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Scritto da Redazione GA
P. Vincenzo Dolza (1880-1946) fu accettato nell’Istituto dallo stesso
Fondatore nel 1902. Ordinato sacerdote nel 1910, per diversi anni prestò il suo prezioso aiuto al Confondatore, il
can. Giacomo Camisassa, nella sua multiforme attività di supporto alle missioni. Partì per l’Africa
nel 1922, prestando il suo servizio missionario in tre nazioni: Kenya, Somalia ed Etiopia. Il suo apostolato fu definito
un “poema”, intessuto di continuo eroismo, di fatiche a non finire, sostenute da una fede semplice e
straordinaria. Internato durante la seconda guerra mondiale perché italiano, venne rimpatriato nel 1942. Per altri
quattro anni prestò il suo ministero nell’ospedale militare di Torino.
Il 16 febbraio 1945, un anno
prima della morte, p. Dolza fu incaricato dall’allora superiore Generale, p. Gaudenzo Barlassina, di tenere la
commemorazione ufficiale sul Fondatore. Si fece coraggio, lui che si considerava più un manovale che un oratore e,
sia pure con fatica, finì per scrivere delle pagine molto belle. Scelse come tema: «Lo zelo del Fondatore per
la nostra santificazione». Riportiamo alcuni brani di questa commemorazione, dalla quale emerge bene come i nostri
primi confratelli abbiano maturato una grande stima per il loro Padre e abbiano vissuto un rapporto spontaneo e di filiale
confidenza in lui, volendogli molto bene.
Confesso con tutta sincerità che, man mano che si avvicinava il
giorno di questo incontro, andava sempre più crescendo il mio affanno. Come avrei osato e potuto condurre
degnamente a termine un lavoro così superiore alle mie forze e così vasto di materiale? Il nostro Fondatore
è un gigante: come avrei potuto parlarne in maniera degna, senza rovinare la Sua figura? […]. Mi sentii
ispirato a prendere per tema quello che fu il ritornello di tutte le raccomandazioni che ci faceva l’amato Padre
Fondatore: la nostra santificazione.
«Amabilissimo Gesù – si prega due volte al giorno in
tutte le case dell’Istituto – tu che tutti gli uomini vuoi salvi e per tutti hai sparso il tuo sangue sulla
croce, trasfondi in noi quello zelo da cui era infiammato il tuo fedele servo Giuseppe Allamano…». Egli era
divorato dallo zelo per la gloria di Dio e dallo zelo per la salvezza delle anime: fu questa doppia fiamma che lo spinse a
fondare una istituzione tutta consacrata a Dio e alle anime; e perché questo zelo si perpetuasse in noi, figli e
figlie, Egli ebbe sempre di mira la nostra santificazione al massimo grado.
Infatti questo è il dovere
nostro che riassume tutti gli altri doveri: l’unica cosa importante per noi religiosi e missionari. Fu la grande
lezione che il Padre ci diede da vivo con la parola e con l’esempio; ed è la lezione che ci dà oggi.
Come vedete, l’argomento sarebbe di oro e oro puro; ma voi saprete compatire se il mio svolgimento non sarà
che brodo di rapa!
IL NOSTRO FONDATORE FU UN SANTO
Egli fu un santo. Per tanti di noi che lo
conobbero successe come ai due poveri discepoli di Emmaus.
Avevano Gesù con loro lungo la via, ma non lo riconobbero; quando spezzò il pane e scomparve, allora si
aprirono i loro occhi. Anche i nostri occhi erano offuscati quando avevamo il Padre vicino; spesso non conoscevamo la
santità del nostro Padre e Maestro. Ora che non lo vediamo più fra noi, ma ne contempliamo la figura come in
lontananza; ora che Egli dal cielo ci spezza il pane, cioè ci rivela il senso di tante sue parole paterne, si
aprono gli occhi anche a noi e lo riconosciamo. Egli era veramente un santo!
Permettetemi un ricordo personale.
