STUDI

MISSIONE E MISSIONARIO IN GIUSEPPE ALLAMANO

P. Efrem Baldasso, Missionario della Consolata, ha conseguito il grado di Licenza in Missiologia, nel 1983, alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, con la tesi dal titolo: «Noi siamo per gli infedeli. Missione e missionario in Giuseppe Allamano». Attualmente è docente di Missiologia nell’Università Xaveriana dei Gesuiti a Bogotà (Colombia). Richiesto di offrire alcune riflessioni sull’animo missionario dell’Allamano, a partire dalla sua tesi, ci ha inviato un articolo che riteniamo interessante per quanti ci seguono e che pubblichiamo volentieri.

«E chi me lo fa fare?». Non è una domanda da scansafatiche. È una domanda seria che, credo, si è fatto anche il Beato Allamano quando cominciò ad accorgersi che il Signore lo spronava verso la missione e la fondazione di due famiglie missionarie.

LA RADICE DELLA MISSIONE

Ai suoi tempi si soleva rispondere che la ragione della missione, la sua radice ultima, era l’ordine di Gesù: andate in tutto il mondo, fate discepoli ovunque, battezzate e insegnate tutto quello che io ho inseganto a voi.

L’Allamano accetta questa risposta; è figlio del suo tempo. Ma va oltre. L’ordine di Gesù gli sembra essere la radice penultima. Parla e scrive di un’altra radice più profonda; l’ultima, appunto. La si riscontra nei discorsi di invio dei missionari. Sono concetti che ripete, riprende, con leggere modificazioni, durante tutta la vita, aggiungendovi sempre aspetti nuovi che arricchiscono la sua riflessione. Non si dimentichi che si tratta di cent’anni fa; cinquanta, sessant’anni prima del Concilio Vaticano II. Per noi la risposta potrebbe essere scontata. Ai suoi tempi, non tanto.

Ascoltiamo, allora, cosa diceva nel 1905 a un gruppo di missionari partenti: «Nostro Signore Gesù Cristo da quest’altare rivolge a voi, carissimi figli, le solenni parole che disse un giorno agli apostoli: andate, predicate alle genti, battezzate... Le stesse parole rivolse nel corso dei secoli a tanti uomini apostolici che, da Lui chiamati, ebbero la stessa missione...». Nel 1906, parlando ad altri missionari, aggiungeva: «Primi chiamati furono gli apostoli, particolarmente san Paolo, l’apostolo delle genti; secondi i successori degli apostoli... Più tardi i missionari come san Francesco Saverio, san Pietro Claver. Infine le varie istituzioni proprie delle missioni, e noi chiamati all’ultima ora...».

Infine, nel 1920 troviamo questa stupenda sequenza, sempre durante una cerimonia di invio di missionari: «In questo momento io vi ho dato il comando, la missione di Nostro Signore Gesù Cristo: come il Padre ha mandato me... Riflettete bene su queste parole che ci fanno vedere l’importanza della missione data agli apostoli e, negli apostoli, a tutti quelli che li seguono...

Questa non è una missione ordinaria, secondaria. L’eterno Padre ha mandato il Figlio, il Figlio ha mandato la Chiesa e la Chiesa, per mezzo mio, manda voi... Ricordatevi sempre di questa vostra missione che vi è data dai superiori in nome della Chiesa, la quale l’ha ricevuta da Nostro Signore Gesù Cristo e Nostro Signore dal suo eterno Padre; quindi è come se venisse direttamente dall’eterno Padre. Quanta importanza!». Questa frase non sarà di una bellezza stilistica eccezionale, ma è un gioiello di teologia della missione.

Per l’Allamano non è tanto la situazione di coloro che non conoscono Gesù Cristo, i cosiddetti “pagani”, ciò che spinge alla missione. Ai suoi tempi, sí lo era. Si pensava che fuori della Chiesa Cattolica non ci fosse alcuna possibilità di salvezza e chi non avesse ricevuto il battesimo nella Chiesa Cattolica avrebbe avuto serie difficoltà per trovare la strada stretta che conduceva alla porta del paradiso. L’Allamano pensava diversamente. Per lui la missione è un’acqua fresca che si attinge a un pozzo molto profondo. Viene da Dio, dall’amore del Padre. È una catena: dal Padre a Gesù, da Gesù alla Chiesa e, in questa, a noi; o, detto al rovescio: da noi, alla Chiesa, agli apostoli, a Gesù Cristo, al Padre.

