PRIMA LE PERSONE

Lo stile del Beato Giuseppe Allamano

Iniziamo una rubrica intitolata “Studi”, con la quale abbiamo il piacere di presentare sinteticamente il contenuto di alcune tesi di Licenza o Dottorato, che hanno come tema l’Allamano, fatte da Missionari o Missionarie della Consolata in varie Università. Il nostro Fondatore è stato studiato da tanti punti di vista ed a diversi livelli. Oltre alle opere eseguite direttamente per iniziativa del nostro Istituto, che sono veramente molte, sono interessanti gli studi fatti, in ambito universitario, sotto la guida di professori non appartenenti all’Istituto. In genere, queste tesi sono state fatte nelle facoltà di Teologia Dogmatica, Missiologia, Teologia Spirituale, Storia Ecclesiastica, Scienze dell’Educazione, ma non solo.

Per dare il via a questa rubrica, abbiamo scelto una tesi che tratta di una dote umana dell’Allamano, applicata al suo metodo pedagogico: DARCI VILARINHO, La valorizzazione della persona umana, secondo il Beato Giuseppe Allamano, Fondatore dei Missionari della Consolata, tesi di Licenza in Antropologia Teologica, Pont. Facoltà di Teologia, Theresianum, Roma 1994.

Sotto la guida del Prof. Filippo Di Giacomo, durante i miei studi universitari di teologia, ho cercato di approfondire un aspetto della ricca personalità del Beato Giuseppe Allamano: la sua profonda umanità nel contattare le persone. Volentieri presento alcuni punti delle mie riflessioni.

Si racconta di un grande missionario, il Beato Joseph Gérard, il cui cavallo fu venduto quando morì nel 1914 in Sud Africa. Il compratore, però, ben presto lo restituì alla missione. Era impossibile utilizzarlo, perché ogni volta che si imbatteva in una persona subito si fermava, abituato com’era al suo antico cavaliere, che si intratteneva con ogni persona che incontrava per via. Si capiscono allora le sue parole: «C’è un segreto per farsi amare: amare! Questo vale anche per coloro che non credono come i Basotho o i Metelele… per convertirli occorre amarli, amarli in ogni modo, amarli sempre. Dio ha voluto che facciamo del bene all’uomo amandolo».
Sono parole che potrebbero essere firmate dall’Allamano. È un aspetto che lui ha pienamente vissuto e che perciò mi piace sottolineare. È il “farsi tutto a tutti” di S. Paolo, anima di ogni missione e di ogni tentativo d’inculturazione.
Con carità e dolcezza

Quanti hanno conosciuto l’Allamano, come pure i suoi biografi, mettono spesso in risalto il suo cuore di padre, pieno di premura verso tutti e con il quale tutti si sentivano portati ad aprirsi in piena confidenza. È vero che ha messo mano a grandi iniziative, ma la sua impresa e preoccupazione prima furono le persone. Questo lo viveva già da giovane sacerdote nel suo rapporto con i sacerdoti convittori di Torino, come diversi testimoniano. Uno di essi, che poi gli succedette come Rettore del Santuario, il Can. N. Baravalle così testimonia: «Conosceva tutti i convittori, li studiava attentamente nel carattere e nelle attitudini. Li correggeva con carità e dolcezza, tenendo sempre fermo per il dovere… Per chi era ammalato e per chi si trovava in condizioni disagiate egli era veramente una tenera madre e un padre provvidente». E G. Cappella, un altro convittore, afferma: «S’interessava anche delle minime richieste; ascoltava tutte le difficoltà, era tutto per l’individuo con cui trattava; non dimostrava noia alcuna, non dimostrava preoccupazione di avere altro da fare, né di perder tempo…».
Nel fondare l’Istituto, la sua preoccupazione erano le persone. Voleva un Istituto dove regnasse lo stile di una famiglia in cui tutti si amano, si accolgono, s’incoraggiano e si aiutano come fratelli. Nelle direttive date alla giovane superiora delle suore, sr. Margherita De Maria, si può capire il suo stile paterno: «Abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando, sempre correggendo maternamente… Fa coraggio a tutte… Raccomanda sempre grande carità, longanimità… Sostenere, amare, correggere, portarle all’altezza della loro missione». E si capiscono meglio in questo contesto le sue parole piene di amorevolezza pronunciate nella conferenza agli allievi missionari del 19 gennaio 1913: «Per fondare l’Istituto il Signore poteva servirsi di un altro certamente e che avrebbe fatto meglio di me. Avrebbe avuto più tempo di occuparsi di voi; ma un’altra persona che vi voglia bene meglio di me, non lo credo».


