LA MADONNA MI SORRIDERA’
Tra gli interrogativi curiosi che ci possiamo porre uno può essere il
seguente: come reagiscono i santi di fronte al pensiero della propria morte?
Qualcuno, in passato, si è posta
questa domanda riguardo all’Allamano. In effetti, possiamo dire che il pensiero della morte, non in sé ma
come inizio della vita eterna - lui preferiva parlare di paradiso - è stato familiare all’Allamano.
Verso gli ultimi anni, i riferimenti alla fine della
propria vita terrena, anche come liberazione e riposo, sono stati più frequenti. Questo “crescendo”
verso le realtà escatologiche è un segno evidente della sua maturazione spirituale.
Invecchiando,
l’Alla-mano si univa sempre più a Dio e, in certo senso, anticipava, già sulla terra, la comunione
della beatitudine eterna. Ma, da come lui si esprimeva, questo “crescendo” indicava anche la sua
maturità di uomo e il suo riconosciuto realismo, arricchito da un non celato senso di umorismo.
Sr. Emilia Tempo attesta che «l’ultimo anno lo
passò a prepararsi alla morte». L’Alla-mano, tuttavia, non arrivò improvvisamente a questa
maturazione, cioè non pensò all’eternità soltanto da anziano. Una della migliori testimonianze
la offre lui stesso, nella conferenza del 1° gennaio 1916 ai seminaristi dell’Istituto (stava per compiere 65
anni!): «Voglio raccontarvi una cosa che faccio io. Quando vado in coro a S. Giovanni, per la strada faccio una
meditazione sulla morte. Penso che alla mia morte, se sarò ancora alla Consolata, mi faranno la sepoltura al Duomo;
ed i Canonici, che hanno le gambe corte, per andar là prenderanno la via più diritta, quindi partiranno
dalla Consolata, prenderanno via S. Chiara, via Basilica, fino al Duomo. Credete che mi faccia male questo pensiero? Mi fa
del bene.
Un bel giorno passerò per queste
stesse vie non con le mie gambe, ma portato dagli altri e allora vorrei farlo bene questo pezzo di strada. Perciò
penso a quello che potrà dirmi la gente che mi vedrà. Se hanno conosciuto che avevo dei difetti, diranno:
Quel là era maligno, un altro dirà un’altra cosa… E così penso il bene e il male, che
potran dire di me. Poi arrivo in Chiesa e là vi è una statua della Madonna: quella è la Madonna a cui
voglio più bene dopo la nostra Consolata, quantunque è poi sempre la stessa Madonna. Faccio un inchino alla
statua e penso che mi deporranno lì davanti e allora Essa mi sorriderà. Poi mi porteranno all’altare
del SS. Sacramento e mi deporranno là davanti. Voglio un po’ vedere se il Signore allora vedendomi, si
compiacerà e vorrà darmi uno sguardo.
Sapete, S. Pasquale Baylon amava tanto Nostro Signore, che dopo morte ha aperto gli occhi per vedere il SS.
Sacramento. Per me non ci sarà bisogno di questo ma sarò contento se il Signore potrà dirmi: Bravo,
sei sempre venuto qui a pregare con fede, ora prendo io la tua salma. Vi dico che questo mi fa del bene. Sono cose che
dovranno succedere».
PROFUGO DURANTE LA GUERRA
Durante la seconda guerra mondiale, per motivi di sicurezza dopo il
terribile bombardamento dell’8 dicembre 1942, che ha semidistrutto la casa madre a Torino, la salma di Giuseppe
Allamano è stata traslata dalla cappella di corso Ferrucci al castello di Uviglie, nostra casa nel comune di
Rosignano Monferrato (AL), e interrata nei sotterranei. In quel periodo ad Uviglie era ospitato il seminario teologico
dell’Istituto, profugo per la guerra.
La
salma dell’Allamano è rimasta ad Uviglie dal 15 marzo 1943 al 30 aprile 1949, quando venne riportata in corso
Ferrucci, dove si trova attualmente.
Il castello
di Uviglie ora è un lussuoso ristorante. Gli attuali proprietari, con gesto delicato, nel preciso luogo della
tumulazione dell’Allamano, hanno conservato la targa che era stata posta in ricordo, dettata in latino classico dal
nostro compianto confratello P. Olindo Pasqua-letti. Ecco il testo:
«HUC BELLO TUMESCENTE PER ORBEM
JOSEPHI ALLAMANI
QUEM INSTITUTI A
CONSOLATA SODALES
ET PATREM ET MAGISTRUM PRAEDICANT
PACIS ARMORUM VI RECEDENTIS
REDITUM IMPETRATURA
PRO TEMPORE CINIS ET OSSA
CONCESSERE».
