Col suo più bel sorriso

Il fr. Alfondo Caffo (1890 – 1976), accolto dal Fondatore come aspirante coadiutore nel 1921, fu missionario in Etiopia per 10 anni. Rimpatriato per motivi di salute, visse il suo calvario dell’artrite deformante, durato 40 anni, che lo ha limitato nelle attività, ma sublimato nella vita spirituale. Il 16 febbraio 1936, ha tenuto una commemorazione molto bella e spontanea dell’Allamano nella casa di Alpignano (TO), che allora era la sede dove venivano formati i Fratelli Coadiutori, prima di partire per le missioni.

Pubblichiamo le parti salienti di questa commemorazione, lasciando inalterate le sue espressioni, nonostante le inesattezze grammaticali, per non alterarne la spontaneità. Si noti quante volte questo figlio affezionato dell’Allamano pronuncia la frase «col suo più bel sorriso», riferita proprio al Fondatore. È un segno evidente che il volto sorridente del Padre gli era rimasto profondamente impresso nel cuore. La parte della commemorazione che riguarda le reazioni degli allievi alle conferenze domenicali del Fondatore è stata già pubblicata nel n. 1 della rivista di quest’anno.

Quello che voglio commemorare oggi è il Canonico Giuseppe Al- lamano, Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto Ecclesiastico dell’Archidiocesi di Torino, ecc. ecc. Fondatore e Superiore dell’Istituto Missioni Consolata e delle Suore Missionarie e per questo nostro Padre, perché nel mo-mento che varcammo le soglie dell’Istituto per entrare nelle sue schiere noi venimmo allo stesso istante annoverati fra i suoi figli prediletti.

La sua figura eccola davanti a noi coi suoi lineamenti, ma lui non c’è più col suo dolce mite sorriso che dava confidenza, col suo sguardo profondo e indagatore, che sapeva scandagliare nel più profondo dell’anima, ah! no non c’è più la sua parola persuasiva, incoraggiante che quasi balsamo prezioso scendeva al cuore e sanava le ferite.

Ah! allora si credeva impossibile e si cercava di nascondere, di rigettare distante come tentazione solo l‘idea d’un prossimo distacco. Le volte che ebbi la fortuna di avvicinarlo in sì poco tempo, due anni e mezzo appena, dei quali cinque mesi passati accanto a lui al Santuario. Che mesi furono quelli! Quanti esempi e quanti consigli! Ero addetto specialmente al mantenimento dell’altare maggiore. Quale fu la mia sorpresa fin dai primi giorni quando, incontrandolo per i corridoi, mi fermava, oppure mi accompagnava; avevo la camera poco discosto dalla sua; dopo avermi fatto il più bel sorriso, sentirlo che si interessava minutamente di tutto.

Una sera, finito il lavoro, mi soffermai un pochino a pregare sui gradini dell’altare. La mattina seguente, nel corridoio nuovo incontro, col suo amabile sorriso si avvicina, si ferma, poi proseguiamo lentamente mentre lui mi interroga su diverse cose, mi incoraggia ed infine a bruciapelo mi dice: sai ti ho visto ieri sera mentre pregavi ai piedi dell’altare, va bene, son contento, continua a pregare. L’altare va tenuto con molta cura. Mi parlò della biancheria, di questo e di quello e venne alle genuflessioni, mezzo per dimostrare la nostra fede e di fare un gran bene col buon esempio. Dopo di che mi lasciò col suo più bel sorriso sulle labbra che sempre mi era di grande conforto.

Allontanandomi mi persuasi che quell’uomo coi capelli bianchi, che cominciava a curvarsi sotto il peso degli anni e più ancora sotto l’immane lavoro, la sua più grande premura fosse quella di portarsi il più sovente possibile là sul coretto, in alto, non visto da alcuno; di là poteva controllare tutto e nello stesso tempo passare tutto il tempo disponibile in fervorose preghiere per l’incremento delle sue opere. Là forse era noto a pochi il tempo che passava in adorazione, là era nascosto, là la sua bell’anima si univa col Datore di tutte le energie, là prendeva forza e coraggio a intraprendere nuove fatiche. Questo avveniva specialmente la sera, quando tutte le porte erano chiuse e le visite terminate. Lui terminava la sua giornata ai piedi di Gesù Sacramentato e la SS. Vergine Consolata.