Conservo ancora nel breviario un’immaginetta della Consolata che il venerato Padre mi donava il giorno 24 novembre
1902, quando, dopo parecchi mesi di attesa, mi aveva definitivamente accettato nel numero dei suoi missionari. Avevo ormai
22 anni! Venivo dal commercio e non da una casa religiosa; eppure quanto mi colpì l’amabilità del suo
tratto e la grazia penetrante delle sue parole! Fin da quei primi incontri compresi tutta la straordinaria bontà
del venerato sig. Rettore e l’impressione mi rimane anche oggi.
Le sue parole fecero su di me
l’effetto, se così posso dire, della stessa parola divina di Gesù, quando chiamò i pescatori a
seguirlo. Come a Lui devo la prima chiamata all’apostolato, così Gli devo pure la perseveranza nella
vocazione. E quanti confratelli possono dire altrettanto! Io pensavo di entrare come fratello coadiutore, avendo fatte le
scuole commerciali. «No! – Egli mi disse con sicurezza – Se è il Signore che ti chiama,
rettificherai i tuoi studi, sarai sacerdote, andrai anche tu in Africa e anche tu farai del bene». La mia strada era
segnata. […].
E poi? Oh! Quanti anni (18 circa) passai in Casamadre prima di partire per le missioni.
Però poco potei godere della vita spirituale del Padre. In tutti quegli anni io non fui che un fattorino
dell’immensa attività del can. Camisassa, Confondatore; sempre assorbito in operazioni materiali e
commerciali; sempre in giro per il mondo. Sono quindi il meno indicato per parlare della vita interiore del nostro
Padre.
Tuttavia godetti anch’io dei cari momenti in cui mi potevo avvicinare a Lui, ascoltare i suoi
insegnamenti ed edificarmi ai suoi santi esempi. È appunto la sua virtù non comune che io ammirai
maggiormente; è il suo zelo continuo per la nostra santificazione che io ricordo più di tutto. Sì,
cari confratelli e consorelle, Egli fu un santo! […].
La santità è simile ad un
vasto ed incantevole giardino, dove possiamo contemplare i fiori più belli e più rari e goderne tutto il
profumo; dove possiamo vedere e gustare tutti i più squisiti frutti. […]. La vita del nostro Padre fu
veramente questo immenso e magnifico giardino, profumato di fiori e ricco di frutti: un magnifico giardino del Signore.
Cari confratelli e
consorelle, prendiamo in mano un po’ più sovente la vita del nostro Padre. Rileggiamo più spesso e
più attentamente quelle edificanti pagine regalateci dalla penna del caro p. Sales. Non cerchiamo altri modelli:
lì è la nostra forma. Modelliamoci sul Padre, solo modellandoci su di Lui, noi potremo riuscire veri
Missionari della Consolata.
IL NOSTRO FONDATORE CI VOLEVA SANTI
Noi abbiamo la gioia di
vedere felicemente incominciata la causa di beatificazione del nostro Fondatore. […]. Ma il giudizio della Chiesa
non sarà che il riconoscimento di quello che Egli seppe diventare con la grazia di Dio. La Chiesa dichiarerà
l’eroicità delle sue virtù; ma fu Lui che seppe perfezionarsi tanto da portare tutte le sue
virtù al grado eroico. La Chiesa lo riconoscerà santo (e noi ce lo auguriamo con tutto il cuore); ma fu Lui
a farsi santo con l’aiuto di Dio.
Il nostro Fondatore è il nostro Padre secondo lo spirito. Noi
abbiamo abbracciato volontariamente la via che Egli ha tracciato con tanta sapienza. Dobbiamo dunque cercare sempre di
farlo contento e di fargli onore. Siamo Missionari della Consolata. Non potremo esserlo senza sforzarci di diventare
sempre più buoni e più santi.
Questo fu sempre il desiderio e la cura dell’amato Padre per noi.