Traduzione letterale: «Mentre nel mondo infuriava la
guerra, i discepoli di Giuseppe Allamano, che lo invocano padre e maestro dell’Istituto della Consolata, qui ne
trasferirono temporaneamente le ceneri e le ossa, ad impetrare il ritorno della pace compromessa dalla violenza delle
armi».
L’aver conservato questa targa,
senza spostarla dal suo posto originale, è stato un atto molto apprezzato da noi Missionari della Consolata. Lo
interpretiamo come l’aver voluto conservare la presenza spirituale e protettrice dell’Allamano, il quale era
stato ospite proprio qui in un periodo particolarmente doloroso.
In omaggio al Padre Fondatore, e in vista della sua festa che si celebrerà il 16 febbraio, vengono
proposti alcuni brevi testi, che ricordano quegli eventi e testimoniano i sentimenti con cui sono stati vissuti da quanti
erano legati all’Allamano. Li proponiamo non solo per fare opera storica, ma specialmente per rafforzarci nella
convinzione che il nostro Padre continua ad esserci accanto e ci chiede di percepire con gioia la sua presenza e comminare
alla luce del suo spirito.
UNA PARTENZA NECESSARIA
Il
trasferimento della salma da Torino, per ovvie ragioni, è stato fatto in sordina. Eccone il laconico comunicato,
inserito nel Bollettino Ufficiale dell’Istituto n. 6 del 1943: «Non presentando la Casa di Torino, dopo i
bombardamenti subiti, sufficiente garanzia per custodire la Salma del Ven.mo Padre Fondatore, conservata
nell’apposita Cap-pella funebre, si fecero le necessarie pratiche presso il Prefetto di Torino, il Cardinale
Arcivescovo di Torino, ed il Vescovo di Casale Monferrato per poterla trasferire in Rosignano Monferrato.
Il giorno 15 marzo, in forma privatissima, il
Feretro, in perfetto stato di conservazione, fu estratto dal sarcofago, e su autofurgone, accompagnato dai Superiori,
portato a Rosignano, in attesa del giorno fortunato, in cui, davanti ai Giudici, si potrà aprire per la
ricognizione della Salma del Padre».
Come
appare da questo comunicato, la bara, contenente i resti mortali dell’Al-lamano, non è stata aperta, ma solo
tolta dall’elegante sarcofago di marmo, che la conteneva da quando era stata prelevata dal cimitero di Torino, e
caricata sul furgone che la doveva trasportare ad Uviglie.
Per conoscenza, aggiungiamo che la ricognizione della salma, in vista della beatificazione, secondo le norme
canoniche, è stata fatta in data 3 ottobre 1989. Allora, con felice sorpresa, agli occhi dei presenti il corpo
dell’Allamano è apparso come mummificato, con le sembianze intatte, composto nella bara, nonostante tutti gli
spostamenti avvenuti.
UN RITORNO ATTESO
Le altre notizie circa la
permanenza della salma ad Uviglie e il suo successivo ritorno a Torino le troviamo nella rivista interna
dell’Istituto, intitolata “Da Casa Madre”. Nella cronaca riportata nel fascicolo di maggio 1949, al
giorno 30 aprile, si legge: «Attesa, ritorna tra noi la Venerata Salma del “Padre”. Erano andati a
prelevarla il Rev.mo P. Superiore ed i Rev.mi Padri Sandrone, Borello, Piovano, Bessone e Fissore. Giunse alla Casa Madre
alle 15,30. Erano presenti i Rev.mi Superiori Maggiori, tutti i membri della Casa e larga rappresentanza di Alpignano [che
era un’altra comunità di missionari, nelle vicinanze di Torino], la Rev.ma Madre Generale con il suo
Consiglio Generale, tutte le Rev.de Suore di Casa Madre e rappresentanti delle loro Case di Torino.
La levata solenne della Salma fu fatta da S. Ecc. Mons. Carlo Re,
assistito dai Padri Giuseppe Gallea e Francesco Gamberutti. Trasportata nella nostra Cappella esterna, prima delle
Esequie, il P. Gabriele Berruto, Direttore di Casa Madre, lesse un breve discorso di benvenuto al Padre che, dopo sei anni
circa di lontananza, ritornava tra i suoi Figli. Terminate le esequie, tutti i presenti passarono a deporre sulla bara,
anche a nome degli assenti, il loro devoto e filiale bacio, dopo di che la Venerata Salma veniva collocata nel sarcofago.
