: «La bontà del Canonico traspariva dalla stessa sua persona, per cui di subito ti attraeva e si faceva amare: riservatissimo nel tratto, limitatissimo nella parola, amava l'armonia, la lepidezza e la giovialità, prendendo parte alle conversazioni dei Chierici, teneva viva con aneddoti e narrazioni gioconde, manifestando con subita serietà del volto la disapprovazione a espressioni non troppo regolamentari, cosicché senza umiliare, correggeva ed otteneva quanto altri, forse, non avrebbero ottenuto col rimprovero. E così si diportava tutte le volte, che il dovere gli imponeva di esercitare l'autorità sua in fatto di disciplina. Era la pratica del fortiter et suaviter, congiunto però al frangar non flectar. […]. Come si diceva dai seminaristi, justitia et pax osculatae sunt; questi [il Rettore] era il Padre severo, quegli la madre pietosa, che portava la calma. […]. Al comparire ed anche solo al sentir avvicinarsi del Rettore, si tremava... e potendolo, si fuggiva: mentre invece, si godeva al comparire e all'avvicinarsi del direttore, lieti, orgogliosi di trattare con Lui ed averne ordini. Di qui la grande confidenza nostra col Can. Allamano».

Testimonianza del 1 settembre 1931.

 

NATO FATTO PER FORMARE IL GIOVANE CLERO

Don Giuseppe Peyretti, dopo avere detto che la cattedra non era fatta per l'Allamano, come non lo era il pergamo, scrive: «Ciò non toglie che fosse erudito nella scienza teologica ed in quella dei Santi, come bene lo dimostrava nelle lezioni domenicali sull'Imitazione di Cristo e nelle conferenze private: era in una parola l'uomo di Dio, nato fatto per dirigere e formare il giovane clero. Tale fu la sua missione ch'Egli seppe compiere sapientemente, infondendo nel medesimo il giusto concetto della vita ecclesiastica, basata sulla virtù […]».

Testimonianza del 1 settembre 1931.

 

SI RICORREVA SOVENTE PER CONSIGLIO

Don Giuseppe Peyretti scrive del periodo del seminario: «Alla camera del Buon direttore si ricorreva sovente per consiglio o per scioglimento di dubbi o anche solo per averne una buona parola, e se ne usciva sempre soddisfatti, rasserenati, disposti a seguire i consigli avuti».

Testimonianza del 1 settembre 1931.

 

DAVA LIBERTÀ DI PAROLA

Don Giuseppe Peyretti, che è stato suo chierico in seminario, scrive: «Di tratto signorile, accoglieva i Chierici, con modi urbani, gentili, dando sempre libertà di parola, tanto che a Lui nulla si poteva nascondere, attratta dalla sua singolare maestria nell'accaparrarsi l'animo altrui. Nelle correzioni, che non risparmiava nell'occorrenza, non perdeva la solita calma; erano correzioni di padre, epperò affettuose, tali sempre da non umiliare mai il corrigendo da edificarlo, anzi e spronarlo al ravvedimento».

Testimonianza del 1 settembre 1931.

 

MASSIMA CONFIDENZA

Il teol. Re Giuseppe, seminarista quando l'Allamano era direttore spirituale, scrive: «I chierici avevano in Lui la massima confidenza. Otteneva tutto con un'affabilità, una dolcezza singolare: la quale però non era sdolcinatura, né debolezza: Entrando in camera sua si respirava come un'aria pregna di spiritualità e si sentiva sollevati al di sopra di questa misera terra. Ci riceveva non solo con cortesia, ma con rispetto grande, quasi fossimo già Sacerdoti e più ancora. Aveva un dono speciale per conoscere se uno aveva o no la vocazione. Gli bastava a volte uno sguardo. Sembrava leggesse nei cuori».

Testimonianza del 10 febbraio 1933.

 

ERA AMATO DA TUTTI

Don Rolle Andrea, che ebbe l'Allamano come direttore spirituale in seminario, scrive: «Di Esso dirò solo, compendiando il suo metodo di comportarsi coi propri dipendenti, che era amato da tutti per la sua carità, prudenza, longanimità, da udirsi mai un biasimo, ma anzi ognuno lo considerava come aiuto e difesa nelle contrarietà se si fosse presentata l'occorrenza».

Testimonianza del 30 genaio 1933.

 

VIGILANZA

P. Vittorio Sandrone IMC spiega come il Fondatore vigilava e voleva che si vigilasse perché tutti compissero il loro dovere: «Arrivava improvvisamente nello studio, ed entrava nelle camere individuali senza preavvisare per vedere come ci comportavamo e ci lasciava con un buon pensiero».

