Intercedeva con la sua benedizione

I sacerdoti che lavorarono con l’Allamano al santuario della Consolata affermarono che molte grazie furono ottenuto in forza della sua preghiera o anche semplicemente in seguito alla sua benedizione. L’Allamano stesso aveva la coscienza di avere un’intesa privilegiata con la Vergine Consolata, tanto che non dubitò di definirsi suo “segretario” e addirittura suo “tesoriere”.

«Se noi ci comportiamo come veri figli verso la Consolata, abbiamo dei diritti. Possiamo anche pretendere…». Queste parole dell’Allamano sembrano audaci, se non fossero confermate dai fatti. Che egli fosse un figlio affezionato della Madonna non ci sono dubbi. Che ne parlasse con amore e cercasse di onorarla in tutti i modi è innegabile. Vedendo certi effetti della sua benedizione, non possiamo dubitare del fatto che, come assicurava lui stesso, “con la Madonna se la intendesse”.

Nelle vecchie carte dell’archivio della postulazione, sono raccontati quattro fatti interessanti che riguardano appunto questa capacità dell’Allamano di intercedere presso la Consolata, mentre era ancora vivo su questa terra, con la preghiera e la benedizione. Non sappiamo neppure se siano già stati pubblicati in passato. Meritano comunque di essere riletti, perché conservano inalterati profumo e freschezza, come se fossero accaduti oggi.

UN GIOVANE EPILETTICO

Un giovane torinese era affetto da epilessia. Gli attacchi erano venuti facendosi sempre più frequenti, al punto che egli non osava neppure più uscire di casa, per timore di essere assalito dal male in pubblico. A nulla erano valse le costose cure.

La mamma pensò di raccomandare il figlio alle preghiere dell’Allamano. Egli le suggerì di fare prima un triduo di preghiere alla Vergine Consolata e poi di condurglielo. Quando venne, l’Allamano recitò alcune preghiere e gli impartì la benedizione. Con alcune parole di fiducia nella protezione della Madonna, congedò madre e figlio. Da allora, mai più un minimo sintomo del male.

UN PAPÀ CON UN MALE CONTAGIOSO

Un padre di famiglia raccontò che, nel 1902, la sua salute era così compromessa, che i medici gli consigliarono persino di allontanarsi da casa, per non contagiare i figli. Con grande amarezza nel cuore, egli andò al santuario della Consolata per cercare conforto. Si confessò, fece la comunione eucaristica, poi passò in sacrestia per incontrare l’Allamano. Si intrattenne con lui, mettendolo al corrente della sua dolorosa condizione e si raccomandò alle sue preghiere.

Il Rettore gli disse: «Stia tranquillo. Il Signore le farà la grazia della guarigione» e gli diede la benedizione. Due giorni dopo si sentì guarito. Dopo 30 anni da quella benedizione, poteva ancora attestare di godere ottima salute.

INESPERTA DELLA VITA

Senza pensare alle conseguenze che ne potevano derivare ed inesperta della vita, una giovane da tre anni conviveva con colui che si dichiarava suo fidanzato, ma che non intendeva sposarla, anche per l’opposizione dei genitori. Un giorno, aggirandosi per Torino, senza sapere come, si trovò davanti al santuario della Consolata.

Subito – ella scrive – mi venne l’ispirazione di entrarvi; poi mi sentii spinta ad inginocchiarmi in un confessionale, che in seguito seppi essere quello dell’Allamano. Aprii a lui il mio cuore. Egli mi confortò, mi esortò a pregare, disse che mi avrebbe ricordata nella Messa di domani e intanto mi benedisse. Mi alzai come rinata. Il giorno seguente, in casa del fidanzato, trovai lui ed i suoi parenti del tutto cambiati a mio riguardo, tanto che essi, per primi e senza che io facessi parola, mi proposero di regolare la nostra posizione. Il che fu fatto, ed ora viviamo felici.

RICOVERATO IN SANATORIO

Un giovane medico era ricoverato in sanatorio da tre anni, senza speranza di guarigione. Nel 1923 – scrive la mamma dell’ammalato – mia cugina mi suggerì di rivolgermi all’Allamano. Io rifiutai tanto ero sfiduciata. Essa però insistette, fino a che mi indusse a seguirla al santuario della Consolata. Cercammo subito del Rettore. Appena lo vidi scoppiai in un pianto dirotto. Parlò per me la cugina.

Io intanto guardavo il canonico ed aspettavo la sua risposta. Non dimenticherò mai quel volto così raccolto, gli occhi assorti in cielo come in preghiera. Mi chiese in quale sanatorio si trovasse il figlio. Si concentrò ancora un momento, poi con un senso di gioia ed ad alta voce disse: «Oh, suo figlio è guarito! Lo faccia subito uscire dall’ospedale. È guarito!». Mentre egli parlava, una viva speranza mi si accendeva nel cuore. Non potevo più dubitare. Il Rettore, nel congedarci, ci disse: «Ora vadano a partecipare ad una Messa in ringraziamento all’altare della Consolata e lei preghi per l’anima di suo figlio; sì, preghi tanto.

Appena giunta a casa, scrissi a mio figlio e, quindici giorni dopo, egli era in famiglia completamente ristabilito, tanto che potè sposarsi, né ebbe mai più alcun malessere.
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