Venni all’Istituto: quali non furono le sue premure per me. Allora ero quasi commesso viaggiatore e col carretto o senza e quando capitava di recarmi alla Consolata o nelle adiacenze; sovente era non una volta al giorno, ma anche due, anche da principio ero un po’ titubante ad andarlo a trovare per timore di disturbarlo; imparai però presto dagli altri ad approfittare di tutte le occasioni per avvicinarlo, però sempre con un po’ di paura da un momento all’altro di pigliarmi qualche rimostranza.

Possono immaginare quale non fu la mia sorpresa e gioia quando un giorno sentii dirmi a bruciapelo: lo so che tu esci sovente per commissioni, ma ricordati che se vengo a sapere che passi qui vicino e non vieni a trovarmi qui, la prima volta che ti trovo ti tiro le orecchie, e questa sua uscita fu accompagnata da uno dei suoi più bei sorrisi, che io non avrei cambiato per chissà che cosa. Questo lo potete immaginare lo presi come un suo espresso comando. Il Fondatore lo voleva ed io lo desideravo più di lui, la colpa dunque non è mia.

Per noi non c’era né parlatorio né anticamera, eccetto che fosse già impegnato con qualcuno, l’udienza era pronta immediata, anzi lui stesso ci insegnò come fare. Appena entrato mi faceva sedere accanto a lui, ci pigliava la mano e la teneva alle volte a lungo, interrogava sullo stato individuale, la salute, consigliando, confortando, esortando, ed anche se necessario un po’ di dolce rimprovero, portando a l’occasione qualche bel fatterello a mo’ d’esempio, senza dimostrare la minima stanchezza o noia. Era sempre lui sorridente padrone di se stesso da sembrare che non avesse altro da fare.

Quando poi alle volte mi sembrava, quasi con vergogna, essergli causa di perditempo che avrebbe occupato nelle sue diversissime occupazioni, tempo a lui certamente preziosissimo che al vederlo così calmo e tranquillo, nessuno avrebbe potuto immaginare che a quell’età e debole di salute con tutte le cariche già sopra accennate, più consigliere d’una gran parte del clero torinese e anche del Piemonte, di autorità ecclesiastiche e civili, direttore spirituale e confessore di diversi monasteri, la recita quotidiana dell’ufficio divino coi canonici in cattedrale che tralasciava solo rarissimamente per impossibilità. Dopo tutte queste ed altre occupazioni ancora pareva l’uomo più tranquillo al mondo ed una volta che feci la mossa di andarmene, sentii dire con meraviglia: ma vuoi andare? Aspetta lì, stai tranquillo, te lo dirò io quando devi andare.

Senza tema di esagerare ma tante volte, posso dire di aver potuto godere della sua presenza, sentire la sua parola, i suoi consigli ecc. per ben mezz’ora o anche un’ora consecutiva. Cosa assai rara questo agli altri membri, benché a quei tempi fosse ancora cosa facile, e tanti un po’ ci invidiavano. Quando poi credeva opportuno diceva: ora ti do la mia benedizione e puoi andare. Così accadeva con me e credo che lo era anche per tutti gli altri Coadiutori. Non contento di averci tenuto così a lungo gli piaceva alle volte accompagnarci collo sguardo giù nella strada e questo lo seppi pure da lui stesso come tante altre cose ancora.

[…] Altre volte mi portava l’esempio di confratelli anziani che lavoravano nel campo dell’apostolato e specialmente di quelli già passati da questa vita. Parlava della necessità del missionario ad esser santo, devi farti santo, devi esser santo, tutti santi. Io poco m’importa il numero ma è la qualità che voglio, piuttosto pochi ma santi, non le mezze volontà, non gli indecisi ma uomini sacrificati, mortificati, zelanti per la Gloria di Dio e di Maria SS. Consolata e della propria santificazione. Abbiamo bisogno di santi, di grandi santi da mettere sotto l’altare, non ne abbiamo ancora nessuno da mettere. Metteremo lei il primo, mi venne lesto sulla punta della lingua, ma non mi azzardai a pronunziarlo. È vero, mi disse, ci sono, sì ne abbiamo santi, ma bisogna esserlo tutti, e questo lo ripeteva con forza e particolarità tutta sua propria.

