P. VITTORIO MERLO PICH RISPECCHIA FEDELMENTE LA FIGURA DELL’ALLAMANO
Il primo missionario che presentiamo, in questa nuova rubrica, è uno di quelli che hanno avuto
l’idea di trascrivere le conferenze domenicali del Fondatore, quando era ancora allievo, diventandone un fine
conoscitore e, in seguito, un convinto propagatore delle sue idee e del suo spirito. Il P. Vittorio Merlo Pich (1899
– 1982) è stato prima missionario in Kenya, impegnato soprattutto nell’ambito delle scuole; poi membro
della direzione generale dell’Istituto e, infine, professore di lingue a Torino. Fu un uomo di profonda cultura,
serio scrittore, autore anche di una rinomata grammatica, con relativo dizionario, di Swahili, lingua parlata dalle
popolazioni bantu dell’Africa Equatoriale. Dal 1960 fu anche l’iniziatore di questa rivista.
Presentiamo la figura di questo eccellente missionario, riportando
alcuni brani tratti da una tesi di laurea, dal titolo “Un Missionario e un Linguista: Vittorio Merlo Pich”,
difesa al termine dell’anno accademico 1994 - 1995, nella Facoltà di Scienze Politiche,
all’Università di Torino. L’autore, Adriano Bianco, compaesano di P. Merlo Pich, che ringraziamo per la
cortese concessione, ha studiato le fonti nell’archivio dell’Istituto ed ha saputo cogliere bene
l’influsso determinate che l’Allamano ha esercitato sul giovane allievo Merlo Pich, anche sul piano della
preparazione culturale.
1.
ACCETTATO DALL’ALLAMANO. «Il 12 ottobre dello stesso anno [1909] la madre e il parroco lo condussero alla
Consolata per presentarlo al Padre Fondatore Giuseppe Allamano e chiedergli di accettarlo tra i suoi studenti di ginnasio.
La madre aveva una grande stima del rettore [Allamano] e avrebbe lasciato a lui decidere. […].
Racconta egli
stesso: “Nella sacrestia del santuario della Consolata il Fondatore non si fece attendere. Fui profondamente
impressionato dal suo aspetto venerando, dal suo sorriso e dalla sua bontà con cui ci venne incontro e ci
salutò. Già conosceva il mio nome e cognome. Mi domandò, naturalmente in piemontese, quanti anni
avevo, che classe avevo fatto. Avevo compiuto dieci anni nell’aprile precedente, ed ero stato promosso con bei voti
dalla IV elementare. Osservò che ero ancora molto giovane, ero piccolino. Suggerì che attendessi ancora un
anno, mangiassi ancora tante pagnotte e finissi la V elementare”.
La conclusione del discorsetto non piacque affatto al giovane Vittorio; il parroco che l’aveva
accompagnato insisteva perché venisse accettato subito, aveva accompagnato il ragazzo e sapeva che faceva sul
serio. Il Fondatore si accorse della delusione del ragazzo e dopo una breve discussione con il parroco e la madre si
rivolse nuovamente a Vittorio che ricorda queste parole: “Se sei convinto tu, proviamo! E mettendomi quattro dita
della mano sulla fronte mi domandò: - Sei disposto a darmi queste quattro dita della fronte? – Sicuro che
quanto mi chiedeva non poteva essere che bene acconsentii. E fui accettato”».
2. LE PRIME IMPRESSIONI. «La nuova sede
conteneva tutta la famiglia Consolatina: Seminario Teologico, Noviziato, Liceo e Ginnasio. Tutti i missionari della
Consolata in formazione erano qui, un piccolo numero su cui però si faceva grande assegnamento per sviluppare delle
opere di apostolato iniziale in Kenya.
“Formavamo una famiglia - ricorda Merlo Pich in una sua opera - non soltanto per il piccolo numero, ma per
lo spirito che ci animava tutti, per l’amore con cui i fratelli maggiori si prodigavano ad assistere ed educare i
più piccoli, per l’affetto che ci univa tutti al Fondatore, il Servo di Dio Giuseppe Allamano. Egli, che
dieci anni prima aveva fondato l’opera, ora attendeva alla nostra formazione, studiando le regole ed i programmi,
applicando i tesori di esperienza che aveva accumulato in quarant’anni di formazione di seminaristi, di sacerdoti,
di religiosi e dedicandosi alla conoscenza delle condizioni dell’Africa e dei metodi più efficaci di
apostolato da adottare sul luogo. Era una gioia per noi ragazzi stringerglisi attorno quando la sua figura composta e
sorridente compariva in cortile, durante la merenda”. […].
Il Fondatore aveva un concetto molto realistico della vita missionaria e non creava illusioni per
tutto quanto riguardava la formazione e l’addestramento durante gli anni della preparazione. […]. In questa
atmosfera di formazione missionaria, maschia ma serena, il giovane Merlo Pich trascorse i primi anni della sua educazione
crescendo e sviluppando la sua intelligenza acuta e forte, mentre nel suo cuore aveva ormai preso redice ferma la
vocazione missionaria».
3.
FIGURA IN CONTROLUCE DELL’ALLAMANO. «[…]. Chi ha avuto la possibilità di conoscere p. Vittorio
Merlo Pich in vita, non ha potuto fare a meno di notare quest’attaccamento fortissimo verso la figura del Canonico
Allamano. “È stato senza dubbio colui che ha saputo incarnare in sé, più di ogni altro, la
figura e il volere del Fondatore” (dall’omelia di P. L. Gobatti durante il funerale). […]. Non per
nulla è stato da più parti affermato che “la figura di Vittorio Merlo Pich era in controluce la figura
dell’Allamano” e che il rapporto tra questi due personaggi era decisamente particolare.