Adesso, in sintonia con il Concilio Vaticano II, parliamo di “amore fontale” del Padre. Di un amore che spinge il Verbo a incarnarsi in Gesù di Nazareth; che spinge lo Spirito Santo a farsi presente nei profeti, in Giovanni Battista, in Maria e in tante altre persone, non cristiani compresi; negli apostoli e in noi. È l’amore che spinse Paolo e, dopo di lui, la Chiesa fino ai giorni nostri. L’Allamano si ritrova e si identifica con l’esperienza di Paolo. La bellezza della vocazione e vita missionaria sta nel lasciarsi prendere da questo fiume d’amore del Padre che ci porta verso i fratelli per condividere con loro la nostra esperienza della sua paternità.


DOVE SI REALIZZA LA MISSIONE

La missione è amore del Padre che muove e sospinge per le strade del mondo. Va bene. Ma, dove vado? In tutto il mondo, ad ogni persona. La missione è espressione dell’amore del Padre per l’umanità intera. L’invito di Gesù, a cui i missionari obbediscono, è di andare ovunque, in ogni parte della terra.

Ma l’Allamano, che è uomo molto concreto, sa bene che i suoi missionari non potranno andare in tutto il mondo, ma dovranno limitarsi a un luogo concreto, a persone concrete. Parla, perciò, di infedeli e di Africa. Ascoltiamolo. Scrive nel 1891 (occhio alla data): «Scopo dell’Istituto dei Missionari della Consolata è di formare sacerdoti e laici (...) i quali attendano ad evangelizzare gli indefeli, nei luoghi loro assegnati dalla Santa Sede, specialmente nell’Africa Equatoriale». Riprende poi l’idea nel 1901. In seguito, declina inviti ad accettare impegni missionari in Europa, America Latina e Asia con la ragione di sempre. «Voi avete da andare in Africa - scrive nel 1919 - No, no, noi siamo per convertire gli infedeli; teniamo duro sul nostro scopo; le forze divise si guastano». A questo proposito c’è un altro dettaglio significativo da non dimenticare. Vuole un territorio dove nessun altro istituto missionario abbia messo piede.

L’Allamano, però, ha fatto un progresso. Non è rimasto legato all’ideale dell’Africa Equatoriale. In una conferenza del 1913 diceva: «... io non vedrò, ma forse andrete anche in Giappone, nel Tibet». E in Asia ci siamo andati. Appare chiaro, dunque, che il Beato Allamano voleva fondare una comunità di missionari e missionarie esclusivamente dediti alle “missioni estere” in funzione della “conversione degli infedeli” specialmente, non esclusivamente, in Africa.

Chi sono gli infedeli, i pagani, oggi? Mi sembra evidente che non si tratti di geografia, di territori missionari, ma di persone, gruppi, situazioni. Sembra chiaro che per l’Allamano noi, Missionari e Missionarie della Consolata, siamo per le persone, i gruppi e le situazioni dove il Vangelo non è ancora arrivato ad essere uno stile di vita, una cultura. Egli ci ha pensati come un gruppo di uomini e donne da mandare tra popoli che non hanno avuto la possibilità di scoprire il volto paterno e materno di Dio. E, grazie a Dio, non ci siamo tirati indietro. L’apertura in Corea, qualche anno fa, e in Mongolia e Gibuti, in questi tempi, sono una buona prova che i Missionari e le Missionarie della Consolata non hanno messo in soffitta gli insegnamenti del Fondatore.

COSA FA IL MISSIONARIO

Sempre per sapere cosa pensasse della missione il Beato Allamano gli facciamo un’altra domanda: cosa vanno a fare in missione i tuoi missionari? È chiaro che si va per convertire i pagani, per la salvezza degli infedeli. Ed è pure chiaro che tutto quello che i missionari fanno nel mondo è per la gloria di Dio. Su questo non ci piove. Al primo gruppetto di aspiranti alla missione diceva nel 1902: «Anche voi sarete tutti ministri di Dio nell’apostolato per la conversione delle genti».