[…] Giunse anche per me l’ora della partenza per l’Africa tanto sospirata. Rievocare quella veneranda figura la sera del 7 gennaio 1923, vigilia della partenza. Ci accolse tutti con maggior amorevole sollecitudine e con più che paterna bontà; col cuore commosso ci diede alcuni avvisi e raccomandazioni e d’incoraggiamento e poi con vera espansione di cuore e d’affetto ci salutò; poi soggiunse: noi non ci rivedremo più su questa terra. Oh! Che parole strazianti furono quelle, si fermarono alla gola e per non commuovere di più ci diede con effusione di cuore e con le lacrime agli occhi la sua ultima benedizione sulla terra e ci congedò. L’indomani mattina il treno ci portava al porto. Tra tutte le persone più care che avevamo lasciato una era quel venerando Vegliardo con la sua dolce sorridente figura che più non avremmo visto.

Giunse anche il settembre 1923, mese in cui Egli celebrava con entusiasmo e ringraziamento il suo giubileo Sacerdotale, 50° di Messa, in unione con tutti i suoi figli e figlie sparsi nel mondo, con tutti i cristiani delle missioni, con tutti i parenti amici, ammiratori e benefattori e beneficati; a noi in Africa ci giunse la sua bella circolare che ci riempì tutti di intensa e santa gioia. Ebbi anche un suo scritto particolarmente importante, con altri di minor entità, ma che a forza di tenerlo caro, finii per perderlo del tutto con mio grande rammarico.

L’anno giubilare 1925 ebbe la gioia di vedere i suoi sforzi coronati del successo. Il suo zio materno Giuseppe Cafasso saliva agli onori dell’altare, era beatificato. La causa gli procurò non poche fatiche. Ecco in questa faustissima occasione giungerci un’altra sua circolare in cui manifesta tutta la sua contentezza nell’aver potuto condurre a termine questa causa che gli stava tanto a cuore. Nelle ultime righe ci invita a pregare il nuovo Beato che lo aiuti a finire bene i suoi giorni. Quasi come il vecchio Simeone che non ha più nulla a desiderare sulla terra canta il suo “Nunc dimittis”, “Ora lascia che il tuo Servo se ne vada”… La sua opera è compiuta, lo sente, il mondo non è più fatto per lui, è maturo per il cielo. Non tarderà ad arrivare il Padrone della vigna a pagare il suo intrepido operaio, che sopportò tutto il peso della lunga a laboriosa giornata.

Seduti attorno ad una malferma tavola stavamo concertando il lavoro più urgente da farsi, quando d’improvviso giunse trafelato il postino con un piccolo plico. Il postino interrogato e d’ordinario tanto ciarlone quasi non parla. Il Padre apre, la prima lettera è per me, ma guardo bene credendo di veder male, ma no, non ho visto male, la lettera è mia, cioè scritta da me indirizzata però al Fondatore. L’avevo scritta per la festa di S. Giuseppe. Aspetta, sussurra l’altro Padre, può darsi che ci sia qualche cosa di nuovo. Un velo di tristezza s’impossessò di noi, tra il resto si trovava pure l’annunzio della morte avvenuta. Ci separammo muti. Il Padre il nostro Fondatore non c’era più. Ed ora che Lui non c’è più, da chi andremo noi?

Durante la vita, in particolare ed in pubblico aveva detto: Quando sarò in Paradiso non vi lascerò, ma uscirò fuori sul poggiolo e di là guarderò quello che fate, se farete bene vi aiuterò, se invece farete male vi tirerò le orecchie e vi manderò dei fulmini. Forse che non ne abbiamo già avuto le prove che mantiene la sua promessa!

Ed ora, oh!, Veneratissimo Fondatore, che sacrificasti tutta la tua vita per noi, ora che godi nella beatifica visione di Dio fra gli eletti del cielo, deh degnati ricordarti ognor più di noi, ora più che mai assistici col tuo potente patrocinio. Deh ricordati di noi tuoi prediletti Fratelli Coadiutori che tanto amasti qui sulla terra. Moltiplica il numero e fa che tutti siano secondo il cuor tuo, tutti di primissima qualità. Tutti stoffa da santi. Questo era il tuo desiderio, questo il mio augurio, questa la mia preghiera, affinché tutti giungano al porto senza tradire l’inestimabile dono della loro vocazione […] e fa che degnamente lavorando nella vigna del Signore possiamo finalmente raggiungerti là nel bel Paradiso, per non separarci più, cantando l’inno di ringraziamento ai piedi di Gesù e di Maria Santissima Consolata.
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