Oh, quando ci ricordava questi pensieri, il suo volto era tutto assorto e il suo accento tutto soprannaturale. Egli ci
ricordava spesso che proprio ai piedi della cara effigie della Consolata aveva maturato nel suo cuore la fondazione
dell’Istituto. Ci ricordava che alla Consolata dovevamo il dono divino della vocazione. Ci faceva capire quanto gli
stava a cuore la nostra corrispondenza alla vocazione.
Con quanta insistenza ci ripeteva che lo scopo
precipuo, il vero fondamento della nostra vita missionaria era uno solo: la nostra santificazione. Per questo volle che
l’avessimo ben presente, facendone il primo articolo delle Costituzioni e del Rego-lamento: «I membri
dell’Istituto della Consolata per le Missioni Estere abbiamo sempre in mira non solo di salvarsi, ma di farsi
veramente santi, e così rendersi idonei a salvare molte anime infedeli. […]».
Il
Fondatore ci voleva santi! Questa era la sua costante preoccupazione per noi. Noi eravamo davvero i figli prediletti del
suo cuore, la pupilla degli occhi suoi. Sapevamo che ogni giorno ci benediceva con questa intenzione. E ogni volta che ci
parlava, di qualsiasi argomento trattasse, Egli ci ricordava questo fine.
Questo è il quadro più
vivo che di Lui sta scolpito nel mio cuore. Il suo zelo per la nostra formazione e santificazione si manifestava
soprattutto nelle meravigliose conferenze della domenica. Arrivava sorridente, sedeva, tirava fuori un bigliettino: e noi
restavamo incantati davanti alla sua parola. Quanto desideravamo quei momenti, sempre troppo brevi per noi!
Era un incanto il suo dire nelle feste del Signore e della Madonna; era per noi un incanto la sua parola nelle
varie ricorrenze dell’anno e in mille altre occasioni. E ogni volta ci diceva che potevamo ben differire l’uno
dall’altro nella scienza, ma che nella santità dovevamo essere tutti uguali. […]. E quante volte
sentì la necessità di precisare che non si scambiassero i punti: «Prima santi e poi missionari…
Credere di poter sacrificare lo spirito per la conversione delle anime è un inganno che porterebbe a rovina il
missionario».
La via alla santità è per noi segnata specialmente dai santi voti religiosi.
Essi sono veramente la mistica aiuola, nella quale possiamo cogliere i fiori più belli e produrre i migliori frutti
della nostra vita. Quanto sovente il Padre ci parlava di povertà, castità e obbedienza! Allora il suo
linguaggio era tutto celeste e le sue sembianze parevano quelle di un angelo.
Ecco la triplice stella della nostra
vita! Seguendola con fedeltà, come desiderava l’amato Fondatore, essa ci condurrà sicuramente alla
meta della nostra santificazione. Solo nella fedeltà assoluta agli impegni che ci siamo assunti davanti a Dio e
all’Istituto, noi potremo essere felici anche su questa terra e portare il nostro contributo alla redenzione delle
anime. […].
Concludendo, io formulo l’augurio che, in tempo non lontano, ognuno di noi possa avere
sempre con sé un libretto tascabile, che contenga i bigliettini su cui il veneratissimo Padre Fondatore riassumeva
le sue preziose conferenze. Quel piccolo vade-mecum servirà a nutrirci della cara e vivificante parola, ci
aiuterà ad assimilarla sempre più ed a farci santi come Lui voleva.
Intanto preghiamo, carissimi
confratelli e consorelle, preghiamo Gesù perché glorifichi presto sulla terra Colui che noi riteniamo
già glorificato in cielo, e ci conceda di essere in tutto e sempre quale Egli ci volle: santi missionari e veri
figli e figlie della Consolata! E Tu, venerato e santo nostro Padre, dal cielo benedici noi tutti. Fa che risorgano presto
le tue care missioni [chiuse durante la guerra]. Fa che ricopiamo in noi la tua vita e il tuo zelo.
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Creato: Sabato, 26 Maggio 2007 05:00
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Pubblicato: Sabato, 26 Maggio 2007 05:00