“Trattateli con bei modi”

Fu questo stile di rapporti personali, fatti di presenza, di confidenza e di attenzione alle persone che i suoi missionari cercarono di instaurare nel loro lavoro missionario. Lui, che era vivo ed energico, ma anche dolce e delicato, chiederà costantemente ai suoi missionari di essere dolci, delicati e mansueti verso tutti. Non si stancò di ripetere riguardo agli africani, come nella lettera circolare indirizzata ai missionari del Kenya, l’anno dopo del loro arrivo, il 27 novembre 1903: «Amateli, trattateli con bei modi». Con un amore cioè fatto di rispetto e vicinanza che educa ed eleva.

È questa una chiave di lettura che ci aiuta a comprendere l’enorme portata di quella norma, data ai suoi missionari, di comporre il proprio diario dal giorno della partenza e durante tutto il tempo trascorso in missione. Questi diari, di cui ci restano circa 12.000 pagine, se prima di tutto sono una fonte preziosa per la conoscenza della metodologia pastorale dei Missionari della Consolata, sono anche fondamentali per capire i sentimenti dei missionari e la loro confidenza nel rapporto con il Padre. «Mi piacquero i tuoi diari – scrive l’Allamano al Fr. Benedetto Falda nel 1904 - specialmente pel candore di schiettezza in cui li scrivi. Continuali sempre così, pensando che parli ad un padre che ti ama in Gesù teneramente, e che non li legge ad altri se non in quelle cose che non sono confidenziali». L’abbondante corrispondenza, tra lui e i suoi missionari, ci rivela un uomo attento ad ognuno, conoscitore delle doti di ciascuno, pronto a promuovere e a correggere, ma sempre con un amore delicato e preoccupato più della qualità che della quantità.


Un carisma per l’uomo integrale

Questo modo di rapportarsi con i suoi figli doveva essere una scuola: sul modo di rapportarsi con gli altri e sullo stile di missione che pretendeva per il suo Istituto. Il carisma del Beato Allamano è un carisma per l’uomo integrale. Conosciamo il suo pensiero espresso in modo esplicito nella lettera circolare ai missionari del Kenya del 2 ottobre 1910: «Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per potere farli cristiani: mostrare loro i benefici della civiltà per tirarli all’amore della fede: ameranno una religione che, oltre alle promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra». È il “progetto liberatore” dell’Al-lamano, e dei suoi missionari, che consiste in una promozione o liberazione integrale dell’uomo, senza dicotomie fra anima e corpo, natura e sopranatura, spiritualità e sociologia. È un metodo illuminato che pone la persona al centro, poiché l’Allamano è cosciente che il piano di Dio è che l’uomo giunga a pienezza. Più l’uomo cresce in tutte le sue dimensioni più manifesta Dio. E questa è la missione vera dove l’uomo occupa il suo vero posto: al centro dell’attenzione di Dio e necessariamente della Chiesa. Lo dirà più tardi Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Redemptor Hominis”: «L’uomo è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione… via tracciata da Cristo stesso… attraverso il mistero dell’Incar-nazione e della Redenzione» (n. 14). È un metodo, quello dell’Allamano, in piena sintonia con ciò che la Chiesa indicherà più tardi nella “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano Secondo: «La Chiesa, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo comunica all’uomo la vita divina, ma anche diffonde la sua luce con ripercussione, in qualche modo, sopra tutto il mondo, specialmente per il fatto che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la compagine dell’umana società, e immette nel lavoro quotidiano degli uomini un più profondo senso e significato. […] Per rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia» (n.40).