E questa idea si trasforma in un filone che attraversa tutto il suo insegnamento. Non appaiono esitazioni. Insiste sul tema ad ogni spedizione missionaria. Per esempio, ecco cosa diceva al gruppo inviato nel mese di ottobre del 1920: «Riflettete bene su queste parole che ci fanno vedere l’importanza della missione data agli apostoli e negli apostoli a tutti quelli che li seguono. Nostro Signore Gesù Cristo questa sera vi dice: “Colla stessa missione che ha affidato a me l’Eterno Padre, io mando voi per la conversione delle genti”». E all’ultima spedizione da lui celebrata nel mese di dicembre 1921 diceva: «A voi rivolgo le parole che Nostro Signore Gesù Cristo disse agli apostoli dopo la sua risurrezione nel mandarli a convertire il mondo: andate e ammaestrate tutte le genti».

L’altra espressione cara all’Allamano è la salvezza delle anime, in questo caso, degli infedeli. Ai missionari partenti, alla fine del 1905, chiedeva «zelo ardente per convertire gli’infedeli e salvare molte anime» e ricordava loro che «il missionario chiamato a parte della missione di Gesù deve tutto unirsi a lui e consumarsi per salvargli anime». Ai partenti nel 1912, ricordando la finalità missionaria dell’Istituto, diceva: «Solamente facendovi santi e grandi santi, potrete ottenere il secondo fine, proprio dell’Istituto: salvare molte anime infedeli».

Infine, il tema della gloria di Dio. Basti qualche frase. Ai primi missionari diceva nel 1902: «Felici voi se, abbandonando tutto e faticandovi per salvar anime per la gloria di Dio...». Ad un missionario diceva nel 1908: «Quindi, mio caro, via dalla tua testa il cercare te stesso ed i tuoi gusti, ma solo la gloria di Dio e la salute delle anime». Nel 1913 ripeteva: «... come fine del-l’Istituto siamo obbligati a procurare la gloria di Dio colla salvezza delle anime». E così ad ogni invio di missionari, sino alla fine della vita.

Per una certa completezza insisto sulla stessa domanda al Beato Allamano: oltre a realizzare quanto detto sopra, cos’altro andiamo a fare in missione? L’Allamano ha idee chiare: il missionario va in missione per accompagnare la gente in quello che abbiamo definito promozione umana, per offrire il messaggio del Vangelo con la testimonianza della vita, la parola e per dare inizio alla comunità cristiana, mediante il battesimo e i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Siano sufficienti queste semplici parole per farci un’idea. «Degli indigeni bisogna farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani: mostrare loro i benefici della civiltà per tirarli all’amore della fede; ameranno una religione che, oltre le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra» (lettera ai missionari, 2 ottobre 1910 ). Uomini e cristiani: ecco un altro binomio caro all’Allamano. Non basta, dunque, predicare e battezzare. Nella missione è indispensabile anche la promozione umana.

In definitiva, l’Allamano vuole che i suoi missionari si mescolino con la gente; che con la loro testimonianza di vita e lavoro preparino il terreno all’annuncio esplicito del Vangelo e al dono dei sacramenti, come forza che trasforma la vita e la cultura, come passo verso l’adesione personale a Gesù, come costruzione di comunità cristiane, fino alla fondazione della Chiesa locale.

Cosa ci dice tutto questo? Un’insegnamento molto semplice. Come cattolici dobbiamo vivere impegnati nel nostro ambiente: famiglia, lavoro, parrocchia, scuola, università, tempo libero, ecc. Ma con la parabolica tesa al mondo intero. Con i piedi piantati nella terra in cui viviamo, ma con un orizzonte universale. Siamo invitati a guardare oltre le finestre e il giardino di casa, oltre il campanile della nostra chiesa. Con un cuore a misura di mondo. Tra l’altro, guardare lontano fa bene; ci aiuta a vedere meglio le cose di casa nostra. Non vi pare?
 
P. Efrem Baldasso

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