Cerchiamo di
approfondire meglio. Se, come detto, p. Merlo Pich riproiettava nel tempo la spiritualità del Fondatore, dovremo
capire a quali fondamenti ascetici si era ispirato Giuseppe Allamano nella sua missione terrena. […].Ci
servirà, a questo scopo, l’aiuto dell’opera scritta da p. Lorenzo Sales sulla figura del Fondatore
Giuseppe Allamano [intitolata: La Vita Spirituale, dalle conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano]. In
quest’opera emergono subito quali erano i veri aspetti delle spiritualità del Fondatore Giuseppe Allamano.
L’aspetto principale, cioè il fine, lo
scopo di tutto, era quello missionario con la centralità dell’Eucaristia. Andare quindi per il mondo a
divulgare la parola di Dio. Questo aspetto avrebbe comunque dovuto seguire, come modello coinvolgente, quello della
Madonna, nella laboriosità. Si doveva quindi essere contemplativi nell’azione. […].
Ma Giuseppe Allamano non si ferma qui e prosegue nelle sue direttive
entrando sempre più nello specifico, elencando ed esaminando quali erano le virtù che un missionario avrebbe
dovuto possedere. “Così la nostra santità si fonda sulla fede, si erige colla speranza e si perfeziona
colla carità”. Fede, speranza e carità sono quindi le tre virtù teologali che il Fondatore
elevava a principi base sui quali fondare la santità di ciascuno.
Giuseppe Allamano avrebbe proseguito la sua
disanima mettendo in rilievo anche altre qualità fondamentali come la povertà, la castità,
l’obbedienza, l’umiltà e la carità fraterna. […].
Il rapporto, il feeling potremmo chiamarlo, che legava P. Vittorio al Fondatore non
può certo esaurirsi nella semplice trasposizione che abbiamo presentato in precedenza. Troppi sono stati i concetti
rimarcati e non sempre solo di semplice affinità spirituale. Ne evidenziamo alcuni:
- il fatto che fin da
giovanissimo Merlo Pich avesse deciso di riportare su un squadernino gli appunti delle conferenze fatte
dall’Allamano;
- di raccogliere, come in una specie di museo, tutti i ricordi e le requie del Fondatore;
-
che Giuseppe Allamano fosse, in ogni occasione, un “Santo” da portare ad esempio;
- che abbia invocato il
Servo di Dio a taumaturgo per essere miracolato».
4. LUINGUISTA PERCHÉ MISSIONARIO. «L’amore e il servizio di P. Merlo
Pich all’Africa sono testimoniati dalla sua grande passione per lo studio delle lingue africane. Fin dai primi anni
di collegio nell’Istituto delle Missioni della Consolata il giovane Vittorio si era trovato alle prese con lo studio
non solo dell’inglese, ma anche di una lingua fino allora per lui sconosciuta che rispondeva al nome di lingua
Kikuyu. […].
L’idea era venuta al Canonico Allamano. Era lui che raccomandava fino alla nausea di
impegnarsi nello studio delle lingue straniere. “…a che servirebbero gli studi di filosofia, di teologia,
ecc., se poi uno non sapesse comunicare agli altri la materia studiata?”. Frase questa, di Giuseppe Allamano, che
Merlo Pich avrebbe rifatto sua varie volte. A lui questo monito, comunque, non serviva. Sapeva che la conoscenza delle
lingue dei popoli era il primo indispensabile mezzo per poter entrare nello spirito dell’uomo africano. Solo
comprendendolo e facendosi comprendere anche nei dettagli ci si sarebbe potuti avvicinare e quindi conquistare la loro
fiducia.
La sua ottima conoscenza del Kikuyu e
dello Swahili avrebbe potuto essere sufficiente ai suoi scopi missionari, vale a dire comunicare con la necessaria
facilità con il prossimo, ma Merlo Pich andò oltre. Invitato a far parte dei membri del Comitato per fissare
l’ortografia della lingua kikuyu, operante a Nairobi in Kenya fin dal 1927, volle adoperarsi per contribuire alla
crescita anche tecnica di questo idioma in prima persona.
Il suo “sentire” la cultura africana lo faceva ancora più “sentire” missionario.
Non aveva infatti concepito la cultura soltanto come fine a se stessa, ma come strumento di missione. Al suo definitivo
rientro in Italia, realizzerà uno dei suoi più grandi obiettivi, riuscire a donare e quindi a divulgare,
anche fuori dei confini africani, la lingua a lui tanto cara degli altipiani kenioti, attraverso corsi di lingua Swahili
tenuti nei saloni di Casa Madre a Torino. Egli riusciva a far penetrare e a trasmettere all’animo degli allievi che
lo seguivano il desiderio di far conoscere il vero volto dell’Africa e degli Africani».
5. PAROLE CHE GLI AVREBBERO FATTO PIACERE.
«Molti che avevano conosciuto il Fondatore gli affiancavano senza timore la figura di P. Vittorio. Vogliamo
ricordare tra tutte le parole […] dell’omelia di P. Lorenzo Gobatti, tenuta in occasione del funerale nella
cappella di corso Ferrucci alla Messa di suffragio di P. Vittorio Merlo Pich: “…se devo dire come vedo il
Fondatore, ecco io lo vedo come questa figura di P. Vittorio, che è stato un missionario dall’apostolato
attivo, è stato colui che ha saputo incarnare il Fondatore in sé proprio perché lo amava
profondamente in tutti i suoi aspetti umani, spirituali e particolari. L’immagine del Fondatore si è
rispecchiata fedelmente in P. Vittorio”.
Sono parole queste che sicuramente avrebbero fatto molto piacere a Merlo Pich, ma che il suo animo umile avrebbe
sicuramente respinto».
Dott. Adriano Bianco