SPIRITUALITA’

Un titolo che impegna

“DIMOSTRATEVI DEGNI DEL NOME CHE PORTATE”

Intitolare i suoi due Istituti “Missionari, Missionarie della Consolata” è stato un atto spontaneo per l’Allamano. Siamo convinti che non avrebbe potuto fare diversamente. L’Allamano era certo, e lo diceva apertamente, che la spinta per dare il via a questa avventura missionaria era partita dalla Madonna, alla quale attribuiva, senza nessuna esitazione, il titolo di “Fondatrice”.

Se riflettiamo su questo nome, però, ci accorgiamo che l’Allamano non lo riduceva ad un semplice titolo, dato per distinguere i suoi due Istituti missionari da altri dello stesso genere. Egli ha spiegato il perché di tale scelta, chiarendo come in questo nome fossero contenuti sia l’identità  che il programma di vita dei suoi figli e figlie.

Certi di compiere un gesto di amicizia, sia pure molto semplice, partecipiamo a quanti seguono la nostra attività missionaria il significato del nostro nome, con tutte le implicanze connesse, proprio come lo intendeva l’Allamano.
 
DUE NOMI, MA UNO SOLO BASTEREBBE

Un giorno, incoraggiando gli allievi a fare bene la novena della Consolata, l’Allamano ebbe a dire: «Ne portiamo il titolo come un nome e cognome». Sappiamo che, almeno nella nostra cultura, il nome e il cognome qualificano una persona e, quando diventano una firma, la impegnano. Per l’Allamano il nome e il cognome dei suoi missionari, vale a dire ciò che li identificava e li impegnava, coincidevano in un unico termine: “Consolata”.

Pochi giorni dopo, accingendosi a spiegare le Costituzioni, come è logico, incominciò dal titolo dell’Istituto. Ecco come si espresse: «Possiamo gloriarci di avere due titoli: quello della Madonna (Consolata) e quello del fine (Missionari), ciascuno dei quali basterebbe». Questa idea dell’Allamano ha uno spessore notevole: due titoli, ma uno solo sarebbe sufficiente. Quale dei due? Il nostro Fondatore non si dilunga a spiegarlo, ma è ovvio che nella qualifica mariana, l’Allamano comprendeva anche quella missionaria e viceversa. Ciò non stupisce, se consideriamo come lui abbia insistito perché i suoi figli e figlie fossero totalmente mariani e totalmente missionari. Oltre tutto, nel parlare familiare, li chiamava volentieri “missionari”, ma qualche volta anche “Consolatini”. Il che è tutto dire.

C’è un’espressione dell’Allamano che cerca di far comprendere alle suore questa duplice identità mariano-missionaria. Anche se pare un po’ complessa, la riporto, perché ci fa capire bene la sua mente. Spiegando le Costituzioni, riguardo al titolo ebbe a dire: «Il nostro Istituto si chiama: ‘Istituto Missionarie della Consolata’ […] cioè noi siamo della Consolata, e tra quelli della Consolata siamo i Missionari. Il titolo di ‘Missionari’ è quello che determina il nostro Istituto».

Come motto posto all’inizio del primo Regolamento, l’Allamano aveva scelto il testo del profeta Isaia 66,19: “Et annuntiabunt gloriam meam gentibus” (e annunzieranno la mia gloria alle genti). Ovviamente, l’Allamano non ignorava che il profeta parlava della gloria di Dio, che Israele avrebbe dovuto promuovere in mezzo ai popoli nei quali era stato disperso. Tuttavia, nella sua filiale pietà mariana, egli si permise di fare un’interpretazione devozionale, riferendo queste parole alla Madonna, a motivo della sua indissolubile unione con il Figlio per la redenzione dell’umanità.

Dunque, i Missionari della Consolata, nella convinzione dell’Allamano, avrebbero dovuto impegnarsi per la gloria di Dio, e congiuntamente e subordinatamente per la gloria di Maria, attraverso l’annuncio del Vangelo e la salvezza delle anime.

DIVENTARE CIÒ CHE IL NOME ESPRIME

Portare il nome della Madonna è sicuramente un onore. L’Allamano ci ha invitato a sentirci “orgogliosi” di avere tale nome, ma non si è fermato lì. Forte della sua esperienza di educatore e concreto com’era, egli ha indicato dei percorsi di crescita proprio in forza del nome che la Consolata «si è degnata di imprestarci».

Riporto sue espressioni dette alle suore, molto indicative al riguardo. Scrivendo a sr. Margherita Demaria, superiora delle missionarie in Kenya, concluse la lettera con queste incoraggianti parole: «Vi benedico ai piedi della nostra Patrona: dimostratevi sempre degne del nome che portate».
Questa idea di essere degni del proprio nome, perché era un dono della Consolata, è stata ripetuta altre volte. Per esempio: «Noi siamo un miracolo vivente delle grazie della Madonna; cerchiamo di meritarci ogni giorno più il bel titolo che ci ha dato e stare attente che un giorno o l’altro non ce lo tolga e ci dica: Non siete più Consolatine…No, no, per carità».

Commentando la festa della Consolata appena celebrata, in una conferenza domenicale, disse: «Voi dovete essere santamente superbe di essere sotto la protezione della Consolata: il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere»
Queste sono parole molto profonde. Che cosa significa divenire ciò che indica e richiede il proprio nome? L’Allamano si è impegnato tutta la vita ad educare i suoi missionari e missionarie proprio per questo: li voleva semplicemente dei “consolatori” di prima qualità, impegnati a portare ai fratelli e sorelle dei paesi di missione la vera “consolazione” che è la salvezza in Gesù.

Che questo modo di riflettere sia esatto, ce lo ha confermato il Sommo Pontefice nel messaggio che ci ha inviato per il centenario di fondazione dell’Istituto,quando ci scrisse: «Con l’aiuto della Consolata, carissimi Fratelli, diffondete la vera consolazione, la salvezza cioè che è Cristo, Salvatore dell’uomo».

FIGLI PREDILETTI E FELICI

Leggendo quanto ha detto l’Allamano sul rapporto dei suoi missionari e missionarie con la Consolata c’è da rimanere stupiti. Ha usato, infatti, espressioni così intense, che si possono spiegare solo se pensiamo al suo specialissimo rapporto con la Consolata, che sognava di trasmettere, allo stesso livello, a quanti intendevano seguirlo

Per concludere queste semplici riflessioni, riporto di seguito e senza commenti qualcuna di queste stupende espressioni dell’Allamano, che non sono riservate ai membri dei due Istituti, ma possono valere per quanti seguono la sua spiritualità: «Non è infatti la SS. Vergine sotto il bel titolo di Consolata la nostra Madre, e noi suoi figli? Sì, Madre nostra tenerissima, che ci ama come pupilla dei suoi occhi»; «Quando Le diciamo (con S. Bernardo): “mostrati Madre”, non ci potrebbe rispondere: “e tu ti regoli da figlio?”. Ci regoliamo noi da figli, da veri teneri figli?». «Quanti ci vogliono bene perché ci chiamiamo: Missionari della Consolata». «Siamo fortunati, perché la gente non può nominare noi, senza nominare la Madonna Consolata». Essere “della Consolata” è davvero un grande onore, ma anche un forte impegno, che ci lega direttamente alla missione.
 
P. Francesco Pavese

giuseppeallamano.consolata.org