Testimonianza del 25 novembre 1933.

 

DOLCE E SPIRITOSO

Don Stobbia Bernardino, che fu chierico quando l'Allamano era direttore spirituale, scrive: «Subito, io e i miei colleghi constatammo nella persona del nuovo e caro Direttore spirituale, il Teol. Allamano, un apostolo in mezzo a noi. Dolce e spiritoso nel suo dire e nel suo fare, ispirava confidenza e rispetto; i consigli suoi erano da noi Chierici molto apprezzati. Godeva, a diversità degli altri superiori, tutta la nostra stima e quasi venerazione».

Testimonianza senza data.

 

FACEVA DA MEDIATORE

Il can. Teol. Turco Domenico scrive sul tempo in cui l'Allamano era direttore spirituale in seminario. Dopo aver detto che il rettore can. Soldati era piuttosto “sbrigativo”, continua: «L'Allamano, al suo fianco, faceva da mediatore: calmava, si intrometteva, correggeva. E così alcuni che sarebbero usciti, poterono rimanere, e fare buona riuscita; e io so che essi si recavano poi, già Sacerdoti, a ringraziare l'Allamano, riconoscendo di dovere a Lui se avevano potuto raggiungere l'eccelsa meta. […]. Ancora come direttore spirituale, faccio osservare che se cercava di compatire, mai però lasciava passare alcuna mancanza, ma sapeva correggere con tatto».

Testimonianza del 7 marzo 1933.

 

BUON EDUCATORE DEL CLERO

Mons. Vacha Emilio scrive: «Io ho l'intima persuasione che il Venerabile Can. Giuseppe Allamano […] ebbe le doti del buon educatore del Clero. […]. Quale sia stato il suo metodo lo sanno tutti che, cioè, il Can. Allamano fu molto ponderato nelle parole e fu sempre paterno. Il suo metodo fu quello della paterna carità. […]. Si può dire di Lui che avesse sapienza, intelletto, scienza, carità. […]. Che io ricordi in Convitto pubblicamente parlò poche volte... ogni volta però che parlò mi lasciò l'impressione e la persuasione che il Canonico Allamano era un modello, un santo Sacerdote».

Testimonianza del 3 febbraio 1933.

 

NON SEI TU CHE DEVI FARE

Sr. Adelaide Marinoni MC narra che quando Le furono affidate le novizie si confidò con il Fondatore. Le rispose: «Non sei tu che devi fare, ma il Signore. Non sai che il Signore si elegge gli strumenti inabili perché rifulga meglio la sua gloria? Tuttavia fa così: tu cerca di insegnare ed inculcare una buona educazione, e la virtù poi viene da sé, perché tra educazione e virtù vi è solo un piccolo spazio, cioè quello che si fa per educazione, conosciuta la virtù, si fa poi per virtù».

Testimonianza del 20 marzo 1944.

Sr. Adelaide narra anche che quando l'Allamano le ha affidato le novizie, la superiora ha fatto presente che non era sperimentata. L'Allamano rispose: «Lasci, la lasci, che su tutto quando avrà bisogno in quell'ufficio per il bene delle novizie, il Signore la istruirà e le dirà lui che cosa dire e rispondere caso per caso». Lei afferma che avvenne proprio così.

Testimonianza del 20 marzo 1944.

 

CIT, MA BUN

Sr. Cecilia MC riferisce le parole che il Fondatore le ha detto prima che partisse per il noviziato: «E, sei piccola tu! Ma puoi diventare grande nella virtù. La statura non vuol dir niente, ma ci vuole buona volontà... aver vita... energia, non essere molli (cit, ma bun - piccolo, ma buono). Fai presto vestizione, vero? Poi andrai a Pianezza e là darai mano a lavorarti, essere generosa, non aver mai paura di far troppo; aver molta confidenza nella bontà del Signore, ma nel medesimo tempo aver paura che passi, col non corrispondere a tutte quelle grazie che il Signore concede nell'anno del Noviziato. Questo è un anno di preparazione, fonderai bene nello spirito religioso e così sarete poi anche delle buone missionarie».

Testimonianza del 7 giugno 1936.

 

DIEDE UN LEGGERO SCHIAFFO

Sr. Chiara Strapazzon MC scrive: «Il Ven.mo Padre nel suo metodo educativo era forte e soave, sempre padrone di se stesso anche nelle riprensioni e quando doveva prendere misure un po' energiche. Ricordo a questo proposito che una volta diede una leggero schiaffo a un piccolo studente che incapricciato non voleva lasciarsi visitare dal medico. Queste cose costavano molto al suo animo delicato e credo sia l'unico caso del genere. Il fatto lo seppi da lui stesso».