“Farci piccoli con i piccoli”

La pazienza e la prudenza, la testimonianza della carità e bontà di Cristo erano aspetti che G. Allamano inculcava insistentemente nei suoi missionari, perché ne conosceva gli effetti e benefici presso le popolazioni indigene. Entra in questa metodologia umano-divina il metodo di evangelizzazione, discusso e sancito dai suoi missionari, che riguarda la formazione dell’ambiente, la preparazione dei catechisti e professori indigeni, le visite costanti ai villaggi, per una maggior vicinanza alla gente e per creare rapporti diversi. Non ci stupisce perciò la sua posizione chiara circa il rapporto dei missionari con gli indigeni, quando constatava che in certe missioni mancava, come risulta dal Diario di P. G. Perlo: «quella pazienza senza la quale non si fa proprio niente […]. In fin dei conti è la nostra missione: non dobbiamo forse abbassarci, farci piccoli con i piccoli? … Certi atti maneschi non rendono solo irascibili gli animi, che naturalmente dopo si allontanano da noi. A vedere certe cose fa pena, ma più ancora vederne e sentirne i tristi effetti».

Si capisce allora l’insistenza dell’Al-lamano presso i suoi missionari perché avessero verso gli africani “viscere di misericordia”. Proprio così. Ecco le memorabili direttive date nella lettera circolare ai missionari del Kenya il 6 gennaio 1905: «Della carità e più specialmente della mansuetudine da usare nel trattare con gli indigeni, vi ho già parlato altre volte e con molta insistenza, per cui spero che non abbiate bisogno che ritorni su ciò. Soltanto vi ripeto che essa mi sta a cuore estremamente e che desidererei che fosse questo uno dei proponimenti da rinnovare ogni mattina nella santa meditazione». Al gruppo che partiva per le missioni nel 1908 farà questo augurio: «Che gli indigeni possano dire di voi ciò che i gentili dicevano degli an-tichi cristiani: co-me si amano i missionari! E questo amore lo co-municherete agli altri».


La vera  inculturazione

Per cambiare le persone bisogna amarle. Sen-za questo amore, che si traduce in atteggiamenti di bontà e mansuetudine, il missionario non sarà diverso del colonizzatore. Se G. Allamano batte insistentemente su questo punto è perché ha capito che solo la chiave della mansuetudine apre il cuore degli altri. Se si sfonda la porta con la forza, tutto il lavoro missionario diventa sterile. Capiamo allora perché questo maestro di missione diceva: «Considerate perduto il giorno in cui non avete dimostrato mansuetudine verso gli africani. Come diceva Gesù: “Beati i mansueti perché possederanno la terra!”(Mt 5, 4)». Sarà questa la via indicata da G. Allamano per captare le idee, gli atteggiamenti, i valori delle persone incontrate, per capire le loro relazioni, il loro linguaggio, le loro domande, le loro interpretazioni della realtà. In questo i missionari furono straordinari.

Sono convinto che la radice e l’anima di ogni inculturazione sta nel sapersi rapportare con le persone con gli atteggiamenti che sono stati sottolineati. Non si tratta solo di ascoltare con la mente le persone, non basta cioè conoscere le culture e tutte le espressioni vitali connesse. Bisogna andare oltre. Bisogna a-scoltare con il cuore, sforzandosi di udire ciò che gli altri veramente dicono senza filtrare le loro parole e espressioni con i nostri filtri culturali. Si tratta di percepire le bellezze delle culture, ammirarle e sentirne il fascino, ma soprattutto innamorarsi dei popoli, di ogni popolo. Dietro la cultura ci sono le persone. Ogni tentativo di inculturazione rimarrà frustrato se non c’è questo atteggiamento alla radice.
L’attenzione alle persone, allora, sarà fondamentalmente vera inculturazione. Giuseppe Allamano, come si è visto, è stato maestro in questo stile di vita. Se si amano le persone, si capiranno meglio tutte le loro espressioni. I valori più veri di una cultura non si possono percepire che dal di dentro.
 
P. Darci Vilarinho
giuseppeallamano.consolata.org