I “BISOGNI FONDAMENTALI” DI OGNI PERSONA
L’affettività è forse l’aspetto più misterioso e profondo in ogni persona.
È l’immensa area dei sentimenti: l’ansia, la paura, l’irritabilità, la gioia, la
depressione, la calma, la vergogna, la noia, l’invidia… È tutto un mondo con il quale ci dobbiamo
confrontare ogni giorno e che incide sul nostro equilibrio interiore e sul modo con cui ci relazioniamo con gli altri.
Sembra che i nostri stati d’animo si possano ridurre a quattro: gioia, tristezza, paura e rabbia. Essi sono come
segnali di quattro esigenze fondamentali di ogni persona umana:
- l’esigenza di amare e di essere amati;
-
l’esigenza di appartenenza e di essere qualcuno;
- l’esigenza di essere autonomi, liberi;
-
l’esigenza di essere apprezzati.
Quando mi sento triste, solo, è perché il mio bisogno di essere
amato, di appartenere a qualcuno non è soddisfatto. Certi sentimenti di rabbia rivelano il mio bisogno di essere
libero, di non essere condizionato. Certe paure sono il segno del timore di fallire e di non essere apprezzati dagli
altri. Scoprire queste realtà è conoscere noi stessi.
Tutti sappiamo che il nostro lavoro rende quando
siamo sereni, a nostro agio, in buoni rapporti con gli altri. Come invece tutto diventa difficile, anche la preghiera,
quando siamo a disagio con noi stessi e con chi ci sta intorno.
Una personalità matura, serena, è la
composizione armonica di queste esigenze fondamentali che sono entro ciascuno di noi. Tale meta è ardua da
raggiungere ed esige un serio lavorio interiore, perché gli ostacoli sono tanti.
L’AFFETTIVITÀ DELL’ALLAMANO
Tutti coloro che hanno conosciuto
l’Allamano lo ricordano come persona buona, serena, che sapeva voler bene. La sua affettività appare viva ed
equilibrata e ciò risulta ancor più notevolmente sullo sfondo dell’educazione seminaristica che gli fu
impartita, che in quel tempo era piuttosto rigorosa, basata su grandi ideali e sul senso di disciplina.
All’equilibrio affettivo dell’Allamano contribuirono alcuni fattori. Il primo è stato il rapporto con
sua mamma, che egli amò con tutto il cuore. Le testimonianze sono unanimi: «egli fu legato da tenerissimo
affetto alla mamma sua». «Ne parlò sempre con senso di venerazione profonda: “quella santa donna
di mia mamma”, diceva di lei». «Compiute le classi elementari avrebbe desiderato continuare gli studi,
solo gli rincresceva lasciare la mamma, a cui si sentiva affezionatissimo». «La casa dei fratelli Allamano era
molto ospitale e tutti gli amici si radunavano colà volentieri, perché vi regnava la cordialità e la
generosità, e la mamma stessa era contenta di vederli godere in santa letizia e sani divertimenti». Tale
ambiente familiare sereno e caloroso ha sicuramente contribuito ad un sano sviluppo psicologico ed affettivo del giovane
Giuseppe.
Un secondo fattore positivo per la formazione affettiva dell’Allamano è stata la presenza
della maestra della scuola d’infanzia Benedetta Savio, donna interiormente ricca e diretta spiritualmente dal
Cafasso. Ad essa Don Bosco aveva pensato come prima superiora delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dietro consiglio del
Cafasso, però, ella preferì fare la “monaca di casa”. Di lei è stato detto che
«sortì da natura un’indole affettuosa e vivacissima». Questa maestra non dimenticò mai
l’Allamano, suo antico alunno, e «i suoi rapporti con lui si concretizzarono in profonda stima, visite,
corrispondenza epistolare, raccolta di memorie sul Cafasso».
Non si deve dimenticare l’influsso
sull’Allamano della spiritualità del Cafasso, con la sua continua insistenza sulla misericordia di Dio e
sulla necessità di abbandonarsi a lui. Sviluppando questa linea, l’Allamano maturò una
mentalità positiva e arrivò a praticare la virtù della speranza in modo eroico.
Infine, hanno
sicuramente inciso sulla maturazione affettiva dell’Allamano le sincere amicizie, che coltivò durante la sua
vita con varie persone. Come sappiamo, l’amicizia è il fiore dell’affettività. Nel momento
supremo del dialogo con i suoi apostoli, Gesù stesso ebbe a dire: «Non vi chiamo più servi, ma
amici» (Gv 15,15).
Gli amici più intimi dell’Allamano sono stati suoi compagni di seminario:
Pietro Cantarella, poi parroco di Bandissero (TO); Mons. Giovan Battista Ressia, prima parroco e, in seguito, vescovo di
Mondovì; il Card. Agostino Richelmy, stimato professore di teologia e Arcivescovo di Torino.
Su tutti,
però, spicca l’amicizia dell’Allamano con il Can. Giacomo Camisassa, suo collaboratore al Santuario e
al Convitto della Consolata per 42 anni. Nella lettera in cui gli annuncia di averlo chiesto come suo collaboratore,
l’Allamano gli scrive: «Mio caro, faremo d’accordo un po’ di bene». Del Camisassa è
stato detto che «non lo si può considerare come un semplice dipendente o collaboratore, ma il suo braccio
destro, l’amico, il confidente, il fratello».