Testimonianza del 15 maggio 1944.

 

PRESE LA MIA TESTA FRA LE SUE MANI

Sr. Cristina MC ricorda che, parlando con il Fondatore di come si trovava (lei rispose che tutto andava bene e che pensava solo a se stessa), «prima mi fece osservare se questa era solo superbia fina e amor proprio, ma poi prese la mia testa fra le sue mani, mi benedisse e soggiunse: prego per te affinché nell'Africa abbi a continuare sempre così».

Testimonianza del 21 maggio 1936, lettera alla Madre Generale.

 

TUTTO PER TUTTI E PER CIASCUNO

Sr. Ferdinanda Gatti MC scrive: «Era un uomo di fede, sensibilissimo agli affetti, ma tutto soprannaturale. […]. Si attirava tutto il nostro affetto, sembrava che vivesse per ciascuno di noi. Era come il Cuor di Dio. Tutto per tutti e tutto per ciascuno».

Testimonianza del 23 marzo 1944.

 

SÌ, SÌ - NO, NO

Sr. Luigia MC manifestò al Fondatore che dovette dire una verità dolorosa ad una persona. Rispose: «Hai avuto il coraggio di dirglielo?... Brava, così vi voglio: delicate, ma schiette; prudenti, ma semplici: Sì, si -  no, no».

Testimonianza senza data.

 

VOGLIO TUTTE LE TUE IDEE

Sr. Luigia MC racconta che un giorno il Fondatore le disse: «Voglio che tu metta per iscritto i tuoi pensieri circa ognuna delle tue sorelle quello che hai osservato esternamente di bene e di difettoso, voglio tutte le tue idee. Sarà, sta certa, una cosa segreta, sai, ma ho bisogno di questo da te, prega e poi lavora».

Testimonianza senza data.

 

LE SUE CORREZIONI

Sr. Margherita De Maria MC, in una lettera a p. Fissore, dopo avere magnificato il modo di rapportarsi con il Fondatore, scrive: «Le sue stesse correzioni erano così paterne, che infondevano coraggio, fervore, e come un bisogno di rendersi migliori, di conformarsi in tutto ai suoi santi insegnamenti, di tentare di imitarlo».

Testimonianza del 15 gennaio 1947.

Sr. Maria degli Angeli MC scrive:«Più volte dovetti ricevere da lui correzioni ed anche rimproveri, ma lo fece sempre con grande delicatezza e bontà».

Testimonianza, marzo 1944.

Sr. Dorotea, delle suore Giuseppine, nipote dell'Allamano, racconta: «[Quando era superiore delle Giuseppine] A una Suora, per una certa mancanza, in pubblico laboratorio, alla presenza di tutte tolse il Crocifisso, e la lasciò così per alcun tempo. Finché questa andò ad inginocchiarsi ai suoi piedi e lo riebbe. Eppure tutte le Suore Gli volevano bene come ad un Padre».

Testimonianza, senza data.

 

NON VOGLIO IL VOSTRO CUORE CHE PER PORTARLO A DIO

Sr. Maria degli Angeli MC ricorda che il Fondatore ha scritto su un'immagine: «Non voglio il vostro cuore che per portarlo a Dio”

Testimonianza, marzo 1944.

 

ANNO SABBATICO

Mons. Giuseppe Nepote attesta che l’Allamano intendeva che i missionari, dopo un quinquennio di lavoro in Africa, passassero un lungo periodo in Italia, per riprendersi soprattutto spiritualmente. Dice: «Agli inizi la preparazione dei missionari fu alquanto breve, per la necessità delle spedizioni del personale nelle missioni nel Kenya. Il Servo di Dio a malincuore si adattò alla necessità, ma era sua intenzione che i missionari, i quali tornavano in Patria dopo un quinquennio di lavoro in Missione, - come disposto dal Regolamento di allora - passassero circa un anno in Casa Madre, come in una specie di Noviziato, per rifarsi nello spirito. I primi missionari ritornati in patria non vollero assoggettarsi. Il Servo di Dio trovò tali difficoltà ed opposizioni, rese più gravi dall’asserzione che le missioni avrebbero avuto danno dalla lunga assenza dei missionari, che finì per adattarsi a rinunziare a questo giusto provvedimento che gli stava a cuore. Fu questa a mio parere la prima delusione dolorosa che il Servo di Dio ebbe nell’Istituto”».

Testimonianza (Deposizione).