La funzione terminava alle ore 16,30».
Con
uno spirito un po’ differente, il che è comprensibile, è stata fatta la cronaca della partenza da
Uviglie, che lo stesso numero del “Da Casa Madre” ospita tra le notizie “dall’Italia”:
«30 aprile. Il Superiore Generale nella sua prima visita al nostro Seminario di ritorno dalle Missioni
d’Africa, ci porta via il Padre. Dopo sei anni di forzato nascondimento, Egli ritorna tra le mura della Sua casa.
Durante questi anni non fu propriamente in esilio, perché era tra i suoi figli che anch’essi avevano bisogno
di Lui. Egli fu per il Seminario teologico la pietra di fondamento nel senso vero della Parola. Ora esce dai sotterranei
e, pur rimanendo ancora nel sarcofago, potrà parlare a tutti di pace ristabilita, di ripresa sempre più
fervida verso la meta.
Alle ore 10 P. Fissore
celebra la Messa solenne e la schola cantorum esegue la Missa de requiem del Perosi. In questa circostanza erano presenti
il Rev.mo Superiore Generale e i RR. PP. Sandrone, Borello, Piovano, Bessone e Viola. Le RR. Suore erano rappresentate
dalla Rev.ma Madre Generale e dalla Vice Superiora Generale. Alle ore 13,30 la Salma del Ven.mo Padre lasciava il nostro
Seminario».
Che cosa sia successo durante
quei 6 anni non è scritto. È comprensibile il riserbo, vista la necessità di mantenere nascosta la
presenza nel castello della salma dell’Allamano. Testimonianze orali assicurano che il Padre non è stato
lasciato solo. Sia la comunità che i singoli missionari andavano regolarmente a visitarlo, anche solo per qualche
istante, a pregare su quella tomba, deponendovi pure dei fiori.
Certamente quella presenza nascosta per il pubblico,
ma non per i seminaristi, è stata un punto di riferimento forte nella loro preparazione alla missione. Per tutta la
vita hanno ricordato che il Padre è stato loro vicino, proprio quando essi avevano dovuto abbandonare la loro sede
in Torino a causa della guerra.
Per terminare,
riportiamo quanto è scritto, con stile un po’ solenne, ma certamente sincero, nella prima di copertina del
citato fascicolo del “Da Casa Madre”, con il significativo titolo: “Il Padre ritorna”.
L’autore costruisce queste brevi righe attorno a due circostanze: la prima è che l’Allamano, ogni anno,
il 30 aprile, andava in casa madre per iniziare con gli allievi il mese di maggio; la seconda circostanza è che
l’effigie della Consolata, proprio in quei giorni, passava “pellegrina” per le chiese e le case
religiose di Torino, e stava per fare una sosta anche in casa madre.
«L’attendemmo, forzato esule, per sei lunghi anni, con la nostalgia del figlio
affezionato. È ritornato al cuore della Sua diletta Famiglia, perché un’onda di linfa nuova scorra nei
tralci di questa vite, da Lui piantata e resa feconda. È ritornato, e nei nostri cuori si fa decisione la
volontà di seguirLo, fino in fondo, nella semplicità coraggiosa del Suo Spirito. Non poteva e non voleva
mancare: nel suo cuore era ed è stampato un nome: “Consolata”, Stella, Vita, tutto per Lui.
Giungeva ogni anno il 30 aprile: all’apertura
del mese di Maggio non voleva mancare. Voleva essere Lui, il Primo, perché era Lui che L’amava di più.
Sembrava che con il ridestarsi della vita nella natura, gli riuscisse incontenibile in cuore, la Sua passione: per Lui non
c’era che la Consolata.
Ed Egli ritorna a
Maggio: all’apertura di questo mese di Maggio mentre per Torino la Sua Consolata, prodigio d’amore, passa,
fermento di Redenzione e di rinnovellata fede cristiana. Il Figlio Suo più sincero e caro non volle essere assente
dai suoi trionfi e non volle mancare alla visita che Ella farà alla Casa Madre nel prossimo Maggio. Lui L’ha
amata più di tutti.
Per questo è
ritornato a Maggio e ci ripete: “Congratuliamoci e gloriamoci di essere i figli prediletti della Consolata, e non
lasciamo che gli altri portino via tutte le grazie… Dobbiamo essere santamente superbi di appartenere alla Madonna
sotto questo bel titolo invidiato da tanti!... Perciò dobbiamo corrispondere e portarlo degnamente” (da una
conferenza dell’Allamano)».