È bello pensare che le nostre famiglie missionarie
sono nate da questa amicizia sacerdotale. Ogni giorno si parlavano a lungo, scambiando progetti e impressioni in un
dialogo fecondo di nuovi sviluppi. Quando il Camisassa andò in visita al Kenya, inviò al suo amico Allamano
lunghissime lettere, per renderlo in un certo modo presente, accanto ai suoi giovani missionari in Africa. È da
questa complementarietà, possibilità di scambio, sostegno e stimolo reciproco che il Santuario divenne
rinnovato centro d’amore alla Consolata e di diffusione missionaria: l’amore è diffusivo.
L’AMORE COME METODO
FORMATIVO
Da assistente e
direttore spirituale in seminario, l’Allamano otteneva la disciplina attraverso il suo esempio e la sua dolcezza.
Come afferma P. I. Tubaldo: «Nel disimpegno di tale ufficio non sempre facile, con i suoi modi affabili e cordiali
seppe conciliarsi la benevolenza degli assistiti, pur adempiendo scrupolosamente il suo dovere. Godeva tutta la stima dei
chierici e la loro illimitata confidenza».
Questa affettività ricca sfocerà poi
nell’esperienza feconda di paternità, che lo farà fondatore di due famiglie missionarie. Egli visse la
realtà della Chiesa come famiglia di Dio e volle che i suoi figli e figlie avessero come caratteristica lo
“spirito di famiglia”. Era esigente, voleva missionari forti e preparati, ma sapeva che era soprattutto questa
atmosfera di famiglia che li formava e sosteneva.
Leggendo le sue conferenze ai missionari, e più ancora
quelle alle missionarie, traspare questa affettività serena e intensa. La circolazione di notizie,
l’interesse per ciascuno, il volere che ognuno si sentisse “membro vivo” della comunità anche con
suggerimenti e proposte (compresi gli studenti del piccolo seminario): tutto questo creava atmosfera di famiglia, un
sentirsi a proprio agio.
Nelle conferenze apre il suo cuore, ricorda il suo passato, la sua famiglia, i formatori e
collaboratori, i missionari in Africa. Espone i suoi desideri, i suoi progetti, le sue pene. È in questa
comunicazione vitale che egli forma i suoi missionari.
Questa ricchezza affettiva appare stupendamente in una
conferenza del 1918, che riporto come espressione della sua personalità serena, matura ed equilibrata: «Voi
poco alla volta mi spogliate di tutto!...Avevo tanti libri nella mia camera, ma sì, vengono là e
specialmente prima della partenza per l’Africa e guardano, girano, osservano e cominciano a dire: O come è
bello! E siccome in quei momenti il cuore del Rettore è tenero tenero, si lascia tirare facilmente. Così mi
hanno portato via tutto. Avevo una bella Croce d’argento con entro una reliquia del S. Legno, e d’attorno le
reliquie dei Santi principali. Una volta viene là Monsignore (Perlo), e appena l’ha vista, si mette a dire:
Oh che bella Croce! Che belle reliquie! E la guardava con una voglia, che gli ho detto: Là, pendila. Avevo le
meditazioni del Chaigon in 6 volumi. Viene là uno prima di partire e dice: Come sono belli! Va proprio bene per
portare in tasca, e l’ha preso. Così avevo una Bibbia in pochi volumetti senza note, e me l’hanno anche
portata via. Il più bello è che certe volte non mi ricordo più che la roba se l’hanno presa e
la cerco».
Amare vuol anche dire soffrire. I due termini corrispondono come le facce di una stessa moneta. Non
c’è amore senza sofferenza. L’amore di Gesù per noi raggiunge il suo culmine nella sua
passione.
L’Allamano fu dotato di grande sensibilità, sviluppò una meravigliosa
affettività e, come conseguenza, ebbe grandi sofferenze. In una conferenza del 23 dicembre 1917 alle Suore
Missionarie, egli confessa la sua grande sensibilità: «Veramente siamo nella tribolazione. Che non si
sentano…eh…è impossibile. Certe volte dico a me stesso: “Se il Signore mi avesse fatto il cuore
un po’ più duro…”, e poi aggiungo: “No, no”. Mi stupisco come faccia a resistere.
Tutti i miei fratelli, più robusti di me, sono morti e non so perché sono rimasto io. Certamente la pena
più grossa è sempre per quei sacerdoti e chierici al fronte».
La vita missionaria è
testimonianza di amore prima ancora che attività, efficienza, catechesi. Il testamento del Signore, nel vangelo di
Giovanni ai capitolo 13 – 17, non è una lista di verità da insegnare, ma un appello all’amore.
L’Allamano ci ha comunicato qualcosa della sua ricchezza affettiva. La missione dei suoi figli e figlie sarà
tanto più feconda, quanto più sarà espressione di amore sincero verso coloro che, con termini presi
dall’esperienza di vita familiare, ci chiamano: Padre, Fratello, Sorella.
P. Mario Barbero